STORIA DEL VENETO E DI VENEZIA ILLUSTRATA

Quando la patria chiama...Le necessità dell’erario sono sempre un pozzo senza fondo ma di fronte alla possibi­lità di una catastrofe militare i sentimenti della popolazio­ne si rivelano buoni e generosi. Si dà fondo alle ricchez­ze personali pur di consentire il riarmo della flotta ...

 

 

PER REAGIRE ALL’OFFENSIVA GENOVESE

LE DONNE OFFRONO ORO ALLA PATRIA

 

 

Fallito il tentativo – o presunto tale – di liberare il legittimo imperatore bizantino Giovanni Paleologo da parte di Carlo Zeno, la tensione tra Genova e Venezia nel Levante era destinata a salire ulteriormente. Per tutto il 1377 si poteva assistere ad un andare e venire di ambascerie tra le due città nemiche con messaggi, rifiuti e richieste sempre più pesanti.

 

 

Genova non si riteneva più responsabile degli attacchi che i veneziani subivano in Oriente mentre Venezia rispondeva che nulla poteva essere discusso a proposito di quell’area se prima Giovanni non fosse ritor­nato sul trono imperiale. Nel frattempo al comandante veneziano Pietro Mocenigo venne dato l’ordine di far vela verso Costantinopoli per chiedere all’imperatore Andronico il rilascio dei veneziani fatti arrestare per rap­presaglia nell’isola di Tenedo. Pietro Mocenigo, in realtà, non arrivò mai nella capitale.

 

 

Altrove ed improvvisamen­te era richiesta la sua presenza. Genova infatti, aveva messo in mare una flotta di galee che avrebbe dovuto ricongiungersi con una squadra di navi bizantine per attaccare la stessa isola di Tenedo. Avutane notizia Pietro Mocenigo fu costretto inevitabilmente a cambiare rotta ed obbiettivo. La guerra con Genova era veramente inco­minciata. Tuttavia, se il possesso della preziosa e strate­gica isola, passaggio obbligato per i commerci con l’Ellesponto, il Mar di Marmara, Costantinopoli e il Mar Nero fu il principale ed ufficiale motivo della riapertura delle ostilità, la guerra vera e propria fra Genova e Venezia si sarebbe ben presto spostata su altri e più fami­liari scenari.

 

 

L’eterno conflitto

 

 

Il destino di Venezia si giocò infatti dapprima nel Tirreno, poi, in una pericolosissima risalita, nell’Adriatico ed infine nella stessa laguna. Gli schiera­menti erano già noti. Genova infatti vedeva dalla sua parte, in questa ostinata e furiosa guerra con Venezia, il solito re d’Ungheria e Francesco da Carrara che mai in cuor suo aveva accettato le umilianti condizioni della pace con Venezia del 1373.

 

 

II governo ducale, dal canto suo, era invece riuscito a far aderire alla causa veneziana il signore di Milano Bernabò Visconti, con il patto che tutte le eventuali conquiste fatte per mare sarebbero andate alla Serenissima, mentre quelle terrestri a Milano. Fra queste anche Genova se le cose fossero finite come si spe­rava e si prevedeva. Chiariti gli accordi, sancite le allean­ze, ai veneziani non restava che organizzarsi per far fron­te all’impegno bellico. Vennero formate delle commissioni straordinarie di Savi al fine di snellire ed accelerare le decisioni politiche, ma soprattutto per facilitare la raccol­ta di denaro.

 

 

Con questo si doveva specialmente pagare le truppe mercenarie per i combattimenti di terraferma oltre che finanziare eventuali fortificazioni nei punti più strategici come il trevigiano, o comunque ritenuti più vulnerabili. Si proseguì poi formando delle squadre di dodici uomini (duodene) ciascuna delle quali doveva for­nire per estrazione a sorte uno o più soldati il cui paga­mento restava però a carico di quelli che non erano stati estratti.

 

 

Era questo un modo tutto veneziano per allegge­rire lo sforzo finanziario del governo ducale, ma anche un modo, nel contempo, per coinvolgere e rendere partecipe tutta la popolazione, sia chi era destinato a partire, sia chi invece restava in città. Fra questi, naturalmente le donne che sul finire del 1379 offrirono volontariamente i loro monili per sostenere l’impegno bellico in difesa della repubblica. In quell’anno, effettivamente, le cose si erano messe molto male per Venezia. Le navi genovesi avevano attaccato Grado e Caorle infliggendo una durissima scon­fitta alle navi veneziane davanti a Pola.

 

 

La guerra si avvicina alla città

 

 

La notizia della sconfitta e dell’avanzata nemica suscitò paura e sconcerto a Venezia dove scattò l’al­larme generale. Si provvide immediatamente a rinforza­re le difese e le fortificazioni dato che la Repubblica pote­va ora contare solo su una mezza dozzina di navi di fronte ad una flotta nemica che andava invece sempre più ingrossandosi per l’arrivo di rinforzi dai vari alleati. E cosi il porto di Lido venne sbarrato e l’abbazia di S.Nicolò for­tificata.

 

 

Durante quelle settimane estive del 1379 i vene­ziani, tutti i veneziani, lavorarono febbrilmente giorno e notte per fortificare la loro città. Fu uno sforzo corale di tutta una comunità che non voleva perdere la propria libertà. Alla fine dell’anno il governo ducale si vide costretto a ricorrere ad un prestito forzoso per far fronte al crescente e prolungato sforzo bellico e difensivo.

 

 

Si decretò così il 10 dicembre che trenta fra le più generose famiglie sarebbero state accolte, finita la guerra, nel patriziato cittadino ovvero nel Consiglio Maggiore; alle famiglie di rango inferiore che avessero ugualmente ed in qualunque modo partecipato alla guerra, sarebbero invece spettati 5.000 ducati d’oro annui; da ultimo si decretò un premio a quei forestieri che si fossero schierati con Venezia. La risposta della cittadinanza fu natural­mente massiccia e generosissima, stando almeno alla nota del denaro che si riuscì a raccogliere in quei giorni terribili in ciascun sestiere della città: Castello 1,300,683 lire; S.Marco 1,506,854; Canaregio 1,106,600; Dorsoduro 627,700; S.Polo 1,040,703; S.Croce 6,294,040 lire. Quel denaro doveva necessariamente servire a ribaltare una delle situazioni più tragiche e disperate in cui Venezia si era ritrovata dalle origini della sua storia.