GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL'ANNO 1084

 

 

 

V. I Dogi Marcello ed Orso. Liutprando re dei Longobardi. Abolizione della dignità del Doge. Magistri militum.

 

 

 

Paoluccio morì dopo un governo di vent’anni. Se egli è stato proclamato nell’anno 697, la sua morte avvenne nell’anno 717, e Dandolo segna precisamente quest’anno. Marcello, che fino allora era stato MagisterMilitum, occupò subito il seggio del defunto, quale secondo Doge delle isole venete.

 

 

Come Paoluccio, anche Marcello fissò la sua residenza in Eraclea. Durante il suo governo, che fu di nove anni, Liutprando re dei Longobardi pensò di scacciare del tutto i Greci dall’Italia. Le controversie religiose precedettero, siccome un preludio, le lotte delle armi. Dandolo narra: “Liutprando confermò alla Chiesa romana la donazione delle Alpi Cozie, la quale fra gli altri luoghi – aggiunge il veneziano – comprende le città di Genova, Tortona, Savona ed il monastero di Bobbio”. Ma il longobardo non usò tale generosità senza secondi fini.

 

 

Dandolo prosegue: Papa Gregorio II, dietro preghiera dello stesso Re, concesse aSereno, di quel tempo Patriarca d’Aquileia [dopo la ricomposizione dello scisma nel 698), quel pallio, che dall’avvenuta separazione delle sedi di Aquileia e di Grado in poi, era stato sempre ostinatamente negato”. Solo in seguito ai maneggi di Liutprando Papa Gregorio II riconobbe Aquileia quale patriarcato.

 

 

Il Re però desiderava rivolgere questo servizio a proprio vantaggio; l’autorità spirituale di Sereno, a lui accordata da Roma, doveva servire di strumento per abbattere la sede di Grado, obbediente alla sovranità greca, e per assoggettare così la Venezia marittima alla corona longobardica. Ma i Veneti …chiesero soccorso al Papa. Esistono ancora due bolle di Papa Gregorio II (che tenne la sede di Pietro dal 715 al 731), le quali trattano di ciò. L’una emanata il 1 di dicembre 732, è diretta al vescovo del Friuli, Severo, ed ammonisce il medesimo a ricordarsi delle condizioni, colle quali gli era stato ultimamente concesso il pallio: che desistesse, cioè, dall’usurpare i diritti della sede di Grado e si accontentasse della supremazia ecclesiastica sui vescovadi longobardi.

 

 

In tale proposito il Papa, accordando il pallio a Sereno, aveva capito le mire di Liutprando e, per impedire ogni ingiustizia, aveva convinto il patriarca aquileiese a non più attentare ai diritti di Grado. La seconda bolla, rilasciata nell’anno stesso, è indirizzata al patriarca di Grado, Donato, al Doge Marcello, come pure agli altri vescovi e a tutto il popolo della Venezia Marittima; e li avverte che Roma aveva preso dei provvedimenti per ridurre alla ragione Sereno. Entrambe le bolle poi, non solo fanno piena fede della narrazione del Dandolo, ma ne confermano altresì in particolar modo il computo cronologico.

 

 

Il doge Marcello morì dopo aver governato per nove anni. Eletto nel 717, la morte sua cade dunque nell’anno 726, che Dandolo segna. “In seguito”, racconta poi egli stesso, “Orso fu confermato doge, e stabilìla sua sede in Eraclea ossia Civitanova”.

 

 

Sotto il ducato di Orso scoppiò la lotta contro le immagini (iconoclastìa), la quale in breve coinvolse tutta l’Italia. L’imperatore Leone l’Isaurico aveva ordinato che tutte le immagini sacre dovessero essere gettate e bandite dalle chiese di Roma; ma Papa Gregorio II oppose viva resistenza. L’imperatore tentò allora di far assassinare il Papa, ma quando la cosa fu scoperta, narra Paolo Diacono, contro Leone si sollevò non solo l’esercito greco di Ravenna ma anche quello della Venezia Marittima. Dandolo non fa che riportare queste importanti parole di Paolo; le quali di per sé sole provano che le isole venete erano ancora, ma non più per lungo tempo, una colonia bizantina.

 

 

Altri, cioè il longobardo Liutprando, con fine arte politica faceva intanto suo pro’ dell’odio, che Leone l’Isaurico aveva sollevato in Italia contro la dominazione greca con quell’insensato suo procedere. Egli s’avanzò contro Ravenna con potente esercito, prese la città e conquistò per intero l’Esarcato. L’Esarca Eutichio, un eunuco greco, se ne fuggì di là nelle venete lagune per cercarvi aiuto. Fu per lui una fortuna che Papa Gregorio II, il quale vi godeva considerazione ben maggiore dell’imperatore greco, gli prestasse aiuto. Esiste ancora una bolla dell’anno 729, con cui Gregorio II invita il doge veneto Orso a Scacciare i Longobardi da Ravenna e a rimettervi la legittima signoria dell’Esarca…[…].

 

 

Orso corrispose al desiderio del Papa, armò una flotta, si presentò dinanzi a Ravenna, ne scacciò i Longobardi e vi rimise Eutichio. Questa fu la prima volta, in cui i Veneti si segnalarono quale potenza marittima italiana. Per questi fatti era da aspettarsi che scoppiasse una guerra fra l’Esarca, unito al suo protettore il doge Orso, ed il re dei Longobardi. Ma le cose presero una piega del tutto diversa. Purtroppo neppure una delle fonti ancora esistenti dice la pura verità riguardo a ciò che successe, tutte invece la coloriscono; con tutto ciò si può cavarne il vero filo da vari frammenti di notizie.

 

 

Il libro dei Papi diche che il longobardo Liutprando in compagnia del reintegrato esarca Eutichio – poco prima scomunicato da Papa Gregorio II, cui aveva voluto levare la vita ancora, per un nuovo ordina dell’imperatore Leone – marciarono a forze riunite fino dinanzi a Roma, probabilmente per assoggettare la capitale d’Italia all’imperatore greco. I nemici accampavano nella pianura di Nerona, nella campagna cioè al nord della città Leonina dei tempi posteriori; colà si recò il Papa e tenne segreta conferenza col re longobardo; in seguito alla quale Liutprando cambiò completamente punto di vista, abiurò tutti i “malvagi” progetti, e dimostrò al Santo Padre la massima devozione. Dal canto suo Gregorio II, pregato dal Re, revocò la scomunica contro Eutichio. Poco dopo Liutprando anche Eutichio se ne tornò rappacificato alla sua sede.

 

 

I fatti surriferiti non possono essere messi in dubbio: Liutprando mosse veramente contro Roma con Eutichio, effettivamente essi rimpatriarono senza aver combinato nulla, e Gregorio II ha di certo revocata la scomunica lanciata contro Eutichio. Ma i motivi che l’autore del libro dei Papi suppone nei personaggi in questione, sono artifici evidenti, inventati precisamente a celare il vero scopo dell’impresa dopo la mal riuscita; perciò chi vorrà mai credere che il longobardo Liutprando abbia sguainato la spada per mettere a disposizione dell’imperatore greco Roma e infine l’Italia tutta?

 

 

Su questi fatti la mia opinione è questa: non si può disconoscere che il Longobardo mirava ad abbattere del tutto il dominio greco in Italia, prova ne sia la donazione ch’egli fece alla Santa Sede, sotto condizione però che il Papa riconoscesse il Patriarcato d’Aquileia; ne è parimenti prova la lotta ecclesiastica, che ben presto Sereno incominciò contro Grado, e finalmente la spedizione di Liutprando contro l’Esarcato.

 

 

Ma il Longobardo, uomo senza dubbio di fine intelletto, dal pronto ed efficace aiuto che le forze navali venete avevano prestato allo scacciato esarca Eutichio, argomentò ch’egli non sarebbe stato abbastanza forte di per sé solo a scacciare i Greci. Mutò dunque il suo piano: egli offrì all’esarca la reintegrazione in Ravenna, con promessa assicurazione però, che Eutichio si svincolerebbe da Bisanzio e si legherebbe con i Longobardi contro i Greci.

 

 

Liutprando avviò pure trattative al medesimo scopo con Orso, doge dei Veneti, e gli fece comprendere che, se stringesse lega con i Longobardi, nessuno potrebbe impedirgli di ottenere la signoria assoluta nelle isole venete, libere così da ogni supremazia greca. Eutichio ed Orso devono essere stati guadagnati tutti e due, e la liberazione di Ravenna, di cui parla Dandolo, fu a mio giudizio più che di forza di armi, opera di segrete cointelligenze.

 

 

A modo suo, Liutprando aveva fatti i conti giusti: una volta presi al laccio loro teso, diventavano entrambi fin da quel momento nemici mortali alla corte greca, e d’allora in poi null’altro restava loro che cercar salvezza fra le braccia dei re longobardi; la qual cosa faceva ad ogni modo sperare, ne seguisse un vassallaggio e forse anche una totale unificazione dell’esarcato e delle lagune venete col regno longobardico. Almeno per quanto riguarda Eutichio, il quale, come già dissi, era un eunuco, l’eredità sua poteva a mala pena sfuggire al re dei Longobardi.

 

 

Liutprando però pensò meglio ancora, che il suo disegno sarebbe riuscito soltanto, quando vi si accostasse un terzo, il Papa di allora, Gregorio II. A mio avviso il Longobardo desiderava che Gregorio II, offeso mortalmente da Leone l’Isaurico, venisse a completa rottura con i Greci per un qualche atto irrevocabile, emanasse quindi un che di simile ad un proclama diretto al popolo italico, per sollevarlo in massa contro i bizantini.

 

 

Tuttavia Liutprando prevedeva che il Papa non vi si sarebbe lasciato indurre facilmente. Perciò decise l’esarca a muovere con lui contro Roma, volendo vedere ciò che poteva la paura. Senonchè il Papa si presentò intrepido al campo longobardico, e lì a quattr’occhi spiegò una tale e così energica superiorità d’animo, che Liutprando si risolse a rinunciare al suo progetto.

 

 

Non c’è dubbio: Papa Gregorio II è stato uno dei più eminenti uomini di Stato ecclesiastici, che mai abbia occupato la Sede di Pietro, ed egli si condusse in quella occasione con alta saggezza; perché se egli avesse aderito alle proposte di Liutprando, la chiesa romana sarebbe divenuta una schiava della corte longobarda. Ma con quali modi, con quali ragioni il Papa convertisse il re, non ci è noto pel silenzio delle fonti.

 

 

Pertanto trovo necessario osservare che Gregorio II – come attesta il libro dei Papi – si trovava già allora in relazioni amichevoli con Carlo Martello, principe dei Franchi. Il papa era perciò in caso, data la necessità, di avvertire il longobardo che la Chiesa di Roma poteva disporre di potenti ausiliari al di là delle Alpi ogniqualvolta di qua le fosse fatta violenza alcuna.

 

 

Pure l’Esarcato era irrimediabilmente perso per i Bizantini, dacchè Liutprando si ritirava da Roma e rinunciava all’unità d’Italia. Eutichio visse da allora in poi della carità dei Longobardi, e se le fonti contemporanee lo dicono ancora esarca, il titolo d’onore è già abusivo, mentre di fatto egli dipendeva come un vassallo della corona longobardica.

 

 

Il libro dei Papi narra quanto segue: “Poco tempo prima della sua morte – 743 – re Liutprando decise di togliere all’esarca Eutichio anche la città di Ravenna. Quest’ultimo, ridotto alla disperazione, invocò l’aiuto di Zaccaria, il Papa d’allora. Zaccaria non risparmiò viaggi, prima andò a Ravenna, poi al campo di Liutprando presso Pavia; ma con inauditi sforzi riuscì soltanto ad ottenere che il re restituisse ad Eutichio una parte delle città incorporate”.

 

 

Nulla più poteva l’impero bizantino contro le forze prepotenti dei Longobardi, che disponevano già a loro capriccio dell’Esarcato; e l’imperatore di Costantinopoli non era nemmeno in grado di vendicarsi dell’eunuco Eutichio, che l’aveva tradito.

 

 

D’altronde i Bizantini misero in opera ogni mezzo per punire Orso e per mantenere in fedeltà le isole venete; e di ciò vennero a capo, sia perché potevano ancora disporre d’una forza navale, sia, e più assai, perché i Veneti (cioè i lagunari, n.d.c.) – popolo che viveva di commercio – non reputavano ben fatto l’inimicarsi coll’impero orientale, da cui traevano lauti guadagni.

 

 

Ed ora è tempo di lasciare un’altra volta la parola a Dandolo:

 

“Orso, dopo aver governato il Dogado per undici anni, fu ucciso nel 737, in seguito ad una guerra civile scoppiata fra i Veneti. Ora, non potendo questi mettersi d’accordo sulla scelta d’un nuovo Doge, conclusero d’istituire un capo supremo da rinnovarsi ogni anno. Esso ebbe il nome di Magister militum. Tale dignità è in vero superiore al tribunato, secondo l’uso greco, e il nuovo Magister militum dominava su tutto il popolo”. Un Magister militum assumeva dunque, secondo le usanze greche, il governo delle isole venete.

 

 

Quand’anche non sapessimo dalle altre fonti che l’ufficio in questione era una istituzione bizantina, basterebbero le parole di Dandolo a provarcelo. Questo è certo: il duce Orso cadde vittima delle vendette bizantine. L’imperatore di Costantinopoli, per assicurarsi la sovranità nelle lagune venete ai tempi difficili che correvano, dacchè Orso era stato tolto di mezzo per l’ordita fazione, abolì la magistratura civile del doge, e vi sostituì una reggenza completamente militare. Così resta pure confermata e posta fuor di dubbio, per quanto accadde nella Venezia marittima, la spiegazione più sopra data sulla connessione dei casi di Lombardia, di Ravenna e di Roma. Essa non si appoggia più a ipotesi, ma è reale verità.

 

 

Da un altro lato ancora resta confermata una tale spiegazione. Colla morte d’Orso non erano caduti gli sforzi, a cui egli aveva mirato nelle sue azioni. Da quel momento sorse nelle isole venete un partito, che lavorava incessantemente a scuotere il giogo della sovranità greca, seguendo l’esempio dato dall’ultimo Doge.

 

 

Questo partito si potrebbe definire nazionale, se le sue mire non tanto fossero state dirette all’esaltamento di una dinastia indigena quanto all’indipendenza del paese. Del resto i Bizantini vittoriosi non si accontentarono dell’assassinio di Orso; la persecuzione colpì pure la sua famiglia. Diodato, figlio di Orso, dovette andarsene in esilio.

 

 

Per cinque anni (dal 737 al 742) durò il governo dei Magistri militum, ossia dei capitani militari imposti dalla corte imperiale di Costantinopoli. Il primo aveva nome Domenico Leo; resse fino al 738. A lui succedeva Felice Cornicula. “Questi” dice Dandolo “fu un uomo inclinato alla pace, e cercò di riconciliare i Veneziani faziosi; richiamò pure in patria il figlio di Orso, Diodato, mandato in bando dagli assassini del padre suo”.

 

 

E’ cosa chiara: il partito di Orso sollevava di nuovo il capo e si ricostituiva prontamente.

 

 

Dandolo continua: “ Dopo Felice Cornicula, fu fatto Magistermilitum Diodato, nell’anno 739; poiché i Veneti procurarono con ogni sforzo di far dimenticare il torto fatto al padre, accordando favore al figlio. In alcuni manoscritti trovo che Diodato fu capitano militare non per un anno, ma per due; sembra adunque che gli sia stata prorogata l’autorità”.

 

 

Risulta evidente che Dandolo attinse ad antichi registri delle autorità venete.

 

 

Ne seguì perciò una reazione del partito bizantino: “nell’anno 740, dopo Diodato fu proclamato Magistermilitum Gioviano; il quale, godendo di gran favore presso l’imperatore, ne ebbe il titolo di “Hypatusimperialis”.”

 

 

Chi era dunque questo imperatore, che faceva bello il nuovo capitano militare di quella pomposa vanità? Non altri che l’imperatore di Costantinopoli, giacchè nell’universo mondo d’allora altro imperatore non esisteva. Inoltre, Hypatus è la traduzione, e nulla più, della parola latina Consul. Dappertutto, ove dominavano i Bizantini in Italia, appaiono Magistri militum, Hypati, Sebasti, Protosebasti ed altri simili titoli.

 

 

Dandolo narra in seguito:

 

“Gioviano tenne la sede ducale per un anno; poi gli seguì nel 741 Giovanni col soprannome di Febriciacus – che cioè soffriva la febbre. Ma non era ancora trascorso l’anno suo, che i Veneti destituirono Giovanni e gli strapparono gli occhi. Ora nell’anno 742 fu nominato ancora Diodato, ma non più a Magister militum, bensì a Doge; poiché i Veneti s’erano persuasi che l’autorità suprema mutabile d’anno in anno non tornava utile al benessere del paese.Diodato non fissò più la sua residenza in Eraclea, e invece la trasportò a Malamocco”.

 

 

Cinque Magistri militum, Domenico Leo, Felice Cornicula, Diodato, Gioviano e Giovanni, si sono dunque avvicendati fra l’anno 737 ed il 742. Siccome però l’ultimo di questi non resse un intero anno, ma probabilmente alcuni mesi soltanto, così Diodato dev’essere stato Magister militum ben più di un anno, non mai due anni interi. Secondo ogni apparenza, egli assunse il governo in luogo dell’accecato Giovanni fino al termine dell’anno; poi fece sì che si restituisse il ducato in suo favore. Dunque la sopraccitata osservazione di Dandolo è giusta.

 

 

“Diodato, figlio di Orso” prosegue Dandolo “sostenne per tredici anni, dal 742 al 755, la dignità ducale. Ma quando egli ebbe eretto un forte castello alle foci del Brenta – al quale il cronista Giovanni dà il nome di Brondolo – un nemico, detto Galla, gli strappò gli occhi ed usurpò alla fine il ducato nel 755. Pure non riuscì a quest’ultimo di coprire l’agognata dignità che per un anno e due mesi. Decorso questo tempo, i Veneti si sollevarono contro di lui, e gli apprestarono la stessa sorte, ch’egli aveva procurata al suo predecessore: Galla fu accecato e deposto. Ora nell’anno 756 salì alla sedia ducale Domenico Monegario, nativo di Malamocco, e prese residenza nell’isola suddetta, come i suoi due ultimi predecessori”.

 

 

Tuttavia non gli fu concesso governare da solo, ma gli furono posti a lato due tribuni. Domenico Monegario fu Doge per otto anni fino al 764; scoppiò allora una congiura, in seguito alla quale egli fu accecato e deposto.