STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Dopo la morte del Visconti per Venezia tuttavia non c’è pace. Il nuovo duca Francesco Sforza, dopo aver combattuto anche nelle fila veneziane, lavora ora per il suo personale ed ambizioso progetto di potere. Sulle prime la sorte sembra favorirlo, ma non tutti gli si arrendono...

 

 

 

 

ANCORA IN GUERRA CONTRO I MILANESI

LA ROTTA DI CARAVAGGIO

 

 

 

L’anno in cui Venezia estese la sua giurisdizione fino a Ravenna (1441), fu anche l’anno in cui le parti belligeranti ormai esauste, firmarono la pace (Cremona). Nel 1440, un anno prima, dopo un’ultima battaglia che permise di far giungere i riforni­menti a Brescia assediata, il Gattamelata si ritirò per sempre dagli impegni militari, a causa anche di due attacchi di apoplessia, lasciando il comando delle armate veneziane al solo Francesco Sforza.

 

 

E costui prima della firma della pace a Cremona riuscì finalmente a sposare la figlia del Visconti Maria, già da tempo promessagli dallo stesso duca milanese che non aveva altri eredi diret­ti. Con le nozze lo Sforza otteneva quale dote della moglie Cremona e Pontremoli. Le nozze vennero celebrate nel­l’ottobre del 1441 nella chiesa di San Sigismondo a Cremona e il 20 novembre venne finalmente siglata la pace tra Milano e Venezia.

 

 

Qui lo Sforza venne accolto quale trionfatore e la casa che fu del Gattamelata a San Polo venne messa a disposizione dell’illustre coppia. A Bianca Maria Sforza venne anche regalato un gioiello del valore di un migliaio di ducati. Niente in quei giorni festo­si sembrava poter incrinare l’amicizia e la devozione dello Sforza verso Venezia. Niente, fuorché il mutare rapido degli equilibri e delle ambizioni che presto avrebbero fatto della pace di Cremona una semplice formalità. Gli ingre­dienti per creare una situazione esplosiva, non mancava­no.

 

 

Ancora e sempre il Visconti

 

 

A Milano Filippo Maria Visconti continuava a tessere complotti e intrighi, Francesco Sforza era ormai all’apice dell’energia e delle sue ambizioni tanto più dopo le nozze con la Visconti; a Firenze Cosimo de Medici guardava ora con crescente preoccupazione all’espansio­ne veneziana in Lombardia.

 

 

Date queste premesse l’uni­ca potenza che avrebbe voluto finalmente una pace dura­tura era proprio Venezia che si ritrovava ora a gestire un dominio di terraferma che si estendeva per ben trecento chilometri verso occidente e a sud fino a Ravenna. Ma le circostanze incalzavano il governo ducale che nel 1446 scendeva con il suo esercito nuovamente in guerra. Il Visconti infatti, si era mosso per l’ennesima volta contro il potente genero che Venezia accettò di aiutare ed appog­giare (come avrebbe potuto non farlo?).

 

 

Nel settembre di quel medesimo anno l’esercito veneziano sbaragliava così i Milanesi a Casal Maggiore e attraversando l’Adda giun­geva fin sotto le mura di Milano. Disperato Filippo Maria Visconti chiese aiuto a destra e a manca. A quel punto lo Sforza sapeva benissimo che se avesse atteso un altro po’ il Visconti avrebbe prima o poi ceduto. E così fu. Purché retrocedesse dall’assedio di Milano, il duca promise allo Sforza di nominarlo suo erede e capitano generale delle forze milanesi. Il destino poco dopo sembrò confermare queste promesse.

 

 

Il 13 agosto del 1447 infatti, Filippo Maria Visconti moriva improvvisamente dopo una setti­mana di agonia tenuta nascosta. La notizia della morte del duca sorprese anche Francesco Sforza che infatti allo­ra non si trovava a Milano dove invece scoppiò la più totale confusione. Lodi e Piacenza poi, colsero l’occasione per consegnarsi spontaneamente a Venezia, creando le premesse per un inevitabile scontro tra la Serenissima e lo Sforza. Questi infatti, era stato nominato dal fragile governo della neonata repubblica ambrosiana comandan­te delle forze milanesi. E così venne chiesto più volte al senato veneziano di restituire a Milano tutte le terre al di là dell’Adda appartenute al ducato visconteo, ma i vene­ziani risposero che l’avrebbero fatto a patto che si fosse rimborsato loro tutta la spesa occorsa per conquistarle. La richiesta, inaccettabile anche finanziariamente per i milanesi fu la scintilla che provocò il nuovo scontro tra Milano e Venezia.

 

 

 

Lo Sforza ora è a casa sua

 

 

Lo Sforza questa volta combatteva apertamente per i suoi interessi con l’esercito milanese contro i venezia­ni riuscendo a conquistare Pavia che si diede spontanea­mente, e dopo lungo e sanguinoso combattimento anche Piacenza. Alla fine del 1447 era così riuscito a recuperare tutti i territori oltre l’Adda ad eccezione di Caravaggio. Lo Sforza inviò così una flotta sul Po per contrastare i vene­ziani che al comando di Andrea Querini dovettero ripie­gare. Intanto il capitano generale delle truppe terrestri Attendolo, premeva affinché l’esercito veneziano muoves­se contro quello milanese contro il parere dei due provve­ditori di campo Ermolao Donato e Gerardo Dandolo.

 

 

A nulla valsero i loro consigli di rimandare lo scontro poi­ché l’Attendolo si era già mosso con le sue truppe contro lo Sforza. Per l’esercito veneziano numericamente molto inferiore fu il disastro più totale. L’urto con le soldataglie dello Sforza presso Caravaggio provocò ben presto tra le fila dei Veneziani un fuggi fuggi generale dopo che i due principali condottieri furono uccisi. Bartolomeo Colleoni dopo un generoso tentativo di resistenza alla fine fuggì in un bosco lì vicino; Michele Attendolo, capitano generale e colui che spinse l’esercito veneziano nel disastro. ugual­mente fuggi con ottomila tra cavalli e fanti. Solo i due provveditori Donato e Dandolo invece, si rifiutarono di abbandonare il campo anche se il loro generoso e orgoglio­so gesto non mutò l’esito finale della battaglia. Francesco Sforza aveva ricostituito il ducato visconteo e aveva dato a Venezia una sonora lezione sancendo definitivamenteil suo personale dominio.

 

Laura Poloni