STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

C’è sempre una gran ingiustizia nel comportamento dello Stato ma per il Pisani, valoroso comandante militare, l’oltraggio fu oltremodo pesante. Privato della carica e messo in carcere, di fronte alla necessità di un salvatore della patria, il senato con opportunismo lo ripescò riaffidandogli l’incarico ...

 

 

 

VOLUTO DAL POPOLO PER RESPINGERE GLI INVASORI

IL PISANI LIBERATO DAL CARCERE

 

 

 

Il 1379 fu senza dubbio per Venezia ed i suoi abitan­ti un anno da dimenticare, un anno che coincise con uno dei periodi più bui dove la fine non era stata mai così vicina. Il 7 maggio di quell’anno, all’alba, una flotta genovese di 25 navi si presentava minacciosa all’imboccatura del porto di Pola, in Istria.

 

 

Lo scontro tra Venezia e Genova si era pericolosamente ed improvvisa­mente spostato dall’Oriente all’alto Adriatico. il coman­dante veneziano Vittor Pisani inizialmente evitò lo scon­tro con le navi nemiche nella speranza che presto sareb­bero giunti i rinforzi. TI Pisani infatti, consapevole dell’in­feriorità numerica delle sue navi, contava sull’arrivo della restante flotta veneziana comandata da Carlo Zeno di stanza ancora nel Mediterraneo orientale.

 

 

Di fronte alla saggia decisione di non muoversi tuttavia, gli equipaggi veneziani insorsero contro lo stesso Pisani accusandolo di codardia. Messo alle strette e non vedendo arrivare alcun rinforzo, Pisani decise alla fine di scendere in campo ed affrontare il nemico. Lo scontro inevitabilmente, e come il comandante veneziano temeva, si risolse velocemente in favore dei genovesi malgrado il generoso slancio di Pisani che, malgrado le ferite, continuò a combattere.

 

 

La battaglia si risolse quando improvvisamente sbucarono altre galee genovesi fino ad allora tenute nascoste e che piombarono sul fianco della flotta veneziana. Ben 15 galee, 24 patrizi e molti marinai veneziani vennero cattu­rati dai genovesi. Pisani tuttavia, riuscì a salvare quel poco che si poteva ancora salvare rifugiandosi a Parenzo. Da qui, tuttavia venne richiamato prontamente a Venezia per rispondere della sonora sconfitta.

 

 

Una ingiusta punizione

 

 

Il clima in città era a dir poco rovente. Coi genovesi alle porte di casa era necessaria la massima severità ed esemplarietà. Pisani così, venne accusato di non aver approntato sufficienti difese al porto venendo per questo condannato a sei mesi di carcere e all’interdizione dai pubblici uffici. il popolo tuttavia, non sembrò condividere eccessivamente questa decisione. Pisani restava in fondo uno dei pochi, valorosi comandanti su cui poter contare. Inoltre le milizie fecero sapere che non avrebbero accetta­to altra guida all’infuori del Pisani stesso.

 

 

Il Senato comunque, non retrocesse dalla sua decisione anche se l’evolversi drammatico della situazione l’avrebbe fatto ben presto ricredere. A Genova infatti, la vittoria di Pola sui veneziani aveva galvanizzato gli animi e mentre in città si gridava “A Venezia, a Venezia!”, il comandante Pietro Doria lasciava il porto per dirigersi nell’Adriatico dove riusciva a devastare Grado, Caorle e Pellestrina, puntando pericolosamente verso Malamocco che venne frettolosamente evacuata. Le truppe veneziane vennero allora concentrate intorno a S.Niccolò di Lido e nell’even­tualità più tragica, a S.Giorgio, di fronte a Rialto.

 

 

II peri­colo, intanto, cresceva anche alle spalle. Francesco da Carrara infatti si era spinto con il suo esercito affiancato da ben 5.000 ungheresi inviategli dal re Luigi, fino alle porte di Mestre riuscendo a conquistare strada facendo la città di Treviso. A dividerlo da Venezia restava un solo braccio di mare. Se qui i movimenti militari sembravano rallentare, le cose invece procedevano, anzi, precipitavano sul fronte del mare.

 

 

La flotta genovese in laguna!

 

 

Il 6 agosto del 1379 infatti, la flotta genovese al comando di Pietro Doria fece la sua comparsa al largo di Chioggia. L’importante centro all’estremità meridionale della laguna, posto sulla linea dove i lidi si incontrano con la terraferma, costituiva il più importante canale d’acces­so al cuore di Venezia. Qui la flotta genovese doveva incontrarsi con l’esercito di Francesco da Carrara che scendendo con i suoi 24.000 uomini lungo la valle del Brenta avrebbe costituito una preziosa fonte di riforni­mento.

 

 

In questo modo Venezia si ritrovava completa­mente circondata venendo contemporaneamente chiusa alle spalle e dal mare. Chioggia era difesa da lma guarni­gione di 3.000 uomini comandati dal Podestà Pietro Emo che si vide costretto a chiedere rinforzi immediati al doge Andrea Contarini che vedeva realizzarsi, sotto i suoi occhi, le sinistre profezie che si diceva avessero preceduto la sua elezione.

 

 

I rinforzi ducali, tuttavia, non furono suf­ficienti e dopo un’eroica resistenza durata ben 10 giorni, Chioggia capitolava venendo abbandonata ad una violen­ta devastazione. Era dall’809 che la città non subiva il sac­cheggio di un esercito nemico. Era da quell’anno, da quan­do cioè l’esercito di re Pipino invase il centro lagunare, che Venezia non aveva più conosciuto la paura della conquista straniera.

 

 

Le campane di S.Marco alla notizia della caduta di Chioggia suonarono l’allarme mentre il Senato si riuniva in seduta permanente. Non si avevano ancora notizie della flotta di Carlo Zeno e Venezia si trovava praticamente sguarnita. Bisognava guadagnare tempo, ma soprattutto si doveva trovare al più presto un comandante valoroso cui affidare quelle poche navi rimaste disponibili. Fu in quelle drammatiche e convulse ore per la città di Venezia, che il popolo chiese a gran voce la liberazione del comandante Vittor Pisani dopo che la nomina del Senato di Taddeo Giustiniani a comandante generale della flotta era stata clamorosamente rifiutata dalle stesse milizie che avrebbe­ro combattuto e avrebbero accettato di morire, dissero, solo a fianco del loro comandante. Vittor Pisani veune così libe­rato e l’indomffilÌ gli si fecero incontro il popolo ed il Senato veneziani che lo portarono in trionfo. Era la loro ultima, disperata speranza di salvare la propria città.