1. I manoscritti di Leonardo sono muti sulla grande battaglia di Agnadello come su altri avvenimenti straordinari del tempo.

 

Forse l’artista era rimasto in Cassano ad attendere l’esito della prova delle armi per poi rimettersi in marcia coi francesi per le successive operazioni militari insieme cogli altri gentiluomini mi­lanesi, che avevano voluto seguire il Re.

 

Da questo momento infatti comincia a divenire apertamente visibile l’opera di Leonardo e, fatto notevole, i fogli inediti di Windsor accompagnano e com­mentano le successive fasi della azione militare.

 

Si ricordi qui che le catastrofi provocate da questa guerra, gli improvvisi e strani mutamenti della scena politica, destarono nei contempo­ranei uno stupore profondo, un ineffabile terrore: a cui non poté sottrarsi (osserva il Luzio) neanche Niccolò Frisio, che pure aveva con tanto audace disinvoltura armeggiato nello scatenare la bufera.

 

A Trezzo i francesi avevano fatto uno dei punti di concentrazione del loro esercito sotto il comando e la responsabilità del barone di Bearg.

 

Il Sanuto ricorda continuamente Trezzo come uno dei villaggi di rifornimento del nemico.

 

“Francesi con hordine di gran maistro, zoè 200 cavali et 200 fanti erano a Trezo - scri­veva Il 12 marzo 1509 il Sanuto - passono Adda a guazo, et la note se imboscono”.

 

E il 13 aprile enumera: “a Trezo la compagnia del baron de Bernia” e “a Cassano la compagnia di mon­signor de Fois” “Come per uno venuto da Trezo dove è zente assai francese hanno che pubblicamente si dice el primo dì di mazo farano uno assalto a una terra nostra”.

 

Non è quindi per una semplice coincidenza fortuita se ben due volte in punti diversi delle carte di Windsor Leonardo segna: “Trezo” “al Trezo”.

 

L’Adda in questo punto era ancora attraversata da un magnifico, forte ed ardito ponte di triplice arco, che, costruito dai milanesi nel 1279 e rifabbricato da Bernabò Visconti nel 1371, venne distrutto due secoli dopo dai veneziani che ne lasciarono solo i superbi avanzi.

 

Dominava il pittoresco sito un castello ora distrutto, che si innalzava sopra uno scosceso poggio calcareo e che era uno dei più forti d’Italia, sia per la sua posizione come per le opere di difesa.

 

Coi suoi rivellini, mura, torri e ba­stioni formava un sorprendente sistema di fortificazioni che si estendeva sulle due rive dell’Adda.

 

Federico Barbarossa non aveva potuto impadronirsene che dopo lungo assedio, ed avutolo, maggiormente lo fortificò, e vi depose i suoi tesori. Quivi, distrutta Milano (1162), sedette Marcuarto di Weinbach, vicario imperiale, fino a che fu ripreso dai milanesi.

 

Ezzelino da Romano lo incendiò: i Torriani e i Visconti se lo contesero, e Lodovico il Moro vi depositò i suoi tesori. E’ da qui che venne derivato il naviglio della Martesana, una delle più belle opere idrauliche che vanti la Lombardia.

 

Ingagliardito adunque dalla vittoria di Agnadello Luigi XII indirizzò le sue genti a Caravaggio, e non potendo la fortezza così di facile avere, vi fu piantata l’artiglieria, la quale, con la ucci­sione di un solo bombardiere provenzale, gettò gran parte di essa a terra, talché gli espugnati si arresero a patto di aver salva la vita e gli averi.

 

E questo accadde il giorno 16 di maggio.

 

È notevole che negli stessi fogli manoscritti di Windsor dove si trova il nome di Trezzo, il nome di Caravaggio ritorni in tre punti diversi accanto a disegni di manifesto carat­tere militare in tal modo: “ ... arovazo” “Carovazo” “ Carovagio”, indizio assai probabile che Leonardo assistette a questa impresa guerresca, e fu uno degli ingegneri che cooperarono alla resa della importante fortezza.

 

E a conferma di questa ipotesi si po­trebbe rammentare fra le carte stesse di Windsor lo stupendo, rapido disegno di una fortezza assai simile a quella che allora, esisteva a Caravaggio, una parte della quale, come per un im­provviso scoppio di polvere, salta in aria con una vera tempesta di fumo, di proiettili e di mattoni.

 

Il podestà veneto Bernar­dino Tagliapietra aveva infatti radunate molte munizioni nella rocca, e costruito un fortissimo bastione con le sue casematte alla francese, tanto che, arrivati, i nemici dovettero penare assai per impadronirsi del forte sito.

 

Scrive il Sanuto: “ Furono tirati più di 600 colpi di bombarde. E, per caso, si prese fuoco nei barili della polvere, che erano sopra i torrioni e muri per difesa, e si bruciarono tutti i bombardieri per numero di 6. Visto i soldati aver perso i bombardieri, i quali erano la loro speranza a la difesa, si arresero a patti, e dete prisonia francesi esso podestà e castelan, i quali immediate furono portati da monsignor il cardinal Roan e mon­signor de Chiamon, che era governatore di Milano”.

 

 

Dopo la resa di Caravaggio i Francesi posero il campo a Pandino e mandarono un araldo e quattrocento cavalleggieri verso Palazzolo dell’Oglio per assoggettare al proprio dominio i paesi che si trovano presso il lago d’Iseo.

 

 

Scrive il Sanuto: “È zonto uno messo di Palazuol, come è venuto lì uno trombeta dil re a domandar quel loco; si li manda verso li 400 cavali legieri. Conclude vede le cosse in malli termini, et aspetano le provisioni faranno nostri di Venecia”.

 

 

Anche Palazzuolo e il territorio presso il lago d’Iseo cadevano nelle mani del re di Francia.

 

 

Con ogni probabilità a questa fazione si riferiscono gli schizzi di Leonardo e le misure itinerarie contenute nei fogli 224 recto e verso del manoscritto di Windsor.

 

Lo schizzo leonardesco che più particolarmente accenna a questo evento storico ci mostra la forma flessuosa del lago di Iseo e indica le distanze fra Pontoglio Palazzolo, Tagliuno, Caleppio, Credaro, Sarnico, Predore, Gallinarga, Tavernola, Riva, Solto, Castro, Lovere, Corte, Volpino, Rogno, Garzone, Angolo, Erbanno, Cerveno, Capriolo, Iseo, Sale Marasino, Marone, Vello, Toline, Pisogne, Piano Camuno Artogne, Gianico, Darfo, Montecchio, Esine, Cividale Camuno, Breno, Ceto, Nadro, Lava, Edolo, Ponte di legno fino a quelli che Leonardo stesso chiama “confin d’Italia”.

 

Nel mezzo del Lago si scorge Montisola, fiancheggiata dai due isolini, che accrescono la bellezza del tipico paesaggio lacustre. Lo scoglio di Loreto vi è pure in­dicato e l’isolino di San Paolo, sul quale ai tempi di Leonardo sorgeva un pittoresco chiostro di monaci.

 

 

 

A conferma che qui siamo in presenza di una carta fatta in servizio della marcia di parte dell’esercito francese è aggiunta la nota “da Palazolo a Ponte di Legno è miglia 65”.

 

 

 

Scrive il Baratta nel suo esame dello schizzo vinciano che la Valle Camonica è abbastanza larga fino a Breno, e nel letto ghiaioso serpeggia l’Oglio, che scende placido ed espanso: le due strade che si sviluppano sulle due sponde. servono a congiungere i vari abitati allineati sulle estreme pendici dei rilievi circostanti.

 

Verso Breno si presenta una strozzatura, il letto, faticosamente scavato mediante incisione aperta nei calcari e negli scisti del trias medio, si fa stretto e perciò angusto riesce anche il passaggio, che poscia a monte per poco ancora si allarga.

 

Trasversalmente ad ambo le sponde sono segnate nello schizzo leonardesco alcune linee che rappresentano di certo corsi d’acqua; sulla occidentale ne abbiamo uno nei pressi di Gallinarga, che può identificarsi con un torrentello scen­dente dalle balze orientali del Mondara; a nord di Tavernola sfocia il torrente Rino di Vigolo, a mezzodì di Riva il Candile e sopra a Casto è indicato il Tinazzo Borlezza.

 

Sulla Orientale tro­viamo segnato un piccolo corso d’acqua nei pressi di Tolme ed altri fra Pian di Camuno ed Ortogne, fra questa località e Gianico ed infine un ultimo sopra Darfo.

 

Le sponde del Sebino da ambo le parti, ad eccezione dei luoghi ave le pendici dei monti scendono quasi a picco, sono cosparse di abitati allineati sulla riva od a piccola distanza dalla medesima.

 

Su questi territori, e principalmente a Breno, la resistenza veneta, dopo la rotta di Agnadello, si andò accentuando, ed era necessario di scacciarne i marcheschi, perché Luigi XII potesse poi dirigersi su Bergamo e su Brescia.

 

 

“Le valle si tien di Bre­xana – scrive con soddisfazione il Sanuto – perché son mar­chesche e non possono patir questa vergogna; et sier AugustinValier è provedador a Ampho, et sier Matio Zantali, castelan a Brè (Breno) in Val Chamonica, quel sarà scriverò”.

 

 

Ma su­bito dopo il grande diarista era stato costretto a scrivere:

 

“Gionse in questa terra sier Matio Zantani, quondam sier Antonio, vien castelan di Brè, di Val Chamunega. Quelli de la valle si sublevono, et ebbeno la rocha a nome del re di Franza, et il castelan vene per li monti, e capitò qui; et per esser venuto per terra le gambe se infiorno, ade o non potè ussir di caxa”.

 

La rovina della potente repubblica andava di giorno in giorno ingrossando.

 

“Si vede Idio haverze abandonato per li pechati. Era la Sensa, ma tutti pianzeva, quasi forestieri niun vi vene, niun vedeva in piaza, li padri di colegio persi e più il nostro doxe, che non parlava et stava come morto e tristo ... Concludo, zornicativi, vedemo la nostra ruina et niun non provede”.

 

Pure qualche speranza rimaneva ancora in mano di qualche tenace gentiluomo veneto, ed il Sanuto si affretta a segnare un elenco di questi arditi patrioti.

 

“Sier Zacaria di Prioli, quondam sier Zuane in Val Chamonica, restò”.

 

E segnando tristemente “qui solo sarano nota di tutti li rezimenti perssi da la rota fu a dì 14 mazo 1509, in qua “è costretto a scrivere: Brè di Val Chamunega castelan”.

 

 

Ottenute queste sottomissioni, dopo due giorni il re di Francia mosse con le sue schiere alla volta di Bergamo attraversando la bassa Valseriana, e Leonardo si affretta accanto al disegno già precedentemente esaminato a rappresentare la parte inferiore del corso del Serio da Ardesio a Bergamo e si spinge verso levante fino a Gandino nel bacino del torrente Romna e ad occidente arriva a Dossena in Val Antea, segnando le rispettive distanze fra Dossena, Serina, Valpiana, Oltrecolle, Oneta, Gorno, Casnigo, Peja, Eeua, Gandino, Vallalta, Pradalunga, Serio, Scanzo, Villa Seriate, Ardesio, Ponte a Nossa, Vertona, Gazzanigo, Albino, Nembro, Alzano e Bergamo.

 

 

Dopo una rapida marcia, alla quale giovarono senza dubbio i dati itinerari offerti da Leonardo, Bergamo fu preso dall’esercito Francese senza colpo ferire.

 

“Se ebbe Bergamo con la fortezza, scrive il cronista Prato, amighe­volmente e il tutto fu fornito a nome del Re”.

 

 

Sotto alla data del 19 maggio 1509 il Sanuto scrive con tristezza: “Di la capella de Bergamo, di sier Antonio Venier castelan dì 19. Chome eri à visti intrar Francesi in Bergamo, sì che lo terra è venuta soto lo podestà di Franza. Item, di rectori di castelli non sa quel sia, à fato segnali con bombarde, con li è stà risposto, lui si tegnerà fin che ’l porà”.

 

Si sentono in queste frasi le intenzioni della prossima resa.

 

 

Ed ecco Leonardo in Bergamo con gli eserciti regi affret­tarsi a disegnare i contorni della città, perché le sue carte ser­vissero di guida ai condottieri francesi.

 

 

Il terzo schizzo cartogra­fico illustra infatti i dintorni di Bergamo, e vi è in modo speciale indicato il corso del Serio circostante alla città. Un cerchio grande a sinistra rappresenta il segno convenzionale dell’abitato urbano, unito mediante linea retta con Alzano, distante dal primo quattro miglia.

 

Sopra Bergamo ed alla sinistra della linea dianzi accen­nata Leonardo ha scritto: Morla, Valtez.

 

 

Scrive Il Baratta che “quest’ultimo nome con tutta la probabilità è il toponimo dialettale del piccolo paese di Valtesse, che sorge a nord circa di Bergamo, sulla rotabile che dipartendosi a settentrione della città si dirige verso nord-ovest per raggiungere la valle Brembana.

 

Il nome di Morla è quello di un rivo che scende dai rilievi so­prastanti Bergamo fra il Serio e il Brembo, e dopo aver piegato verso sud-ovest scorre sotto Valtesse, quindi circuisce la parte orientale di Bergamo per scendere nella pianura impinguato da altri rivi.

 

 

Per comprendere bene il posto occupato da Leonardo da Vinci presso Luigi XII bisogna notare che l’artista non era soltanto ingegnere, ma anche pittore del re, e come tale dirigeva una schiera di dipingitori che andavano di mano in mano che procedeva la conquista sostituendo nei villaggi e nelle città alle insegne della Repubblica Veneta l’arma di Francia e quelle fa­migliari dei governatori francesi.

 

 

Che dovunque si togliessero via le insegne di San Marco risulta da molti indizi e sopratutto da ciò che racconta il Sanuto a proposito di Bergamo.

 

 

Dice dunque il diarista che “quel San Marchogrando, era in piaza, con quel doxe in zenochioni, dorado, era stà tolto zoso e mandato a Milan. E nel tuor, si aldite voxe del populo, che diceva: – El va a Milan, perché presto sarà signor di Milan. – E francesi have a mal di queste parole, e non poté saper chi le dicesse”.

 

 

Ma non basta, il Sanuto rac­conta ancora che mentre si trasportava questa statua da Bergamo a Milano « hessendo sul caro, nel passar Ada il caro si travolse e San Marco caschò in piè, e fo mal augurio per Francesi, come fo ditto. Item, il populo di Bergamo chiamano: Marco! Marco!”.

 

 

Più espressamente ancora scrive: “Vanno Francesi dipinzendo arme del re per tutto, in mezzo, e di le bande do arme, uno con uno capello di sora si tien sia del cardinal Roan, et l’altra non sa”. “È stà dipinto di color l’arme del re a Bergamo, e quel dì le dipinseno piovete, e captezoso”.

 

 

Assodato l’insieme di questi fatti riesce agevole concluderne che Leonardo non solo disegnava carte itinerarie, ma anche di­rigeva i lavori di pittura che andavano manifestando visibilmente l’estendersi della potestà francese del governatore di Milano sulle terre già occupate dalla repubblica veneta.

 

 

La notizia della caduta di Bergamo giunse a Venezia dolo­rosissima.

 

 

“II patriarca nostro, – nota il Sanuto – viste queste cosse contrarie, dubitando Idio non sia corozato contra di questa cità, ordinò a li piovani fosse fato a saper a tutte le caxe, dove ­seno dezunar doman, mercore, a dì 23, et 24 e 25, ch’è vene re et sabado, per placar la ira di Dio e cussì fu ordinato, e tutta la terra dizunoe”.

 

 

Intanto la famiglia dei Gambareschi, vedendo un tanto seguito di vittorie, per farsi amico il Re di Francia gli donò il giorno ventitreesimo di maggio la città di Brescia; ed il conte Luigi Avogadro, emulo dei Gambareschi, non sapendo con che altro modo farsi benevolo Luigi XII, andò nel castello di Brescia fingendo con l’incauto castellano di fuggire per paura dei francesi.

 

 

“Et intrato in quello con molti de’ suoi servitori - scrive il cronista milanese- quando il tempo li parve, misse la mano adosso al Ca­stellano, et a nome del re di Franza lo fece prigione: et con tal arte la fortezza venne in dizione dei Francesi, et entro vi fu preso non solamente il Castellano, ma anche il nipote del Duca di Venecia con quattro altri gentilomini Veneciani”.

 

 

Luigi XII si affrettò ad andarsene da Bergamo per entrare in Brescia col suo imponente esercito.

 

 

Uno schizzo di Leonardo ci mostra la strada fra Bergamo e Brescia, e ci dà – accanto ai disegni precedentemente illustrati – un rilievo schematico del sistema idrografico della Lombardia fra il Brembo ed il Mella, segnando la posizione relativa di questi due fiumi e dell’Oglio, del Cherio e del Serio.

 

 

Brescia è convenzionalmente rappresen­tata da un cerchio a destra, ma del suo nome nello schizzo vin­ciano non s’intravvedono che malamente le lettere finali ....cia, mentre le altre sono occultate dalle macchie che si trovano sui bordi del foglio che si va illustrando nella riproduzione fotografica del Rouveyre.

 

 

È da escludersi in modo assoluto che quest’ ultimo schizzo come i precedenti, abbia alcuna relazione con un presunto piano di canalizzazione della regione che Leonardo designa con le parole scritte per diritto Valle magrera.

 

Il Baratta si chiede a proposito se sarà brillata all’acuto spirito di Leonardo la idea di un grande canale che, svolgendosi nell’alta pianura da Bergamo a Brescia, alimentato dal Mella, dall’Oglio, dal Cherio, dal Serio e dal Brembo servisse ad una vasta e proficua irrigazione dei terreni, al risana­mento di terre infeconde ed anche alla navigazione interna.

 

 

“Voleva forse Leonardo collegare questo canale con quello della Martesana e con il nuovo tronco, la cui costruzione preoccupava tanto la mente sua indagatrice? Noto a questo proposito che nel 1840 Elia Lom­bardini l’eminente idraulico che per il Vinci ebbe la più viva ammirazione lanciò una idea che in certo qual modo collima con quella or ora accennata: di costruire cioè un grande canale che unisse la Martesana con l’Oglio, il Mincio ed il Po”.

 

 

Niente di tutto questo. Il fatto che nel medesimo foglio dove sono le carte itinerarie del lago d’Iseo della bassa Valseriana della Valbrembana, si trova anche questo schizzo idrografico della regione fra Brescia e Bergamo basta da solo per far escludere che qui siamo in presenza di un progetto di canalizzazione.

 

 

Non era il momento opportuno per il Vinci mentre gli eserciti com­battevano di andar investigando una futura sistemazione idraulica della regione.

 

 

Anche qui siamo in presenza di una carta militare indicante le distanze Brembo-Bergamo, Bergamo-Serio, Serio-Cherio, Cherio­-Oglio, Oglio-Mella, Mella-Brescia fatta allo scopo di agevolare la marcia alla parte dell’esercito francese che andava ad occupare la città di Brescia.

 

 

“Il campo del re - scrive il Sanuto accennando alla rapida marcia da Bergamo a Brescia - è mia 7 de là de Brexa, et hanno concluso li capitoli, e il re dove aintrar a dì 24 im Brexa”.

 

Prima che il re entrasse in Brescia gli andarono incontro 60 cittadini per oratori della comunità, ed egli impose il disarmo generale.

 

 

“Fece far una crida, che tutti quelli haveano tolto le arme di le monition, le dovessino restituir in le salle dove era, soto gravissime pene, e cussì fonno restituite”.

 

Appena giunse a Venezia la nuova della defezione di Brescia si temette la estrema rovina.

 

“Di colegio, scrive il Sanuto, non se intese alcuna cossa, tutti morti e di malla voglia. Brexa è spassata e Bergamo, si dubita di Veniexia”.

 

 

A Brescia come a Bergamo i francesi si affrettarono a di­struggere tutti i resti della dominazione veneziana.

 

 

“Item a Ber­gamo par francesi habino levato ogni cossa e munition e la cam­pana grande e tutto è mandato a Milan; et cussìel se à fato a Brexa, tutte artelarie à mandato a Milan”.

 

 

Era una specie di epidemia di rinunzia quella da cui sem­bravano invase le città di terraferma del dominio veneto.

 

 

Esse passavano non ad una ad una, ma a frotte sotto la signoria della Francia.

 

 

“Havendo inteso – scrive tristamente il Sanuto­– quelli di Sallò e di la riviera, che Brexa era venuta in man di francesi, tumultuavano assai dicendo non voler il vasto et etiam non potersi difender; et quasi dir si davano a Franza”.

 

 

Se si deve credere al cronista Dal Prato non soltanto le città che il convegno di Cambray aveva destinate al re di Francia, ma anche quelle che dovevano appartenere al Re dei Romani si affrettavano a portar le chiavi a Luigi XII.

 

 

“Dopo questo, su­bito si ebbe Crema, per la qual cosa impaurite le altre cittade, cioè Verona, Padua, Vincenzia, portorno tutte le chiave al re di Franza, le quale esso recusò, per esser assegnate al re de Ro­mani; ma le fece dare a Monsignor Andrea a Borgo, et alli altri ambasciatori di esso Romano re, che ivi erano presenti”.

 

 

La cosa non è sicura, ma grandemente probabile.

 

 

In mezzo a questa rovina progressiva e irreparabile il Sa­nuto, che trovava la politica della Repubblica in quei giorni troppo remissiva e priva di energia, si affrettava a registrare anche i più piccoli spiragli di luce che si aprivano all’animo patriottico veneziano.

 

 

“A dì 3 (giugno) domeniga, fo la Trinità. In colegio vene sier Sebastian Zustignan, el cavalier, venuto podestà di Brexa, con veste negra et barba, per coroto. Riferì primo, che il populo di Brexa è marchesco, e tutti si ha dolto, et quando entrono il re, niun gridò: – Franza! Salvo 7 over 8, la qual cossa parve di novo al re. Item, come brexani tien le porte de le caxe aperte. Item, il conte Alvise Avogaro quello à fato à fato mal volentieri e sforzado”.

 

Erano voci discordi alle quali non si poteva prestar troppa fede.

 

 

Intanto la grande repubblica cercava di rompere ad ogni costo la lega di Cambray staccando il Papa, il Re Cattolico e l’Imperatore.

 

 

Essa sapeva benissimo che, essendo le forze del Papa mediocri, lontane le armi del Re Cattolico e non essendo ancora calato il Re dei Romani in Italia, il re di Francia non si sarebbe accontentato di riacquistare la parte, che nella lega gli era stata assegnata, ma si sarebbe appropriata anche quella degli altri.

 

 

Luigi XII avrebbe così acquistata tale preponderanza che avrebbe impedito a Venezia di risorgere e avrebbe addirittura data l’Italia in balia dei francesi.

 

 

Di qui le deliberazioni prese dalla Repubblica di porre fuori di causa gli alleati di Francia, unico modo questo per preservarsi intanto dai pericoli più ur­genti, e riservarsi poi la via ad accordi possibili fino a che le preponderanze straniere si trovavano di fronte l’una all’altra impossibili quando si fosse lasciata soverchiare la sola preponderanza di Francia.

 

Le cose procedettero poi in modo assai di­verso, poiché Venezia fece bensì lega con uno dei Principi con­giurati a Cambray, ma non coll’Impero, invece con la Francia. Però la politica rimaneva essenzialmente la stessa: dividere quelli che le si erano uniti contro.

 

Il re di Francia intanto non potendo avere con accordo la fortezza di Peschiera la assediò lungamente, poi la espugnò e vinse. E avutala fece sospendere ad una quercia il castellano veneziano, con un suo figliuolo, e il rimanente della eroica guar­nigione fu uccisa dai Guasconi.

 

 

Finalmente, fosse stanchezza o la persuasione di aver compiuto ciò che si era proposto di fare, si indirizzò con le sue schiere verso Milano.

 

 

“Ché – osserva il cronista Dal Prato – se così fosse proceduto verso Venecia, quella senza fallo averebbe obtenuto, per il grande spavento et sedicione che già entro vi cominciava a nascere. Ma Iddio im­mortale non volse mai ad un solo homo donare tutte le grazie tutto forse per il migliore”.

 

 

Il nembo, che si era addensato sulla Repubblica, cominciava così a rendersi meno oscuro e pauroso, ma Leonardo che abbiamo veduto a Cassano, a Trezzo, a Caravaggio in Val Camonica a Bergamo ed a Brescia molto probabilmente non assistette al lungo assedio di Peschiera ed alla presa della città. Egli si recò in Mi­lano a contribuire ai preparativi che si andavano facendo per il trionfo del sovrano.

 

 

Il giorno primo di luglio adunque Luigi XII entrò in Milano, con quattro cardinali e gli ambasciatori del re de’ Romani e del re di Spagna “et da questa benigna città – scrive il Prato – fu ricevuto con tanta pompa che io ardisco equipararla a li triumfi Romani ”.

 

 

Da porta Romana al Castello le mura erano tutte ri­coperte di panno di raso, con i padiglioni di sopra; poi vi erano quattro archi trionfali: uno fuor di Milano alla Crocetta, il secondo a porta Romana, il terzo a porta del Duomo, in fronte del quale vi era un epitaffio dorato che diceva:

“Laqueus contritus est, et nos liberati sumus: e l’ultimo era su la piazza di Castello, il quale fra gli altri era bellissimo, alto più di cinquanta braccia di sopra avendo de rilevo l’imagine del Re suso un cavallo, tutto messo a oro, di maravigliosa grandezza, con dui giganti a canto, et tutte le comisse battaglie de circa intagliate et depinte, che era una bellezza a vedere: et più superba cosa saria stato, se la subita venuta del Re non avessi a mezzo dell’opera intarcisa”.

 

 

Poi davanti al Re furono condotte le cinque città prese, alla foggia romana a dietro un carro trionfale tutto dorato, tirato da quattro bianchi corsieri coperti tutti di seta bianca ricamata con due carrettoni e ventiquattro pomposi staffieri: e sopra di esso il re non volle montare, quasi come cosa da giuoco.

 

 

Dietro poi vi erano oltre agli innumerevoli principi, conti e marchesi, duecento gentiluomini francesi e molti milanesi così superbamente vestiti che il più domestico abito era di semplice broccato.

 

 

Che a questo sontuoso ricevimento sia stato presente e coo­perante anche Leonardo tutti i biografi hanno sempre affermato.

 

 

Collaborarono col Vinci anche altri artisti lombardi e francesi, fra i quali Giovanni Perréal.

 

 

Ciò che non è ancor stato osservato da alcuno è che il Sanuto ricorda la rappresentazione della lotta di un drago (Francia) con un leone (S. Marco e Venezia) che ha dato motivo a tanti schizzi preparatori sicuramente vinciani che oggi possediamo in non piccola parte.

 

 

“ Lo re di Franza è a Milano, registra il Sanuto, su feste e piazeri, et è inamorato in una bella dona milanese. Et che quel caro triumphal li è stà portà quando è 1’intrà in Milan è sta apichato soto il tecto dil domo, dove è uno lion ferito in mar, qual un drago il caza et è a la riva di terra deve un gallo li cava li ochij, poi è una bandiera d’oro di San Marco, apichata a la ruode di detto charo”.

 

 

Questo richiamo alla pittura vinciana della lotta del drago col leone for­nisce un nuovo elemento per rassicurarci anche più dell’intervento di Leonardo in queste feste per il ricevimento solenne del vincitore di Agnadello.

 

 

Se il Vinci era stato nel campo francese come ingegnere militare e pittore, nel campo veneziano era stato pure un altro ar­tista non inferiore a lui, Giocondo Veronese.

 

 

Sulla fine di aprile nota il Sanuto “fu posto per alcuni savij di colegio, mandar fra’ Jocondo, inzegner nostro, con altri inzegneri versso Lignago et vadi a tajar l’Adixe sì che Lignago sia in fortezza et li vadi a tomo, zoè tajar certo arzere etc.”. Al 20 di maggio il prov­veditor Moro andava a Legnago “dove sarà con fra’ Jocondo, inzegner, per tajar certa acqua per fortifichar Legnago tamen l’Adexe è molto basso e cussì tutti li altri fiumi”. “Nostri voleanotajar l’Adexe atomo, al qual effecto andò fra Jocondo, ma l’Adexe è basso, non si farà zero, poi si anegarà campi, et si comandava li homeni a far l’opera, e non voleano venir”.

 

 

Non è per una coincidenza fortuita che Leonardo nel foglio accanto a quello dove ha scritto: “porto di Cassano” ricorda il “Giardino di Blois” e annota: “a b è il condotto di Bles fallo in Prancia da fra Giocondo, b c è il mancamento dell’altezza di tal condotto, c d è l’altezza del giardino di Bles, e f è la caduta della cicognola, b c e f 9 è dove tal cicognolaa versa nel fiume”.

 

 

Non voglio affermare con ciò che il Vinci abbia avuti allora rap­porti diretti con Giocondo Veronese. La notizia può averla attinta da uomini che stavano attorno a Luigi XII o anche dai discepoli stessi dell’artista di Verona.

 

 

Il Sanuto ricorda che nel 16 maggio “fu preso uno francese, che stava a parlar con segni a li pre­soni francesi sono in Toresele, et fo dito era zovene di fra’ Jocondoinzegner nostro, el qual hessendo in bucintoro, che era fuora in canal fo preso e menato in camera. Quel di lui sarà scriverò”.

 

 

Ma sia o non sia avvenuta una conversazione fra i due grandi italiani in questi giorni, è certo che Leonardo ricorda non lungi dalla nota riguardante il “porto di Cassano” il ce­lebre artista nato a Verona verso il 1445 e morto a Venezia verso il 1525.

 

 

Entrambi, dotati di un genio universale, coltiva­rono con eguale successo le arti, le scienze e le lettere.

 

 

Giovane ancora, e già sapiente archeologo, Giocondo Veronese era andato a Roma, dove aveva disegnato le ruine dei monumenti antichi, scrivendone la storia e ricostruendone le più notevoli iscrizioni.

 

 

Ritornato in patria, era stato incaricato di costruire il ponte della Pietra, demolito dall’impeto delle acque.

 

 

Treviso gli deve il piano delle sue fortezze, che furono innalzate sotto ai suoi occhi e la costruzione delle quali egli sorvegliò fino al compi­mento. Il successo di quest’opera ebbe una grande eco.

 

 

Il nome di Giocondo divenne celebre: egli fu invitato a Venezia, insieme con altri architetti, per dar parere sulle lagune, che la Brenta minacciava di sommergere. Fra Giovanni propose di deviare il fiume e di condurlo al mare.

 

 

Gli fu affidato il compimento della impresa, ed egli ottenne un pieno successo. Fu allora conside­rato come uomo di genio, e incaricato delle imprese più vaste e più difficili.

 

L’imperatore Massimiliano gli comandò di fabbricare in Verona un edifizio per i magistrati, ed egli costruì il gran­dioso palazzò del Consiglio.

 

 

Quatremère de Quincy crede che sia opera sua anche la chiesa di santa Maria della Scala, così ori­ginale nella sua elegante semplicità.

 

 

Luigi XII nel 1499, riuscito vano il tentativo di condurre con sé in Francia Leonardo da Vinci, riuscì a legare al suo carro trionfale fra Giocondo.

 

Du­rante il suo soggiorno a Parigi il Veronese (1500-1507) aveva costruito il ponte Notre-Dame e forse il Petit-Pont de l’Hôtel-Dieu, ricostruito recentemente, aveva innalzato il palazzo della Camera dei conti, la sala d’oro del Parlamento e la parte orientale del castello di Blois.

 

Durante il suo soggiorno a Parigi, Giocondo aveva scoperto un manoscritto di Plinio il giovane contenente molte lettere che ancora non si possedevano.

 

Nel 1509, ritornato in Italia, durante i suoi rapporti con Leonardo da “Vinci, stava costruendo in Venezia il vasto fabbricato che oggi porta il nome di: Fondaco di Tedeschi, e che fu poi decorato da Tiziano e da Giorgione.

 

 

I due eserciti combattenti, quello franco-lombardo e quello veneziano, si giovarono dell’esperienza idraulica e archi­tettonica del Vinci e del Veronese che pur trovandosi in questo momento in due opposti campi si vedono unificati nella storia come un’espressione dell’eterno genio italiano in una nota di un manoscritto vinciano vergata appunto nei 1509.

 

Edmondo Solmi