Leonardo Da Vinci nella guerra di Luigi XII contro Venezia

 

di Edmondo Solmi 

 

 

Parte Prima

Mario Bratta, terminando un suo importante scritto sopra alcuni schizzi di Leonardo da Vinci riguardanti il territorio bre­sciano e bergamasco, si rivolge la domanda sull’uso a cui do­vevano servire e sul pensiero che animava il grande nel tracciare l’idrografia della regione fra Brescia e Bergamo.

 

L’infaticabile studioso risponde: “Volendo abbandonarci alle più probabili con­getture quel che le carte considerate potrebbero essere schizzi eseguiti per qualche progetto di azione militare, ed, a questo scopo, recherebbero qualche suffragio le parole, che si leggono nella nostra cartina la, oltre Ponte di Legno, ‘confini d’Italia’, le quali concordano pure con quelle del passo in cui, parlando dell’Oglio, dice che esce dall’Alpi dei Tedeschi. E tale ipotesi avrebbe un suffragio anche nel fatto di aver Leonardo segnate le distanze parziali fra paese e paese, ciò che dà ai nostri schizzi la idea di vere carte itinerarie. A siffatta interpretazione giova tenerlo presente, non ostacolerebbero gli avvenimenti successi nell’Italia settentrionale al tempo in cui Leonardo si trovava a Milano”.

 

A sostegno di questa acuta ipotesi, nella quale il Baratta non insiste più oltre, mi sia permesso di richiamare alcune con­siderazioni, le quali, se non erro, vengono a gettare nuovi sprazzi di luce sulle vicende della vita agitatissima del Vinci, e a far meglio rilevare il posto che al grande compete nella politica dei primi anni del secolo XVI.

 

È noto che a Cambray, mentre si negoziavano maritaggi, e si giocava allegramente, si pattuiva di nascosto la famosa lega contro Venezia stipulando di rivendicare al Papa Ravenna, Cervia, Faenza, Rimini, Imola e Cesena; all’Impero, nonché le provincie venete, Rovereto ed il patriarcato d’Aquileja; al Re di Francia Crema, Brescia, Bergamo e quanto Venezia possedeva dell’antico ducato di Milano; al Re d’Aragona Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli e quanto altro Venezia aveva in sua mano dell’antico regno di Napoli.

 

Si apriva l’adito di accedere alla lega così al duca di Savoja per il regno di Cipro, come al marchese di Man­tova per riavere i suoi territori perduti. Perfino si riservava di aver parte nella lega contro Venezia, come alleato, al re d’In­ghilterra.

 

E a Cambray stesso si pattuiva – come l’uso, esigeva, che questa volta si cambiava in atroce ironia – di accorrere alla difesa della Cristianità, quando essa fosse minacciata dai turchi, col favore dei così gentilmente trattati veneziani!

 

La lega di Cambray non era l’opera di un giorno, e Venezia era stata sì oculata da poter seguire per mezzo dei suoi ambasciatori tutte le fasi degli avvenimenti, che la prepararono. Alcune frasi sfuggite in Milano a Gian Giacomo Trivulzio presto le fecero noto, almeno in confuso, anche l’ultimo trattato.

 

Venezia, sebbene l’avesse preveduta, in questo momento non era preparata alla guerra, o, per meglio dire, le era impossibile trovarsi pronta a combattere contro l’intera Europa. Studiossi con promesse di adescare il Trivulzio, e s’illuse sperando che l’ In­ghilterra ed il Papa volessero interporsi per impedire lo scoppio della tempesta.

 

 

In data 3 aprile 1509 Marin Sanuto scriveva: “Si dice che in questo apontamento de Cambray è acordà il re de Franza dia romper guerra a la Signoria, et star 40 zorni in campagna, prima che li altri collegati rompino”.

 

 

E infatti, due giorni dopo ch’erano incominciate le ostilità, il 17 aprile 1509 salpava a San Giorgio l’araldo del re di Francia. Venne introdotto se­gretamente in palazzo ducale, ed al Doge ed alla Signoria disse che Luigi XII movea ad essi la guerra come usurpatori delle altrui terre. Il Principe rispose, che, senza Venezia, i Francesi non avrebbero avuto presentemente un palmo di terra in Italia, e che dicesse al suo Re, che gli avrebbero risposto gagliarda­mente, “confidandosi ne lo eterno Dio, che non abbandona chi opera giusto”.

 

 

La Repubblica aveva già prese con fermezza le sue ­misure quando già Carlo d’Amboise s’era mosso da Milano per mettersi sulla offensiva, ed attendeva l’arrivo delle milizie reali.

 

“Avendo adonca Veneciani tutti i loro exerciti raunati ne’ campi Veronesi per venire in obstaculo del Re in Gera d’Adda, subito Monsignor Carlo d’Ambrosia, regio locotenente, el giorno decimo quinto d’Aprile se ne andò a Cassano, et con animo più audace che consulto, dopo fabricati li ponti sopra el fiume Adda, senz’altro indugio passò con milleducento homini d’arme et octomilia fanti; et a lui quel giorno si rese Triviglio, Rivolta, Vayla et altri convicini luoghi de Gera d’Adda;

 

et da essi Francesi fu preso soldati assai Veneciani: subito l’exercito loro (che era ses­santa milla persone) spinsero con celerità verso il nemico: onde il regio locotenente, vedendosi non bastevole a resistere alle genti, le quali contro di sé intendea venire, subito, lassati alcuni soldati per guardia delle aquistate terre, se ne ritornorno da qua d’Adda, tutti gli fabricati ponti rompendo; et l’exercito veneciano in due dì pervenuto al fiume d’Adda, con poca fatica tutte le terre per­dute aquistorno, con presa di cinquanta homini d’arme Francesi, et circa mille cinquecento fanti, et reauto il dominio delle terre, furno tutti li più nobili da essi mandati per prigione, o vogliam dire statichi a Bressa;

 

et Triviglio, con rapine et foco, fu a poco men che disfacto; et molte di quele monache ne’ propri mona­sterii furono arse, et alquante delle più belle senza alcun riguardo violenta violazione patirno. Et fra gli altri sacrilegii, dirò una meraviglia de uno maledetto soldato con entro il Sacratissimo Sacramen, quello cominciò a stillare goccie di sangue et appresso me è accertato per persone veridiche la nocte avanti a tanta strage, esservi cascata rugiada di sangue”.

 

 

 

“Dopo il successo di queste cose, il Conte Bartolomeo del Viano (el quale da Veneciani aveva in mandato de non far facto d’arme se non dove la urgente necessità lo costringesse) era de animo de passare Adda, et venire sino a Milano, et prendere non solamente Lodi et Cassano, ma ogni altra terra che prender potesse: perché sapendo lui il re di Franza con novo exercito venirsene, diceva esser meglio vincere mentre che si può, et ac­camparsi su il tereno del nemico, che aspectarlo senza contrasti a casa propria.

 

 

Contra a questo parere furono li provveditori Ve­neciani: i quali dicevano esser meglio a stare sopra il suo, avendo tutte quante le città et terre ultra Adda fornite, et per maggior parte forti et amiche, che andare tentando nova briga: et che passando il Re, et dovendo a città per città vincere combattendo, essendo quelle di dentro ben munite, et di fora alla campagna l’aiuto d’un tanto exercito come egli erano, sarebbe impossibile; perciocché, o tempo o victualia o dinari li venia a mancare, o forse qualche disordine fra la lega o vero nel proprio campo riuscirebbe. Et che non più avanti procedendosi, collocornoVe­neciani il campo loro su la costa di Triviglio, ivi (come Fabio) l’inimico exercito Francese aspectando”.

 

 

Durante questi importanti avvenimenti tutto ciò che cono­sciamo di Leonardo ci porta a concludere che il grande, affac­cendato in lavori di pittura, di architettura, di idraulica e sopra tutto di matematica, si era trattenuto in Milano per compiervi le sue opere, e non si era allontanato che per sorvegliare i lavori che si stavano facendo per rendere navigabile il canale della Mar­tesana da Milano sino al lago di Como e per la chiusa di scarico nel Naviglio Grande presso a San Cristoforo. […]

 

 

Le relazioni di amicizia tra Leonardo e Carlo d’Amboise erano allora assai intime: a cominciare dal 1507 le dimostrazioni di stima del luogotenente generale del re di Francia in Lombardia s’erano rese infatti più frequenti e più calorose.

 

 

Tuttavia, ri­peto, tutto ci porta a credere che nel 15 aprile del 1509, sia che la sua opera non si ritenesse necessaria, sia che egli si fosse impegnato ad attendere Luigi XII, Leonardo non si mosse da Milano, ed attese tranquillamente ai suoi lavori ed ai suoi studi, nei quali lo troviamo immerso nel 30 di aprile. Il giorno dopo però egli si toglieva dal suo studiolo per ricevere coi genti­luomini di Milano il re di Francia.

 

 

 

“Dall’altra parte, Ludovico, re di Franza et Duca nostro, partitosi dal gallico reame et passate le Alpi per venire a questa impresa (come ho detto), entrò il giorno primo di Maggio in Milano; et pervenuto alla Piazza del Castello si tirò per alle­grezza gran colpi d’artiglieria: un pezzo de’ quali rompendosi, uccise uno suo gentilomo e uno ragazzo a canto a sé;

 

il che spaventò gente assai, et da molti fu preso in cattivo augurio, avenga che il contrario avenisse: et questo sia freno alle genti superstiziose, i quali sopra ogni accidente vogliono augurare. Ora in proposito, reposato che fu il nostro Re con l’esercito per octo giorni a Milano, una matina (che fu l’octava di Maggio) per tempo et in gran fretta, non so per che repente causa o desiderio (dopo svegliati ogni soldati con le sonate trombe) se ne partì da Milano, et andò a Cassano per Porta Nova, accompagnato non solamente da li suoi soldati Francesi, ma ancora da più di cento de li primi gentilomini de Milano, che seco aveano più de mille cavalli, si onoratamente tutti vestiti che gli era una meraviglia a videre:

 

et questi tutti di lor voglia, et anche a loro spese, se erano offerti a seguire il Re et Duca nostro; talché a vedere quella cavalcante compagnia, sì de Francoesi come de Milanesi, con gli saglioni quasi tutti di brocato d’oro sopra le fulgenti arme, essendo il Re vestito di bianco nel mezzo, era veramente uno obstupescere l’occhio del riguardante, Et così gionti tutti a Cassano, il Re entrò nel castello stato sino a quell’ora guardato da Monsignor Gran Maestro locotenente et da Monsignor Antonio Maria Pallavicino, con l’exercito poco fa nominato, i quali di si­deratissimamente, et con quello onore che a suo signore si dee, lo ricevettero”.

 

 

 

Che fra i cento e più gentiluomini milanesi, i quali accom­pagnavano Luigi XII, vi fosse anche Leonardo lo porta a con­cludere una breve nota del Manoscritto K, anche per testimonianza del Ravaisson-Molien scritta nel 1509, dove accanto ad uno schizzo del corso di un fiume si trova vergato: “Porto di Cas­sano”.

 

 

Cassano d’Adda fu, per la sua posizione strategica a cavaliere del fiume e a capo di uno dei più importanti passi di questo, teatro di lotte sanguinose, fra le quali memorabile quella tra le milizie milanesi e l’esercito di Federico Barbarossa nel 1158, quella pur fra i milanesi ed Ezzelino da Romano nel 1259, quella tra i Torriani ed i Visconti sul finire del secolo XIV.

 

 

È notevole il fatto che Leonardo in mezzo a tante memorie guerresche e con le orecchie rintronate dallo strepito delle armi francesi, rivolga nel 9 maggio del 1509 la mente alle arti della pace e vada pen­sando e disegnando sulla carta un “porto di Cassano”‘ che sa­rebbe stato di grande vantaggio allo sviluppo commerciale ed industriale di quei luoghi fertilissimi.

 

 

Cassano è un grosso ed ameno borgo situato sopra un colle ai cui piedi scorre l’Adda, nel luogo ove da questa esce il canale della Muzza e dove il Vinci ideava la costruzione di un porto per la navigazione in­terna del territorio.

 

Erano ivi al principio nel secolo XVI filande per il lino e per la seta, fornaci di calce e seghe di legname oltreché grande commercio di foglie di gelso, di uva e di biade.

 

 

Nel punto ove Leonardo ideava il “porto” sorge l’attuale ponte di Cassano, che ha la lunghezza complessiva di metri 165, colla carriera larga metri 8.30. E in sei arcate; cinque delle quali, di 25 metri di corda e 4.28 di saetta, mettono sul fiume, laddove la sesta, della corda di 28 metri, sovrasta al canale della Muzza.

 

 

Da questo momento le coincidenze fra gli eventi storici ed i manoscritti di Leonardo diventano così frequenti, che vengono tutte insieme a darci la certezza più assoluta che siamo nel vero affermando la presenza dell’artista nel campo franco-lombardo, che combatteva contro i veneziani.

 

 

Qui ci sentiamo costretti a dover fare un’osservazione la cui giustezza ed opportunità lasciamo al giudizio del lettore.

 

 

Leonardo nei primi mesi del 1500 si era offerto a porre in aiuto della Re­pubblica di Venezia i suoi ordigni da palombaro; ora egli si trovava con l’esercito franco-lombardo contro quella stessa Re­pubblica, che con tanto patriottismo aveva voluta difendere contro i turchi.

 

 

Non vi è una contraddizione nell’atteggiamento di Leonardo che da prima è con Venezia contro gli infedeli e poi coi franco­lombardi contro Venezia?

 

 

Nessuna contraddizione, dato lo spirito del tempo; e noi abbiamo già veduto il cronista milanese Dal Prato chiamare “maledetto” un soldato veneziano, e lo potremmo ve­dere applicare ai veneziani stessi in complesso il nomignoletto poco vezzoso di “cani”.

 

Purtroppo, in quel tempo, si era italiani quando si trattava di opporsi ai turchi, ma si diventava rabbio­samente avversi a questa o a quella città d’Italia, quando si trattava degli interessi del proprio comune o principato.

 

 

Cosi Leonardo fu col Valentino contro le Romagne e le Marche con Firenze contro Pisa ed ora con la prediletta Milano contro Ve­nezia.

 

 

Sarebbe assurdo voler trovare in un uomo del secolo XVI il patriottismo come è inteso oggi da noi. E benché Venezia, in questo momento e per le necessità della difesa dei propri domini di terraferma, si presentasse come propugnatrice del conculcati diritti italiani contro lo straniero invasore, pure questo concetto, date le condizioni di spirito del tempo, non poteva essere com­preso nel senso in cui lo intenderemmo noi oggi.

 

 

Il patriottismo di Venezia nel 1509 non poteva essere concepito dai milanesi che come presunzione di supremazia su le altre città italiane e come ingordigia di sempre più ampi possessi.

 

 

Ciò del resto si cercò anche in tempi molto più vicini a noi di insinuare nell’animo degli italiani a proposito del Piemonte e del re di Sardegna. Ma grazie a Dio gli animi erano mutati, e le insinuazioni dei retrivi e degli avventati, che in questo erano concordi non eb­bero grande presa nella maggioranza, e la sospirata unità si ef­fettuò in modo imperituro.

 

 

Si rimprovera alla repubblica di Venezia di non essere stata italiana mai se non al tempo della Lega Lombarda, del resto sempre strettamente, grettamente veneziana.

 

 

Le si rimprovera di non aver pensato mai a nessuna impresa di indipendenza a cui essa solo poteva mettersi a capo, e che essa più che le altre po­tenze italiane doveva prevedere necessaria.

 

 

E’ molto che alla gran repubblica si faccia grazia d’averci almeno difesi dai turchi. Eppure Venezia nel 1508 si trovava in possesso già di una gran parte d’Italia, ed anzi aveva esteso il suo dominio su terre che dalla sorte delle armi e dalla necessità del trattati sono interdette a noi.

 

 

Ma anche per questo riguardo sarebbe assurdo il pretendere che nel secolo XVI si effettuasse l’unità d’Italia altrimenti che in forma di egemonia.

 

 

Niente di più di un’egemonia avevano nel loro stesso territorio gli stati singoli. Ma sarebbe altrettanto falso il negare che Venezia non sentisse e facesse sentire di essere parte d’Italia e non si ritemprasse nel nome d’Italia.

 

Nel Senato veneziano il 5 maggio 1509 da sier Alvise Mocenigo, cavaliere savio di terraferma, fu posta parte di scriver “a li proveditori in campo, andando di là de Adda, che dovessero cridar: – Italia! Italia! Libertà! Libertà! Et far uno stendardo con San Marco et queste letere suso, acciò li populi di Milan, e altre terre di quel duchato, non credesseno la Signoria volesse quel stado per lei, ma volmeter Milan in libertà, e cazar Francesi de Italia.

 

Le letere dicevano: “Defensio Italiae”. La parte non fu per prudenti riguardi, messa a’ voti, ma poco importa, poiché si avevan notizie dal campo che i veneti vi avean gridato già: “Italia! Italia! Marco! Marco!”.

 

 

Il concetto patrio, presentato sotto forma di semplice egemonia, non poteva essere accolto dalle regioni che contemporaneamente indirizzavano tutti i loro sforzi a questa medesima ege­monia.

 

Vi era troppo grande vitalità intellettuale, eco­nomica e politica nelle singole parti d’Italia, perché una potesse prendere un duraturo sopravvento sulle altre, e inoltre il papato si opponeva validamente al primato di una provincia, temendo compromessi i propri interessi particolari.

 

 

Leonardo era dunque nel campo francese in Cassano il 9 maggio del 1509 e Luigi XII

 

 

“per la prima cosa volle veder l’exercito Veneciano, la numerosità del quale lo fece stupire, et continuamente l’artigliaria marchesca traeva sei orrendi colpi; avengache poco danno facesse per esser alquanto alto; né per­dette tempo il re nostro a fare extendere la sua de qua del fiume Adda su la spiaggia, che furono a numero pezzi sessantasette, quasi tutta grossa.

 

Poi facto questo, fece, con soi capitanei, con­siglio de ciò che far si dovesse et esso, forse da troppo audacia vincto, fu di parere de fare fabricare li ponti et passar Adda, et subito assaltar il nemico. Contro alla quale troppo ardita opi­nione fu fra li altri il Signor Jo. Jacobo Trivulzio, affirmandola ruina de tutti, quando questo exequisse, per esser li ne­mici accampati in loco alto, et fortificati con quegli fossati et repari che a sì facti bisogni se richiedono.

 

Et la mattina ve­gnente che fu il giorno decimo di Maggio, cominciò il Re a fare passare l’exercito suo, mandando oltra per le prime squadre le compagnie de’ cavalli leggeri, poi la fanteria; la quale sì tosto come passava, facea di là due ale, l’uno verso mezzodì, l’altra a settentrione dietro alla spiaggia del fiume: da poi passò l’arti­glieria, con simigliante ordine altresì colocata: indi seguitò lo. gente d’arme et arcieri, in tre parti compartiti, cioè lo prima guardia che furno lanze octocento, et arcieri mille cinquecento, ultra a la compagnia di gentilomini Milanesi, el capitaneo della quale era il Signor Jo. Jacopo Trivulzio, et Monsignor de la Pa­lissa:

 

poi il battaglione, che fumo lanze sei cento et arcieri mille ducento, el capo del quale fu il Duca di Borbone: et ultima­mente passò il re di guardia, cioè la Maestà Regia, con mille lanze et tre milla arcieri, computati quegli della guardia sua. Il qual passaggio veduto dal conte Bartolomè del Viano, a pena si potea contenere che in Adda non si sospignesse: ma li Vene­ciani Proveditori non concedendolo, parmi che dicesse: “Signori Veneciani, voi mi tollete la victoria di mano, et mi date la per­dita”.

 

Altri poi mi hanno altramente riferito; cioè che esso non volse venir incontro ai Francesi per non perdere l’altezza del colle et la fortezza di soi repari, persuadendosi che essi, come gente al primo impeto audaci, dovessino andare ad assaltarlo lui, subito che passati fussero. Ma sia come che si voglia, il loro pensiero li andò fallato; et il Re nostro con l’exercito passò. Su­bito che passato fu, disse il Trivulzio al Re: “Sire, la victoria è nostra”.

 

Poi cominciamo tutti li regi Capitanei ad accamparsi drieto a la ripa del passato fiume, cingendosi con l’artiglieria, et con que’ repari che a ciò si conviene. Et il Re fece subito rom­pere li ponti acciocchéli animi de’ soi soldati solo nelle arme et non nella fuga sperassino. Et Veneciani, vedendosi li inimici così de vicino accamparsi, si ritirorno alquanto de costa verso Ca­ravazo: un de parte de la gente regie andorno per prendere Ri­volta; ma quella, essendo fornia de soldati Veneciani et vota de terrieri, non se rese così de facile. Il che licenziata a sacco, et piantatovi alcuni pezzi d’artigliaria, fu in poche ore da’ Guasconi preso; et li trecento fanti Veneciani che entro v’erano furono occisi; et li cento cavalli legieri, usciti per una de le porte, si salvorno;

 

et la infelice terra restò sacheggiata, et in maggior parte arsa et desfacta, et sino alle sepolture de le gese fumo aperte, et il Crucifixo del loro tempio magiore fu tutto rotto et alcuni cadaveri morti de poco fumo sviscerati per vedere se cosa vi era entro nascosta; et infinite donne et giovane, le quale chi con la faccia stracciata et chi con fango et sterco bruttate, si erano reducte in S. Cismondo, ferindo con li pianti il cielo furno in tutto spogliate, et sino a quelle parti, che descrivere mi ver­gogno, perlustrate dubitando de qualche dinari o gioia nascosta”.

 

 

 

 

“Avuta la victoria de Rivolta il Re con soi capitanei avidi di combatere cominciorno a pensare a che modo potessero l’exercitoveneciano far descendere il colle: perciocché Francesi erano accampati al basso, et a voler combattere era loro disa­vantaggio. Undeil Signor Jo. Jacobo Trivulzio, montato sopra uno expedito cavallo, accompagnato da pochi cominciò a trascor­rere drieto ad Adda, per vedere se quelle colline (sopra le quali stava l’exercitoveneciano) aveano assai di longhezza: il che le trovò non più ultra extendersi che quattro miglia o circa.

 

Unde ritornato de la Maestà Regia, li fece intendere quanto veduto avea: et de comune parere fu ordinato il seguente dì de levare il loro exercito, et tanto avanti andare quanto transcorso era il Trivulzio, lasciando il colle, o vogliam dire l’altezza; il che suc­cedendo (come quasi di necessità conveniva), era la pugna de pari.

 

Et così, il giorno decimo quarto di Maggio, prima che l’alba apparisse, se levorno le gallice bandiere, et uon con quell’ordine si posero che posti si erano nel passare Adda; anzi, dopo agre­gati li canaggi et gente inutile, tutte le genti d’arme in tre parti (sì come l’ordine richiede) si compartirno, et tolsero ognuno la parte sua de la fantaria et de l’artilaria; et l’una compagnia dall’altra distandosi per un terzo di miglio, cominciorno animosa­mente a proceder avanti, et li homeni d’arme andando lenti lenti (acciocché le coorte de’ pedoni a loro distribuite non rimanessero adietro) nel spacio di cinque ore al desiato loco pervennero, es­sendo sempre a passo per passo costeggiati de’ Veneciani, i quali ad ultimo, trovandosi mancare l’altezza del terreno, videro che necessità li stringea a descendere, se a collocarsi o più avanti andare intendeano:

 

unde ad attendarsi con avantaggio, l’uno et l’altro exercito cominciò sommamente a farsi attento, et sopra di ciò stet­tero ambo li exerciti per spazio di mezz’ora sospesi. Fra il quale tempo molti soldati così a cavallo si refeciorno; et li Proveditori Veneciani insieme con il Conte da Pitigliano cominciorno allora vedere quella medesima paura che Francesi nel passare Adda veduto avevano: ma tanta era la cupidità ed avidità che il conte Bartolomè del Viano avea di combattere contro Francesi, che mai non si credea giungere a quell’ora che ’l vedessi i campi l’uno a l’altro congiunti.

 

Et diceva egli agli Proveditori et a’soi soldati: “Signori, et voi frategli, state di lieta voglia; ché oggi n’è concessa una opportunità de sì onorevole victoria, ché ogni altra ricordanza di battaglia, facta per adrieto, credo farà obscura. Noi abbiamo quivi il re di Franza con tanti prencipi et baroni, che, somettendogli, aquisteremo preda infinita et fama immortale. Però exortovi, soldati miei, non per le mie parole, ma per il ricco premio che si aspecta, ad intrar meco animosamente, che la victoria quasi certa abbiamo ne le mane, et li marzapam d’oro voglio che a posta loro godiamo”.

 

Et dopo ditte queste et altre simili parole cominciò ad ordenare le genti sue, che erano circa a vinti milla fanti, li quali in dui principali squadroni compartì; cioè uno per la prima guardia dil campo; l’altro per la guardia de l’artigliaria, dove esso istesso si pose drieto. Eravi poi il conte da Pitigliano il conte Alvisio Avogadro, SozinoBenzono et altri capitanei, con mille homini d’arme, i quali tutti, postisi nell’or­dine militare, cominciorno ad aproximarsi al nemico: unde il Re, il quale l’exercito suo avea in ordine, non se ritirò ponto in drieto, anzi, con ardita faccia et animose parole, ognuno exortava et accendeva alla battaglia, quelle cose dicendo et facendo per la quale gli homini a più rinforzo se svegliano, a ognuno ricordando la vita, l’onore, le ricchezze et la gloria di tutta la Franza nelle loro destre portare.

 

Apresso poi il Sig. Jo. Jacobo Trivulzio il quale, insieme con Monsignor Gran Maestro et Mon­signor de la Palissa, era uno de’ capitanei de la prima guardia, arrivato con le gente sue in fronte d’una gran campagna da qua d’un grosso rivo, cominciò (con sconcio però de molti soi soldati) a passarlo a vado, et vedendo el nemico proximato, disse, al de laPalissa: “Monsignore adesso convien fare il facto d’arme.

 

 

 

 

Volete voi essere de’ primi?” A che subito rispose: “Voglio”. Per il che, facto rettamente rivoltare quattro gran pezzi d’arti­glieria da destra alla parte sinistra, quegli fece scaricare ne’ fianchi del primo squadrone de la fanteria Marchesca; lo. quale, da sì orrendi colpi stordita et offesa, cominciò alquanto a smarrirsi del’ordine. Il che subito il Trivulzio, con il Gran Maestro et il Pa­lissa et li nostri cittadini Milanesi, factosi rattamente avanti, et levato il grido della battaglia, fecero impeto contro costoro; et in­sieme affrontandosi pedoni con cavalieri, fu combattuto con assai più fierezza che longhezza di tempo: perciocché, quasi in uno instante, tutta quella prima compagnia de pedoni Veneciani, restò da nostri homini d’arme occisa; i quali nostri, qua e là spargendosi alla occisione, furno dal Trivulzio tanto sto richiamati a l’ordine, acciò non fussero assaliti dal Conte da Pitigliano, il quale con la gente d’arme stava in su l’ale.

 

Et questo primo appiccamento di battaglia fu con tanta prestezza cominciato, che quella parte de fanteria, la quale era ascritta alla cavalleria de la prima guardia de Francesi, non vi potègiongere a tempo, perciocché non avendo egli quattro piedi, sì come gli cavalli hanno, furono al correre avanti molto dispari: di che fu a poco che qualche disordine non seguisse, perché essi pedoni Francesi o Guasconi o Sviceri che fussino, giunsero al facto d’arme nel tempo proprio che la gente da cavallo (come ho ditto), richiamati alle bandere se ne ritor­navano indrieto.

 

Il che non fu senza strepito, per esser costume francese de intrare in facto d’arme con grande impeto, et anche de rincularsi con grande tumultuaoione: il che li fanti nostri, non sapendo la causa perché li cavaglieriindrieto con tanto impeto se ne ritornassero, et anche per non essere da loro calpestati, comin­ciarno essi similmente a fugire; et così de grado in grado la paura multiplicandosi, molti non sapendo il perché, cominciorno a voltar le spalle”.

 

 

 

 

“Et essendo (come ho ditto) l’uno et l’altro exercito in più squadre et in più distancie compartito, così differentemente si com­battea. Et mentre che le prime compagnie erano nell’appizza­mento poco di sopra narrato, cominciò la seconda compagnia de Veneciani (la quale per un pezzo distava da la prima) con tanto animo ad assaltare il battaglione de Francesi, che forza fu ad egli a cedere. Il che acorebbe in essi tanto rumore, che da alcuni fu l’ultimo squadrone del Re richiesto in soccorso: final­mente riunite le compagnie del Trivulzio nel loro ordine et con­giontosi con li smarriti pedoni, ricominciorno novo assalto contro l’artiglieria et la guardia di quella.

 

Il che, il Conte di Pitigliano vedendosi essere stato al soccorso de’ molti compagni più tardo che el bisogno non domandava, non li diede 1’animo di entrare, per non mettersi in sì periculosa fortuna, anzi, voltato le spalle all’occidente con le genti d’arme, se ne fuggì verso Bressa et la compagnia della molta artiglieria, insieme con il Conte Barto­lomè del Viano, d’ogni aiuto abbandonata, dopo grande combat­tere, fu alla fine, poco men che tutti, occisa, et esso, vulnerato ne la faccia, cadette nel conflitto; continuamente piovendo sì dirot­tamente che proprio pareva il cielo lacrimando di tanta uccisione dolersi.

 

Et questa sconfitta fu nel loco fra Agnadello et Mira­bello, dove di corpi morti si trovò il numero di sedicimila per­sone (benché alcuni dicono di venti), quasi tutte per la maggior parte Veneciani et il Viano col nepote ferito et molti altri furono presi, et ventitré pezzi di grossa artiglieria acquistati” ....

 

“La victoria fu del serenissimo Re di Franza et Duca di Milano. La nova de la quale subito volata a Milano et a Venecia, l’uno d’allegrezza l’altra di tristezza fece non piccola dimostrazione. Et il santissimo Papa in questo tempo prese Ravenna, Cervia, Imola, Faenza, Forlì, Rimini, Cesena et tutte l’altre terre della chiesa per l’addie­tro occupate dai Veneciani. Così fece il re di Spagna delle cose sue, et così fecero gli altri potentati; de sorte che la Signoria di Venecia restò a un tratto spennacchiata non altrimenti che la cor­nacchia d’Esopo”.

 

 

 

 

Si domanda Vincenzo Gioberti nel Rinnovamento civile d’I­talia se si può immaginare un contegno più vile di quello dei veneziani dopo la sconfitta di Ghiara d’Adda o un parlare più abbietto di quello dei vicentini al principe di Anault (l’Haynau di quei tempi), e del Giustinian all’imperatore.

 

“Niuno dee stupirsi che l’aringa ‘miserabile”, come la chiama il Guicciardini, ricevesse una risposta atroce, piena di “crudeltà tedesca” e di “barbara insolenza” imperocché altra sorte non meritano i governi ed i popoli che si perdono d’animo e si avviliscono nell’infortunio”.

 

[…] Giunte a Venezia le notizie della rotta del campo, al Con­siglio si affacciò subitamente non esservi altro rimedio “che o Papa, o Maximian, o inchinarsi a Franza”.

 

 

 

Bene, siccome osserva Carlo Denina, il Senato veneziano pensò, che, essendo le forze del Papa mediocri, lontane quelle di Ferdinando, né essendo ancora Massimiliano calato in Italia, sarebbe stato facile a Luigi XII impadronirsi senza più anche della parte che colla lega di Cam­bray si era destinata ad altri, né allora Venezia poteva avere speranza di risorgere più mai, e l’Italia diveniva provincia della monarchia francese. Non credo dunque che la legazione di An­tonio Giustinian all’Imperatore avvilisse Venezia, come non so, che il viaggio di Adolfo Thiers alle Corti di Europa abbia av­vilita la Francia.

 

Ma la legazione di Antonio Giustinian lasciò piena ed intera la gagliardia degli animi. A sier Polo Pisani che propose non andasse il Doge l’indomani della notizia della sconfitta, giorno dell’Ascensione, a San Marco con le cerimonie, sier Alvise Priuli rispondeva che anzi il Doge vi dovrebbe andar vestito d’oro, come fece Misser Francesco Foscari, quando fu rotto il campo ve­neziano a Caravaggio. Rifiutando sier Polo Capello di andare provveditore in campo, ne fu gran romor in collegio, dicendo: “Nuimedemi non volemo andar a far i fatti nostri; e si doveria metter parte di confiscar li beni, e taiar la testa, in questi bisogni, a chi non va a servir la terra. Et sier Antonio Tron, procuratore, savio del Consiglio, si offerse di andarvi lui”.

 

 

Coi suoi 73 anni il Doge, per quanto accasciato dalle sven­ture della patria, avea fibra tuttavia e che fibra, se in Pregadi arrivò a dire a Sier Alvise Priuli, in quale occasione non so: “Vui meriteresse esser butà zoso di sti balconi”. La sua arringa è vibrante di amor patrio. Il 22 aprile in Gran Consiglio, levato si in piedi, così parla:

 

 

“Che questa terra, condita da li nostri progenitori, mediante il divino auxilio, di cagioni e cose infime, era venuta in tanta altezza; et che per questo eramo odiati, et da chi li avevamo fatto ogni ben, e varentato il suo stato in Italia, e non aver voluto romperli la fede, à fato che’ l ne vien potentissimo contra (Luigi XII) per tuorne il stado, che è bellissimo; e perhò tutti deveria prima ricomandarsi a Dio, che è onnipotente e justo, e sa che questa guerra contra di nui è injusta, e perché non è da temer in diffidarsi di l’ajutorio di Dio, che augumenta questo stado. Et come altre volte el si ricorda aver parlà in questo consejo, al tempo de 1’altra guerra con Turchi, che, si scapolavemo questi, avessimo ogni ben e cussì fu, che havemo sgrandì il nostro Do­minio, e cussì al presente prometeva vitoria ed augumento di stato!”.

 

 

Nei frangenti nei quali versava lo stato, il Doge non parlava solo di uscire dai pericoli presenti, ma di augumentare lo stato. Ci rammenta di Vittorio Emanuele che uscito dal col­loquio col capitano austriaco dopo Novara (era la giornata ug­giosa, il cavallo stanco) con pochi compagni dei quali nessuno osava rompere il silenzio, subitamente rivolto si al conte Vimercati gli chiese: quando sarò Re d’Italia, che vuoi tu da me?

 

Chi dai Diarii di Marino Sanuto volesse trarre documenti di schietta eloquenza, nei discorsi di Leonardo Loredan troverebbe costante l’intuito di quell’arcano legame che vi ha fra lo stato generale della patria e il benessere dei cittadini, di quella ri­percussione oscura ma immancabile, che unisce i loro progressi come i loro destini, e fa che l’agricoltore nei suoi campi, il ne­goziante al suo banco, l’operaio stesso nella sua officina, diven­tano più fiduciosi e più baldi quanto più la patria si aggrandisce e rinvigorisce.

 

Di qui 1’idea dominante del Doge Loredan, ohe le fortune private medesime andrebbero a soqquadro se non soccor­rono alla salvezza della patria: che tutti “fioli, fradelli e padri” debban quindi “pagar le sue angarie, e non vardar l’un l’altro perché, se perdemo, perderemo un bel stado, non sarà più gran consejo, non saremo più in una terra libera nati come semo”.

 

 

Sino dai primi anni del suo dogado in una arringa contro Zuan Antonio Minio per la urgenza di rifornire l’erario. “E che?, prorompeva, volerne aspetar che l’acqua ne vegna a la golla? Sin che poderno, signori, provvedemo”. “E se per mantegner el stado ’l bisognerà, che Dio ne guarda, sofriremo desfar tutti calesi, crose, arzenti de chiesie, fino la palla de San Marcho, piutosto che veder la ruina de questa terra”.

 

 

E in quello stesso anno 1509 disse: “dovessero pagar quelli uno debitore di danari aspetante la guerra, e sono molti richi non voleno pagar; et che non se valerà i nostri danari, perché, si perderemo, i nimici, tutti accordadi contra di nui, ne darà torsione, et ne torà i da­nari e argenti e ori”.

 

 

Poi disse: “che per la nostra superbia tutte queste potentie erano accordà contra di nui, perché toca­vernoel cielo; et tutti spendeva, tutti portava fodre, e al suo tempo si portava veste che gera da mezo in suso, et tutti porta veste a maniche dogal, prima eldoxe solo e miedeghi in questa terra le portavano” “Si pagasser le angarie, come al tempo dei Genovesi” “et questa terra è stà in più extremità a tempo di Zenova per la guerra di Chioza” “tutti li populi bramano San Marco, e si havessero un poco di spaleta jeriano tutti Francesi et Alemani a pezzi”. Ed infine “tutti dovessemo andar a com­bater per la nostra libertà. E come disse questo el consejo cridò: “Andemo! Andemo!”.

 

 

Nei consigli della Repubblica il Doge, sia quando si trattò della riconquista di Padova sia quando si è trattato di Brescia, propendea per gli indugi. Il che gli valeva le impazienze del Sanuto, e gli valse i giudizi recisi del Bembo, sebbene ora spas­sionatamente si possa attribuire a ragione di Stato anziché a irre­sulutezza d’animo. Talora si mormorò che non andasse in persona al campo. Ma fece anche più: vi mandò due dei suoi figli, uno a Padova, l’altro a Treviso. Ed è l’idea dominante nel gran cro­nista, che gli esempi vengan dall’alto: gli pianse l’animo quando scorse renitenza all’adempiere i doveri verso la patria: vuple che i primi negli onori sieno i primi ai cimenti: raccoglie il mormorio quando ciò non avviene, sicché ei va dicendo sottovoce: “exemplum enim dedi vobis, quem ad modum ego feci, ite et vos faciatis”.

 

 

Leonardo Loredan era asceso al seggio ducale sin dal 1501. Aveva trovato la Repubblica in grandi travagli per la guerra coi turchi, che durava già da tre anni; ed esausto l’erario pubblico e le fortune dei cittadini. E tuttavia, non ostante i suoi settantasei anni e la costituzione poco prospera, tutto spirito, come narra il Sanuto, in Oollegio, in Pregadi e in Gran Consiglio parlò voler far grandi cose per la salute della patria, proprio nel momento in cui la patria stava per soccombere sotto l’infamia dell’atten­tato mostruoso della lega di Cambray.

 

(continua al capitolo 2)