GFRORER: LA STORIA DI VENEZIA DALLA SUA FONDAZIONE ALL’ANNO 1084

 

 

 

I. – I primordi di Venezia.

 

 

 

Un ponte che si slanci dall’Occidente in Oriente dà un’idea dello stato libero di Venezia, unico nel suo genere, inquantochè il dispotismo assoluto e codardo dei Bizantini, spinto dalla necessità del fato, adoperò immensi sforzi per stabilire nelle lagune dell’Adriatico un comune, la cui libertà durò poi ben lungo tempo, e che sorpassò tutti gli altri stati medioevali in potenza marittima, in commercio, in ricchezze ed in penetrazione d’ingegno.

 

 

Dagli antichi Romani era detto Veneto il paese, che giace dall’un verso tra il fiume Adige ed il Timavo (il quale per breve corso si gitta in mare ad oriente di Aquileia), e che dall’altro va dalle coste settentrionali del golfo Adriatico alle Alpi oggi dette Tirolesi e Carintie.

 

 

Esistevano in esso grandi e rinomate città: Padova, luogo nativo dello storico romano Tito Livio; poi, sulla via da Padova ad Aquileia, Altino, importante centro commerciale, sulle cui rovine si trova oggi un villaggio detto pure Altino; finalmente Aquileia, che fu in tempi più remoti sede di re e di imperatori.

 

 

Dei luoghi minori vogliono essere ricordati in ordine e direzione da sud a nord: Ateste, ossia Este, in tempi più recenti culla della celebre famiglia dello stesso nome; Mons Silicis, Monselice, nominata con altri luoghi negli atti di donazione alla chiesa di Roma; poi Concordia, Treviso, Vicenza, Oderzo (Opitergium), Belluno, Ceneda, Acilium ora Sacile.

 

 

Le isole di Venezia erano già ben note agli antichi. Plinio nella sua Storia Naturale parla dei Septem Mariae, dei sette mari, con che accenna alle lagune; oltre a ciò viene ricordato il porto di Edrone, situato in un’isola, l’attuale Chioggia.

 

 

Il Veneto è ed era abbondantemente fornito d’acque per una serie di fiumi che, decorrendo dalle Alpi del nord, si gettano nell’Adriatico, la maggior parte dopo un breve corso. Che se si comincia dal nord-est, va nominato il già surriferito Timavus, Timavo, il Tagliamento, la Livenza, il Piave, il Silis oggidì Sile, che sboccava poco lungi da Altino, il Brenta con le sue ramificazioni, dette anticamente Medoacus major et minor; in fine l’Adige. Tutti questi fiumi al termine del loro corso formano dei delta, che produssero una lunga serie di isole, cominciando al nord con Grado e andando verso sud-ovest fino a Chioggia.

 

 

Le denominazioni romane di quell’età mantennero il loro significato, peraltro fino ad un certo punto, anche nei primi tempi del Medio Evo. Paolo Longobardo annota quali terre venete, Vicenza, padova, Monselice, Verona; città, che i Romani facevano appartenere alla Gallia Transpadana; ed aggiunge essere stata Aquileia città capitale del paese.

 

 

Pure egli stesso ci fa comprendere che, ai suoi tempi, vale a dire verso la fine dell’ottavo secolo, Venezia erano dette collettivamente di preferenza le isole sorte sui delta dei soprannominati fiumi.

 

 

Che così fosse e perché, sarà posto in chiaro più innanzi. Ai tempi dell’antico dominio romano, queste isole non ebbero alcuna politica importanza; erano note bensì quali porti delle maggiori città del Veneto, di Padova, di Altino, di Aquileia; ma fu soltanto nel sesto secolo della nostra era, o fors’anche due generazioni prima, che mutarono ivi le cose.

 

 

Verso il 450 l’angelo della distruzione, nelle vesti di Attila e dei suoi Unni, calò sul veneto paese. La cosiddetta Historia Miscella, opera dei tempi di Carlo Magno, narra come Attila irrompendo in Italia abbia dopo lungo assedio debellata ed abbruciata Aquileia, e poi avendo distrutte altre città del Veneto, Concordia, Altino, Padova, Vicenza, tutte le abbia rase al suolo.

 

 

Ora dei ragguardevoli scrittori del secolo decimo quarto ed, a parer mio, per primo Dandolo, il glorioso cronista della sua patria, sostengono che, all’appressarsi del torrente degli Unni, molti abitanti delle venete terre siano fuggiti nelle isole vicine (che Attila non potè immediatamente occupare perché privo di navi); e che essi abbiano così dato origine in quei luoghi alla futura Venezia nuova.

 

 

Non m’è noto alcun documento antico, che convalidi questa asserzione. Volentieri voglio credere che, ad ogni modo, molti abitatori delle campagne del territorio litorale cercassero la loro salvezza nelle isole, e che colà rafforzassero la già esistente popolazione composta di marinai e di pescatori; dubito però assai che i ricchi di terraferma, nobili, possidenti, o gran commercianti che fossero, si siano decisi a ciò in gran numero, poiché il silenzio delle più antiche fonti attesta il contrario, e poi anche, a mio credere, lo provano le posteriori circostanze di fatto.

 

 

Poiché al momento, in cui sorge per la prima volta dal mare Venezia, vi appare una schiatta di uomini di mare, massiccia, fiorente, infaticabile, né si mostra punto alcun indizio dei rimasugli di una civiltà corrotta e cadente.

 

 

Dal 493 al 526 fu signore d’Italia Teodorico re degli Ostrogoti, al quale la tradizione popolare di Germania dà il nome di Teodorico von Bern (Verona). Fu suo cancelliere il gran romano Cassiodoro, la cui raccolta di lettere ci lasciò un vero tesoro per la storia dei primi tempi del Medio Evo.

 

 

La ventiquattresima lettera del dodicesimo libro è diretta ai tribuni delle isole delle lagune venete e si esprime precisamente così: “Abbiamo ordinato che si trasporti a Ravenna dall’Istria del vino e dell’olio, essendovi riuscito benissimo il raccolto di questi due prodotti nel decorso anno. Voi possedete navigli a sufficienza; per ciò noi vi preghiamo di voler trasportare con la solita devozione queste provvigioni, poiché l’ordinazione non basta, ma è anche necessaria una pronta spedizione”.

 

 

“L’effettuare tale cosa in sì ristretto spazio costerà ben poca fatica a voi, che veleggiate spesso per immensi mari, a voi che siete nati marinai, che dovete tenere la via delle acque per passare nel vostro luogo natale dall’una all’altra casa. Che se talvolta le tempeste vi impediscono di alrgarvi in alto mare, un’altra via vi si apre ancora ed è pienamente sicura; voglio dire quella dei fiumi, su cui le vostre barche, protette e salve dai venti e dalle intemperie, si inoltrano fra le terre, sicchè vedendole da lontano si sarebbe indotti a credere che fosse pianura anche là dove voi correte”.

 

“E le vostre barchette non temono i venti; sicure raggiungono terra e mai non naufragano, perché la spiaggia è vicina. A tal sorta di trasporto vi serve la corda alzaia, che la vostra gente di mare adopera in luogo di vela; ed il marinaio procedendo a piedi muove il pesante carico riposto nel naviglio”.

“Mi fa veramente piacere”, continua Cassiodoro, “il ricordare qui ciò che io vidi con i miei propri occhi della patria vostra…”.[…]

 

 

Qual vivace quadro della culla di Venezia ci spiega qui lo scritto dell’uomo di Stato! La splendida nobiltà, che un dì popolava le grandi città del Veneto, Padova, Altino, Aquileia, è ormai perita, l’ha quasi strappata e trascinata seco il torrente degli Unni; ma in sulla marina, sparsa qua e là in lunghe zone, rinasce una nuova comunità di robusti, di attivi e parchi marinai.

 

 

Cassiodoro dirige la sua lettera ai tribuni; e ve ne sono parecchi, anzi senza dubbio precisamente tanti, quante erano allora le isole maggiori nella marina veneta. Essi devono essere stati in lega fra loro, mediante un vincolo comune qualsiasi, chè altrimenti Cassiodoro non avrebbe mai scritto a tutti collettivamente; vi sarà stata dunque una qualche istituzione somigliante ad un consiglio superiore, ad una magistratura federale. Ma una ricerca ulteriore, che da sé si presenta, non può essere risolta dalle parole di Cassiodoro.

 

 

I nuovi Veneti erano o non erano sudditi di Teodorico re degli Ostrogoti? Il cancelliere parla bensì di devozione dei tribuni e delle loro comunità; il che sembra alludere a dominio come il servizio stesso, ch’egli richiede dai medesimi. Ma d’altra parte egli tiene un linguaggio così obbligante e lusinghiero, che i ministri, i governatori, non usano adoperare verso chi deve obbedire. Questo punto mi pare decisivo; vi devono essere state relazioni speciali fra la corte di Ravenna ed il popolo marinaio di quelle isole.

 

 

Né alcun altro scritto della raccolta del cancelliere ne dà alcuno schiarimento che sia soddisfacente. Vi sono ricordati dei funzionari, che riscuotevano certe imposte di prodotti naturali, quali il vino, il frumento, l’olio, il bestiame da macello, il pesce; e si dicevano Canonicarii.

 

 

Anche la Venezia aveva il suo Canonicario. Cassiodoro ordina a costui di fare incetta, pagando, del coswì detto vino di paglia, che si prepara verso Natale, e di spedirlo alla mensa reale in Ravenna. Ma questo ufficiale non era preposto anche ai paesi della marina, e funzionava invece sull’antico territorio veneto; infatti egli ricevette l’ordine di provvedere quel vino nei dintorni di Verona.

 

 

Il Veneto di terraferma stava senza dubbio in potere dei Goti; poiché in un terzo scritto Cassiodoro ordina all’ufficiale superiore delle finanze del luogo, di sospendere certe amministrazioni di vino e di frumento, che erano prescritte per i bisogni dell’esercito dei Goti nelle divisioni territoriali di Concordia, Aquileia e Friuli; e ciò per la mala riuscita dell’ultimo raccolto.

 

 

Il dominio degli Ostrogoti, come risulta chiaramente dalle lettere del Cancelliere, si estendeva sulla Sicilia, sulla Dalmazia, sull’Istria, nel Norico e nella Gallia meridionale. Il comune degli isolani veneti, per sé ancora insignificante, circondato da vicini tutti dipendenti, non poteva certamente affrontare il potente regno dei Goti.

 

 

D’altronde però Cassiodoro e il suo re si accontentavano, a parer mio, di quanto i tribuni delle isole volevano prestare spontaneamente, né provocarono mai alcuna precisa delimitazione dei diritti sovrani e dei doveri dei sudditi.

 

 

Parlando Cassiodoro dei remoti spazi che gli abitatori delle lagune traversavano sui loro navigli, ne consegue che si debba ammettere indubbiamente la piena loro conoscenza della via per l’Africa e la Spagna, come di quella a sud-est od est per Alessandria d’Egitto, per Antiochia e la Siria, e sopra tutto per la capitale dell’impero sul Bosforo, sede del dominatore d’Oriente.

 

 

Ora, se Teodorico avesse trattato il popolo delle isole venete alla stessa stregua che adoperava con gli italiani del continente, ciò l’avrebbe facilmente trascinato con la nuova Roma a rotture, alle quali l’Ostrogoto seppe abilmente sfuggire.

 

 

Lo scritto di Cassiodoro ai tribuni delle lagune venete deve appartenere all’anno 520 circa. Ed ora m’incombe l’obbligo di narrare come vi andassero le cose più tardi, dai quindici ai trenta anni dopo.

 

 

Il progetto ideato da Giustiniano, imperatore d’Oriente, di riunire ancora una volta l’antico impero romano, e di rovesciare gli stati germanici sorti sulle fondamenta latine, era già entrato in piena esecuzione; conquistata l’Africa, annientato il regno dei Vandali, iniziata la guerra contro i Visigoti, stanziati sulle coste meridionali della Spagna; Belisario, generale di Giustiniano, aveva ormai più volte colpito gli Ostrogoti d’Italia e i loro re, successori di Teodorico; e in particolare poi, a quanto narra il bizantino Procopio, aveva ridotte in suo potere nel 539 Ravenna, Treviso e molti altri luoghi forti del Veneto.

 

 

La stessa sorte deve aver subito anche la nuova Venezia; poiché, irrompendo poco dopo in Italia un esercito di Franchi disposti a profittarte degli imbarazzi degli Ostrogoti duramente oppressi dai Bizantini, riuscì a questi nuovi stranieri di occupare buona parte del Veneto; ma la costa con le isole rimase ai Greci fino a quando sopraggiunse il successore di Belisario.