L'alleanza veneto-serba nel secolo XIV

 

Di Gregorio Novak

 

 

[…] E’ interessante vedere come sei secoli fa, nel periodo della sua maggiore estensione, la vecchia Serbia stringesse un’alleanza politica e militare con Venezia.

 

Quest’alleanza di sei secoli addietro fu da molti erroneamente compresa e il gran Duschano fu chiamato diplomatico inabile riguardo a Venezia, giust’appunto perché non si studiarono tutte le circostanze, che diedero impulso alla sua politica verso l’impero orientale e verso la repubblica veneta.

 

Io mi propongo invece di mostrare nella sua vera luce l’alleanza del secolo XIV e di determinare le vere basi dell’attività politica e diplomatica dell’Imperatore Duschano.

 

Stefano Duschano è la figura più imponente della storia slava, grande come uomo politico, come guerriero e legisla­tore.

 

Come erede del trono si dimostrò guerriero abilissimo nella battaglia di Velbusd (1330), nella quale si decisero le sorti della vallata del Vardar e della Macedonia.

 

La Serbia fu la vincitrice e la Bulgaria la vinta. Diventato re di Rascia (Serbia) nel 1331, sposava nell’anno seguente (1332) la sorella dello czar bulgaro Giovanni Alessandro e poneva le basi di un’amicizia, che lo assi­curava da ogni assalto da parte dalla Bulgaria.

 

 

I confini dello stato serbo verso l’impero bizantino, nel quale regnava l’imperatore Andronico III, uomo abile ed energico, comin­ciavano al sud di Alessio sull’Adriatico, abbracciando parti del Pilot, Debra, e Polog, le città di Ricevo, Veles, Prossek, Stip, e finivano al sud di Velbusd (Kustendil).

 

 

La guerra mossa da Duschano all’impero, nel 1334, finiva in pochi mesi, dopo la conquista da parte dei Serbi di alcune città bizantine, colla pace, nella quale l’impero cedeva a Duschano le città di Strumitza e Prilep.

 

 

Nell’anno seguente (1335) l’Angioino Carlo Roberto, re d’Un­gheria, attaccò i paesi serbi del nord, ma costretto da Duschano, dovette ritirarsi oltre la Sava.

 

 

Accerchiato dai nemici, re d’ Ungheria, imperatore bizantino, bano di Bosnia, e ammalatosi nel 1340 quasi senza speranze di guarigione, cercava Duschano una potenza amica, la quale lo potesse aiutare.

 

 

Questa potenza poteva esser solo Venezia, la quale aveva con lui un nemico comune, Carlo Roberto, re d’Ungheria.

 

 

Gli ambasciatori di Duschano arrivarono a Venezia nel giugno del 1340 e presentarono al doge la lettera di Duschano, nella quale egli offriva alla repubblica la propria amicizia e pregava il doge di volerlo accettare come cittadino di Venezia.

 

 

Duschano confessava al doge come fosse accerchiato dai nemici e lo pregava, che, nel caso di bisogno, potesse rifugiarsi a Venezia o nelle città a lei soggette colla sua famiglia, coi suoi tesori e col suo avere.

 

 

In ricompensa di questo privilegio offriva Duschano al doge di mandargli in aiuto, a proprie spese, in qualsiasi momento che il doge lo volesse, cinquecento uomini di cavalleria e, se occorresse, anche nelle parti di Lombardia.

 

 

Egli anzi prometteva se il doge lo desiderasse, di venire in aiuto personalmente col proprio eser­cito. Aggiungeva che, se gli occorresse aiuto di Venezia, egli lo avrebbe domandato come da suoi amici.

 

 

Duschano concedeva ancora ai mercanti veneti il libero passaggio, attraverso i propri territori, per Costantinopoli e lo stato bizantino e si obbligava a risarcir loro i danni, che ricevessero dai suoi sudditi.

 

 

All’ 8 di giugno dello stesso anno rispose il Senato alle domande e proposte di Duschano. Esso accettava cordialmente Duschano come cittadino veneto con tutti quei privilegi, che egli richiedeva.

 

 

La risposta del Senato all’offerta di milizia ed alla domanda di eventuale aiuto è interessantissima e crediamo di doverla ci­tare integralmente: “Sul fatto poi dell’aiuto, che egli (Duschano) ci promette e che egli da noi richiede, gli si risponda, ringra­ziandogli pella sua offerta, che sempre abbiamo avuto una spe­ciale fiducia in lui e per questo in ogni caso, quando ci occorrerà, noi ci rivolgeremo a lui con fiducia e speriamo che lo troveremo sempre pronto per gli interessi nostri. E così pure egli può fare assegnamento su noi perché siamo pronti volentieri tute­lare ogni suo interesse ed utile”.

 

 

Parimenti ringraziava il Senato per l’offerta protezione nei mercanti veneti, la quale accettava gratissimo.

 

 

Al 12 giugno sottoscrisse il doge Bartolomeo Gradenigo il diploma col quale dichiarava il re Duschano i suoi figli ed eredi cittadini veneti.

 

 

L’amicizia veneto-serba, basata su reciproche promesse di aiuto nel caso di bisogno e espressa nella dichiarazione di Duschano a cittadino veneto, corrispondeva non solo agli interessi di Duschano, ma anche a quelli di Venezia.

 

 

L’offerta di Duschano giungeva a Venezia nel tempo più op­portuno. Già dal principio di marzo dell’anno 1340, Venezia, avendo inteso che il re Carlo Roberto si preparava a venire in Croazia e Dalmazia, ed impensierita per i suoi possessi in Dalmazia fomentava i conti croati nel loro intento di opporsi alla sua venuta e nominava al 28 marzo tre provveditori appositi, che mandava in Dalmazia allo scopo di prepararla alla resistenza, nel caso della venuta del re e per mettersi d’accordo coi conti croati.

 

 

Nello stesso tempo si mandavano armi e vettovaglie a Nona e si rac­comandava al conte di quella città che procurasse di fortificarla e munirla meglio che potesse; si dava ordine ai provveditori di Zara e di Arbe, che sollecitamente avvisassero tutto quello che venissero a sapere circa la venuta del re e di tutto quello che di là nasceva, specialmente delle disposizioni dei conti della Schia­vonia (croati), e si invitava il console ed i mercanti veneti a Segna a guardare in tutti i modi possibili “senza badare alle spese” di procurar di sapere le novità circa la venuta del re.

 

 

Si scriveva ai Veneti nella corte del re d’Ungheria che procurassero di sapere, se il re verrà in Dalmazia e la ragione per la quale viene.

 

 

Al 13 di maggio dello stesso anno deliberava il senato di dare ordine al Capitano del Golfo, Pietro Morosini, ed al capitano Andrea Cornaro di mettere le galere da loro comandate a disposizione dei provveditori, mandati in Schiavonia; al 20 dello stesso mese il Senato approvava quello che i provveditori hanno fatto per unire i conti croati nella loro opposizione alla venuta del re in Dal­mazia e dava loro informazioni ulteriori; al primo giugno si dava loro l’ordine di andare a Zara e nelle altre città dalmate, sog­gette a Venezia, per incoraggiarle alla eventuale resistenza e di avvisare quello che venissero a sapere della venuta del re.

 

 

Come vediamo, Venezia, nel momento appunto in cui gli ambasciatori di Duschano si presentavano al Senato, aveva appena stretto un’alleanza contro il re Carlo Roberto, suo nemico.

 

 

L’ami­cizia del più forte principe slavo della penisola balcanica, nemico del suo nemico, era a Venezia in quest’ora d’un’importanza gran­dissima; e perciò il governo veneto la accettava cordialmente e sinceramente.

 

 

È del tutto priva di ogni base l’asserzione che Duschano facesse tutto questo per stringere un’alleanza formale con Venezia e che non vi riuscisse. Se Duschano avesse voluto questo, non avrebbe egli esposto al Senato la sua situazione difficile, sapendo benissimo, che Venezia non si sarebbe fatta alleata formale di un principe, il quale era tanto preoccupato d’un eventuale sconfitta, da cercare di rifugiarsi a Venezia.

 

 

Non regge l’asserzione che Venezia non abbia voluto nella sua risposta neanche toccare le proporzioni politiche di Duschano.

 

 

Noi abbiamo visto che Venezia accettava gratissima la sua of­ferta di aiuto reciproco e crediamo di non sbagliare se asseriamo che questa fu la base dell’amicizia dei due Stati, veneto e serbo, fondata sopra interessi comuni di fronte all’Ungheria.

 

 

Le dichiarazioni reciproche sono chiare senza frasi diplomatiche. Noi le abbiamo citate sopra e non abbiamo nulla da aggiungere.

 

 

È vero che sono soltanto promesse senza vincoli obbligatori; ma è pur vero che i due Stati, quando si trattava dell’Ungheria, erano sinceramente pronti di aiutarsi vicendevolmente.

 

 

La morte dell’imperatore Andronico III (15 giugno 1341) mutò affatto la situazione politica nella penisola balcanica. La politica risoluta dell’imperatore defunto aveva sollevato il presti­gio dell’impero e ristabiliti in molti luoghi i confini. Ma dopo la morte di Andronico si accese una accanita guerra civile, la quale, con interruzioni, durò 14 anni.

 

 

Tutti i principi dei paesi confinanti coll’impero si mossero: Duschano s’inoltrò fino Salonicco, ma ritornò, persuaso al ritorno ed alla pace dal grande drungario Giovanni Galavasso.

 

 

Gio­vanni Cantacuseno, amico e condottiero dell’esercito dell’impera­tore, da principio reggente, fu dichiarato dal partito dell’imperatrice madre Anna di Savoia e del suo cameriere Alessio Apocauco, traditore della patria.

 

 

Si formarono due partiti, e la guerra civile infuriò. Cantacuseno si dichiarò imperatore, (26 ottobre 1341). Costretto dai nemici, Cantacuseno si ritirò nella vallata del Vardar, nel territorio del re serbo.

 

 

Egli fu accolto amichevolmente dal comandante serbo Michele a Prosek, poi dal gran voivoda Oli­vero a Veles, salutato in nome di Duschano dal voivoda Bogdano, fratello di Olivero e accolto con feste da Duschano e dalla regina, nel giugno del 1342 a Prischtina.

 

 

Cantacuseno rimase ospite del re serbo dieci mesi interi. In questo tempo i due principi stu­diarono la situazione, approfondirono la loro amicizia, e fecero un patto d’alleanza, nel quale – secondo Gregoras – stabilirono che nella guerra, la quale avrebbero condotto contro l’imperatrice Anna ed Alessio Apocauco, (i quali regnavano in nome del minorenne Giovanni Paleologo, figlio di Andronico III) ,ognuno di loro avrebbe preso quelle città, le quali si assoggettassero a lui.

 

 

In autunno del 1342 cominciò la guerra. In questa prima fase, nella quale non riuscì a Cantacuseno di prendere Ser, Duschano occupò Voden, Strumitza e Melnik, mentre per Cantacuseno si dichiarò la Tessalia. Neanche nel 1343 Duschano e Cantacuseno non riusci­rono prendere Ser.

 

 

L’imperatrice Anna ed Apocauco tentarono di rompere l’al­leanza di Duschano e Cantacuseno, ma da principio i loro sforzi rimasero senza alcun risultato; Duschano non voleva lasciare l’amico.

 

 

Dopo questo insuccesso diplomatico tentarono Anna ed Apo­cauco di ottenere il proprio intento mediante la repubblica veneta, amica di Duschano.

 

 

Venezia, preoccupata anche essa, della sorte dell’imperatrice, impaurita che la sua sconfitta potesse recare dei danni alla situazione della repubblica in oriente, mandò a Duschano un’ambasciata, collo scopo di distoglierlo da Cantacuseno.

 

 

Duschano, cedendo alquanto alle persuasioni di Venezia e perché era anche malcontento della condotta di Cantacuseno, si conciliò coll’imperatrice e abbandonò Cantacuseno. Suo figlio Urosch fu fidanzato colla sorella del giovine imperatore Giovanni Paleo­logo.

 

 

Duschano, liberatosi dall’alleanza con Cantacuseno, cominciò la guerra di conquista. Già nell’anno 1343 egli s’impossessò, di Croia, nel 1345 occupò Belgrado d’Albania, Valona e Costur in Macedonia. In ottobre del 1345 gli si rese la città di Ser, la chiave di Salo­nicco e Costantinopoli. I Serbi presero allora Drama, Filippi e Crisopoli.

 

 

Queste vittorie, facili e preste, incoraggiarono Duschano ed egli decise d’assoggettare tutto l’impero di Romania. Gli istinti imperialistici si svilupparono nel suo cuore più che mai, la de­bolezza e le discordie nell’impero costantinopolitano istigavano le sue velleità di essere il successore degl’imperatori bizantini.

 

 

Subito dopo la presa di Ser, Duschano si sottoscrisse “re ed autocrata di Serbia e Romania” e nella lettera, che scrisse da Ser al doge di Venezia, ai 15 d’ottobre dello stesso anno, chiama se stesso “Stephanus Dei gratia Servie, Dioclie, Chilminie, Zente, Albanie: et maritime regionis l’ex, nec non Bulgarie imperii non modice particeps et fere totius imperii Romanie dominus”.

 

 

Nello stesso anno acconsentirono i Serbi che Duschano si proclamasse imperatore (czar) ed egli prese il titolo ufficiale “imperator Rasciae et Romaniae”, imperatore di Serbia (Rascia) e Romania.

 

 

Nel principio del 1346 mandò Duschano un’ambasciata a Venezia, la quale avvisava il doge della sua prossima incorona­zione e gli offriva l’alleanza per la presa di Costantinopoli. Il senato veneto si congratulò con Duschano, ma non accettò l’al­leanza offertagli.

 

 

Alcuni storici si limitano a dar notizia di questo fatto non curandosi delle ragioni per le quali Venezia respinse l’offerta del­l’imperatore serbo. Altri poi ascrivono questa offerta di Duschano alla sua inabilità politica e diplomatica. Noi invece crediamo che questa sia stata una cosa non solo di grande, ma di decisiva importanza.

 

 

Una breve analisi della situazione politica d’allora, il corso dei fatti, e la corrispondenza veneto-serba, ci mostreranno che la nostra tesi è corretta.

 

 

La situazione politica nell’impero costantinopolitano fu più che mai adatta alle mire di Duschano ed egli poteva sperare che con un’azione un po’ più viva, con una più grande largizione di danaro ai capipartiti nelle città greche e con una più viva agitazione in queste città, sarebbe riuscito nell’impresa.

 

 

I principali stati confinanti di Duschano furono, oltre la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria, la Bosnia e Venezia. Ma quando si trattava di Costantinopoli, si toccavano gli interessi vitali non solo di questi stati, ma di molti altri, in prima linea di Genova.

 

 

Coll’Ungheria Duschano viveva in una lotta continua. Già al tempo di Carlo I d’Angiò l’Ungheria mostrò di voler infiltrarsi nella penisola balcanica.

 

 

Nel 1319 Carlo I occupò Macva; ma quando nel 1335 occupava nuovi territori al sud del Danubio e s’inoltrava fino a Zica, Duschano lo respinse e lo costrinse a sgomberare tutto il territorio al sud della Sava.

 

 

II nuovo re d’Ungheria, Lodovico I Angioino (dal giugno 1342) occupò di nuovo Macva e Belgrado, e si preparava ad attaccare le città dalmate, che erano in possesso veneto.

 

 

Dietro queste città e attorno a loro c’erano le terre e castelli dei conti croati e del bano di Bosnia, i quali tutti avevano, durante il governo del re Carlo I, acquistato un’indipendenza quasi completa.

 

 

Venezia li aiutava in questa loro indipendenza riguardo a re Carlo I Angioino, lavorando con sì perfetta diplo­mazia, che già in luglio del 1343 fu messa la base per un’al­leanza fra il bano bosniaco ed i conti croati contro Lodovico, alla quale alleanza doveva aderire il re serbo “se volesse”.

 

 

Ve­nezia non voleva entrarvi ufficialmente, ma permise segretamente alle proprie città dalmate d’aderirvi.

 

 

La politica veneta contro gli Angioini era causata dalle cir­costanze politiche dell’Adriatico. Durante il debole governo del re Ladislao III d’Ungheria (1272-1290), Carlo I, re di Napoli, esercitava sulle città dalmate, lasciate a se stesse, una specie di protettorato, il quale, ancora nell’anno 1258, durante il governo di Bela IV d’Ungheria, aveva assunto il protettorato sul mona­stero dei Benedettini nell’isola di Busi, la quale apparteneva alla giurisdizione del conte di Lesina.

 

 

Egli si alleò con gli Spa­latini per una guerra contro gli Almissani, molto prima che nella battaglia di Benevento conquistasse lo stato di Manfredi.

 

 

Governa­tore di Toscana, senatore di Roma, re di Napoli e Sicilia, Carlo bramava ancora più grandi glorie: davanti gli occhi gli brillavano Costantinopoli e Gerusalemme.

 

 

Crudele, vendicativo e furbo, basò sul sangue il suo governo e bramava la meta prefissasi. L’impe­ratore latino, Balduino II, gli diede la supremazia d’Acaia ed un terzo delle conquiste future, che poteva scegliere in Albania od in Serbia.

 

 

Nel 1272 Carlo occupò Durazzo e Belgrado d’Albania, e poco dopo Valona, Croia ed altre fortezze. Da questi punti egli procurava di aggruppare tutti quelli, che erano nemici del Michele Paleologo.

 

 

Così egli venne in contatto diplomatico col re serbo Urosch.

 

 

Per resistere alle macchinazioni di Carlo, l’astuto Pa­leologo decise di guadagnare la benevolenza della curia papale. A tale scopo egli voleva effettuare l’unione della chiesa orientale alla romana. Ma il gioco di Michele, per quanto astuto, non riuscì.

 

 

A Roma s’accorsero presto delle sue vere intenzioni, e Mar­tino IV, papa, troncò le inutili trattative e gettò l’anatema sul­l’imperatore bizantino.

 

 

Al 3 luglio 1281 Carlo strinse in Orvieto un’alleanza per la restaurazione dell’impero latino, nella quale entrarono Venezia ed il papa. Ma, quando si preparava all’attacco di Costantinopoli, il vespero siciliano gli guastò il piano.

 

 

Visto tutto ciò, crediamo di non esagerare affermando che Carlo (d'Angiò) s’immischiò nelle cose dalmate, volendo far suo tutto l’Adria­tico.

 

 

A questo scopo scrisse al conte di Veglia, Pietro; strinse l’alleanza, con gli Spalatini, condusse la guerra contro gli Almis­sani.

 

 

L’aggiunta al giuramento, col quale gli Spalatini s’obbligano d’aiutare re Carlo in questa guerra, condurla assieme con lui, e fare la pace, “mantenendo la fede al re d’Ungheria, nostro si­gnore” è una semplice formula, la quale in questi tempi di debolezza del regno d’Ungheria non significava quasi nulla.

 

 

In settembre dell’anno 1274 concludeva re Carlo un’alleanza formale con gli Spalatini e Sebenzani per la guerra contro gli Almissani.

 

 

In questa sfera d’interessi di Carlo in Dalmazia furono comprese anche Traù e Lesina, così che l’influenza di Carlo in Dalmazia era grandissima e l’autorità del re d’Ungheria esisteva solo di nome.

 

 

Al principio del secolo XIV gli Angioini possedevano non solo il regno di Napoli, ma erano pure re d’Ungheria, la quale allora possedeva quasi tutta la Dalmazia.

 

 

Signori così di gran parte delle due rive meridionali dell’Adriatico, di tutta l’Italia meridionale, d’Ungheria, Croazia, Bosnia e Durazzo, essi avevano tutte le basi per diventare padroni di tutto l’Adriatico, e di far Venezia dipendente dal proprio volere.

 

 

Ed è per questo che Venezia prese, nella prima metà del secolo XIV, nelle proprie mani la politica di tutti quegli stati vassalli i quali erano in con­tatto coll’Ungheria.

 

 

In questo riguardo Venezia era guidata da un duplice interesse: in prima linea di mantenere il proprio dominio sulla sponda orientale dell’Adriatico, in seconda linea, pure di egual importanza, di non permettere che il suo dominio dell’Adriatico venisse minacciato dalla dinastia Angioina, la quale proprio allora era padrona di terre su ambo le parti dell’Adriatico, padrona dei regni d’Ungheria e di Napoli, ed aveva nei suoi titoli le pretese al trono di Costantinopoli.

 

 

Con riguardo a tale situazione sui mari del Golfo e dello Jonio, Venezia guardava di buon occhio l’opposizione dei conti croati e bosniaci al loro re Angioino Carlo Roberto; essa li aiutava in un modo speciale, tutto conforme alla sua astuta politica internazionale.

 

 

Noi sappiamo, che essa da lunghi anni aveva tutti questi conti nelle sue reti diplomatiche e che riuscì ad impedire che Carlo tentasse mai l’impresa che essa tanto temeva e che, se gli fosse riuscita, avrebbe condotto al crollo completo di quel mae­stoso edificio, così genialmente costruito dal più grande dei dogi, Enrico Dandolo.

 

 

Essa fece di tutto perché si creasse l’alleanza contro Carlo Roberto e maneggiò così bene, che in tale alleanza entrarono tutti i suoi nemici e che tutti avessero il loro utile, mentre l’utile maggiore l’avrebbe ritratto essa stessa.

 

 

Fatto sta che essa riuscì ad ottenere che Carlo Roberto in tutto il periodo di 40 anni del suo regno non le fosse mai pericoloso, intento a sbrigarsela con tanti nemici in casa propria.

 

 

A causa di questa sua politica antiangioina voleva essa vi­vere in buona armonia e amicizia coi re serbi, tanto più che giust’appunto i re serbi erano i nemici più acerrimi della poli­tica imperialistica dell’Ungheria.

 

 

Carlo Roberto non seguiva i passi del suo grande avo Carlo I, re di Napoli, il quale era divenuto il vero duce delle città dalmate, quando egli meditava d’assalire l’impero di Costantinopoli e di ripristinare l’impero latino alle sponde del Bosforo.

 

 

Qui si devono cercare le ragioni per le quali il doge Bar­tolomeo Gradenigo accettò cordialmente l’imperatore Duschano quale cittadino veneto, giusto allora, quando l’imperatore Andro­nico penetrava vittorioso nella penisola e Duschano voleva as­sicurarsi a tempo contro ogni eventualità e trovare ospitalità a Venezia.

 

 

Al 12 di giugno sottoscrisse il doge Bartolomeo Gradenigo il diploma nel quale si diceva: “Abbiamo ricevuto e riceviamo il signor re coi suoi figliuoli e successori fra gli onorevoli cittadini nostri e li abbiamo fatto e li facciamo veneti e cittadini nostri, a Venezia e ovunque ... e abbiamo fer­mamente stabilito che godano tutte le libertà, benefizii, onori e immunità, quali gli altri nobili cittadini veneti e le godano e si servano di loro pienamente a Venezia ed altrove”.

 

 

A conservare quest’amicizia, manifestata in modo così evidente, si curavano sia Duschano che Venezia. Le due parti sapevano anche accomodare energicamente le discordie, che nascevano fra i loro sudditi.

 

 

Il senato permetteva a Duschano di esportare armi da Venezia. Quando Venezia creò la coalizione dei conti croati e del bano di Bosnia contro il nuovo re d’Ungheria, essa procurò che anche Duschano ne facesse parte.

 

 

Quando dunque Duschano occupò Ser e decise d’effettuare il suo sogno di conquista dell’impero costantinopolitano e di Costantinopoli stessa, egli agì correttamente in linea politico-diplomatica cercando l’alleato lì, dove già da prima lo aveva cercato per altre mire e per altri scopi.

 

 

Duschano non agiva con troppa fretta, egli voleva preparare il governo veneto, sapendo benissimo che l’im­mediato invito ad un sì grande piano potrebbe produrre una cattiva disposizione presso le autorità della Repubblica.

 

 

Per questa ragione egli decise già al 15 d’ottobre di fare un altro tentativo, che poteva benissimo lasciare per più tardi, ma che gli serviva per incominciare il suo piano diplomatico.

 

 

Nella lettera, nella quale egli propone al governo veneto, che si prolunghi il trattato fra Venezia e Cattaro ancora per due anni, Duschano chiama se stesso: “Stepanus Dei gratia Servie, Dioclie, Chilminie, Zente, Albaniae et marittime regionis rex nec non Bulgariae imperii non modice particeps, et fere totius imperii Romanie dominus”.

 

 

Questo titolo, ora per la prima volta preso da Duschano, aveva un grande significato e nella lingua diplomatica di quel tempo mostrava le pretese del re serbo.

 

 

A Duschano però questo non bastava. Egli cercava l’occasione di fare qualche cosa di più per attirarsi maggiormente l’amicizia del governo veneto. Una bellissima occasione gli si offrì presto.

 

 

Zara si ribellava giust’allora ancora una volta contro Venezia e si proclamava per il re d’Ungheria, Lodovico Angioino.

 

 

Du­schano colse l’occasione e scrisse al governo veneto manifestando il proprio stupore, che il detto governo non gli avesse partecipato questo avvenimento, che lo interessava, “perché vogliamo e de­sideriamo il vostro onore ed il vostro progresso”. “Se occorre vi mandiamo una parte del nostro esercito, oppure un intero esercito, non esitate a scriverci, perché troverete la Maestà Nostra al vostro desiderio prontissima”.

 

 

Duschano voleva con questa offerta e con l’effettuazione di essa obbligare il governo veneto ad una ricompensa. Per questo gli offriva spontaneamente, senza che il governo veneto lo domandasse, il proprio esercito per la guerra contro Zara.

 

 

Lo stesso giorno, in cui Duschano faceva questa offerta al governo veneto, il suo cancelliere, Niccolò Bucchia, scriveva al doge di Venezia, partecipandogli come fosse dispiaciuto a Duschano il fatto, che Venezia non gli aveva partecipato la ribellione di Zara, “perché con tutto il cuore egli ama voi ed il vostro bene”.

 

 

Bucchia specificava ancora, come Duschano avesse già preparato 500 dei migliori corazzieri, armati all’usanza germanica, “i quali egli stesso manterrà fino alla fine della guerra, e giornalmente aspetta solo la chiamata del doge per venirgli in soccorso”.

 

 

Quest’offerta del re serbo Venezia respinse gentilmente. Ma noi faremmo un grande sbaglio, se questa cosa prendessimo semplicemente così e se con tutta la possibile cura non esami­nassimo la situazione, la quale indusse Venezia a respingere questa proposta di Duschano.

 

 

Prima di tutto vediamo, come Venezia respinge la proposta di Duschano.

 

 

Il Consiglio dei Pregadi decide ai 22 novembre 1345, così: “Si risponda al signor re di Rascia (Serbia) alla sua lettera dell’onorifica e grandissima offerta, la quale ci fa, che man­derà i suoi uomini al nostro servizio contro Zara, ringra­ziando con quelle belle parole, le quali saranno più adatte per l’onore suo e nostro dichiarando, che e nel caso nominato e nelle altre qualsiasi nostre altre imprese, ci rivolgeremo a lui e che pensiamo di rivolgerci qualvolta ci occorrerà alla Maestà Sua con fiducia speciale, come al serenissimo e distinto amico e carissimo cugino e che questa nostra fiducia ingrandì ancora più tutto il contenuto della sua lettera, colla quale egli obbligò ancora più noi ed il nostro commune di Venezia per le sue mire e per l’ingrandimento della Maestà Sua. Ma, per ora, abbiamo il nostro esercito forte per mare ed in terra contro i nostri Zarattini ribellatisi e speriamo in Dio, che presto saranno castigati come lo hanno meritato causa la loro infedeltà e ri­bellione e presto raggiungeremo il nostro intento per la gloria di Dio, di Lui e di tutti i nostri amici”.

 

 

Se esaminiamo accuratamente questa risposta del governo veneto vediamo chiaramente:

 

 

1) che Venezia non respinse per sempre l’ offerta di Duschano,

2) che Venezia anzi contava molto sull’amicizia del re serbo,

3) che pel momento, dato che que­st’aiuto non le era necessario, non voleva essere obbligata a Duschano, e

4) ciò che non è detto nella risposta veneta, ma che noi vedremo nell’ulteriore trattazione, che Venezia non voleva servirsi dell’aiuto di Duschano in Dalmazia per altre sue giusti­ficatissime ragioni.

 

 

Qual sia stata la ragione principale, per la quale il governo veneto non volle accettare aiuto da Duschano, risulta evidente da altri fatti.

 

 

La ribellione di Zara, aiutata da Lodovico, costava al governo veneto moltissima energia e molto danaro. Venezia fece al 13 Settembre dello stesso anno, a Sebenico, un patto coi conti Paolo e Mladen, i quali promettevano “viriliter dampnificare et offen­dere Jadriatinos in havere et personis per totum, quo guerra durabit ... eosque et eorum quemlibet pro inimicis habere” ... “sibi insuper promiserunt ut supra habere pro inimicis omnes illos, quos dominus dux et commune Venetiarum habebit pro inimicis”.

 

 

Il governo veneto prometteva d’altra parte “quod dominus dux et commune Venetiarum predictos comites Paulum et Maladinum reciperent in sua custodia et prottectione, tam­quam suos cives”.

 

 

Nel caso che il re d’Ungheria o il suo bano attaccasse i loro castelli, s’obbligava il governo veneto ad aiutarli.

 

 

Dunque al governo veneto accorrevano alleati per la guerra contro Zara, ma esso preferiva l’aiuto dei piccoli conti croati e non voleva introdurre in queste parti l’esercito del potente Du­schano.

 

 

L’aiuto di Duschano non gli era urgente, ma gli poteva essere utile nel prossimo avvenire nella gran lotta coll’Ungheria, nella quale venivano in considerazione attacchi e operazioni su ter­ritorii lontani.

 

 

Per questa eventualità il governo veneto doveva rispondere a Duschano molto cautamente. Per questo esso gli rispose, che, se gli occorrerà, si servirà anche questa volta del suo aiuto e che lo farà anche nelle altre occasioni.

 

 

Dunque Duschano raggiunse lo scopo: egli mostrò a Venezia che era pronto ad aiutarla, e Venezia comprese benissimo. Ed era appunto quello che Duschano voleva.

 

 

Noi possiamo già nello stesso giorno, il 22 novembre 1345 vedere come Venezia stimava l’amicizia di Duschano. In questo giorno concedevano “i rogati” a Duschano d’esportare armi da Venezia.

 

 

Ecco il testo della decisione: “Quod desiderantes complacere suae maiestati de facto armo rum contentorum in suis litteris, licenzia extrahendi de parti bus nostris concessimus liberaliter, dispositi cum affectione intima et sincera in hiis et aliis omni­bus quae sunt sui beneplaciti et honoris”.

 

 

Dopo un simile cordiale accetto a Venezia, dopo tali espres­sioni di simpatia, non v’è dubbio, che Duschano poteva essere certo di ottenere aiuto da parte del senato veneto.

 

 

Noi crediamo che Duschano agisse senz’altro in modo corretto e politicamente bene quando, dopo questo, si rivolse a Venezia, chiedendo che lo aiutasse nell’impresa, la quale unica poteva garantire l’esistenza e la forza del nuovo grande stato serbo.

 

 

Se Duschano avesse agito altrimenti, egli avrebbe fatto un grave errore diplomatico, tanto grande da non essere perdonabile, e da caratterizzarlo come cattivo uomo di stato.

 

 

Vediamo cosa egli ora domandava e che cosa Venezia fece in suo confronto.

 

 

Al principio del 1346, Duschano partecipava al senato la sua decisione d’incoronarsi imperatore costantinopolitano.

 

 

Voglio subito mettere in rilievo una circostanza di molta importanza.

 

 

Duschano non partecipa al senato, che s’incoronerà imperatore dei Greci, bensì quale imperatore costantinopolitano.

 

 

Il Governo veneto chiama sempre l’impero di Bisanzio “imperium Romaniae” e qui si dice “ in imperio costantinopolitano” cioè egli si voleva coronare quale imperatore di Costantinopoli; ciò significa che già al principio dell’anno 1346 Duschano voleva incoronarsi come imperatore di Costantinopoli e che il suo titolo "re dei Serbi e dei Greci" non doveva affatto essere uguale a quello di Simeone czar dei Bulgari, perché Duschano non voleva solo esser “imperator dei Greci” ma “imperatore di Costantinopoli” e come tale voleva incoronarsi ancor prima della conquista di Costantinopoli.

 

 

II governo veneto partecipa a Duschano la propria soddisfa­zione per l’aumento della sua gloria e del suo onore, perché egli è buon amico e cugino, partecipa la propria gioia per l’ingrandimento del suo stato, perché sa che gli è caro l’onore e la grandezza di Venezia, come si è accertato dall’offerta fattagli poco tempo avanti di mandare i propri soldati al servizio di Venezia.

 

 

Il governo veneto anzi dichiara che la gloria e l’onore, che Duschano gli partecipa, gli sono molto cari (quae grata sunt multipliciter animis nostris).

 

 

Ma la cosa principale, che Duschano voleva effettuare, era l’alleanza con Venezia “per la conquista dell’impero di Costantinopoli”.

 

 

A questa proposta rispose il governo veneto a Duschano:

 

 

“Il nostro cuore è sempre pronto a qualsiasi desiderio e mira della Maestà Vostra. Ma causa la guerra che ora conduciamo contro Zara e a cagione delle molte cose, che ora opprimono il nostro stato ed infine a cagione dell’armistizio, che vige ora tra lo stato nostro e quello di Costantinopoli, il quale abbiamo confermato con giuramento, e che non sarebbe né giusto, né equo romperlo, senza offendere il nostro onore e la nostra pa­rola presso Dio e presso gli uomini, non possiamo acconsentire a quest’alleanza”.

 

 

Duschano, per rinforzare la sua offerta e per guadagnare il governo veneto, gli offriva pure che un suo ambasciatore andasse a Zara per tentare la riconciliazione di Zara con Venezia.

 

 

Venezia respinse quest’offerta con cortesia, asserendo che gli Zaratini direbbero che Duschano agiva istigato dal governo veneto, e che essi penserebbero, che Venezia, la quale era e voleva essere il loro padrone, cercava invece la loro grazia.

 

 

Uno scrittore russo deduce erroneamente, che se Duschano fosse stato realmente uomo di stato, avrebbe intuito, che erano inutili tutti gli sforzi per una azione comune con Venezia non solo contro Costantinopoli, ma anche in Dalmazia.

 

 

Egli osserva benissimo, che Venezia non voleva accettare l’aiuto dell’impera­tore serbo contro Zara, giusto perché Duschano era amico troppo pericoloso.

 

 

“Se Duschano avesse avuto la visione d’un uomo di stato, che intuisce il corso degli avvenimenti politici, scrive Florinski, egli avrebbe potuto capire le relazioni fra lui e Venezia; ma il nostro conquistatore fantastico non aveva questa importante virtù”.

 

 

Dalle deduzioni nostre ulteriori vedremo che quest’asserzione è falsa.

 

 

Perché Duschano si rivolse a Venezia?

 

 

Duschano per la conquista di Costantinopoli abbisognava in primo luogo di un’armata navale, che egli non aveva. Quest’armata gli potevano fornire in suo aiuto soltanto le due più grandi po­tenze marinare, sempre rivali, Venezia o Genova.

 

 

Dopo la caduta dell’impero latino e la rinnovazione dell’impero bizantino a Costantinopoli coll’aiuto di Genova, era Genova quasi assoluta padrona del commercio del rinnovato impero, il quale, per quanto debole, fu di bel nuovo custode delle chiavi del Mar Nero e del Bosforo.

 

 

Questa preponderanza genovese nelle acque e nelle terre di Costantinopoli non erano affatto gra­dite a Venezia. Oltre ciò i Greci ed i Genovesi facevano tutto il possibile per rendere quanto più difficile la vita alla colonia veneta sul Corno d’oro.

 

 

Il principale mercato e il principale porto d’im­barco e sbarco delle merci erano a Pera, ove era il quartiere ge­novese; ed ove i Genovesi esercitavano il diritto di giurisdizione. Così i Genovesi avevano spesso occasione di mortificare i mercanti veneti e danneggiarli in ogni guisa. Poco a poco si migliorava la situazione dei Veneti a Costantinopoli.

 

 

Nel 1338 i Veneti vinsero i Genovesi davanti a Pera e Cafa. Ma il quartiere genovese di Pera, cinto di mura e d’una cerchia di orti, era sempre più forte di quello dei Veneti. Alla metà del secolo XIV la colonia veneta era a Costantinopoli già abbastanza grande e la sua situazione riguardo l’impero si era di molto migliorata.

 

 

La flotta alleata d’Andronico III, del gran maestro dei Giovan­niti, dei re di Francia e di Cipro, occupò al 28 d’ottobre 1344 Smirne.

 

 

Dunque in quest’epoca ambedue i principali stati marinari, Venezia e Genova, erano in buone relazioni coll’impero bizan­tino.

 

 

Genova voleva mantenersi nella posizione, che aveva goduto fin ora, Venezia invece voleva acquistare nuove concessioni. Ma e l’una e l’altra erano sempre pronte ad aiutare l’impero in una even­tuale guerra contro l’odiata rivale.

 

 

Genova era troppo lontana dallo stato di Duschano, mentre Venezia confinava con esso, vincolata pur con lo stesso per la comune difesa contro gli Angioini d’Ungheria.

 

 

Dunque l’unico Stato dal quale Duschano poteva sperare, che realmente gli potesse prestare aiuto nelle sue mire conquistatrici era Venezia.

 

 

Duschano ha intuito benissimo questa situazione, e hanno quindi torto quegli scrittori, che asseriscono essersi Du­schano, nella sua politica verso Venezia, mostrato incapace come uomo politico.

 

 

Noi sappiamo bene che Duschano, subito dopo la resa di Ser, decise d’impadronirsi di tutto l’impero bizantino e di fare di Costantinopoli la capitale del suo impero. Era dunque necessario e naturale che egli, circondato da tanti e tali nemici, cercasse aiuto ed alleati per una impresa sì grande, tanto più quando si pensi che Duschano non aveva neppure una flotta, senza la quale per certo non si poteva né conquistare Costantinopoli, né, conqui­stata, difenderla e mantenerla.

 

 

È cosa affatto diversa giudicare se fosse politicamente un bene per lo Stato di Duschano la sua decisione di conquistare l’impero e diventare imperatore a Costantinopoli.

 

 

Noi siamo del­l’opinione che anche questa era pienamente una politica corretta in quell’epoca ed in quelle circostanze.

 

 

Non vi è dubbio che lo stato di Duschano era in quell’epoca troppo giovane e poco ordinato e troppo vasto in relazione al suo esercito e all’organizzazione amministrativa e che era pericolosissimo di cominciare altre imprese di stile maggiore.

 

 

Ma non vi è dubbio anche, che ogni imperatore bizantino, fattosi un po’ più forte, impiegherebbe i suoi primi sforzi per togliere a Duschano quelle terre, che Duschano avesse preso allo stato bizantino, tanto più che ben si sapeva, che il nuovo stato serbo non era ancora consolidato.

 

 

Occorreva dunque ora, quando si fosse offerta l’occasione, semplicemente distruggere completa­mente lo stato bizantino ed incorporarlo allo stato serbo, o meglio ripristinare l’antico stato bizantino sulla penisola balcanica, sotto il governo dell’imperatore serbo e dei principi serbi.

 

 

Questo era quello che, Duschano doveva fare.

 

 

E se questo non si poteva o non si voleva attuare, doveva essere evidentissimo ad ogni uomo veramente politico, che lo stato serbo non si sarebbe potuto man­tenere nei confini conquistati da Duschano.

 

 

Duschano, uomo geniale, intuì questo bisogno assoluto e impiegò subito tutte le sue forze per attuarlo. A questo fine gli occorreva Venezia, perché senza di essa o contro il suo vo­lere, egli non poteva attuare il suo sogno.

 

 

E perché Venezia non voleva entrare con Duschano in al­leanza per la conquista di Costantinopoli?

 

 

Il governo veneto si scusava che ciò gli era impossibile causa la guerra contro Zara e perché aveva concluso un armistizio coll’imperatore bizantino.

 

 

Ammettiamo che questo motivo lo po­teva ora scusare, quantunque siamo persuasi che questo motivo, addotto dal governo veneto, non fu il vero movente, ma che sotto questa scusa si celava una cosa di molto più grande por­tata per lo stato veneto, con la quale era connessa anche la guerra per Zara, ma non già in quel senso, col quale si scusava Venezia.

 

 

Ma Duschano questa volta poteva davvero credere al governo ve­neto, che dicesse la verità, perché i motivi addotti realmente esistevano.

 

 

Intanto Duschano s’incoronò a Scopia, al 16 aprile 1346, imperatore dei Serbi e Greci, ma non già imperatore di Costan­tinopoli. Venezia intanto, trionfante non solo contro Zara, ma anche contro Lodovico Angioino, re d’Ungheria (1346), non solo rimase amica di Duschano, ma lo pregò d’interessarsi pure per i suoi ambasciatori e per i suoi affari, quando si trovassero col re d’Un­gheria.

 

 

Gli ambasciatori di Duschano s’interessarono effetti­vamente per gli affari di Venezia, per la qual cosa Venezia assegnò loro un regalo.

 

 

Il governo veneto faceva tutto il possibile per pacificare Duschano col bano di Bosnia, esso permetteva a Duschano l’esportazione delle armi da Venezia, esso si congratulava con Duschano per i nuovi successi contro i Bizantini. Duschano e Venezia approvavano amichevolmente e vicendevolmente i patti fra Venezia e le città marinare sog­gette a Duschano, nella lettera, che Duschano mandava al doge, al 10 d’aprile 1348, nella quale gli prometteva di pro­lungare il patto fra il comune di Venezia e Cattaro.

 

 

Duschano s’intitolava “Stefano per la grazia di Dio imperatore dei Greci” (Stephanus Dei gratia Graecorum imperator).

 

 

Egli accentuava di fare questa cosa volentieri, perché Venezia nell’avvenire sap­pia, che egli le è amico speciale.

 

 

Al 10 d’aprile del 1348 il governo veneto permetteva, che si dessero tre galee completa­mente armate a Duschano “imperatore della Rascia e dei Greci” (imperatori Raxiae et Graecorum) il quale sempre ci si mostrò inclinato e pronto (ad aiutarci), “presa in considerazione la sua grande affezione, la quale sempre ha mantenuto (con piaceri vicendevoli) e se Dio vorrà, mantenirà ed in avanti”.

 

 

Il go­verno veneto dichiarava ed accentuava che lo faceva, “sebbene un simile piacere non usasse far mai a nessuno al mondo, ma sempre era contrario a fare simili cose” (quamvis similem gratiam aliquibus de mundo nunquam consuevimus fare, sed po­tius contradicere).

 

 

Nello stesso anno Duschano s’offriva al governo veneto quale intermediario per la pace fra esso e Lodovico Angioino, la quale esso tanto desiderava e per la quale agiva, indotto da Venezia, il bano di Bosnia.

 

 

Venezia accettava riconoscentissima l’offerta di Duschano e diceva che le piacerebbe molto se gli ambascia­tori di Duschano potessero riuscire nel loro intento.

 

 

Nell’anno 1348 (15 novembre) il governo veneto permetteva a Duschano di esportare anche la quarta galera da Venezia.

 

 

Quando nell’anno 1348 morì dalla peste, la quale si era di­latata per tutta l’Europa, Giovanni Angelo, luogotenente bizantino in Tessaglia ed Epiro, l’imperatore Duschano penetrò con un grande esercito in Epiro ed occupò Janina, Arta ed altre città fino ai confini dei “Franchi”, “degli Angioini, cioè padroni di Bu­trinto e Lepanto, dei Brienne, i quali possedevano ancora Vonitza coll’isola Leucas e dei Catalani nel ducato d’Atene.

 

 

Preljub, co­mandante delle truppe serbe, occupò tutta la Tessalia e giunse verso la fine del 1348 nei dintorni della città marinara di Feteleo, soggetta ai Veneziani, alla parte occidentale dell’entrata nel golfo di Volo.

 

 

Al 3 gennaio 1349 il senato veneto decise di congra­tularsi coll’imperatore serbo per i suoi successi e di raccomandar­gli la città di Feteleo ed i suoi abitanti.

 

 

In possesso di tanto territorio Duschano prese il titolo di “imperatore di Rascia e Romania, despota di Larta e conte di Blachia (Tessaglia)” (imperator Raxie et Romanie dispotus Larte et Blachie comes), il qual titolo gli dava anche Venezia.

 

 

Al 6 di aprile il governo veneto ordinava al proprio amba­sciatore, il quale si portava da Duschano, per causa di certi affari ragusei, che guardasse d’indurre l’imperatore serbo alla pace coll’imperatore di Costantinopoli e col bano di Bosnia.

 

 

Il governo veneto voleva che Duschano si pacificasse con ambedue, perché contava sul suo aiuto nella imminente guerra con Lodovico e Genova.

 

 

Già dalla lettera di richiamo indirizzata dal governo veneto, a questo suo ambasciatore, il 14 settembre 1349, colla quale lo invitava di tornare a Venezia dopo risolta felicemente la questione di Ragusa, si vede chiaramente la corrente fattasi nuovamente alla corte di Duschano.

 

 

Nell’istruzione del senato veneto, del 6 aprile dello stesso anno, all’ambasciatore, che mandava in Serbia, si diceva espressamente, che quando l’ambasciatore definirà l’affare dei Ragusei, dovrà procurare d’indurre l’imperatore serbo alle trattative per la pace coll’impero bizantino, e se vedrà dalle parole dell’imperatore serbo e dalle relazioni dell’ambasciatore veneto a Costantinopoli, che sia necessario andare a Costantinopoli, per la stessa causa della pace, che egli ci vada.

 

 

È fuor di dubbio, che la relazione dell’ambasciatore, per ciò che riguarda la pace serbo-bizantina, era sfavorevole, tanto che il governo veneto desisteva dall’andata del suo ambasciatore a Costantinopoli e al 13 settembre 1349 gli dava l’ordine di ritornare a Venezia dopo sbrigati gli affari di Ragusa.

 

 

Venezia dunque era ancora in settembre del 1349 precisamente informata che Duschano non voleva saperne d’una pace con Bisanzio.

 

 

In aprile 1350 venne a Venezia l’ambasciatore di Duschano.

 

 

Michele Buchia doveva questa volta risolvere la questione che principalmente interessava il suo signore, egli doveva cioè gettare le basi per l’alleanza fra Duschano e Venezia per l’assalto comune contro l’impero bizantino. E ancor più, Buchia doveva preparare un colloquio personale del doge con Duschano.

 

 

Buchia pregava, in nome del suo signore, che il doge si trovasse con Duschano nelle vicinanze di Ragusa o in qualche luogo al sud di Ragusa “per trattare d’alcune cose ‘ardue’” (pro aliquibus arduis pertractandis).

 

 

Fin dall’anno 1340 Duschano era stato fatto cittadino di Venezia.

 

 

Egli adesso non aveva nessuna ragione, come nel 1340, d’aver paura per sé ed i suoi.

 

 

Ma egli voleva in ogni modo guada­gnarsi le simpatie del governo veneto, egli voleva dimostrare quanto gli fosse proclive, per la qual cosa egli ricercava di nuovo la cittadinanza veneta non solo per se ma anche per suo figlio, il re Urosch e per l’imperatrice sua moglie, e questo in modo tale come se fossero nati a Venezia; per essere come tali sicuri, che non possano essere in nessun modo estradati e che possano comperare e vendere a Venezia e nelle terre veneziane case e villaggi, come ogni cittadino nativo veneto.

 

 

Nel caso che egli, o suo figlio o l’imperatrice, venissero ad abitare a Venezia, pre­gava Duschano, che Venezia gli desse qualche “provincia o regalia”, come gli conviene.

 

 

Se allo stato veneto occorresse, per una guerra nelle parti slave, aiuto, Duschano offriva a Venezia uomini di fanteria o cavalleria, come Venezia avesse richiesto, e prometteva di man­darli fino a quel luogo, dove possano giungere sicuri.

 

 

Similmente offriva Duschano pure uomini per una guerra d’oltre mare, se Venezia offrisse navi adatte per l’andata e ritorno.

 

 

Ma mentre egli offriva tutto questo, esigeva nello stesso tempo che Venezia lo aiutasse con milizia terrestre e con navi, se egli nelle sue parti avesse bisogno.

 

 

Il vero scopo di questa ambasciata era la proposta, che Duschano e Venezia uniti conquistassero Costantinopoli.

 

 

La proposta era la seguente; “Avendo il signor imperatore conquistate e soggiogate dieci parti dell’impero bizantino, tranne la città di Costantinopoli, la quale non vuole conqui­stare e soggiogare, che il governo del doge gli dasse aiuto per mare con navi e marinari. E se Iddio farà, che questa città venisse conquistata, vuole ed acconsente il signor impe­ratore (Duschano), che tutto il despotato d’Epiro venga in libero possesso di Venezia, e se Venezia non vuole il despo­tato, il signor imperatore si obbliga che aiutato dalla flotta veneziana, assalirà la città di Pera, acciocché essa venga in pieno possesso e soggetta al comune di Venezia”.

 

 

Proponendo tutto questo, Duschano diceva di farlo per to­gliere il governo a quell’empio Cantacuseno, il quale ingiusta­mente tiene imprigionato il figlio dell’imperatore (bizantino).

 

 

Questa era la mira principale, mentre quello che prima ab­biamo accennato, ed anche la domanda di Duschano, che i mer­canti serbi possano liberamente senza nessun aggravio, commer­ciare nelle terre venete erano cose d’interesse secondario.

 

 

Assieme all’alleanza per l’aiuto reciproco in caso di guerra, proponeva Duschano un’alleanza difensiva contro chiunque osasse attaccare le terre venete o sue.

 

 

Per ottenere questo intento, Duschano acconsentiva alla do­manda di Venezia, che egli facesse la pace col bano di Bosnia e procurava in ogni circostanza di accontentare il governo veneto.

 

 

Abbiamo esposto quello che domandava l’imperatore Du­schano e noi non vediamo il motivo, per cui egli non dovesse domandare appunto tutto questo dal governo veneto.

 

 

Per Du­schano vigeva anche ora, nel 1350, la stessa situazione interna­zionale la quale gli imponeva categoricamente l’alleanza con Ve­nezia per distruggere completamente l’impero bizantino, se voleva salvare e conservare il suo nuovo grande impero.

 

 

Non vi è dubbio che l’offerta di Duschano a Venezia era splendida: egli le offriva in pieno possesso il despotato o Pent, mentre d’altra parte s’effettuava la cessazione della preponde­ranza genovese a Costantinopoli e sul Mar Nero.

 

 

Per ottenere tutto questo, Venezia doveva aiutarlo nella conquista di Costan­tinopoli.

 

 

Duschano agiva come doveva agire un vero uomo politico. Egli senza aiuto di Venezia non poteva pensare alla conquista di Costantinopoli. Lo potevano forse aiutare in un’impresa simile, colla loro flotta, i Genovesi, ai quali del resto era convenientis­sima l’esistenza dell’attuale stato di Costantinopoli, il quale anzi era stato da loro aiutato nel suo nascere?

 

 

Così dunque Venezia era la sola la quale poteva dare l’aiuto desiderato dall’impera­tore serbo. Per conseguire tale aiuto Duschano fece tutti gli sforzi possibili. Ma invano.

 

 

La risposta che gli diede il governo veneto, ai 13 aprile 1350, non rispondeva al suo più fervido desiderio, al suo più grande fine nonché alla sua profonda intui­zione della situazione politica nella quale si sarebbe trovato lo Stato serbo, se non avesse conquistato Costantinopoli e tutti i territori della penisola balcanica che ancora si trovavano nelle mani degl’imperatori costantinopolitani.

 

 

Il governo veneto, come abbiamo esposto, sapeva ancora in novembre del 1349, che Duschano pensava di nuovo alla conquista di Costantinopoli e che di nuovo era propenso ad invitare Venezia come alleata in questa impresa.

 

 

Esso aveva dunque abbastanza tempo da riflettere e ponderare alle proposte fattegli.

 

 

Il governo veneto respingeva in primo luogo in modo cor­tesissimo il convegno del doge con Duschano a Ragusa o nel litorale narentano, adducendo che non fu mai permesso al doge di sortire da Venezia per trovarsi col papa, con imperatori, re o principi, ma che egli faceva queste pratiche soltanto a mezzo degli ambasciatori. Perciò non poteva farlo neanche questa volta.

 

 

Venezia accettava con sommo piacere Duschano e la sua famiglia come suoi cittadini, come se fossero nati a Venezia e con tutti i diritti che egli aveva richiesto.

 

 

Venezia acconsentiva anche all’aiuto reciproco nell’eventuale guerra nei paesi slavi.

 

 

Ma a quella proposta, al cui fine Duschano faceva tutto que­sto; Venezia non acconsentiva, scusandosi anche ora con la ra­gione che essa vive in pace coll’imperatore costantinopolitano e che a questo è legata con un trattato, confermato con giuramenti vicendevoli.

 

 

Poco dopo venne a Venezia un altro ambasciatore di Du­schano, chiedendo lo stesso aiuto contro Costantinopoli, ma anche egli si ebbe la stessa risposta che avea avuto Bucchia.

 

 

Costantinopoli era dunque salva.

 

 

Duschano, senza l’aiuto della flotta veneta, non osava darsi alla grande impresa, sognata e preparata da lunga pezza, sapendo bene che non avrebbe po­tuto riuscirvi.

 

 

Ma questo sapeva benissimo anche lo stesso go­verno veneto.

 

 

Esso sapeva prevedere tutto quello, che potrebbe nascere, se Duschano prendesse Costantinopoli e diventasse padrone di tutta la penisola balcanica bizantina.

 

 

Tale decisione del senato veneto è di capitale importanza per la storia della nazione slava e della penisola balcanica.

 

 

Se Venezia avesse accettato la proposta di Duschano, i Turchi non sarebbero mai penetrati in Europa. Il nuovo e grande stato di Duschano colla capitale a Costantinopoli, basato sulla forza d’un popolo nuovo e non esausto, e condotto dall’impeto dello spirito di Duschano, non avrebbe in nessun caso permesso le facili irruzioni degli eserciti ottomani, i quali poco a poco di­strussero tutti gli stati nazionali ed assoggettarono i loro ter­ritori.

 

 

Tutto il corso della storia sarebbe stato affatto diverso.

 

 

Nella nuova posizione di nazione dominante la nazione serba sarebbe stata il baluardo della civiltà bizantina, che essa si sarebbe assimilata.

 

 

Ma allo stato veneto non conveniva affatto che il debole stato bizantino fosse sostituito dallo stato serbo, forte e giovane.

 

 

Il governo veneto sapeva benissimo che, se questo succedesse, Duschano non domanderebbe più a Venezia un piccolo numero di galere, ma, come imperatore di Costantinopoli, in possesso degli arsenali, padrone di molti porti, creerebbe la propria e forte armata navale.

 

 

Se anche Duschano con questa armata non avesse minac­ciato il possesso veneto sull’Adriatico, lo avrebbero fatto senza alcun dubbio i suoi successori, padroni quasi di tutta la costa orientale adriatica fino Czettina.

 

 

Finché Duschano ingrandiva il suo stato continentale il quale, malgrado il suo grande litorale, non era affatto marinaro e poteva difficilmente nel prossimo avvenire svilupparsi come tale, il governo veneto lo aiutava, perché gli era necessario nella lotta contro gli Angioini.

 

 

Ma che esso, il quale faceva tutti gli sforzi possibili per schiacciare gli Angioini, e allontanarli dal mare, cioè dal dominio sull’Adriatico aiutasse lo stato serbo affinché esso un bel giorno togliesse a Venezia il dominio dell’Adriatico, l’interesse dello Stato Veneto né voleva, né poteva in nessun modo permettere.

 

 

Costantinopoli in mano dei Greci, era ora, quando si è for­mato il grande stato serbo sulla penisola, del tutto innocua per l’A­driatico.

 

 

Venezia aveva pure e in essa e nello stato soggettole dei privilegi, e vedeva benissimo che il dominio di Pera non le sarebbe di nessuna utilità, quando avesse perso l’arteria principale del suo dominio, il mare Adriatico.

 

 

Ancora durante le guerre con Bologna ed Ancona, nella seconda metà del secolo XIII, nacque a Venezia la convinzione, che l’Adriatico è mare veneto.

 

 

Albertino Mussato glorifica Venezia come signora dell’Adria­tico, “maris adriatici dominatrix”.

 

 

Nella metà del secolo XIV si chiama l’Adriatico “il golfo veneto” (in insulis juxta maris Adriatici littora, quod moderni Venetorum culphum appellant).

 

 

Quanto questo concetto, che il mare Adriatico sia possesso veneziano, penetrò negli animi dei Veneziani, si vede chiaramente dall’istruzione, che il governo veneto, dava ai suoi ambascia­tori il 18 novembre 1347, quando li mandava dal re Lodovico Angioino, quando egli voleva passare per l’Adriatico in Puglia.

 

 

In questa occasione disse nella seduta dei rogati Nicolo Leone: “ .... dai tempi antichissimi noi abbiamo, senza protesta alcuna, posseduto e custodito e possediamo ora il golfo nostro (culphum nostrum) con grandi fatiche e spese nostre, noi abbiamo molti trattati e molte convenzioni con molte città e principi del mondo, ai quali mai abbiamo voluto permettere, anzi abbiamo espressamente proibito loro d’entrare con navi armate nel golfo predetto”.

 

 

Egli propose nel suo discorso, che al re Lodo­vico non si permettesse passare l’Adriatico, ma gli si rispondesse, che liberamente passi per terra attraverso il territorio veneto.

 

 

Queste citazioni bastano per spiegarci quanto già ora Ve­nezia gelosamente teneva d’occhio il movimento sull’Adriatico, il quale in tal modo riteneva per suo da non permettere neanche al potente Angioino di passare in Puglia colle proprie navi.

 

 

La nostra tesi, che Duchano doveva assolutamente conqui­stare Costantinopoli, e distruggere l’impero bizantino, provano i fatti che seguirono poco dopo.

 

 

Visto che il sognato comune attacco veneto-serbo alla capi­tale bizantina si è reso impossibile, Duschano decide di mettere in assetto le questioni al suo confine occidentale, specialmente col bano di Bosnia.

 

 

Duschano voleva far questo già prima per ristabilire nel litorale di Hum gli antichi confini del proprio stato, sottrattigli dai Bosniaci, durante il regno di Stefano Decianschchi.

 

 

Venezia riuscì molte volte a distogliere Duschano da questa guerra.

 

 

Forse Duschano, adirato ora per l’insuccesso di non poter indurre Venezia all’alleanza per la conquista di Costantinopoli, decise di muover guerra al bano bosniaco, per mostrare a Venezia, che egli l’avrebbe potuto fare prima, se avesse voluto, ma che non l’a­veva fatto solo perché aveva avuto riguardo dell’amicizia con Venezia.

 

 

In ottobre del 1350 mosse Duschano personalmente con l’eser­cito contro il Bosniaco. Egli giunse fino alla Narenta, occupò la città di Novi e penetrava verso Czettina.

 

 

Le città dalmate, Traù e Sebenico, allora sotto il dominio veneto, decisero agli 11 di otto­bre di mandare a Duschano ambasciatori e regali.

 

 

Ma giusto allora fu riferito a Duschano, che i Bizantini avevano intra­presa l’offensiva contro i Serbi. Questa circostanza indusse Du­schano a ritornare subito. Ritornando visitò Ragusa, ave fu accolto con grandi feste, poi passò, per la via di Cattaro, in Macedonia.

 

 

I Bosniaci allora rioccuparono le città che l’imperatore serbo aveva loro preso. Questa impresa militare di Duschano ai confini occidentali del suo stato diede appunto occasione ai Bizantini d’attaccare la Macedonia.

 

 

Cantacuseno penetrò con un piccolo esercito nei paesi, che erano senza sufficiente presidio. I Greci occuparono Ber, poi Voden, Ostrov, Notia.

 

 

Il partito contrario ai Serbi co­minciò a muoversi e una deputazione di cittadini di Scopia, la quale da settanta anni era sotto la dominazione serba, venne e promise a Cantacuseno, che la città gli si sarebbe arresa se egli si fosse inoltrato fino a Scopia.

 

 

La venuta di Duschano però mutò la situazione. Egli penetrò presto fino a Salonicco, e poiché non ottenne con trattative di ripristinare i confini, che esistevano prima di questa guerra, decise di ottenerli con le armi.

 

 

Nei primi giorni di gennaio del 1351 occupò Voden, poi Ber, nonché le altre città, prese dai Bizantini.

 

 

Per sottrarre a Cantacuseno i suoi alleati Turchi, egli propose a Orchano il matrimonio d’un figlio d’Orchano con sua figlia.

 

 

Nello stesso tempo lottava nell’impero bizantino Giovanni Paleologo, aiutato dai Serbi e Bulgari contro Giovanni Cantacuseno, mentre i Turchi si fortificarono sulle sponde del mar di Marmara e Gallipoli.

 

 

Dalle relazioni venete con Duschano vediamo non solo indirettamente, ma direttamente, come il governo veneto non voleva che lo Stato di Duschano diventasse forte sulle sponde dell’Adriatico, perché i veneti intuivano benissimo, il pericolo, che, schiacciato uno, potrebbe sorgere l’altro contendente.

 

 

Perciò il governo veneto accompagnava con occhio vigile tutti i passi di Duschano, onde impedire, che lo stato continentale di Duschano si trasformasse in stato marinaro, con un hinterland incompara­bilmente più grande di quello che aveva Venezia.

 

 

Duschano, dopo che Venezia non acconsentì di dargli un’ar­mata navale per la conquista di Costantinopoli, non ruppe affatto i suoi rapporti amichevoli con Venezia. Egli concluse anzi con essa un’alleanza formale contro Lodovico d’Ungheria.

 

 

Al governo veneto quest’alleanza era necessaria per causa dell’Adriatico, a Duschano per causa dei suoi territori del nord.

 

 

Invano il papa Innocenzo, nella sua lettera in data d’Avignone 17 luglio 1355, rimpro­verava Venezia per causa di quest’alleanza, invano procu­rava egli stesso di guadagnarla all’alleanza con Lodovico con­tro i Serbi scismatici, il quale (Lodovico) – secondo le parole del papa – decise d’assalire i Rasciani (Serbi), per estirpare l’eresia in quei paesi, invano egli svincolava Venezia dalle promesse fatte a Duschano; Venezia rimase, quando si trattava della lotta contro Lodovico, fedele alleata di Duschano.

 

 

Ma quando si trattava di allargare lo stato di Duschano a nord e ovest di Czettina, dunque su ancor più grande parte del litorale, accerchiando le città, allora venete, di Spalato, Traù e Sebenico, e di giungere in possesso dei territori, che lo avrebbero fatto stato eminentemente adriatico, il governo veneto decise di opporsi all’avanzata di Duschano.

 

 

Tale compito era difficilissimo, perché il governo veneto do­veva combattere su due fronti.

 

 

Esso voleva nello stesso tempo impedire, che le porte che chiudevano le sue città marittime di Spalato e Sebenico, venissero non soltanto nelle mani del re d’Ungheria, ma neanche in quelle del re serbo.

 

 

Duschano non pensò mai a creare un grande stato adriatico. Le sue mire erano rivolte all’oriente e perciò le sue nuove con­quiste sull’Adriatico erano affatto casuali. Ma per quanto casuali, egli non pensò mai a lasciarle.

 

 

D’altra parte Venezia faceva tutti gli sforzi possibili, acciò che Duschano non mantenesse questi territori, perché facilmente poteva succedere, che l’inquieto Im­peratore, non trovando più luogo alla sua espansione nell’oriente della penisola, rivolgesse i suoi sguardi verso l’occidente.

 

 

Questo voleva Venezia assolutamente impedire.

 

 

Ma siccome Duschano era in lotta con Lodovico, questi vo­leva impedirgli il libero possesso dei territorii croati, i quali realmente giacevano nel suo regno.

 

 

Trovandosi fra due fuochi, il governo veneto cominciò un gioco, pieno d’astuzia e furberie diplomatiche, con lo scopo d’impedire che questi territori restassero in possesso di Duschano né in quello di Lodovico.

 

 

Essi dovevano diventare suoi.

 

 

Ecco come stava la cosa: Elena, sorella di Duschano e vedova di Mladen Schubich, aveva deciso di cedere al fratello le fortezze di Clissa e di Scar­dona, una delle quali, Clissa, chiudeva Spalato, e l’altra, Scar­dona, Sebenico, le quali città in quel momento erano sotto il dominio veneto.

 

 

Il governo veneto, venuto a conoscenza di questo, fece tutti gli sforzi possibili perché ciò non si effettuasse.

 

 

Al 31 ottobre 1355 il senato decide che, se Duschano non avesse già accettato queste città, i suoi provveditori in Schiavonia vadano dalla contessa e procurino coi più distinti modi persuaderla, che le suddette città non desse nelle mani di Duschano, ma le vendesse a Ve­nezia.

 

 

Ai provveditori permetteva il governo d’offrire a Elena la somma di 120.000 libbre di piccoli per ambedue le città, o per la sola Clissa 60 e per Scardona 40 mila. Oltre a ciò erano autorizzati di dare, come dono, agli intermediari, quanto stima­vano necessario. Per i comandanti delle fortezze, se hanno tanta influenza sulla contessa da distoglierla dalla vendita a Venezia, dispose il senato, come dono, una grande somma, prima di 2000 e poi di 3000 ducati.

 

 

Decidendo tutto questo, il senato lo diceva chiaramente, che queste città non devono venire in altre mani che nelle sue (ne castra praedicta ad alienas manus, quam ad nostras perveniant).

 

 

Se la contessa non vuole vendere queste città, ma vuol restare nelle stesse, permetteva il governo ai prov­veditori di prometterle una rendita annua di 3000 libbre piccole, col patto, che la repubblica, quando lo volesse, possa nelle for­tezze di Clissa e Scardona, mettervi tanta milizia, quanta riterrà necessaria per la sicurtà dei suoi possessi d’oltre mare.

 

 

Nel caso che la contessa abbia già firmato il contratto con suo fratello Duschano, e che questo contratto non si possa in nessun modo stornare, Venezia ordina che un ambasciatore vada da Duschano e lo persuada di vendere allo stato veneto le dette città, oppure le tenga in modo, che in nessun caso cadano nelle mani di un altro. L’ambasciatore deve offrire all’imperatore serbo la stessa somma, come alla contessa.

 

 

Così decideva il senato veneto al 31 ottobre 1355.

 

 

Ma la cosa era già dall’altra parte decisa e a Duschano cedute le città di Elena. Al 17 novembre avvisava da Spalato Giacomo Delfino, inviato come provveditore per questo affare in Dalmazia, che un ambasciatore di Duschano era già in viaggio per Venezia.

 

 

Non vi è dubbio che questo ambasciatore giunse a Venezia già prima del 7 dicembre, e che lì parlò di Scardona e Clissa.

 

 

Questo risulta evidente dalla lettera del senato del 7 dicembre, nella quale il senato dava ordine a Delfino di non andare da Duschano, ma d’attendere nuove istruzioni.

 

 

In caso poi che avesse già oltrepas­sato Ragusa e fosse già giunto alla corte di Duschano, non do­vesse parlare affatto del danaro e della compera, ma soltanto trattasse riguardo a queste fortezze e penetrasse quanto più pos­sibile nelle intenzioni dell’imperatore e nelle domande, che Du­schano aveva avanzato a Venezia in relazione alle fortezze predette.

 

 

Nel caso poi che l’ambasciatore avesse già fatto la proposta del danaro, che subito partecipi la risposta di Duschano, che informi circa lo stato delle cose e che attenda.

 

 

Intanto il bano Paolo partecipava ai provveditori in Schia­vonia, che i cittadini di Scardona non sono contenti di stare sotto il dominio serbo.

 

 

Nella fortezza di Cnin radunava un esercito il re d’Ungheria.

 

 

La rocca di Clissa, cioè la sua parte suprema, te­neva in nome di Duschano, Palman, tedesco di nazionalità; ma il sobborgo e una parte della rocca erano nelle mani di Oprak, il quale comandava in nome del re d’Ungheria. Oprak era pronto, se i Veneti lo pagassero bene, a cedere a Palman anche quello che lui teneva.

 

 

Al primo sguardo sembrerebbe, che i Veneti volessero che Clissa restasse all’imperatore serbo; ma se esaminiamo bene le decisioni del senato, del 16 dicembre, prese subito dopo l’arrivo della suddetta lettera, è evidentissimo; che Venezia si immischiò solo allo scopo di ottenere le due fortezze per se stessa.

 

 

Al 16 dicembre il senato decide, che, ancora la stessa notte, vada un uomo di fiducia dal capitano generale del mare, Ber­nardo Giustiniani, al quale parteciperà queste novità e consegnerà la decisione, che subito si porti colle sue navi in Schiavonia (Dalmazia), a Spalato e Traù e se crederà necessario anche a Sebenico e che aiuti Scardona e Clissa affinché si possano difendere. Se gli riesce di ottenere questi luoghi, li riceva in protezione e custodia di Venezia (in protectione et custodia nostra). Se poi vedesse che a queste fortezze non può portare aiuto, resti nelle città venete e le difenda.

 

 

Al domani, 17 dicembre 1355, partecipava il senato allo stesso capitano generale del mare, che procuri di ottenere Clissa e Scardona direttamente per Venezia e che a tale scopo spenda pure per averle 100.000 libbre piccole o per una sola 50.000. Se poi non sarà possibile riuscire che coloro, che tengono queste fortezze, le cedano direttamente in mano a Venezia sotto il suo pieno dominio, ma vogliono che Venezia le prenda in nome dell’imperatore serbo, che le ricevano pure sotto tale titolo, soltanto che non cadano nelle mani di Lodovico.

 

 

Quanto la cosa era urgente per Venezia riesce evidente dalle istruzioni del governo veneto ai provveditori in Schiavonia ed ai rettori di Spalato, Traù e Sebenico, nelle quali dava loro l’ordine che, nel caso non fosse ancora arrivato il capitano generale del mare, facciano essi tutto quello che fosse necessario.

 

 

Due giorni dopo, al 19 dicembre 1355, avendo intesi gli ambasciatori dell’imperatore serbo, partecipava il senato ai suoi provveditori in Dalmazia, che occupino Clissa e Scardona, oppure solo una di queste fortezze, se non possono ambedue, con dichia­razione a coloro, che le tengono, che le riceveranno in nome di Duschano.

 

 

Dopo ciò che il notaio, il quale si mandava dal se­nato, per questo affare in Dalmazia, assieme coll’ambasciatore di Duschano, vada dall’ambasciatore veneto alla corte di Duschano e gli dia l’ordine che faccia tutto il possibile, onde queste città vengano in pieno e vero dominio di Venezia.

 

 

Nel caso che queste città non fossero più nelle mani del re serbo, che l’ambasciatore Delfino torni a Venezia.

 

 

In questo modo entrò il presidio veneto in Scardona. Occor­reva infine ottenere Clissa, nella quale ancora teneva la fortezza Palman in nome di Duschano e il sobborgo il bano di Croazia in nome di Lodovico.

 

 

Il governo veneto procurava. con doni di acquistare questo sobborgo. A questo scopo egli dava al 28 di­cembre l’ordine al capitano dell’esercito in Dalmazia di condurre questo affare a buon fine, e quando lo avrà finito che procuri in ogni modo possibile, che Palman, il quale era al servizio del­l’imperatore serbo nella fortezza di Clissa, acconsenta di cedere la fortezza in pieno dominio, di Venezia (nomine nostro), coll’ob­bligo, che Venezia renderà la fortezza a Duschano quando egli le restituirà il danaro, speso per doni ai comandanti dell’ esercito ungherese.

 

 

Che tutto questo, che riguardava Clissa, era messo in scena solo con lo scopo che anche Clissa venga in pieno dominio di Venezia si vede chiaramente quando si pensa al caso di Scardona.

 

 

Nella stessa istruzione al capitano dell’esercito in Dalmazia si dice:

 

 

“Procuri oltreciò il nostro capitano dell’esercito in Dal­mazia, che la fortezza di Scardona resti libera in nostra tutela e protezione o che l’esercito dell’imperatore serbo, il quale si trova assieme col nostro in detta fortezza, acconsenta di sortire”.

 

 

Il capitano dell’esercito Veneto riuscì assai presto nel suo intento riguardo Scardona, perché già al 10 gennaio sottoscri­veva Giovanni Isetta il contratto, col quale rendeva ai Veneziani la fortezza di Scardona.

 

 

Ora si domanda perché l’imperatore Duschano non mostrò interesse più grande per il suo nuovo possesso in Dalmazia, per un possesso così importante come Scardona e Clissa?

 

 

Per rispondere a questa domanda dobbiamo esaminare più davvicino la situazione politica d’allora.

 

 

Già abbiamo visto come si introdusse nella politica della pe­nisola balcanica una potenza nuova e forte, i Turchi, i quali già nel 1352 avevano battuto presso Dimotica un esercito serbo, man­dato in aiuto a Giovanni Paleologo.

 

 

Duschano intravide ora che potrebbe realizzare la sua meta, la conquista di Constantipoli, su una base affatto diversa da quella fin d’ora praticata.

 

 

La venuta dei Turchi aveva impensierito tutto il mondo cri­stiano in Enropa e più di tutti il papa.

 

 

Duschano voleva approfit­tare di questo stato degli animi cristiani per la sua grande meta, per la quale fece tutti gli sforzi e noi siamo persuasi, che solo questo fu la causa, per la quale Duschano si rivolgeva ora al papa.

 

 

Quello che non poteva ottenere come alleato di Venezia, sperava ora Duschano di realizzare come alleato del papa, in qualità del generalissimo degli eserciti cristiani contro i maomettani.

 

 

Egli inviò nella seconda metà del 1354 un’ambasciata solenne al papa Innocenzo VI in Avignone, la quale portava al papa una lettera speciale.

 

 

Duschano partecipava, al sommo pon­tefice la propria decisione di riconoscere il papa quale capo dei cristiani e luogotenente di Cristo, parlava della libertà, che egli concedeva ora ai cattolici nello stato serbo, e esprimeva il desi­derio che il papa gli mandasse un’ambasciata.

 

 

Tutto questo confermarono con giuramento gli ambasciatori di Duschano al papa, il quale li accettò in una udienza solenne.

 

 

Il papa rispose con gran cortesia a Duschano.

 

 

Mediante il vescovo di Traù, Bartolomeo, il quale era prima vescovo di Cattaro, proponeva Duschano al papa di nominarlo “capitano” contro i Turchi, dai quali si deve liberare la cri­stianità.

 

 

Alla fine del 1354 s’incamminava una grande amba­sciata da Avignone in Serbia.

 

 

È di grande importanza, che fra coloro, che componevano quest’ambasciata, fu anche il patriarca titolare latino di Costantinopoli Tommaso da Perigord. Il papa diede realmente a Duschano il desiderato titolo, di capitano.

 

 

Andando in Serbia incontrarono a Pisa gli ambasciatori del papa l’imperatore romano-germanico e re di Boemia Carlo IV, il quale diede loro (19 febbraio 1355) una lettera nella quale li raccomandava a Duschano.

 

 

Carlo salutava nella lettera Duschano col titolo “caro fratello” e diceva che li lega “l’appartenenza alla nobile lingua slava”.

 

 

Ma le cose in seguito si mutarono di molto.

 

 

Duschano spe­rava senza dubbio, che il papa saprà raccomandarlo a tutti i principi cristiani e che non permetterà che lo attacchino nel mo­mento quando egli, come comandante supremo degli eserciti cristiani, attaccherà i Turchi.

 

 

Però succedette il contrario.

 

 

Ancora in giugno, dunque prima della lettera del papa a Duschano da Villanuova, Lodovico attaccava Duschano, così che Duschano mosse personalmente contro Lodovico e noi lo troviamo nella metà di agosto del 1354 accampato sul fiume Brusnicza sotto Rudnik.

 

 

Quando poi l’esercito di Lodovico si ritirò al nord del Danubio e della Sava, passò Duschano nei suoi territori meridionali.

 

 

Intanto si cangiarono le cose anche a Costantinopoli. Al 22 novembre 1354 prese la città, coll’aiuto dei Genovesi, l’impe­ratore Giovanni Paleologo.

 

 

L’imperatore Duschano seguiva questi avvenimenti dalla più immediata vicinanza. Noi lo troviamo in pri­mavera del 1355 in Crupista, presso Costur, dove aveva radunato i notabili.

 

 

In queste circostanze, del tutto cambiate, vennero da Duschano gli ambasciatori del papa e quando ancora il vescovo Pietro accentuava troppo gl’interessi dell’Ungheria, le trattative furono rotte. Il vescovo Pietro andò allora da Lodovico per istigarlo alla continuazione della guerra contro Duschano.

 

 

Tutte queste cose, molto gravi, non permisero a Duschano né di occuparsi un poco più di Clissa e Scardona, né di presi­diarle come occorreva. D’altra parte il governo veneto seppe benissimo trar profitto da questa situazione di Duschano.

 

 

Duschano rimase sempre amico ed alleato di Venezia, sa­pendo benissimo che Venezia gli era buon alleato contro il comune nemico, Lodovico, re d’Ungheria.

 

 

Lontano da Clissa e Scardona, egli non pensò mai seriamente d’indirizzare la sua politica verso l’occidente ed il mare Adriatico, e oltre a ciò non gli era neanche facile di trasportare grande numero dei suoi soldati in una terra, che era tanto frastagliata, appartenendo in parte all’Ungheria, in parte ai dinasti indigeni ed in parte a lui stesso.

 

 

Scardona e Clissa erano i punti dominanti della Dalmazia, avendole in mano egli poteva darsi ad ulteriori imprese, alle quali egli però non pensava, perché per lui l’Adriatico non contava nulla.

 

 

Egli non pensava occupare ne Spalato, ne Sebenico. Clissa e Scardona erano come isole fortificate nel mare del suo nemico.

 

 

A causa di tutto questo egli non pensava affatto d’indebolire le proprie forze nelle lotte per queste fortezze isolate. Egli le teneva, man­teneva in esse il suo presidio, al quale anzi raccomandò, che nel caso di bisogno, renda le dette città a Venezia, la quale le terrà in nome dell’imperatore serbo.

 

 

Venezia, senza dubbio, era a giorno di questa raccomandazione, perché egli stesso gliela aveva partecipato, ma essa procurava, che questo avvenisse quanto prima. Con gran doni essa tentava di guadagnare per questo suo intento i comandanti di queste fortezze, per entrarvi dentro, da principio, come vassalla di Duschano, per diventare poi a poco a poco, dominatrice assoluta.

 

 

Il primo a cedere fu il comandante di Scardona Giorgio Iseta, fingendo – come si dichiarava nel patto di resa – che sia subentrato il momento, quando lui non poteva più sostenere la fortezza (et causa presentialiter insite talis) contro la forza dell’esercito ungherese.

 

 

I delegati veneti dichiaravano con giuramento in questo patto che restituivano questa fortezza all’imperatore serbo o a suo figlio, quando mai egli lo avrebbe voluto.

 

 

Che questa resa di Scardona non era così urgente lo si vede dalla lettera, che i delegati veneti hanno scritto lo stesso giorno, in cui sottoscrissero il detto trattato, a Giorgio Iseta. Nella let­tera promettevano essi a Giorgio, che – nel caso Duschano, se ancora vivesse, fosse irritato a causa di questa resa, oppure suo figlio, se Duschano è già morto – Venezia riceverà lui e la sua famiglia sotto la sua protezione e renderà possibile a loro una vita decorosa.

 

 

Molto meglio si comportò il castellano di Duschano a Clissa, il tedesco Palman. Egli non voleva rendere la città ai Veneziani in nessuna maniera, e, fedele al suo imperatore Duschano, difen­deva Clissa, finché non fu presa dagli Ungheresi nel marzo del 1356.

 

 

Duschano morì al 20 dicembre 1355, nell’età di 48 anni.

 

 

Riassumendo:

1° – Duschano voleva conquistare Constantinopoli, perché era persuaso, che solo in tal modo potesse essere conservato il suo stato ingrandito;

2° – Per ottenere questo intento Duschano doveva allearsi con uno stato marinaro;

3° – Questo stato marinaro poteva essere soltanto Venezia;

4° – Nelle sue relazioni diplomatiche con Venezia, Duschano agì con grande saviezza politica e come appunto si doveva agire;

5° – Venezia non acconsentì all’offerta di Duschano per l’al­leanza nella conquista di Costantinopoli né per paura di Genova né per quella dei Turchi, ma perché era gelosa del dominio sull’Adriatico;

6° – Duschano voleva, sotto il manto del capitano della cri­stianità, occupare Costantinopoli;

7° – Duschano non ha mai cercato di creare uno stato adria­tico propriamente detto;

8° – Durante tutta la sua vita Duschano fu amico di Ve­nezia e, mentre i loro interessi riguardo Costantinopoli non erano concordi, essi furono però sempre uniti contro l’Ungheria; Du­schano e Venezia fecero quindi un’alleanza formale contro il loro comune nemico Lodovico, re d’Ungheria.

 

Gregorio Novak

Tratto da - Archivio veneto-tridentino - Vol. VIII (1925)