L’assedio di Padova del 1405 

 

Dario Canzian

 

Estratto da Reti Medievali Rivista, VIII - 2007

 

 

Introduzione

 

L’assedio di Padova del 1405 rappresenta un momento cruciale nella storia della città. Esso segnò infatti la fine definitiva dell’autonomia patavina e il passaggio della città e del suo territorio sotto il diretto controllo di Venezia. Era questo l’epilogo di un confronto plurisecolare tra due potenze che, più o meno scopertamente, erano state in competizione per il controllo della bassa pianura veneta e dei tratti terminali dei grandi fiumi che l’attraversano (Adige, Brenta, Bacchiglione) almeno fin dalla metà del XII secolo.

 

Questo confronto aveva assunto toni di scontro aperto con l’avvento nel 1355 a Padova della signoria di Francesco da Carrara, e in particolare con la “Guerra per i confini” (1) del 1372-1373, scoppiata in seguito alle iniziative di colonizzazione agraria e militare messe in atto dal Carrarese presso la località di Oriago, ovvero in un’area ai confini, appunto, tra il territorio padovano e gli stretti spazi di terraferma di pertinenza ducale (2).

 

L’assedio giunse dopo che l’ultimo carrarese, Francesco Novello, collocato alla guida della città grazie all’appoggio della stessa Venezia, a seguito della breve dominazione viscontea su Padova, si era definitivamente alienato le simpatie veneziane tentando una politica autonoma di affermazione su Verona e Vicenza. A partire dunque dal giugno 1404 Padova fu di nuovo ufficialmente in guerra con Venezia; un anno dopo, all’inizio di luglio, la città di Antenore venne cinta d’assedio e il 17 novembre successivo fu costretta a capitolare. Gli esponenti principali della famiglia dominante padovana, ovvero Francesco Novello e due dei suoi figli, Francesco Terzo e Giacomo, vennero giustiziati di lì a poco nelle carceri veneziane.

 

La conquista di Padova conferiva a Venezia il pieno dominio sulla terraferma veneta – dove già la città lagunare controllava Verona, Vicenza, Treviso, Feltre e Belluno –, dominio poi mantenuto fino alla caduta della Repubblica nel 1797.

 

 

Il saggio che segue si fonda soprattutto sull’unica fonte esaustiva giunta fino a noi riguardante quei fatti, ovvero la Cronaca carrarese di Galeazzo e Bartolomeo Gatari (3). L’opera fu avviata da Galeazzo, fino al 1389, continuata dal figlio Bartolomeo, fino al 1407, con aggiunte fino al 1435; l’altro figlio di Galeazzo, Andrea, revisionò la Cronaca nel suo complesso, lavorando ad interventi di correzione fino al 1454 (4).

 

I Gatari appartenevano al raggruppamento mediano della società patavina. Erano speziali molto in vista e rivestirono ruoli di rilievo sia nella fraglia, sia nell’apparato dei funzionari carraresi. In particolare, Galeazzo fu testimone attivo di molti tra i principali eventi che interessarono la signoria di Francesco il Vecchio, prima, e del figlio, Francesco Novello, poi: fu ambasciatore durante la “Guerra per i confini”, tesoriere carrarese ai tempi della guerra di Chioggia, tesoriere del comune di Padova al momento dell’abdicazione del Vecchio, membro della delegazione che consegnò la città al Visconti nel 1388, di nuovo ambasciatore a Venezia al momento del rientro del Novello in città, nel 1390. Come vedremo,

 

Galeazzo fu ancora tra le voci che cercarono di farsi sentire nel consiglio cittadino nel corso dell’ultima guerra contro Venezia, prima di essere colpito dalla peste che lo porterà alla morte (5).

 

La memoria storica di questa intensa attività fu raccolta da Bartolomeo Gatari, e di fatto, il testo della Cronaca a cui facciamo riferimento per i fatti che ci accingiamo ad esporre è quello da lui elaborato. Al fondamentale contributo del racconto cronachistico – tanto più rilevante se si considerano le distruzioni subite dagli archivi padovani nel corso del XV secolo  (6) – affiancheremo, oltre ad altre fonti edite, gli esiti di ricerche a campione effettuate su alcuni fondi manoscritti presenti presso l’Archivio di Stato di Padova (7).

 

Le premesse politiche e militari dell’assedio

 

A sentire il cronista padovano le ragioni della guerra, e quindi dell’assedio del 1405, devono essere fatte risalire a due anni prima (8). Nel febbraio del 1403, negli abboccamenti che si svolsero in coda ai festeggiamenti per il matrimonio tra il figlio di Francesco Novello, Giacomo, e Bellafiore da Camerino, gli ambasciatori della duchessa di Milano promisero al signore di Padova di adoperarsi per soddisfare le sue richieste e sanare così i conflitti tra il ducato di Milano e la signoria padovana.

 

Il Novello chiedeva Vicenza, Feltre, Belluno, Bassano, 80.000 ducati e la restituzione del tesoro sottratto da Giangaleazzo a Francesco il Vecchio, dopo averlo fatto prigioniero nel 1388. Secondo il Gatari, le richieste di Francesco Novello si giustificavano con uno scrupolo paterno: come lo stesso Carrarese ebbe a dire agli ambasciatori milanesi, in quanto padre di numerosa prole, egli intendeva procacciare una città a ciascuno dei suoi figli. Ma dietro questa motivazione, se davvero fu espressa in questi termini, si deve leggere piuttosto la consapevolezza che si giocava per la signoria padovana una partita esiziale, nella quale il Novello avrebbe potuto uscire vincente solo a patto di conferire al proprio dominio dimensione pluricittadina, se non regionale.

 

A questa condizione, infatti, Padova avrebbe potuto frapporsi con adeguata massa critica tra Milano e Venezia, le due potenze che si contendevano l’egemonia sull’Italia nord-orientale.

 

Le cose, però, andarono diversamente. Nonostante l’apparente iniziale disponibilità della duchessa, infatti, le richieste di Francesco Novello vennero disattese e questo lo indusse a muovere guerra ai possedimenti viscontei, con l’obiettivo ambizioso di annettere Verona e soprattutto Vicenza. Venezia, in questa circostanza, avrebbe concesso al Carrarese la sua autorizzazione, quanto meno per quel che riguarda Verona e i territori viscontei lungo l’Adige e oltre il Mincio. Un’azione antiviscontea condotta da forze padovane, in effetti, doveva non dispiacere al dogato, a patto però che questo non si traducesse in un eccessivo rafforzamento della signoria carrarese nel cuore della pianura che oggi chiamiamo veneta.

 

Con il tacito consenso veneziano, dunque, il signore di Padova, in società con Guglielmo della Scala e con i figli di lui, Brunoro e Antonio, inizia una serie di incursioni e tentativi di assedio (Cologna Veneta, poi Brescia), fino alla conquista di Verona (tra il marzo e l’aprile del 1404). Nelle intenzioni del Carrarese l’acquisizione di Verona avrebbe dovuto preludere a quella di Vicenza città che poteva essere da lui controllata in condizione di chiara subordinazione, ovvero senza la mediazione di un’ingombrante e non sempre affidabile stirpe locale, come era invece nel caso veronese.

 

Si sarebbe insomma ricostituito quello “zoccolo duro” territoriale, articolato lungo i fiumi Brenta e Bacchiglione, che già Padova era riuscita a comporre nel momento del suo massimo fulgore comunale, tra il 1266 e il 1311, prima della grande espansione scaligera nell’area veneta (9).

 

Fu proprio questa aspirazione a suscitare la reazione veneziana, sollecitata peraltro anche da proposte di esplicita alleanza in funzione anticarrarese provenienti da Milano. Mentre dunque a Venezia gli ambasciatori milanesi e padovani cercavano di guadagnarsi il favore ducale, la signoria si adoperava concretamente per impedire la caduta di Vicenza nelle mani di Francesco Novello. Così, gli assedianti padovani, guidati dal figlio del Novello, Francesco III, nel giorno di san Marco del 1404 con grande sorpresa e delusione videro sventolare dalle mura vicentine la bandiera con il leone, issata dai venticinque balestrieri inviati nella città berica da Venezia.

 

I Carraresi furono quindi invitati a recedere dall’iniziativa, pena la rottura delle relazioni con il ducato. Ma non fu sufficiente: Venezia voleva evidentemente portare alle estreme conseguenze il contenzioso con i signori di Padova e pretese risarcimenti elevatissimi (il centro di Cologna, «che è la chiave di Verona e de Padoa» (10), e 30.000 ducati) per danni inferti a luoghi posti sotto la sua tutela in territorio vicentino (Lonigo), oltre che per l’uccisione di un suo «trombetta».

 

Secondo la Cronaca, Francesco Novello si appellò al popolo per decidere se dovesse definitivamente mettersi nelle mani dei Veneziani e porre fine alla secolare autonomia padovana, o accettare lo scontro diretto. E qui il cronista, Bartolomeo Gatari, non manca di notare come lo stesso Galeazzo, suo padre, avesse perorato l’amicizia con Venezia, ricordando in consiglio quanto fossero state «noglioxe» alla città le guerre sostenute da Francesco il Vecchio contro il ducato. Il «buon consiglio» fornito dal cronista non valse a convincere il Novello, che venne piuttosto indotto alla scelta opposta dal «cattivo consigliere», tale Amorato Pilizaro, che addirittura, con gesto plateale, arrivò ad esibire l’offerta di mille monete d’oro purché si dichiarasse guerra a Venezia.

 

Illuso, par di capire, dall’entusiasmo scatenato in seno allo stesso consiglio dalla veemente proposta dell’Amorato (11), il Novello il 23 giugno si decise a porgere la disfida alla signoria, secondo l’uso del codice cavalleresco. In realtà, più che da questa manifestazione di orgoglio civico, il Carrarese si avventurò in questa impresa soprattutto ritenendo di poter contare su appoggi esterni – primo tra tutti quello fiorentino, come più scopertamente emergerà nelle fasi successive della guerra.

 

La valutazione, fondata forse su un’interpretazione troppo meccanica del sistema delle alleanze nel quadro instabile dello spazio politico centro-settentrionale italico, era però destinata a rivelarsi errata. Il seguito di questa vicenda è infatti la storia del progressivo avvitamento della signoria padovana in uno stato di emergenza sempre più cogente, fino alla catastrofe finale.

 

La guerra

 

 

Le parti in conflitto condussero la guerra secondo modalità differenti, vuoi per le diverse capacità di investimento economico (12), vuoi perché fin da subito si chiarì la diversità dei ruoli: i Veneziani combattevano per abbattere definitivamente il potere carrarese, e, di conseguenza, per la signoria padovana lo scontro assunse caratteristiche esclusive di difesa e contenimento.

 

Dopo una breve fase iniziale nella quale i padovani compirono qualche scorreria in territorio trevigiano, allora già sottoposto alla dominazione di Venezia, il 18 luglio 1404 le squadre militari di San Marco, guidate da Pandolfo Malatesta, sottrassero al signore di Padova la bastia di Gambarare, in area perilagunare ma in territorio padovano. L’acquisizione avvenne senza combattere: il capitano padovano si lasciò corrompere al prezzo di 6.000 ducati d’oro, emblematico anticipo di una strategia che i Veneziani applicheranno poi con sistematicità, nel corso della guerra. La reazione del Novello è anch’essa, in qualche modo, emblematica: al grido enfatico e vagamente teatrale di «chi me ama me siegua» (13), uscì da Padova e si precipitò con venti lance sul luogo, riuscendo a por fine al saccheggio in corso nel villaggio, ma non a riprendere la bastia.

 

Venne quindi raggiunto, secondo la fonte, da 30.000 uomini provenienti da tutto il padovano, immediatamente messi a scavare fossati, innalzare terragli, costruire torri, bertesche e belfredi; lo stesso signore e il figlio, Francesco III, per dare l’esempio, collaboravano alle escavazioni.

 

Appare dunque chiaro che, non potendo contare su disponibilità finanziarie paragonabili a quelle veneziane, i Carraresi cercavano di fare affidamento sul sentimento civico di devozione dei cives alla città e alla stessa famiglia dominante; per ragioni che spiegheremo alla fine del presente intervento, si trattava di un’idea anacronistica e distorta del rapporto tra signore e cives. Per altro verso, come si vedrà, attingendo alla tradizione signorile di cui erano altissimi rappresentanti, si sforzarono di attivare a loro vantaggio la rete di relazioni clientelari e solidali che erano in grado di mobilitare.

 

Di questa duplice attitudine dei Carraresi sono significativa conferma le disposizioni impartite da Francesco Novello nei giorni immediatamente seguenti al primo attacco veneziano: egli ordinò che al campo di Gambarare le milizie dei quartieri urbani si alternassero con cadenza settimanale «per non fadigare i suoi cittadini» (14). Quando poi nominò i capitani di quindici, tra castelli e centri murati, che punteggiavano il terriorio padovano e ne munivano i confini (15), vediamo squadernarsi un variegato panorama di fideles: accanto agli esponenti della grande tradizione aristocratica nordorientale legati ai Carraresi da antichi rapporti di amicizia, come i conti San Bonifacio, i da Castellalto di Valsugana, i friulani da Savorgnan, troviamo esponenti dell’élite urbana, come i Capodivacca, i da Curtarolo, i da Peraga, gli Zabarella; uomini legati alla corte carrarese, come Rigo Galletto, Giovanni Donder (16), il camerlengo Villano, il conte bolognese Iacopo da Panico, dottore giurista e consigliere del Novello; e infine, membri stessi della famiglia: i figli di Francesco Novello, Ubertino e Stefano, quest’ultimo figlio naturale e vescovo di Padova.

 

Dunque, per quanto anche i Carraresi si avvalessero di professionisti della guerra, come il comandante generale Francesco da Pisa, e di alleati potenti, come il marchese d’Este Nicolò (genero dello stesso Novello), l’organizzazione della difesa ricalcava nelle sue grandi linee moduli che possiamo far risalire all’età comunale, rimanendo ancorata in sostanza a una dimensione civica, sia pur complicata dalle nuove articolazioni gerarchiche costituitesi attorno alla corte signorile.

 

I primi mesi di guerra si trascinavano tra alterni rivolgimenti. Venezia riuscì però in questa fase a mettere a segno alcune iniziative belliche clamorose: la cattura nel novembre del 1404 di mastro Domenico da Firenze, «inzegnero del signor de Padoa» (17), le cui celebri competenze in materia di apprestamenti militari vennero da questo momento messe a disposizione della signoria; e, nel dicembre successivo, la rovinosa incursione nel territorio di Piove di Sacco, la vasta e fertile pianura a sud-est di Padova delimitata dal Bacchiglione, dove si trovavano immagazzinate scorte di granaglie, vino e carne così ingenti che «per più mexi fu le vituarie del Piovado grande abondancia a tuto l’oste di la Signoria» (18).

 

Come si vedrà, le conseguenze di entrambe queste operazioni saranno determinanti ai fini della buona riuscita dell’assedio.

 

A partire dalla primavera del 1405 iniziò la vera e propria offensiva veneziana nel territorio padovano. La strategia adottata era quella di sfilare ai Carraresi le loro piazzeforti, occupando in questo modo i settori territoriali che a queste fortezze afferivano, non però disordinatamente, ma secondo un disegno strategico ben preciso. Il 7 marzo 1405, dunque, venne occupato, grazie ad un tradimento, il castello di Stigliano, sul confine tra il territorio padovano e quello trevigiano; subito dopo, Venezia mise a segno un importante accordo con il marchese d’Este, già alleato carrarese; nel maggio venne attaccata e conquistata dopo una dura battaglia la fortezza di Castelcaro, all’estremo opposto del territorio, in vicinanza della foce del Bacchiglione; l’8 giugno fu la volta di Bovolenta, sempre lungo il corso del Bacchiglione, a sud di Padova, consegnata ai Veneziani dal suo capitano dietro pagamento di 4.000 ducati d’oro. A questo punto si apriva all’esercito attaccante la possibilità di rifornire via fiume senza problemi anche squadre molto avanzate nel territorio padovano, e così si decise di porre una testa di ponte a Terranegra, alle porte di Padova, da dove si poteva minacciare direttamente uno dei guadi (Vo di Zocco) sul sistema d’acque che circondava la città.

 

Altre incursioni venivano contemporaneamente portate sul territorio dei Colli Euganei, per impedire evidentemente il costituirsi di sacche di resistenza in un territorio difficile da controllare e soprattutto per tagliare alla città e ad alcuni importanti centri del padovano – Monselice, Este, Montagnana – un importante bacino di approvvigionamento. Sui colli venne appunto presa la rocca di Pendice, consegnata dopo breve resistenza dal capitano padovano, repentinamente convertitosi alla nuova dominazione.

 

Nel contempo, su un altro quadrante, maturava lo scollamento di Verona dalla dominazione padovana: stremati dall’assedio mantovano-veneziano, i cittadini costringevano Giacomo da Carrara a consegnare la città agli assedianti, dietro promessa di un salvacondotto per lui e per la moglie; il cronista sente il bisogno di spiegare che «né mai Veronexi ariano fatto questo, ma la neciesitade del vivere i costrinse» (19).

 

Subito dopo, pare per un malinteso (20), Giacomo da Carrara veniva catturato e tradotto a Venezia. Alla fine di giugno del 1405, dunque, le milizie venete, costringendo gli avversari a disperdersi su punti diversi dei confini (Stigliano, Gambarare, il territorio veronese), avevano consolidato lungo l’asta del Bacchiglione una linea sicura di penetrazione e rifornimento che dalla laguna portava direttamente alle porte di Padova; avevano privato la città di due dei suoi tradizionali giacimenti annonari – la Saccisica e i Colli Euganei – ai quali va aggiunto il castello di Stigliano, quasi certamente, come si vedrà, un castello deposito che drenava risorse dall’Alta padovana; avevano inferto al prestigio carrarese un colpo mortale costringendo Verona a staccarsi dal sodalizio padovano, distogliendo Nicolò d’Este dall’alleanza con il suocero, Francesco Novello, e catturando addirittura un figlio del signore di Padova.

 

Restavano ancora, è vero, nelle mani padovane i più importanti centri semiurbani del contado: Monselice, Este, Montagnana, Cittadella, Camposampiero, oltre ad alcuni capisaldi confinari, come Castelbaldo, sull’Adige, e San Martino della Vanezza (Cervarese Santa Croce), sul Bacchiglione a nord di Padova, in corrispondenza del confine con il distretto vicentino. Tuttavia, i popolosi nuclei murati di cui si è detto, stante il controllo delle campagne e la pressione diretta sulla città da parte degli occupanti veneziani, rappresentavano per i Carraresi più un problema che un possibile elemento di forza, in ragione delle necessità della popolazione civile che vi risiedeva.

 

Quanto alla effettiva capacità militare di Castelbaldo e San Martino, si vedrà come essa verrà facilmente aggirata dai Veneziani.

 

Dunque, alla vigilia dell’assedio urbano, Venezia aveva vulnerato le capacità difensive complessive della compagine padovana minandone con consapevolezza “chirurgica” le strutture portanti. Così, il primo luglio del 1405 veniva portato il primo attacco diretto alla città, ormai chiusa nel suo recinto murario e rassegnata alla dura prospettiva dell’assedio.

 

Padova assediata

 

Il cedimento dell’armatura territoriale

 

I Veneziani posero il loro campo nella località del Bassanello, a sud-ovest di Padova, non lontano dal capolinea fluviale sul Bacchiglione, precedentemente costituito; la guida dell’esercito era stata affidata a un terzetto rappresentato da Paolo Savelli, Carlo Zen e, dopo che ebbe liquidato la “pratica veronese”, Giacomo Dal Verme. Sul fronte opposto, il comando dei difensori veniva assunto nelle ore diurne da Francesco III da Carrara, mentre dopo il tramonto subentrava alla guida in prima persona il signore, Francesco Novello.

 

Nella prima fase dell’assedio attacchi e sortite si susseguirono, senza che si verificassero episodi decisivi. Ma la pressione sugli assediati fu subito molto forte: in città, una città sovrappopolata per l’afflusso dalle campagne di distrettuali in cerca di rifugio, dilagava la peste ed erano praticamente tagliati tutti i rifornimenti (21).

 

Torneremo oltre su questo aspetto dell’assedio, e restiamo per ora alle vicende militari. Dunque, mentre Padova organizzava la difesa, sul territorio cominciarono a susseguirsi le dedizioni a Venezia: dalla città, infatti, non potevano giungere aiuti alla periferia, né i centri del territorio potevano sovvenire la “capitale” cinta d’assedio. Così, il 14 agosto Rolando da Gronpo e Sicardo Capodivacca destituirono il podestà di Este, Pietro Zabarella, e consegnarono il castello alla signoria; il giorno successivo fu la volta di Montagnana, che si diede anch’essa a Venezia per iniziativa di notabili locali, segno che ormai era venuta meno la fiducia sulla vittoria di Padova.

 

Il Carrarese accusò il colpo e, su suggerimento del custode di Monselice, Luca da Lion, anch’egli sotto assedio, intavolò trattative con il capitano veneziano, Carlo Zen. Durante la breve fase di negoziati, approfittando di un momentaneo sguarnimento del campo del Bassanello (una parte dei cavalieri era stata inviata all’assedio di Monselice, dove si temevano iniziative dei residenti), il Novello aveva radunato nella notte del 25 agosto tutti gli uomini che aveva potuto, e aveva azzardato una sortita poco prima dell’alba. L’incursione a sorpresa nel campo avverso aveva avuto pieno successo: danni ingentissimi erano stati inferti a uomini, animali e mezzi, tanto che era stata concordata una tregua di dieci giorni per dare il tempo agli assedianti di seppellire i morti.

 

Probabilmente, anche per gli assediati ciò significò un momento di respiro e non si può escludere che nell’occasione fosse giunta alla città qualche rifornimento dall’esterno. Al termine della tregua, comunque, il Carrarese sembrava disposto ad una resa condizionata, non sgradita presumibilmente anche agli attaccanti, almeno a giudicare da un certo nervosismo tradito da Carlo Zen di fronte alle condizioni poste dal Novello (22).

 

Francesco da Carrara, prima di risolversi, aveva chiesto di consultarsi col suo «popollo», e il “popolo” si era espresso per la resa. Tuttavia, per «mala ventura», come dice il cronista, proprio quella notte il signore ebbe da Firenze una lettera in cui gli si annunciava che i Fiorentini avevano vinto la guerra con Pisa e si profilava la possibilità che dalla Toscana potessero giungere aiuti al signore di Padova. Tanto bastò perché il Novello si ricredesse.

 

Evidentemente, però, questo ripensamento non incontrò la fiducia degli ufficiali periferici padovani. Il fallimento della fase negoziale comportò infatti un’ulteriore accelerazione nello smembramento del dominio territoriale della città: l’11 settembre due «chavalari» di Camposanpiero per 4.000 ducati d’oro consegnarono il castello agli attaccanti (23); poco dopo, il 14 settembre fu Monselice a darsi all’assediante; il 2 ottobre venne conquistato dai Veneziani a colpi di bombarda il castello di Strà, ad est di Padova lungo l’asse fluviale che la collegava a Venezia; cinque giorni dopo, i capitani che custodivano San Martino della Vanezza e la vicina Arlesega cedettero per denaro alla signoria i centri loro affidati; il 25 ottobre l’arciprete di Cittadella, importante borgo murato sui confini settentrionali del distretto, d’accordo con alcuni residenti, destituì il capitano carrarese, il nobile friulano Andrea da Savorgnan, e consegnò l’abitato a Venezia, dietro promessa di essere nominato abate del cenobio di Santo Stefano di Carrara, monastero rurale legato alla famiglia dominante padovana fin dall’XI secolo (24).

 

Infine, il 26 ottobre il conestabile di Castelbaldo, Bartolo da Faenza, catturò il podestà Bonifacio Guarnarini, ottenendo la taglia di 1.000 ducati d’oro, e diede il castello a Venezia, ottenendone altri 2.000 ducati.

 

Alla fine di ottobre, dunque, la città assediata era pressoché completamente privata della corona dei suoi satelliti; di conseguenza, le truppe veneziane che stringevano i castelli e le terre murate del distretto potevano essere convogliate all’assedio del capoluogo in vista dell’azione risolutiva. 

 

L’epilogo

 

Intanto, la situazione interna di Padova era andata drasticamente deteriorandosi, a partire dai giorni immediatamente successivi all’abbandono delle trattative settembrine. Infatti, la città era rimasta del tutto privata dei rifornimenti idrici grazie ad una iniziativa di mastro Domenico da Firenze, l’ingegnere già al servizio dei Carraresi, successivamente, come si ricorderà, catturato dai Veneziani. Costui era riuscito con una sua opera a deviare il corso del Bacchiglione, tanto che in città non vi era più acqua per macinare, e molti pozzi si erano disseccati.

 

La tensione doveva salire di giorno in giorno, al punto che abbiamo notizia già alla fine di settembre di primi tentativi di tradimento attuati senza successo da cittadini padovani. I colpevoli, individuati, in parte fuggirono, in parte vennero catturati e immediatamente impiccati ben in vista, sulla torre a presidio della porta di Ponte Corvo, che i congiurati avrebbero dovuto aprire agli attaccanti.

 

Se la congiura di Ponte Corvo aveva coinvolto figure di secondo piano della società urbana, sappiamo però che ai primi di novembre collaboravano al campo veneziano personaggi padovani di rango, ai quali in precedenza il Novello aveva affidato il governo di alcuni suoi castelli, come Peraghino e Marino da Peraga. Fu proprio su consiglio di questi ultimi che il 2 di novembre fu tentato un primo attacco con scale e graticci su più fronti del lato meridionale delle mura urbane. Intervenuto Francesco Novello, per questa volta il pericolo fu sventato.

 

Pochi giorni dopo, però, Domenico da Firenze allestì un camminamento coperto che consentiva ai soldati veneziani di lavorare protetti all’abbattimento delle mura. I difensori, molto spaventati, furono costretti a scavare un fossato all’interno delle mura stesse per allestire un ulteriore argine di terra che potesse costituire, insieme al fossato, una seconda linea difensiva quando la prima, quella di pietra, fosse venuta meno. Il tutto avveniva sotto i colpi dei verrettoni e delle bombarde degli uni e degli altri.

 

I Veneziani non trascurarono, peraltro, nemmeno la guerra psicologica: fecero letteralmente piovere al di là delle mura urbane più di trecento «brievi» nei quali così si minacciava: «La magnificha eccielssa signoria de Vinexia notificha a voi, Padoani, che se voy non gli date vostra citade de Padoa perfino a diexe dì prosimi che viene, la Signoria farà vostra terra metere a fuoco e a fiama e a vostra ucisione, destruciendo tuti voy Padoani, e faremo quello de Padoa ch’altra volta avemo fatto di Candia e de Giara [cioè di Zara]» (25).

 

Gli effetti di questi messaggi non furono del tutto trascurabili, come si vedrà. È a questo punto che le reazioni di Francesco Novello, così come ci vengono descritte da Bartolomeo Gatari, lasciano trasparire segni di cedimento psicologico. Ai molti – compreso il figlio Francesco III – che gli fanno notare che ormai la guerra è persa e che sarebbe opportuno cercare l’accordo con la signoria, egli ostinatamente risponde di confidare su aiuti straordinari che gli sarebbero sopraggiunti dal re di Francia, dal re d’Ungheria, da Ladislao di Durazzo, dal fratello Conte da Carrara in società con i Genovesi, speranze che il cronista definisce «lunghe e non veraxie» (26).

 

Alle autoillusioni si accompagnano gli scoppi d’ira. Il 16 di novembre sotto le finestre del Novello si raduna una massa di persone («gran parte di puopollo […] quasi tuti in arme») di cui si fa portavoce Nicolò Mussato: i Veneziani hanno dimostrato molte volte di essere vendicativi, dice il Mussato, e hanno già preannunciato il trattamento che riserveranno ai Padovani se non si arrenderanno presto; dunque, se Francesco Novello non si rassegna alla sconfitta nessuno sarà più disposto a seguirlo. A tali parole il signore di Padova, in un accesso d’ira, si scaglia verbalmente contro il Mussato investendolo di tali accuse e minacce che il malcapitato deve essergli sottratto alla vista nel timore che il Carrarese lo possa uccidere seduta stante. È davvero uno sfogo di disperazione: l’immagine immediatamente successiva nel racconto del Gatari è quella del signore di Padova che, scuotendo la testa, si allontana tenendo per mano Alberto Goffo, suo consigliere, quasi a cercare un supporto spirituale nel momento in cui bisogna prendere l’amara decisione. Un’ora dopo viene annunciato ai cittadini che, trascorso il termine di dieci giorni, si sarebbe fatta la loro volontà (27).

 

Ma non fu necessario lasciar passare quella scadenza. Nella notte del 17 novembre, tale Giovanni di Beltramino, capo di una squadra di 50 guastatori vicentini al servizio della repubblica di Venezia, scalò la torre che sovrastava la porta di Santa Croce, contro la quale avevano già infierito numerosi attacchi veneziani, dopo aver promesso alle guardie una cospicua ricompensa in denaro (28). Subito fu aperta la porta e gli attaccanti poterono dilagare nel borgo. Francesco Novello dovette ritirarsi alla porta di Prato della Valle, e da qui mandò immediatamente a chiedere un salvacondotto per poter parlamentare con il capitano di parte avversa. L’esito della trattativa, condotta da commissioni costituite sul momento, fu che il Novello si lasciò convincere da Galeazzo da Mantova, capitano veneziano designato dopo la morte del Savelli, a cedere ai Veneziani il castello cittadino, mantenendo per sé la terra, in attesa di concordare direttamente con la signoria le condizioni della resa.

 

Alla città, già duramente provata, veniva risparmiato il saccheggio. La capacità contrattuale dei Carraresi rispetto alla controparte era però ormai completamente annullata. Recatisi a Venezia al seguito di Galeazzo da Mantova, fidando sulla parola di costui, Francesco Novello e Francesco III vennero sottoposti a provvedimenti via via sempre più restrittivi, in attesa che il consiglio dei Dieci decidesse la loro sorte. Finché, tra il 17 e il 19 gennaio del 1406, unitamente all’altro figlio del Novello, Giacomo, come si ricorderà già recluso nelle carceri della Repubblica, non venne eseguita la loro condanna a morte per strangolamento.

 

L’assedio vissuto. Carestia e speculazioni

 

Delineato il tragitto événementiel dell’assedio di Padova del 1405, cerchiamo ora di vedere quali siano state le condizioni concrete di vita dei cittadini e dei distrettuali padovani durante i circa cinque mesi di durata dell’attacco.

 

Dobbiamo muovere, al riguardo, ancora una volta dal nostro cronista, che dedica alla questione una pagina celebre per il preciso dettaglio e anche per i suoi echi boccaciani. Il racconto, posto proprio all’inizio della narrazione dell’assedio, esordisce ricordando come, a causa della «pestiferra guerra», i contadini si fossero rifugiati entro le mura della città con i loro animali e i loro mezzi, tanto che ogni casa, le chiese, i fondaci, i monasteri erano invasi da questa popolazione in fuga (29).

 

Animali e uomini vivevano per le strade e sotto i portici, dormendo su pagliericci improvvisati. In questa situazione, presto venne a mancare il cibo per le bestie, che cominciarono a morire in gran numero, cosicché venivano gettate nei fossati dove andavano in putrefazione all’aria aperta. Come si può immaginare, «’l lodume e’ fanghi oltre misura era grande per tuta la terra e per le caxe, e ’l puzore grande e pesimo che putrifava l’aire e choronpeva tuta la citade».

 

Anche il sostentamento degli uomini cominciò dopo poco a scarseggiare, non tanto, secondo il cronista, per l’effettiva mancanza, quanto piuttosto perché ognuno lo teneva gelosamente per sé, e le derrate circolanti erano vendute a prezzi esorbitanti (30).

 

I soldati veneziani, d’altra parte, accampati al Bassanello, ovvero in prossimità della porta di Santa Croce, attuavano un blocco molto severo di tutte le altre porte della città. Alcune deposizioni testimoniali rese nel 1408 nella causa intentata contro un non meglio precisato dominus Uguccione per il possesso di beni nel distretto urbano, ricordano infatti: «quod nullus civis civitatis Padue poterat exire civitatem Paduanam causa eundi ad possessiones suas timore ne a dictis gentibus caperetur que quotidie curebant modo ad unam portam, modo ad aliam civitatis Padue, et quod multi qui volebant exire capiebantur» (31).

 

Il taglio netto delle comunicazioni con il territorio aveva naturalmente compromesso l’approvvigionamento urbano. Un teste nel medesimo processo del 1408 ricordava la tecnica con cui i Veneziani controllavano le campagne padovane: «dicte gentes non ocupabant omnes possessiones Paduani districtus, quare istud fuisset impossibile, sed (…) bene tenebant modo huc modo illuc et per hoc cives Paduani timore capture non audebant ire ad dictas suas possessiones» (32).

 

Peraltro, sembra che i contadini rifugiatisi in città cercassero comunque di recarsi nelle campagne per cogliere i frutti e i raccolti, evidentemente fatti più temerari dalla necessità aggravata dalla maggior povertà rispetto ai cives, che potevano contare sui propri magazzini domestici urbani; quei rustici, però, finivano per essere catturati in gran numero dalle pattuglie veneziane (33).

 

Il quadro che ne conseguiva ci viene descritto da alcune richieste di autorizzazione alla vendita di beni di minori, formulate dai tutori davanti al giudice del podestà Giovanni da Rimini nel luglio del 1406. La motivazione che si adduceva per giustificare la vendita era che «propter bellorum discrimina (…) domus et possessiones ipsorum pupilorum inhabitate ac incolte remanserunt et sunt, bobus perditis, agricolis nonnullis mortuis, plurisque egestate consumptis, adeo quod agricolas et laboratores ad habitandum et cultivandum possessiones quarum usufructu et redditu pupilli ipsi debent ali, reducere, habere et invenire nequit [sogg.: il tutore] nisi de bonis ipsorum pupilorum aliqua bona vendantur, quorum precio possit eis in premissis subveniri» (34).

 

A distanza di sette mesi dalla fine dell’assedio, dunque, a stagione agricola già avanzata, le campagne non si erano ancora riprese. Come se non bastasse, l’aver abbandonato il governo dei campi esponeva i proprietari urbani al rischio di perdere i loro diritti patrimoniali. Questo almeno sembra di capire dalla linea difensiva assunta dai legali del citato Uguccione nel 1408, desumibile dalle dichiarazioni dei testimoni da lui prodotti, i quali sistematicamente difesero i propri diritti sui beni posseduti nel contado appellandosi all’istituto della possessio animo: se anche non avevano potuto recarsi nelle campagne per far coltivare i propri campi a causa della guerra e del blocco veneziano, tuttavia non consideravano quei possessi «pro derelictis»; anzi, ciascuno «semper animo possedit possessiones suas positas in Paduano districto», e sempre «animo» erano certi che finita la guerra si sarebbero recati a far lavorare quelle terre.

 

La minaccia a tali diritti era derivata dalla difficoltà di salvaguardare i patrimoni privati dalle confische per diritto di guerra e dai semplici abusi dei vincitori. Infatti, gli stessi testimoni regolarmente dichiaravano di credere che il «ducale dominium Venetiarum» avesse fatto la guerra «gratia privandi dominum Franciscum de Cararia dominio Padue et non causa privandi cives Patavinos suis possessionibus» (35).

 

Queste parole ci lasciano capire che il rifugio in città durante l’assedio, da parte dei proprietari, e l’abbandono dei campi, sotto il profilo legale poteva essere sussunto dai vincitori come adesione politica al partito carrarese e dunque poteva costituire un pretesto per autorizzare la privazione dei beni degli interessati per ragioni, appunto, politiche.

 

Ritornando al problema dello sfruttamento delle risorse rurali, va detto che queste erano state drenate già prima dell’assedio, e non solo dai soldati veneziani. Anche la presenza delle milizie padovane nei castelli del contado aveva prodotto fenomeni di accaparramento e speculazione, di cui è rimasta traccia in due deposizioni superstiti di un’altra causa discussa nel 1408, ovvero la lite intercorsa tra tali Giovanni da San Giorgio e Pietro Trento. Le testimonianze, mentre non ci dicono nulla del convenuto, ci lasciano capire che l’attore doveva aver svolto dei servizi militari di responsabilità per la signoria padovana presso il castello di Stigliano, nel settembre del 1404, prima di essere sostituito da un certo Diolay (36).

 

Al passaggio delle consegne Giovanni aveva venduto a Diolay i beni oggetto della petitio. Si trattava di beni per 50 ducati che Giovanni aveva comperato da molte persone («Item dixit ipse testis interogatus quod dictus Iohannes dicta bona emerat a quam pluribus personis» (37) durante la sua permanenza a Stigliano, beni la cui composizione non ci è nota, visto che non possediamo la petitio, ma che certamente comprendevano del frumento e un apprezzabile quantitativo di vino. Uno dei testimoni, infatti, che al momento della causa era «stipendiarius pedestris ducalis dominii» vendette egli stesso a Giovanni tre staia di frumento, reclamati, pare, nella petitio; inoltre, viene ricordato nella seconda deposizione come Diolay si fosse poi dedicato allo smercio tra gli stipendiari padovani presenti a Stigliano dei beni aquisiti, «et maxime de vino» (38).

 

Curiosamente, Giovanni e Diolay si ritrovarono un anno dopo nella città assediata tra i soldati disposti a Prato della Valle in attesa di effettuare la sortita al Bassanello, sortita, come si è detto, che costituì il colpo di coda dei difensori di Padova. La deposizione testimoniale ci ha riportato lo scambio intercorso allora tra i due: «Item dixit ipse testis interogatus quod tempore quo gentes domini Francisci de Cararia exiverut portam Sancte Crucis causa eundi versus Bassanelum, dictus Iohannes de Sancto Zorçio oviavit dicto Diolay super Prato Valis, cui dixit: “Diolay, tu faceres michi magnum servicium si tu dares michi ilos denarios quos michi dare debes pro rebus per me tibi venditis et datis in Stiglano qui sunt ducati quinquaginta et ultra. Si ad presens velles michi dare ducatos quadragintaquinque ego faciam tibi finem de rexiduis”. Et tunc dominus Diolay respondit: “sicut revertar intus ego eos dabo tibi”» (39).

 

Cospicue dovevano essere anche le speculazioni interne al circuito urbano, connesse sia alla borsa nera dei generi di prima necessità, sia ai turbamenti del mercato immobiliare indotti dalla presenza di tanti rifugiati.

 

Prendiamo in considerazione ad esempio tre atti riguardanti un piccolo drappello di abitanti della Saccisica, il territorio di pertinenza della pieve di Sacco (oggi Piove di Sacco), presenti a Padova quasi certamente come rifugiati nel giugno/luglio del 1405, sui quali avremo modo di soffermarci anche oltre. Nel primo, tale Antonio Botele da Lacampagnola fa remissione nelle mani di Innocenzo, cambiatore, del fu messer Francesco de Porcelinis di tutti i suoi diritti livellari su un sedime con casa di legno, e di un campo piantato di alberi e viti, collocato nel suo paese d’origine.

 

Nel secondo, un abitante di Fossalonga di Piove di Sacco dichiara di aver ricevuto in soccida, da un altro residente di Piove, una vacca rossa, al canone di 25 lire di piccoli. Infine, il terzo documento è rappresentato da una quietanza di versamento «in deposito et salvamento» della somma di 33 lire, transazione ancora una volta riguardante due immigrati dall’interland di Piove di Sacco (40).

 

Le iniziative finanziarie prodotte da questi profughi credo possano essere comprese alla luce della necessità di procurarsi denaro liquido con cui affrontare le spese straordinarie indotte dalla particolare situazione in cui questi si trovavano. Peraltro, si nota al riguardo una certa comprensibile propensione a fare affidamento sulla solidarietà tra “compaesani”.

 

Gli immigrati più agiati potevano però ambire a livelli di comfort superiori, pur nella situazione di costrizione. In particolare, potevano puntare all’acquisto di una casa, come è testimoniato da una transazione registrata dal notaio Giacomo da San Fermo in data 19 ottobre (41). In essa, la vedova di Giacomo da Casale, della contrada padovana di San Bartolomeo, confermava la vendita effettuata dal marito a favore di un certo Giovanni da Vigonovo (località a sud di Padova), «ad presentem habitanti Padue, in contrata Sancti Bartolomei» di due «cassos domorum de lignamine copertos de cupis», ubicati nella stessa contrada.

 

Non mancano indicazioni relative a operazioni immobiliari su scala più grande di quella appena definita. La grave emergenza, infatti, non sembra aver arrestato operazioni in questo settore economico anche impegnative, e non sempre di facile valutazione. Proprio il protocollo notarile appena citato riporta una vendita effettuata nello stesso giorno di quella a cui si è fatto riferimento, ma molto più consistente e finanziariamente importante. Il 19 ottobre, infatti, Ludovico a Lignamine del fu Lazzarino da Montarsio, della contrada di Santo Stefano, emancipato dal padre e residente «seorsum», vendeva al «provido viro» Biagio del fu Giacomo de Zordanis da Merlara, località situata ai margini sud occidentali del distretto padovano, un agglomerato abitativo urbano, ubicato nella contrada di Ponte dei Tadi, costituito da due case di muro e legno, coperte in coppi, con cortile, pozzo, un fondaco contiguo alle case e con una stupa in legno (probabilmente locale invernale riscaldato) (42), con orto, brolo di due campi, circa, piantato ad alberi e viti ed edificato con una casa di legno coperta di paglia; il prezzo ammontava a 2.800 lire di piccoli (43).

 

Vale la pena riportare qualche dato sui due protagonisti dell’atto. Entrambi ci sono infatti noti per essere stati negli anni successivi i collaboratori di Sibilia Bonafari, la fondatrice nel 1416 del grande ospedale padovano di San Francesco. Silvana Collodo ha identificato nel primo un mercante, nel secondo il banchiere di fiducia dei coniugi Bonafari, a partire appunto dal 1416  (44).

 

Il complesso abitativo in oggetto potrebbe corrispondere a quello già venduto il 26 giugno del 1405 da Francesco da Carrara allo stesso Ludovico, sommariamente descritto nella relativa laudatio dichiarata pochi giorni dopo da Francesco dalle Api, sindaco del comune di Padova, laudatio che si trova nei quaderni di imbreviature del notaio Giovanni Enrico da Este (45).

 

Si può dunque intravedere in questa duplice vendita un’operazione messa in atto da parte del signore della città, forse allo scopo di recuperare liquidi per affrontare le ingenti spese di guerra. Il Novello aveva infatti già intrapreso simili iniziative. Il 16 aprile aveva ceduto – non sappiamo a quale prezzo – a Benedetto del fu Marchesino lanario, della contrada di San Martino, sette «cassos domorum de muro et lignamine copertos de cupis», di pertinenza di una casa di muro e legno adibita a fontico dei panni già venduta allo stesso Benedetto il 21 aprile del 1397.  (46).

 

Indagini a tappeto – impossibili in questa circostanza – sulla documentazione notarile, conservatasi a Padova in misura molto consistente, precedente, contemporanea e seguente l’assedio consentirebbero al riguardo di valutare le variazioni e le alterazioni dei prezzi del mercato immobiliare durante l’assedio e le variazioni nel disegno della grande proprietà.

 

La peste

 

La carestia, il sovrappopolamento e il degrado dell’igiene pubblica costituirono le condizioni ideali per la diffusione della pestilenza, malattia che, conformemente al decorso della sua forma bubbonica, si presentava dapprima con la comparsa di un nodulo, «una piccola nocieletta», al braccio (presumibilmente alle ascelle), oppure alla gola, o alle cosce, seguita da febbre molto alta e con «flusso», cioè con emorragie; nel giro di due o tre giorni sopraggiungeva la morte.

 

Ogni giorno morivano, secondo i Gatari, dalle trecento alle cinquecento persone (47), i cui corpi venivano caricati su carretti a sedici, venti per volta e poi scortati da un prete fino ai «canpi dele chiesie» dove li attendeva una fossa comune (48). Tra le vittime illustri del morbo vi fu Alda Gonzaga, figlia del signore di Mantova e moglie di Francesco III, seppellita nella cappella di San Giorgio, al duomo, con tutti gli onori, nonostante il tempo di guerra. Di peste morì anche Galeazzo Gatari, all’età di 61 anni, lasciando al figlio Bartolomeo il compito di completare la sua cronaca, come si è detto.

 

Che nell’assembramento e nella promiscuità a cui si è accennato potesse determinarsi una forte diffusione del morbo non è certo cosa che stupisca. Quanto all’origine della malattia, sebbene il cronista ritenga che essa sia una diretta conseguenza dell’assedio, unitamente ad altre più misteriose e forse malefiche cause («e per asay altre coxe più tenebroxe»), possiamo star certi che essa era presente in città già prima della data del primo luglio, quando iniziò appunto l’assedio. Ne abbiamo numerosi indizi. Risale, infatti, al 2 luglio una disposizione di Francesco Novello con la quale veniva delegato il podestà di Padova, Neri di Vittore da Firenze, a concedere a notai affidabili, perché fossero rilevate in pubblica forma, le imbreviature di altri notai cittadini, dal momento che «propter epidemiam in hac mea Paduana civitate maxime vigentem (…) nonnulli notarii Paduani vitam exierunt» (49).

 

Ancora, in una quietanza di pagamento rogata dal notaio Sicco Polenton, datata 4 luglio 1405  (50), il percettore, il miles Giacomo Papafava da Carrara, viene dichiarato residente nella contrada di San Nicolò, ovvero in prossimità della cosiddetta Reggia Carrarese (o addirittura al suo interno), «propter pestem». La cittadella carrarese era avvertita evidentemente come un luogo maggiormente tutelato entro i confini della città, anche se, come si è visto, la residenza privilegiata non risparmiò la nuora del signore di Padova.

 

Il contagio, dunque, al momento in cui la città venne cinta d’assedio era già galoppante, e del resto è ragionevole pensare che il grande afflusso dalle campagne, e il conseguente sovrappopolamento urbano, fosse cominciato parallelamente alle incursioni veneziane nel territorio, cioè almeno dalla primavera di quell’anno, se non dall’inverno del 1404. Non è improbabile che proprio dalle campagne il morbo fosse stato introdotto in città.

 

Un episodio risalente al giugno del 1405 ci fornisce informazioni che confortano questa ipotesi. Accadde infatti in quella circostanza che i fratelli ravennati Obizzo e Piero da Polenta, al servizio del dogato, catturati da un drappello di fanti padovani mentre cercavano di tornare a Venezia per nave lungo il Bacchiglione a sud di Padova, furono condotti a Piove di Sacco. Qui, «in questi dì da peste», come dice il cronista, Piero da Polenta si ammalò e morì.

 

Un altro indizio che ci porta in direzione di questo centro della Bassa Padovana è rappresentato da alcune imbreviature del notaio Giacomo da Piove di Sacco, il quale nei giorni compresi tra il 2 e il 10 febbraio 1405 rogò quattro testamenti, di cui tre di donne, tutte persone che si dichiaravano gravemente ammalate (51). Il fatto poi che nello stesso esercito veneziano si registrassero numerosi casi di peste, come segnalato in un’aggiunta di Andrea Gatari (52), può rappresentare anch’esso un elemento indiziario che riconduce a Piove, poiché, come si ricorderà, nel dicembre del 1404 quei soldati avevano violentemente occupato il territorio della Saccisica (ma non il suo capoluogo, che resisterà – o verrà ignorato dagli attaccanti – fino al 19 novembre, ovvero oltre la caduta di Padova), devastandolo e abbandonandosi a violenze e stupri; e forse, furono proprio i soldati veneziani il vettore primo della peste.

 

Si aggiunga che la colonia dei Saccensi presenti a Padova al momento dell’assedio doveva essere numerosa, proprio a causa dell’intensità delle scorrerie veneziane su quel territorio. Ne dà testimonianza, almeno parziale, ancora una volta il quaderno di imbreviature del notaio Giacomo, egli stesso presente a Padova nel quartiere di Santa Croce almeno a partire dal 16 giugno del 1405 (e sarà di nuovo a Piove nel 1406), dove svolgeva la sua attività all’interno di quella piccola comunità di uomini provenienti da villaggi della Saccisica, presumibilmente profughi di guerra, di cui si è detto sopra (53).

 

Perché questo gruppo avesse preferito rifugiarsi a Padova, piuttosto che nella vicina Piove, che pure, lo si è visto, resistette più di qualunque altra località del padovano, lo possiamo dedurre dalle imbreviature di un altro notaio, Nicolò Ferro. Su 14 atti da lui imbreviati a Piove di Sacco nel periodo compreso tra il 9 luglio e il 23 ottobre, 13 sono costituiti da testamenti di persone giacenti ammalate; 10 di questi testamenti si concentrano nel breve periodo dal 7 all’11 agosto (54). Peraltro, questo spiega anche la lunga “resistenza” di Piove alla conquista: è chiaro che in simili condizioni i Veneziani non erano molto incentivati all’occupazione di questa piazza.

 

Gli effetti della peste, sulla base del sondaggio documentario effettuato sulle fonti notarili, non sono espressi dichiaratamente. Tuttavia, alcune spie ci consentono di ricavare qualche fotogramma, che certamente potrebbe essere allargato attraverso ulteriori indagini documentarie. Nelle imbreviature di Giacomo da San Fermo, ad esempio, un notaio molto attivo in città in quegli anni, risulta significativa la tipologia degli atti rogati durante i mesi dell’assedio. Su 18 imbreviature eseguite tra il 30 luglio e il 6 novembre, 10 sono testamenti, di cui 6 dettati da persone malate; 2 sono vendite di case, una delle quali sicuramente da parte di un civis padovano a un immigrato dal territorio, 6 sono atti relativi al conferimento di tutela di minori.

 

Se i testamenti si commentano da soli, degli acquisti di case si è già detto, vale la pena di soffermarsi momentaneamente sugli atti di conferimento di tutela. Questi documenti, infatti, spesso testimoniano la necessità di trovare tutori per figli minori sopravvissuti alla morte pressoché simultanea dei propri genitori. Ad esempio, l’11 agosto, in casa propria, madonna Fiore comparve davanti a Giovanni da Rimini, vicario del podestà, dichiarando di aver sentito che il genero, Pietro Tondo, e la figlia, Bonte, erano morti; Fiore chiedeva e otteneva quindi che le venisse affidata la tutela delle nipoti pupille Francesca e Caterina (55).

 

Si rilevi, per inciso, come la nonna non possa certificare la morte dei genitori delle nipoti se non per sentito dire («ad eius aures noticiam (…) et nunc pervenit»), pur risiedendo a Padova tutti i componenti di questo nucleo famigliare. È il segno della grave difficoltà nelle comunicazioni indotta all’interno della città presumibilmente dalla paura, dalla confusione e dall’incalzare degli avvenimenti.

 

Signoria e cittadinanza: la fine di un sodalizio

 

Abbiamo già sfiorato a diverse riprese il tema che intendiamo approfondire in questo paragrafo. Guidati dalla nostra fonte privilegiata, la cronaca dei Gatari, abbiamo già rilevato come tra l’ultimo dei Carraresi e i cives padovani si fosse instaurato un rapporto che proprio la cartina al tornasole dell’emergenza militare e dell’assedio illumina in tutta la sua complessità.

 

Nel considerare ora nel dettaglio questo particolare tematica, cercheremo di non dimenticare come la cronaca rappresenti comunque una voce soggettiva, anche se particolarmente vicina allo stato d’animo più profondo della cittadinanza padovana. In proposito, Girolamo Arnaldi ha già sottolineato l’orizzonte mentale che informava lo sguardo con cui i Gatari guardarono alla storia dei Carraresi. È l’orizzonte che privilegia l’interesse civico, quale si confaceva ad esponenti del raggruppamento mediano della società urbana, e che su questa misura giudica l’operato dei signori di Padova, non risparmiando ad essi critiche anche severe (56).

 

La storia del rapporto tra signore e cives, dunque, a guardare la cronaca conobbe una parabola che, dalla collaborazione ispirata dall’identificazione tra interesse della signoria e quello della collettività (57), approdò al finale distacco, nel momento in cui la pressione veneziana sottopose a un terribile stress la stessa comunità, minacciandone la sopravvivenza fisica. La sconfitta di Francesco Novello sarebbe in quest’ottica giustificata dai cronisti sulla base degli errori commessi dal signore di Padova, errori che si configurano alla fine come un vero e proprio tradimento delle attese dei cives, e dunque l’avvento della signoria veneziana sarebbe stato, alla fine, un intervento in qualche modo “salutare” (58).

 

Non va dimenticato, tuttavia, che la cronaca viene ultimata sotto la dominazione veneziana, quando sarebbe stato molto difficile esprimersi apertamente a favore degli sconfitti. Se consideriamo questo particolare, va detto che Bartolomeo Gatari trova nella chiave della difesa degli interessi urbani l’espediente apologetico che gli consente una credibile posizione di terzietà sia rispetto ai Carraresi, sia rispetto ai nuovi dominatori. Non mancano – è vero – i rimproveri aspri a Francesco Novello, ad esempio quando nel 1403 rifiuta l’offerta di dedizione di Brescia per risparmiare i 12.000 ducati d’oro richiesti in cambio: «Che maladeta sia la sua [del Novello] avaricia, che fu caxione de tanti danni! Ché se ’l signore avesse spexo quilli ducati XIIm era scanpo dela morte de più migliara de persone e sua vitoria de suo stado» (59).

 

Si capisce da queste parole, però, che, insieme alla morte dei suoi concittadini, il Gatari depreca anche la fine dello stado carrarese. Non si può pretendere, crediamo, che una questione così complessa come quella del rapporto tra comunità e signoria debba esserci spiegata da un’unica voce. Per quanto ben informata e narrativamente “fredda”, infatti, come si è visto, il racconto, agli occhi del lettore moderno, non esclude zone d’ombra e ambiguità; né pare opportuno, al fine di superare queste ambiguità, assecondare l’esercizio della lettura “dietro le righe”. Qualche ulteriore osservazione, però, può essere svolta a partire dai fatti che la fonte riporta con chiarezza. È già stato messo adeguatamente in luce, ad esempio, come l’appartenenza dei Carraresi alla «circonferenza» della città sia evidente nel tentativo espresso dagli ambasciatori del comune di Padova di intercedere a favore di Francesco Novello, all’indomani della conquista veneziana, in quanto «zitadino de Padoa» (60).

 

Questa appartenenza, bisogna aggiungere, è giocata all’interno di una consapevolezza istituzionale che, pure schiacciata dall’esperienza signorile, continuò a trarre alimento dall’autocoscienza civica sedimentatasi nei secoli precedenti, e per questo mai del tutto estinta. Anzi, essa recuperò in extremis alcune sue facoltà, essendosi aperto uno spiraglio attraverso cui emergere. È rilevante, infatti, in proposito, che al momento di trattare la resa, da Padova si fossero mosse alla volta di Venezia due distinte ambascerie, una per conto di Francesco Novello, costituita da Michele da Rabatta e Pietro Pollo – che i Veneziani non vollero mai nemmeno ricevere –; e una «per la chomunità di Padoa», costituita da esponenti dell’élite urbana.

 

Gli ambasciatori della città non solo trovarono udienza a Venezia, ma videro accolte tutte le loro richieste, ovvero ottennero da parte della nuova dominante che fossero rispettati gli statuti «del comun de Padoa e chadauna buona uxanza, e che l’arte dela lana fusse atexo li suoi statuti e oservati, e che ’l Studio fusse confermado a Padoa, e più altri capitolli» (61).

 

Solo non fu accettata, come si è detto, la perorazione a favore del Novello. Giova a questo punto richiamare, con Silvana Collodo, la persistenza delle antiche prerogative della comunità cittadina all’interno dei regimi signorili, una persistenza che riposava sulla «qualità di corpo depositario del diritto della “civitas”, che era stata propria della collettività cittadina al tempo dell’ordinamento a comune, giacché il potere del signore ebbe sempre fondamento in atti di delega compiuti dalla cittadinanza» (62).

 

Va detto però che la lunga esperienza signorile, avendo tra i suoi obiettivi il disciplinamento dei conflitti politici attraverso l’assunzione del monopolio nell’uso della forza, aveva finito per indurre un processo di svuotamento dei poteri cittadini, ridotti sempre più ad organismi «a cui era consentito solo di assentire» (63).

 

Ne conseguì l’incompiutezza nel processo di simbiosi tra rappresentanze della cittadinanza e signoria urbana. Il prodotto dell’iniziale delega fu il restringimento della sfera del politico a una cerchia sempre più ristretta di persone e l’affievolimento del sentimento civico, o meglio, viste le circostanze militari di cui ci stiamo occupando, del sentimento patrio. La successione dei tradimenti di alto e basso livello in cui incorsero i Carraresi nello scontro finale con Venezia, nonostante gli appelli continui del Novello al suo “popolo”, di cui si è dato conto nelle pagine precedenti, è lì a testimoniare lo scollamento progressivo e la sfiducia instauratisi tra signoria urbana e cives; e ancor di più tra signoria e distrettuali, vista la facilità con cui i capitani delle fortezze periferiche si lasciavano corrompere.

 

Questo scollamento, peraltro, è sottolineato da fonti cronistiche filoveneziane con maggiore – e presumibilmente non disinteressata – insistenza. Secondo il trevigiano Andrea Redusio, ad esempio, quando il Novello si rivolse per l’ultima volta ai suoi concittadini chiedendo loro di scalare il muro e la torre delle Torricelle «ad defensionem civitatis», con i Veneziani già dentro le mura della città, uno di loro avrebbe risposto: «Descende de equo, et vadas tu, qui te et nos in tantum exterminium coniecisti».

 

A quel punto Francesco Novello avrebbe deciso di arrendersi, «dubitans a civibus interfici, quibus odio erat» (64). E ancora, il bellunese Clemente Miari ricorda nella sua cronaca che, in occasione del suo viaggio a Padova nel dicembre del 1405, aveva visto «dinanzi i prefati messeri podestà e capitano, molte venerabili matrone di Padova, lamentando che messer Francesco da Carrara, già signore di Padova, aveva uccisi colle proprie mani i loro mariti, e ne avea fatti gettare i cadaveri nella latrina» (65).

 

Sono testimonianze che si distaccano per intensità e crudeltà da quelle fornite dal Gatari, e probabilmente sono anche tendenziose; ma nella sostanza non si discostano dall’interpretazione del cronista padovano, il quale non aveva comunque taciuto i dissapori tra il signore di Padova e i cives.

 

Con la fine dell’assedio si aprì dunque per la comunità padovana una sorta di limbo, nel quale essa, in una situazione di necessità, momentaneamente recuperò una propria cifra di espressione politica. Il 2 gennaio 1406 i Padovani inviarono a Venezia una «nobelle anbasiaria a glorificare suo dominio e a presentarlli gli onori di sua cità di Padoa». A tal scopo erano stati scelti sedici ambasciatori, quattro per ciascuno dei raggruppamenti che evidentemente erano considerati rappresentativi della collettività: cavalieri, dottori, mercanti, scudieri (ovvero esponenti della piccola nobiltà urbana, come Nicolò Mussato, appartenente ad una famiglia del notabilato) (66).

 

Accompagnati da vasto seguito, vestiti di raffinato panno scarlatto, i sedici prescelti consegnarono alla Dominante i simboli della città dominata (il gonfalone del popolo, la bacchetta della signoria, la chiave della città, il sigillo di Padova), non senza far pronunciare a Francesco Zabarella, professore di diritto e giudice, un «magnifico sermone». Una giostra e un palio, vinto dal padovano Palamino de’ Vitaliani, chiusero poi le cerimonie. Padova si consegnava a Venezia, dunque, esibendo una ordinata rappresentanza modellata sulle proprie specificità sociali, economiche e intellettuali, quali erano andate definendosi e assestandosi nei secoli della sua parabola politica, dall’età comunale al periodo signorile (67).

 

Questa griglia sociale, che la guerra e l’assedio non avevano stravolto, era l’eredità meglio definita che veniva trasmessa alla nuova epoca che la città si accingeva ad affrontare. Non sarebbe stata, comunque, sufficiente alla rinascita di uno spirito civico o patriottico, risolvendosi piuttosto tale ordinamento per gruppi, nel corso del secoli XV e XVI, in un paratattico accostamento di corpi chiusi, in competizione per la propria visibilità o per la sopravvivenza (68).

 

Nella missione diplomatica del gennaio del 1406, il ricercato decoro della delegazione, il rito cavalleresco, la vittoria padovana del pallio, tutto contribuisce a trasmetterci l’immagine di una transizione serena, illuminata dagli ultimi bagliori di una stagione che, con grande dignità, come si suol dire, era giunta al tramonto. In realtà, in moltissimi, specialmente nei cinque mesi dell’assedio, avevano pagato il prezzo di questa normalizzazione. E i suoi protagonisti perdenti, Francesco Novello e i suoi figli, nelle carceri veneziane, attendevano di pagarlo di lì a poco.

 

 

 

Note

1 Riprendiamo questa definizione dal titolo della celebre cronaca ad essa dedicata dal protoscriba carrarese Nicoletto d’Alessio (Nicoletto d’Alessio, La storia della guerra per i confini = Gesta Magnifica Domus Carrariensis, a cura di R. Cessi, Bologna 1932 [RIS2, XVII/1, t. 3]).

2 Su questi temi non si può in questa sede che rimandare a contributi di sintesi. Si vedano, quindi, i saggi sul tema raccolti in R. Cessi, Padova medioevale. Studi e documenti, a cura di D. Gallo, presentazione di P. Sambin, Padova 1985; B.G Kohl, Padua under the Carrara, 1318-1405, Baltimore-London 1998; S. Collodo, Una società in trasformazione. Padova tra XI e XV secolo, Padova 1990; Ead., I Carraresi a Padova: signoria e storia della civiltà cittadina, in Padova Carrarese, a cura di O. Longo, Padova 2005, pp. 19-49; G.M. Varanini, Istituzioni, politica e società nel Veneto (1329-1403), in Il Veneto nel Medioevo. Le signorie trecentesche, a cura di A. Castagnetti e G.M. Varanini, Verona 1995, in particolare le pp. 25-28 e 112-113; Id., Venezia e l’entroterra (1300 circa-1420), in Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima, III, La formazione dello stato patrizio, a cura di G. Arnaldi, G. Cracco e A. Tenenti, Roma 1997, in particolare pp. 159-236.

3 Galeazzo e Bartolomeo Gatari, Cronaca carrarese, confrontata con la redazione di Andrea Gatari [AA. 1318-1407], [d’ora in poi Gatari], a cura di A. Medin e G. Tolomei, Città di Castello 1920 (RIS2, XVII/1).

4 Sui Gatari si vedano le rispettive voci a cura di I. Lazzarini, in DBI, 52, Roma 1999, pp. 538-542.

5 Il 4 luglio del 1405 era ancora vivo, come testimonia la sua presenza in qualità di testimone («magistro Galeacio speciario quondam Andree de contrata Sancte Lucie») ad un atto del sindaco del comune, Francesco dalle Api (si veda infra, nota 44).

6 Si veda al riguardo D. Gallo, Appunti per uno studio delle cancellerie signorili venete del Trecento, in Il Veneto nel medioevo cit., pp. 138-153; si veda anche Kohl, Padua under the Carrara cit., pp. XXI-XXV.

7 In particolare, sono state spogliati i seguenti fondi: Archivio di Stato di Padova [d’ora in poi ASPd], Notarile, bb. 3 (Sicco Polenton), 98 (Ottone da Marostica), 120 (Salimbene de Zenari), 148 (Manfredo Spazza), 155 (Ubertino Spazza), 165 (Giacomo da Vallonga), 166 (Silvestro Zaratini), 186 (Giovanni dalla Stufa), 193 (Giovanni Enrico da Este), 258 (Pietro Saraceno), 278 (Giacomo da Piove di Sacco), 295 (Francesco Tom), 340 (Giovanni Nicolò Mazar), 380, 383 (Giacomo da San Fermo), 404 (Nicolò Ferro), 405 (Antonio Baratella), 522 (Giacomo Spazza), 568 (Prosdocimo Lion), 657 (Nicolò Porcellini), 10742 (Bartolomeo Berti); ASPd, Archivi giudiziari civili, Ufficio del Cavallo [d’ora in poi Cavallo], t. 18 (1405-1406) e t. 20 (1408-1421), fasc. III.

8 I fatti che seguono sono desunti da Gatari, nell’intervallo compreso tra le pagine 498-584. Segnaleremo in nota solo le pagine relative alle citazioni.

9 Si veda, per un inquadramento generale, G.M. Varanini, Istituzioni, società e politica nel Veneto dal comune alla signoria (secolo XIII-1329), in Il Veneto nel Medioevo. Dai comuni cittadini al predominio scaligero nella Marca, a cura di A. Castagnetti e G.M. Varanini, Verona 1991, pp. 344-365; per un aggiornato approfondimento si vedano gli studi raccolti in La permuta della Vangadizza e il comune di Padova del 1298. Testo, storia e storiografia di un documento ritrovato, II, Studi, Padova 2006 (in particolare S. Collodo, Assetti giuridici e politici del comune padovano alla luce degli atti di permuta del 1298, in Lapermuta dell’abbazia della Vangadizza e il Comune di padova del 1298. II. Studi, a cura di M. Dorin con Gallo e A. Bartoli Langeli, Padova 2006, pp. 93-110).

10 Gatari, p. 528.

11 Contro il quale si scaglia il cronista: «che maledetto sia l’Amoratto, che fu caxione di tanto conforto e gieneracione di tanto male!» (Op. cit., p. 530).

12 Secondo la fonte, infatti, «de giorno in giorno capitava in Vinexia la moltitudine dele giente d’arme che venia al soldo dela Signoria per esser a’ danni del signor da Carara» (op. cit., p. 531). Tra i diversi condottieri giunti con le loro truppe al soldo di Venezia, spiccano i nomi di Pandolfo Malatesta, Paolo Savelli, Obizzo e Pietro da Polenta, Taddeo Dal Verme.

13 Gatari, p. 531.

14 Op. cit., p. 533.

15 Rispettivamente: Oriago, Santa Margherita, Gambarare, Mirano, Stigliano, Camposampiero Cittadella, Limena, Piove di Sacco, Castelcaro, Bovolenta, Monselice, Este, Castelbaldo, Montagnana (op. cit., p. 534)

16 Op. cit., p. 534, nota 6.

17 Op. cit., p. 544.

18 Op. cit., p. 546.

19 Op. cit., p. 557.

20 Il Carrarese si era impegnato a consegnare i sigilli dei castelli veronesi posti sotto il suo controllo; non possedeva però il sigillo dell’importante snodo atesino di Porto Legnago, detenuto dal padre. Mandò quindi Manno Donati a Padova a prelevare il sigillo mancante, ordinandogli di rientrare a Verona entro cinque giorni. Il Donati però non riuscì a rispettare il termine, ragion per cui Giacomo da Carrara ritenne che il padre non gli avesse dato quanto richiesto; con la complicità di Pollo da Lion, nobile padovano, tentò quindi la fuga verso Porto di Legnago, ma venne sorpreso da alcuni contadini e consegnato alle autorità occupanti (op. cit.,558).

21 Sulle tecniche obsidionali il rimando immediato è a A.A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Roma-Bari 2002, in particolare alle pp. 77-182 (cap. II, Il riflesso ossidionale); dello stesso, Gli strumenti e la tattica della conquista, in I caratteri originari della conquista normanna. Diversità e identità nel Mezzogiorno (1030-1130). Atti delle sedicesime giornate normanno-sveve, Bari, 5-8 ottobre 2004 a cura di R. Licinio e F. Violante, Bari 2006, in particolare pp. 135-149.

22 «Alora miser Carlo Zen si levò in piè, e prexe il signore al peto, e disse scorlandogli: – Signore, se domane perfino a terza non me avette risposto di darmi la cità di Padoa, non sperate mai più de avere dala mia Signoria acordo niuno, e io vi zuro per la fede di buon cavaliere d’eservi il magiore nemico ch’abiate al mondo»: Gatari, p. 564.

23 Il 18 novembre il notaio Antonio Baratella, nel procedere a un’intromissio nella località di Loreggia, ai confini tra il distretto trevigiano e quello padovano, si appellava al mandato ricevuto al riguardo dal podestà e capitano di Camposampiero, «pro serenissimo ducali dominio», il nobile Ambrosino Badoer (ASPd, Notarile, b. 405, c. 260r).

24 Per i legami tra i Carraresi e il monastero di Santo Stefano, luogo di sepoltura degli esponenti della stirpe fino alla prima metà del Trecento circa, quando si cominciarono a preferire allo scopo le chiese urbane, si veda Collodo, I Carraresi a Padova cit., p. 46, nota 70 e testo corrispondente. L’acquisto di Cittadella fu considerato talmente significativo che «fu fato in Vinexia gran festa e fughi, che si bruxò la chuba del canpaniele de San Marco» (Gatari, p. 567).

25 Op. cit., p. 570. L’espressione “guerra psicologica” è forse riduttiva. Come ricorda Aldo Settia, «la presa di una città o di un castello “con la forza” assumeva un rilievo innanzitutto giuridico per il diverso trattamento cui andavano incontro i presidi che non scendevano a patti con i vincitori»; le minacce non erano vane, come comprovato da diversi esempi (Settia, Rapine, assedi, battaglie cit., p. 151).

26 Gatari, p. 570.

27 Op. cit., p. 571.

28 Invece, una volta scalata la torre le guardie vennero tutte uccise, come rileva il cronista, non senza una chiosa venata di sarcastico compiacimento: «amazarono di mala morte le guardie, e pagogli de tale monetta» (op. cit., pp. 571-572). Secondo la cronaca del Miari i guastatori vicentini furono 150 (C. Miari, Cronaca bellunese dal 1383 al 1412, ristampa a cura di P. Doglioni, Belluno 1999, p. 155).

29 Gatari, p. 560. La circostanza è comprovata dalle attestazioni notarili: si veda, ad esempio, ASPd, Notarile, b. 295, c. 207r, 1405 agosto 31: «presentibus (…) Francisco quondam Berti de villa Mestrini Paduani districtus et nunc habitante Padue propter guerram in contrata Sancti Petri».

30 Ecco gli esempi riportati dalla fonte: «valea il staro dil formento, ch’è libre quaranta de pexo, ducati due d’oro e tre; uno pane soldi quatro l’uno; il vino si vendeva carisimo; un ovo soldi tre in quatro; il paro de pulli uno ducato; una galina due ducati; il zucaro soldi quaranta l’onza; la zira soldi 40 la lira» (Gatari, p. 560).

31 ASPd, Cavallo, t. 20 (1408-1421), fasc. III, c. 18v. In una deposizione successiva (c. 19v) Zanino del fu Giovanni Savonarola ricorda che «quotidie gentes, pedites et equestres predicte curebant super portis civitatis Padue (…) quod de dicto millesimo de mense iulii seu augusti quasi ipse testis fuit captus dum esset in dacio extra portam Pontis Curvi et fuisset captus (…) si aufugisset in edificio fulorum domini Pauli de Leone, et quod tunc fuerunt capti Bartholomeus de Rodigio et Nicolaus de Piçolis qui erant de societate ipsius testis».

32 ASPd, Cavallo, t. 20 (1408-1421), fasc. III, c. 24v.

33 «Que gentes [i soldati veneziani] multociens capiebant de hominibus exientibus civitatem Pad. et maxime de rusticis qui ibant gratia coligendi de frugibus possessionum existentium extra civitatem Pad. et in villis Paduani districtus» (ASPd, Cavallo, t. 20 (1408-1421), fasc. III, c. 26r). Il destino dei catturati non era fausto: un altro testimone racconta che di questi che tentatavano la sortita ne vide molti «capi et multotiens vulnerari» (c. 20v).

34 ASPd, Notarile, b. 3 (Sicco Polenton), c. 249r, 1406 luglio 20; si veda anche c. 252r, 1406 luglio 21. Nel secondo caso la vendita serve a saldare il debito di 90 lire di piccoli contratto da Margherita del fu nobil uomo Andrea da Savorgnan, per l’acquisto di un panno funebre presso la bottega di Bonifacio Rubeo, in occasione del funerale del marito, Giovan Battista da Montarsio. L’acquirente della terra venduta è lo stesso Bonifacio Rubeo, e il prezzo è di gran lunga superiore al debito, ovvero di duecento lire. Possiamo allora immaginare che tutta l’operazione avesse lo scopo di procurare alla vedova e ai pupilli disponibilità immediata di denaro liquido, oppure che rappresentasse il saldo di prestiti ottenuti su pegno fondiario. Non possiamo escludere, naturalmente, che le devastazioni della guerra rappresentassero semplicemente un espediente giuridico adottato per ottenere più facilmente la vendita dei beni dei minori. Tuttavia, il fatto stesso che vi si ricorresse appare significativo di una procedura evidentemente credibile.

35 Si veda ASPd, Cavallo, t. 20, c. 24v (testimonianza del dominus Federico del fu Federico da Castelcucco); c. 25r (testimonianza di Francesco del fu ser Giovanni da Savonarola); c. 26r (testimonianza di Novello del fu Guglielmo da Marano); c. 27r (testimonianza di Matteo del fu ser Ulmerio de Zanarinis).

36 ASPd, Cavallo, t. 18, fasc. 4, f. 15r: «Tempore quo Iohannes de Sancto Zorçio, in dicta petitione nominatus, fuit remotus de castro Stiglani loco cuius Diolay, in petitione nominatus, positus fuit».

37 ASPd, Cavallo, t. 18, fasc. 4, f. 15v.

38 «Qui Diolay tunc in dicto castro incepit vendere de dictis rebus stipendiariis in dicto castro existentibus et maxime de vino» (ibid.).

39 Ibid.

40 Si veda ASPd, Notarile, b. 278, cc. 227v-228v (1405 giugno 16, luglio 7 e ancora luglio 7). Si veda anche infra, nota 51 e testo corrispondente.

41 ASPd, Notarile, b. 380, cc. 44r.

42 Così secondo l’uso attestato in area friulana e trentino-tirolese (stube). Secondo il Glossario del Sella potrebbe trattarsi anche di una sala da bagno. Si veda P. Sella, Glossario latino italiano. Stato della Chiesa-Veneto-Abruzzi, Città del Vaticano 1944, rist. anast. Roma 1965, p. 559, alla voce stufa, stupa con la spiegazione: «camera, stufa, bagno» e il riferimento agli statuti di Padova del secolo XIII «de balneis et de stuppa». È probabile però che la voce venga usata nell’accezione di “bagno” solo per le strutture pubbliche o comunque collettive.

43 ASPd, Notarile, b. 380, c. 46r.

44 Si veda S. Collodo, Religiosità e assistenza: l’ospedale e il convento di San Francesco dell’Osservanza, in Ead., Una società in trasformazione cit., p. 489, note 59 e 60. Queste osservazioni indurrebbero a ritenere che Biagio da Merlara non fosse un rifugiato, come forse poteva indurre a pensare il predicato famigliare, ma appartenesse ad un casato già radicato in città. Quanto a Ludovico, un documento del 1405 lo definisce a sua volta campsor (si veda nota successiva). Com’è noto, i profili di mercante e di cambiatore spesso si accompagnavano nella medesima persona.

45 ASPd, Notarile, b. 193 (due fogli di formato diverso inseriti fuori numerazione tra le cc. 314 e 316, recanti nei margini inferiori il sigillo in ceralacca, strappato nel margine sinistro): «MIIIIc V, die II mensis iulii. De com. factorum domini nostri et cetera, per egregium et sapientem virum dominum Francischum ab Apibus sindicum comunis Padue laudetur et ratificetur vendicionem factam per magnificum et excelsum dominum dominum Franciscum de Cararia Pad. et cetera, Lodovico filio Laçarini de Montarsio campsori de una domo de muro et lignamine coperta de cupis cum duobus fonticis cum brodulo et alliis posita Padue in contrata Porte Tadorum extra portam prout continetur in instrumento emptionis subscriptum manu Bonaventure de Çimignana sub die XXVI iunii 1405. Donatus de Linarolo. Simon de Fano». Si veda anche Notarile, b. 197 (ancora Giovanni Enrico da Este), c. 246v per l’imbreviatura (4 luglio 1405). Come si vede, vi è qualche piccola discrepanza nella descrizione dei beni (nella vendita di giugno risultano cedute una domus e due fontici, in quella di ottobre due domus e un fontico); si può ipotizzare in proposito qualche incertezza nella definizione della destinazione d’uso degli edifici ceduti.

46 ASPd, Notarile, b. 193 (fogli inseriti; si veda nota precedente), 1405 luglio 2. Accenna a queste iniziative, sottolineandone la scarsa portata, a confronto di quelle analoghe messe in atto nel 1388 nel corso della guerra contro il Visconti, Kohl, Padua under the Carrara cit., p. 334: «That summer Francesco Novello prepared for his final defense by selling all his property to supporters and clients just as he had to raise cash in the autumn of 1338. But this time Carrara wealth was much reduced, the buyers was few, and, according to later Venetian estimates, Carrara real estate was sold for perhaps a sixth of its true value».

47 Il cronista riporta poi la cifra di 44.000 morti per il periodo dal primo luglio alla metà di agosto, una cifra che, come è già stato notato, è circa il doppio di quella che si desumerebbe sulla base del numero giornaliero dei morti da lui riportato, considerata peraltro nell’ipotesi di massima (500 morti al giorno). L’errore grossolano – peraltro tanto più singolare se si considera che il cronista al riguardo si premura di precisare che «questo cun verità descrivo, perché ogni giorno n’era tenuto conto al vescovado per comandamento dil Signore» – deve avere una spiegazione che al momento sfugge. Forse la somma totale riguardava il numero complessivo dei morti, compresi quelli che morivano per altre ragioni. Si tenga presente che Padova, al momento della sua massima espansione demografica a inizio Trecento, doveva contare tra i 40.000 e i 45.000 abitanti (si veda G.M. Varanini, La popolazione di Verona, Vicenza e Padova nel Duecento e Trecento: fonti e problemi, in Demografia e società nell’Italia medievale (secoli IXXIV), a cura di R. Comba e I. Naso, Cuneo 1994, p. 185). Nel censimento del 1411, comunque, gli abitanti di Padova risultavano assommare a 18.120 unità, compresi anche i residenti di qualche borgo, e ancora nel 1481 non superavano le 19.000 unità (si veda S. Collodo, Per lo studio della popolazione e della società, in Ead., Una società in trasformazione cit., p. 414, nota 21 e p. 415). La cronaca di Andrea Redusio, a proposito dei morti per peste, riporta la cifra più ragionevole (ma probabilmente sempre esagerata) di 32.000 morti (A. de Redusiis, Chronicon Tarvisinum ab anno MCCCLXVIII usque ad annum MCCCCXXVIII, in RIS, XIX, Mediolani 1731, col. 817).

48 È qui evidente per contrasto un riferimento boccacciano. Infatti, laddove il certaldese narra del venir meno di qualunque naturale sentimento e dell’umana pietà a causa della paura del contagio, tanto che «l’un fratello l’altro abbandonava, e il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano», e ancora «pochissimi erano coloro a’ quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle s’usavano per li più risa e motti e festeggiar compagnevole» (G. Boccaccio, Decameron, a cura di C. Segre, Milano 1984, Prima giornata, pp. 33, 34), il cronista padovano ricorda come «e qual portava il padre a sopelire in spalla, quale il figliuolo in brazo, quale el marito, e chi la molglie, e chi ’l fratello, e chi la sorella, con tante anghosie e stridi e pianti grudelisimi che s’udivano al ciello». L’intento del Gatari è evidentemente quello di sottolineare la saldezza dei Padovani, a fronte del cedimento morale manifestato dai Fiorentini sessant’anni prima in una circostanza comparabile.

49 A. Gloria, Monumenti della Università di Padova (1318-1405), II, p. 442, n. 2302. L’atto si trova oggi in ASPd, S. Agostino, b. 322, mazzo I perg. n. 18. Questo provvedimento si rendeva tanto più necessario in quanto in tempo di peste ai notai, come si può immaginare, toccava un vero e proprio superlavoro. È interessante rilevare ancora che l’affidamento al podestà di questa delega era stata avviata in deroga alle disposizioni statutarie che invece affidavano questa competenza al vicario del podestà, ai Giudici degli Anziani, ai Sindaci e ai Gastaldi della fraglia dei notai. Questi ufficiali, però, a loro volta non potevano adempiere a tale funzione «propter eorum (...) inconvalesentiam et infirmitatem». Non sappiamo quanti potessero essere questi notai che morirono di peste in quei mesi. Il fondo Notarile presso l’ASPd custodisce le imbreviature di 8 notai che hanno come termine ultimo della loro attività il 1405. Tuttavia, complessivamente i notai la cui attività si svolse in un arco temporale comprensivo di quell’anno, oggi censiti nell’inventario del fondo, assommano a 112. Molti, presumibilmente, mancano all’appello. Infatti, possediamo i registri di uno dei notai che ricevette l’incarico di trascrivere le imbreviature dei notai morti, Francesco Tom (ASPd, Notarile, b. 295): i notai che Francesco trascrisse tra il 1405 e il 1406 sono quattro: Zilbertus a Statutis, Francesco da Vigonza, Giovanni dalla Stufa, Pace. Ebbene, oggi, nel Notarile dell’ASPd ci sono rimasti unicamente i quaderni di Giovanni dalla Stufa, il cui ultimo rogito risale al 22 maggio 1405 (ASPd, Notarile, b. 186). Su Giacomo dalla Stufa si veda anche infra, nota 54.

50 ASPd, Notarile, b. 3, c. 194v.

51 ASPd, Notarile, b. 238, c. 215r (1405 febbraio 2, testimonianza di Francesco detto Chico), c. 215v (1405 febbraio 2, testimonianza di Giustina del fu Bartolomeo Beti), c. 216r (1405 febbraio 6, testimonianza di Benvenuta moglie di Cecchino da Lacampagnola), c. 221r (1405 febbraio 10, testimonianza di Antonia moglie del fu Bartolomeo Zarabino da Campolongo Maggiore).

52 Gatari, p. 560.

53 Si veda rispettivamente ASPd, Notarile, b. 238, c. 227v, 1405 giugno 16, atto riguardante Antonio Botele da Lacampagnola di Piove di Sacco; c. 228r, 1405 luglio 7, atto riguardante Andrea del fu Antonio da Fossalonga di Piove di Sacco e Giacomo Scudelario del fu Lorenzo da Piove di Sacco (tra i presenti Bartolomeo Turchino del fu mastro Giovanni da Piove di Sacco, già segnalato come residente a Piove il 9 febbraio dello stesso anno: c. 219r); c. 228v, 1405 luglio 7, atto riguardante Nicola del fu Meneghino da Campolongo Maggiore e Bartolomeo del fu Biagio da Campolongo Maggiore (tra i testimoni ancora Bartolomeo Turchino); è l’ultimo documento registrato nel 1405. Gli fa seguito, dopo tre carte bianche, il doc. a c. 232r, 1406 aprile 27, «in terra Plebissacci in contrata Sancti Martini», che attesta il ritorno del notaio nella sua sede originaria.

54 ASPd, Notarile, b. 404, cc. 132v-140v. Dopo il 23 ottobre cessano le imbreviature, per riprendere nel febbraio del 1406 (c. 142v), e questa volta con una normale alternanza di testamenti e altre tipologie documentarie.

55 ASPd, Notrarile, b. 380, c. 18r. Ancora merita di essere menzionato il caso di madonna Antonia del fu Francesco Mazzucco (c. 50v). Costei il 4 novembre fece venire a casa il giudice del comune Enrico, allo scopo di ottenere la tutela del nipote Francesco Antonio, dopo che questi aveva perso dapprima i genitori (presumibilmente in momenti diversi, visto che il padre, Tomeo di Luca da Piove era morto in una casa della contrada di Ognissanti, mentre la madre, India, era morta in contrada del Duomo, dove abitavano i suoi genitori), e poi il nonno, Dainesio, marito di Antonia, a cui era stata affidata in un primo tempo la tutela del pupillo. Analoghi i casi a cc. 26v e 28r. In ASPd, Notarile, b. 295 [Francesco Tom o Toni], c.207rv e 214r (1405 agosto 31) si veda il caso della famiglia del notaio, già citato, Giacomo dalla Stufa (si veda supra, nota 48), la cui moglie, Margherita, chiedeva la tutela del pupillo Tommasino, dopo che erano scomparsi in rapida successione lo stesso Giacomo e gli altri figli maggiori della coppia, Clemente e Giovanni Francesco. L’“effetto domino” nella diffusione del contagio era del resto difficilmente evitabile; si veda, al riguardo, l’analisi condotta da Silvana Collodo sul dossier documentario prodotto dal priore dell’ospedale di San Francesco di Padova, Bartolomeo da Urbino, tra il 1447 e il 1451, in occasione di un’altra ondata di peste (si veda Collodo, Per lo studio della popolazione cit.,415-420).

56 Vale la pena riportare le efficaci parole dello studioso che compendiano questa interpretazione della cronaca: «Il nucleo di interesse e il vero punto di riferimento resta Padova, come realtà materiale di case e di popolo e come ideale tessuto di tradizioni gloriose: ad essa sono commisurati gli stessi Carraresi, che ne sono per il presente la maggior espressione (…), ma sempre inscritti nella più grande circonferenza che è la città»: G. Arnaldi, L. Capo, I cronisti di Venezia e della Marca Trevigiana, in Storia della cultura veneta, a cura di G. Arnaldi e M. Pastore Stocchi, 2, Il Trecento, Vicenza 1976, p. 332.

 

 

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