TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO - UFFICIO ISTRUZIONE - SEZIONE DECIMA

La sentenza-ordinanza del giudice Lombardi

Consigliere Istruttore Dott. ANTONIO LOMBARDI (21 luglio 1998)

 

Tutte le ombre e le nebbie di Bertoli...

 

 

 

2. IL PROCESSO PRECEDENTE CONTRO GIANFRANCO BERTOLI

 

 

Alle ore 11 circa del 17.05.1973, al termine della cerimonia per lo scoprimento di un busto del defunto commissario Calabresi avvenuto nel cortile della Questura di Milano in via Fatebenefratelli, un individuo che sostava sul marciapiedi opposto all'ingresso della Questura, lanciava un ordigno in direzione dell'ingresso stesso. L'esplosione cagionava la morte di BORTOLON Gabriella, PANZINO Giuseppe, MASARIN Federico e BERTOLAZZI Felicita in SALA nonché il ferimento di 45 persone.

 

 

L'attentatore, fermato, veniva trovato in possesso di un passaporto intestato a tale MAGRI Massimo. Dichiarava di chiamarsi BERTOLI Gianfranco, indicando che il passaporto era falso, di provenire da un kibbutz di Israele e di essere un anarchico individualista.

 

 

Riferiva che quella mattina del 17.05 era uscito di buonora, aveva acquistato il Corriere della Sera dove aveva appreso che alle 10.30 ci sarebbe stata la manifestazione in Questura; aveva quindi preso il metrò per piazza Duomo ed a piedi si era recato in via Fatebenefiatelli, giungendovi alle 10.40, avendo intenzione di arrivare a cerimonia iniziata.

 

 

Ritenendo che la cerimonia si sarebbe protratta, era andato a prendere un cognac in un bar a breve distanza. Accortosi che la manifestazione era finita ed alcune auto stavano per andare via si era avvicinato in fretta all'ingresso della Questura e dal marciapiede opposto aveva lanciato una bomba in direzione delle Autorità che stavano uscendo; il lancio però era riuscito corto, l'ordigno (forse scalciato) era rotolato lateralmente all'ingresso di cinque sei metri e poi era esploso causando la strage.

 

 

Fin dal primo interrogatorio BERTOLI dichiarava che il suo obiettivo principale era il Ministro RUMOR: "....sarei stato lieto di gettare la bomba a RUMOR. Purtroppo non mi accorsi del momento in cui uscì dal cortile perché ero al bar.... quando gettai la bomba ero convinto che stavano uscendo RUMOR e ZANDA LOY. Non vidi partire l'auto di RUMOR, l'avessi vista avrei aperto la portiera e avrei gettato la bomba''.

 

 

Il BERTOLI aggiungeva di essere giunto il giorno prima a Milano, proveniente via Marsiglia da un kibbutz Israeliano, dove aveva soggiornato per circa due anni (dal 22.06.1971 all'8.05.1973 come risultava dai visti sul passaporto), che aveva portato la bomba tipo ananas trafugata nel kibbutz direttamente da Israele fornendo una spiegazione dei sistemi usati per far passare l'ordigno alle varie frontiere alquanto fantasiosa e inverosimile.

 

 

I lunghi e ripetuti interrogatori resi dal BERTOLI a questo G.I. risultavano pieni di ombre, di lacune, di contraddizioni, "una musica piena di note stonate con un monotono ritornello: ho agito da solo".

 

 

Al termine dell'istruttoria, nel dispone il rinvio a giudizio di BERTOLI con ordinanza del 30.07.1974, lo scrivente sottolineava le palesi menzogne del BERTOLI e le sue numerose contraddizioni, stralciando gli atti che portavano a ritenere l'esistenza di mandanti dietro di lui.

 

 

Appare opportuno a questo punto richiamare alcuni passi dell'ordinanza per sottolineare solo alcune delle numerose contraddizioni ed anomalie del racconto del BERTOLI.

 

 

 

3. LA BOMBA ISRAELIANA

 

 

Questo G.I. così scriveva: Esistono notevoli perplessità sul fatto che il BERTOLI si sia procuralo l'ordigno in Israele e comunque il fondato convincimento che non se lo sia procurato nel kibbutz come assume negli interrogatori.

 

 

L'ordigno è certamente di produzione israeliana come risulta dalle iscrizioni sulla linguetta recuperata dopo l'attentato. Si richiama al riguardo quanto scritto a pag. 4 punto 14 dell'Appunto R.U.S. (Reparto Unità Speciali che ha svolto accertamenti in Israele) del 14.06.1973:

 

a. l'ordigno è certamente di produzione israeliana e in dotazione alla Forze Armate di quel Paese. I simboli riportati sulla fascetta si devono così interpretare:

75: codice di serie;

26: identificazione della fabbrica produttrice ;

10 68: data di fabbricazione;

altre indicazioni di lingua ebraica: identificazione della provenienza israeliana.

 

 

Da ricordare al riguardo le precisazioni fornite il 07.02.1991 da CHRES Sharif, interprete ufficiale del Consolato Generale di Israele in Milano. Questi rettificava parzialmente le conclusioni dell'appunto R.U.S. in quanto le scritte andavano lette da destra verso sinistra secondo l'uso ebraico e cioè:

 

SIMAN: 5L (non 75) 26 (primo rigo) e TZ 10 68 (secondo rigo).

Egli così interpretava le scritte: SIMAN (= marca) 5L e 26 (non so) T indica

produzione, Z indica ZAVAIT (= dell'esercito), 10 68 la data di fabbricazione.

Non escludeva comunque che il numero 26 indicasse il tipo di bomba.

 

 

 

Ma riportiamo ancora quanto scritto nella precedente ordinanza.

 

 

 

L'imputato ha sostenuto di avere sottratto l'ordigno dal kibbutz circa un anno prima dell'attentato. Va però evidenziato che le indagini disposte in Israele nella immediatezza dei fatti (rapporto RUS) hanno escluso che si siano mai verificati furti negli ultimi anni dall'armeria del kibbutz.

 

 

Dagli ulteriori accertamenti svolti poi dagli ufficiali inviati da questo GI in Israele è poi emerso che nell'armeria del kibbutz non sono mai state custodite bombe, in quanto i militari di stanza nel villaggio erano dotati solo di armi leggere; oltre tutto nei dintorni non vi erano mai state esercitazioni militari con lancio di bombe.

 

 

Si consideri poi l'estrema genericità del BERTOLI sull'epoca e sul luogo da dove asportò la bomba ("in un alloggio di militari"; "non ricordo bene in quale posto in particolare io abbia sottratto la bomba; mi sembra accanto ad un letto ove vi erano altre bombe").

 

 

L'assenza di una versione concreta e particolareggiata su tali circostanze da parte del BERTOLI (altre volte precisissimo) conferma che lo stesso mente su tale punto. Del resto Jaques Jemmy, che divise la stanza con lui per lungo tempo, ha escluso di aver mai visto bombe nell'alloggio.

 

 

Va poi posta in luce l'estrema improbabilità che l'imputato abbia potuto superare, con la bomba indosso o nella valigia, i minuziosi controlli predisposti dalla Polizia Israeliana al momento dell'imbarco.

 

 

L'avventurosa elusione dei controlli raccontata dallo stesso non appare in verità molto attendibile, specie ove si consideri che questi venivano compiuti due volte sia sui bagagli che sulle persone.

 

 

Evidentemente il BERTOLI ha mentito per nascondere le circostanze spaziali e temporali in cui ricevette l'ordigno. E' probabile che ciò avvenne a Marsiglia ma non può escludersi aprioristicamente che avvenne anche a Milano.

 

 

Certo, ammettendo di aver ricevuto l'arma in Francia o in Italia, l'imputato avrebbe dovuto fornire particolari consentendo conseguentemente agli inquirenti un controllo più proficuo sulle circostanze in cui ne venne in possesso, ma soprattutto avrebbe invalidato o quanto meno scalfito, per la prossimità temporale e spaziale con I'attentato, la tesi della strage come atto di rivolta individuale ideato, programmato ed eseguito da Gianfranco BERTOLI.

 

 

Non si comprende d 'altra parte perché l 'imputato, così fermamente intenzionato a compiere l'attentato il 17.05.1973, abbia preferito correre più volte il rischio di essere fermato alle frontiere con la bomba indosso, quando avrebbe potuto procurarsela facilmente a Marsiglia, dove aveva amici conosciuti durante il precedente soggiorno del 1971, o in Italia.

 

 

Non va infatti sottaciuto che il BERTOLI, tanto bene introdotto tra i commercianti d'armi della malavita veneta, aveva più volte detenuto, venduto, e trattato armi (come risulta dalla lettura dei suoi precedenti e dalle sue stesse ammissioni negli interrogatori).

 

 

Ed in tale commercio, nonostante la sua ideologia, non andava tanto per il sottile visto che non esitava ad entrare in rapporti con ambienti dai quali per le sue idee avrebbe dovuto tenersi lontano.

 

 

Egli stesso del resto non ha avuto difficoltà ad ammettere di aver fornito insieme con altri, sia pure in epoca molto lontana (1954-1955), mitra e pistole ad un gruppo che si denominava 'fronte anticomunista italiano" e di aver trattato la vendita di armi con persone che intendevano armare gruppi di destra; il tentativo di vendere al MERSI armi site in un deposito di Asiago (vendita non conclusa essendo trapelato che questi era un confidente della Polizia) rafforza ulteriormente il convincimento che per il BERTOLI non sarebbe certo stato un problema procurarsi armi di qualsiasi tipo in breve tempo.

 

 

In conclusione già nel 74 la versione del BERTOLI che avrebbe portato con sè l'ordigno prelevato dal kibbutz attraversando i minuziosi conirolli di più frontiere ( e quelli della frontiera israeliana sono notoriamente scrupolosissimi) mostrava crepe paurose.

 

 

 

4. IL PASSAPORTO

 

 

 

Altre perplessità suscitò in istruttoria il passaporto falso trovato in possesso del BERTOLI. Questo risultava originariamente intestato a Massimo MAGRI, noto esponente del partito maxista-leninista d'Italia, cioè un elemento di univoca caratterizzazione di estrema sinistra.

 

 

Ma appare opportuno richiamare quanto scritto nell'ordinanza in merito: 

 

"Il passaporto risulta intestato a Massimo MAGRI. Lo stesso ha dichiarato che gli fu rubato nel 1969 dalla sua auto insieme con un giubbotto nero e una borsa, ma che denunciò solo la sottrazione del passaporto. In realtà è emerso che il MAGRI denunciò lo smarrimento e non il furto del passaporto in data 10.06.1969. Gli accertamenti svolti hanno evidenziato comunque la estraneità ai fatti del MAGRI.

 

 

Per quanto concerne il passaporto predetto, non può non sorprendere il fatto che il BERTOLI abbia potuto entrare e uscire dall'Italia ed attraversare piìr frontiere con un passaporto intestato a un noto esponente marxista leninista, tra l'altro grossolanamente falsificato nell'altezza e non rispondente per l'età (l'imputato appariva certamente di età superiore ai 30 anni indicati sul documento).

 

 

Sorprende poi come le autorità Consolari Israeliane di Marsiglia (presso le quali l'imputato fu accompagnato da un'individuo di cui sono note le caratteristiche fisiche), abitualmente molto attente nell'assumere informazioni sui loro ospiti, abbiano concesso il visto d'ingresso all'imputato in pochi minuti.

 

 

Meraviglia ancora che le Autorità israeliane, pur trattenendo a lungo il passaporto per l'applicazione dei visti di rinnovo (ogni tre mesi), non abbiano mai notato le grossolane falsità.

 

 

A seguito di indagini svolte si è potuto ricostruire un po' la storia di tale passaporto, trovato in possesso del BERTOLI al momento dell 'attentato.

 

 

In uno dei fascicoli relativi ai numerosi procedimenti penali contro l'imputato è inserita una missiva a firma del Questore F. MANGANELLA, nella quale si riferiva che Gianfranco BERTOLI era espatriato in Svizzera e si precisava che lo stesso aveva utilizzato un passaporto contraffatto nel nome e nella data di nascita che sarebbe stata corretta di una decina di anni in meno (chiaramente riferentesi dunque al passaporto intestato a Massimo MAGRI).

 

 

Il numero di protocollo cui la missiva faceva riferimento consentiva I'acquisizione agli atti di un fascicolo relativo ad accertamenti che il defunto commissario CALABRESI aveva svolto sul BERTOLI.

 

 

Nel fascicolo in oggetto (n.01921/UP) si rinveniva tra l'altro una foto del BERTOLI, la stessa foto applicata sul passaporto trovata in possesso dell'attentatore, in cui lo stesso appare più giovane e con la barba ad "U".

 

 

La sconcertante scoperta veniva spiegata dal PANESSA, ex funzionario dell 'ufficio politico della Questura di Milano ora congedatosi. Questi precisava che, tra la fine del 70 e gli inizi del 71, il CALABRESI gli aveva riferito che alcuni anarchici milanesi si stavano interessando per fare espatriare un anarchico; gli aveva quindi dato una foto, sul cui retro vi era la stampigliatura di uno studio fotografico di Bergamo, pregandolo di recarsi dal titolare di tale studio per identificare la persona riprodotta sulla foto, in quanto era il titolare del passaporto che stava per essere falsificato.

 

 

L'accertamento in Bergamo aveva dato esito negativo e probabilmente la foto era stata restituita.

 

 

Dopo qualche giorno il CALABRESI era venuto in possesso di una seconda foto, quella poi rinvenuta in atti, ed aveva riferito al PANESSA che tale foto doveva essere apposta sul passaporto falsificato; qualche tempo dopo il Commissario aveva riferito che il personaggio in questione, di nome BERTOLI, era espatriato in Svizzera.

 

 

Sulla base di tali risultanze, attraverso vari accertamenti questo G.I. identificava il soggetto che aveva portato le foto al CALABRESI".

 

 

La persona era ROVELLI Enrico che veniva interrogato il 02.05.1974.

 

 

Il processo principale contro BERTOLI era ormai in fase di definizione mentre le vicende del passaporto meritavano ulteriori accertamenti. Pertanto su richiesta del P.M. veniva iniziato un procedimento autonomo (che prendeva il nr.1650/84F 183 1/80 Trib.) per favoreggiamento, falsificazione e ricettazione del passaporto falso a carico di DEL GRANDE Urnberto, BERTOLO Amedeo e BONOMI Aldo, anarchici del (Circolo) Ponte della Ghisolfa che, secondo l'accusa, avevano aiutato il BERTOLI ad espatriare.

 

 

Tale procedimento si chiudeva in istruttoria il 15.03.1980 col proscioglimento dei tre dai primi due reati per intervenuta prescrizione e amnistia e col rinvio a giudizio per il solo reato di ricettazione del passaporto (anch'essa poi caduta in dibattimento).

 

 

Le intervenute cause estintive dei reati contestati a DEL GRANDE, BERTOLO e BONOMI non cancellano certamente le sconcertanti circostanze di fatto su cui quel procedimento ha fatto luce. Ci soffermeremo comunque in seguito sugli sviluppi di tale procedimento legato anch'esso alla vicenda BERTOLI.

 

 

 

5. LA PARTENZA DA ISRAELE E LA VIGILIA A MILANO

 

 

 

Ma riprendiamo l'esame delle contraddizioni della narrazione del BERTOLI, sottolineate nella suddetta ordinanza del 30.07.1974 richiamandone alcuni passi. 

 

"l'imputato ripetutamente ed ostinatamente dichiara di aver concepito ed eseguito la strage da solo. Riferisce di esser partito dal porto di Haifa l'8.5.73. La sua nave "Dan" fa scalo il giorno 12 maggio a Genova dove egli ritiene opportuno non sbarcare, ed approda a Marsiglia alle ore 10 del 13 maggio; ivi prende una camera all'Hotel Du Rhone. Alloggia in albergo fino alla mattina del 16 maggio, quando alle ore 6 prende il treno per Milano. Ivi giunge alle ore 16 circa. (La circostanza appare certa: fu visto a Marsiglia prima delle ore 6 ed il biglietto ferroviario trovato in suo possesso è stato controllato sul treno Marsiglia-Milano, come risulta dalla punzonatura a secco dei controllori, che il giorno precedente erano a riposo).

 

 

A questo punto il racconto del Bertoli diventa sempre più evasivo. Impiega il tempo dalle 16 alle 20 cambiando il danaro, recandosi a piazza Duomo col metrò, girovagando fino a quando prende una camera alla pensione Italia in via Vitruvio.

 

 

Nel primo interrogatorio dichiara di aver evitato di prendere contatto con qualsiasi persona per non compromettere nessuno nella sua azione, trattandosi di azione individuale. Solo quando il P.M. gli contesta la conoscenza del MERSI, l'imputato riferisce di aver telefonato alla moglie dello stesso alle ore 20,30 di quella sera e di essersi recato nella sua abitazione di via Pericle alle 21, dove era stato raggiunto dal MERSI alle 23-23,15.

 

 

Alle 23,55 comunque egli lascia l'abitazione, rifiutando il taxi offertogli dall'amico cameriere e mostrando fretta di raggiungere la stazione. Prende il metrò e va a dormire alla pensione Italia (la teste Fusaro localizza il rientro tra le 0,45 e l'1.30).

 

 

La mattina del 17 esce di buon ora (alle 07.30 secondo il teste BENZONI), compra il Corriere della Sera, dove apprende che ci sarà la manfestazione in Questura alle ore 10.30, prende il metrò per Piazza Duomo e a piedi si reca in via Fatebenefratelli; ivi, a suo dire giunge alle 10.40, avendo intenzione di arrivare a cerimonia già iniziata.

 

 

Ritiene che la rnanifestazione durerà ancora parecchio e allora va a prendere un cognac in un bar distante circa 100 metri dall'ingresso della Questura. Esce, si accorge che la manifestazione è finita e alcune auto già vanno via. Si awicina in fretta all'ingresso della Questura e dal marciapiedi opposto lancia la bomba in direzione delle autorità che stanno uscendo; il lancio però riesce corto, l'ordigno rotola lateralmente all'ingresso di 5 - 6 metri e poi esplode.

 

 

BERTOLI ha dichiarato di aver gridato "viva PINELLI. Viva l'anarchia", durante il lancio dell'ordigno. Tale affermazione in verità contrasta con numerose dichiarazioni di testi oculari, secondo le quali BERTOLI gridò solo quando venne immobilizzato:

 

ALOISI: "dopo il lancio si voltò di spalle, non saprei dire se per andarsene o per scansarsi dagli effetti della deflagrazione; ero distante circa un metro e mezzo, non lo sentii gridare alcunché nè prima nè dopo il lancio";

 

CARLUCCI:" dopo il lancio si mise le mani in tasca cercando di assumere un atteggiamento disinvolto. Sia prima che durante il lancio rimase zitto. Dopo che lo immobilizzammo gridò: viva PINELLI";

 

Padre GARAELLI: "ero a diretto contatto col BERTOLI. Non sentii alcun grido dello stesso nè prima nè durante il lancio. Solo quando fu bloccato gridò".

 

 

 

Questi primi contrasti tra le dichiarazioni del BERTOLI ed i testi citati avevano indotto il G.I. ad ipotizzare la possibile esistenza di un piano di fuga, come poi le risultanze istruttorie degli anni successivi hanno confermato.

 

 

Ma è opportuno richiamare altri passi dell'ordinanza precedente per sottolineare altre contraddizioni del racconto del Bertoli. A questi elementi si farà poi riferimento nel corso della motivazione di tale ordinanza.

 

 

 

6. LE MENZOGNE DEL BERTOLI

 

 

 

Si è già precedentemente sottolineato come il Bertoli abbia mentito sulle circostanze di aver preso l'ordigno nel kibbutz per l'inesistenza in quel luogo di quel tipo di armi, evidenziando come egli non si sia sforzato di fornire una versione concreta e particolareggiata che potesse dare all'episodio una parvenza di verità.

 

 

Il BERTOLI ha poi sostenuto di aver programmato e pensato da tempo ad un attentato da compiere in occasione della commemorazione di CALABRESI. Sarebbe pertanto partito da Haifa senza essere informato che il 17 maggio vi sarebbe stato una cerimonia nella Questura ma solo immaginando che in occasione dell 'anniversario dell'uccisione una qualche celebrazione si sarebbe tenuta in qualche zona di Milano.

 

 

Avrebbe appreso le circostanze precise della manifestazione solo la mattina del 17 leggendo il Corriere della Sera. (In verità la notizia era apparsa anche sul Corriere della Sera del 14.05, ma l'imputato assume di non aver letto quel giornale).

 

 

Ora rasenta l'assurdo credere che l'imputato, lasciato il tranquillo rifugio israeliano ("le autorità del kibbutz hanno insistito perché rimanessi" egli ha precisato), abbia affrontato il rischio di un lunghissimo viaggio attraverso l'Europa con la bomba indosso senza neppure la certezza di poter attuare il suo programma ("la mia era solo una supposizione, anzi una certezza morale; se la celebrazione non vi fosse stata me ne sarei andato" dice tranquillamente l'imputato).

 

 

E' questo certamente uno dei punti più deboli della tesi dell 'imputato.

 

 

Ma il BERTOLI mente anche su altri punti. Egli assume che nessuno in Italia era al corrente della sua permanenza nel Kibbutz, precisando che la corrispondenza che riceveva proveniva da individui conosciuti nel Kibbutz e poi espatriati. Si è accertato invece che egli riceveva lettere dall'Italia (testi WEMBERG e Dina AZZOLAI) e che in quel Kibbutz non vi erano stati mai Italiani.

 

 

Sequestrando alcuni francobolli, regalati dal BERTOLI occasionalmente a un bambino nel Kibbutz, si nota su uno di essi come timbro di provenienza "Mestre ". Ma v 'è di più: il WEINBERG precisa che il BERTOLI gli raccontò che "doveva ricevere una lettera che avrebbe determinato la sua partenza da Israele (una lettera importante che avrebbe indicato i particolari del viaggio); il BERTOLI gli confermò poi di aver ricevuto ultimamente la lettera e che doveva partire.

 

 

Allo SHUSTERMANN precisò che doveva giungere in Francia il 15 Maggio dove un compagno lo attendeva, sottolineando "devo assolutamente essere lì il 15 Maggio; aggiunse che andava in Francia e forse (solo forse) sarebbe andato in Italia, che aveva paura di giungere in ritardo in Francia per il suo incontro.

 

 

La teste Dina AZZOLAI che aveva il compito di ricevere la posta in arrivo e che esaminava i francobolli sulle buste e spediva quelle in partenza conferma le circostanze, precisando che l'imputato riceveva e spediva lettere in Italia.

 

 

Tutte queste testimonianze riportate testualmente lasciano pensare a contatti continui, ad una convocazione a Marsiglia per il 15 Maggio. Non si spiega altrimenti perché egli non sbarchi il 12 Maggio a Genova quando la sua nave fa scalo in quel porto.

 

 

A Marsiglia il suo comportamento è particolarmente ambiguo: prende la stanza per tre giorni consecutivi all'hotel Du Rhone, ma vi dorme solo la prima notte e passa a prendere i bagagli poco prima della partenza per Milano awenuta alle 6.00 del 16 Maggio.

 

 

L 'imputato ribadisce di aver dormito tutte le notti all'hotel Du Rhone, ma viene smentito dalle concordi e inequivoche dichiarazioni della proprietaria e dell 'inserviente dell'albergo.

 

 

Egli mente ancora dunque probabilmente per nascondere di aver incontrato la persona con la quale aveva appuntamento; pur a corto di danaro, egli paga la stanza in albergo per tulte le notti quasi a voler lasciare traccia del suo passaggio. Dà alla stessa proprietaria dell'hotel SASSI Virginia, l'impressione di volersi far notare, di voler imprimere nella mente di lei il ricordo del suo passaggio nell'albergo intrattenendola con conversazioni fastidiose e prive di interesse (sono parole della teste).

 

 

 

7. DUE COMPLICI IGNOTI

 

 

 

L 'imputato, poi, ha ostinatamente dichiarato, anche di fronte a precise contestazioni, di essere giunto avanti la Questura di Milano alle 10.40, di esservi giunto solo, di aver voluto giungere a manifestazione già iniziata per poter agire più indisturbato.

 

 

Ma anche stavolta mente.

 

 

Il teste GEMELLI della Polizia Scientfica della Questura di Milano ha riferito di aver notato il BERTOLI affiancato da altri due individui sul marciapiede antistante l'androne della Questura verso le 9.50; ha poi aggiunto di non potersi sbagliare sull'orario in quanto prima dell'inizio della cerimonia, avvenuta alle 10.00 circa, egli entrò nel cortile; e poi: "ebbi la netta sensazione che stessero insieme, se così non fosse stato non vi sarebbe stato motivo perché stessero tanto vicini nonostante vi fossero ampi spazi vuoti sul marciapiede".

 

 

Il teste GALOPPINI, barista del bar "L'ANNUNZIATA" sito proprio di fronte alla Questura, riferisce di aver servito un cognac al BERTOLI tra le 9.30 e le 9.45 di quella mattina. Aggiunge che il suo collega BONETTI servì una bibita allo stesso alle 10.30 (circostanza confermata dallo stesso).

 

 

Il BERTOLI assume invece di aver preso un cognac poco prima delle 11.00 ma nel bar sito a circa 50-1 00 metri sulla destra della Questura.

 

 

Il BERTOLI dunque mente ancora. Non è possibile che sia caduto in equivoco in quanto tiene particolarmente a sottolineare di essere giunto a cerimonia già iniziata.

 

 

Egli dunque mente per uno scopo, quello di escludere di essersi trovato sul luogo del delitto tra le 09.30 e le 10.40; poiché tale circostanza appare del tutto irrilevante ai fini della sua responsabilità nell'attentato, evidentemente vuole nascondere qualche dato di fatto rilevante per le indagini.

 

 

Tale dato può essere la presenza, vicino a lui, dei due individui notati dal GEMELLI, uno dei quali caratteristico per particolarità somatiche e fisiche (ne è stato eseguito identikit). Aggungasi che anche il teste IANNACCI notò, sia pure in un momento diverso, l'individuo dell'identikit vicino all'imputato.

 

 

La versione dei fatti fornita dal BERTOLI è dunque piena di reticenze, di contraddizioni.

 

 

Se effettivamente la strage è un atto di rivolta individuale concepito, preparato ed eseguito da Gianfranco BERTOLI, non si comprende perché egli abbia taciuto o mentito su tanti particolari. Ciò è certamente avvenuto per uno scopo, quello probabilmente di nascondere agli inquirenti circostanze di fatti importanti per le indagini.

 

 

 

8. ALTRE MENZOGNE E UN TENTATIVO DI PROVOCAZIONE

 

 

 

Nè gettano luce chiarificatrice sulla vicenda i due episodi avvenuti il pomeriggio del 16 Maggio. Il primo, non confermato dall'imputato ma inequivocabilmente comprovato da numerose risultanze istruttorie, concerne il suo tentativo di prendere contatti con l'anarchico del Ponte della Ghisolfa Amedeo BERTOLO, episodio che ha consentito di colmare una grossa lacuna sui movimenti del BERTOLI del 16 Maggio.

 

 

Attraverso le precise deposizioni dei testi SEJA ANNELI, edicolante in via Passaggio Osi, Laura REGGI e Pietro VALPREDA, si è potuto appurare l'episodio suesposto conosciuto attraverso confidenze fatte dai coniugi VALPREDA ad amici e ricostruito nei suoi contorni precisi nel corso dell''istruttoria.

 

 

Alle ore 16.30 circa (ma non può escludersi qualche lieve inesattezza di orario) un individuo si avvicina all'edicola dì proprietà della FARVO ove trovasi la ANNELI e domanda "questa non è mica l'edicola di proprietà di una certa Augusta?" e la donna "devo riferire qualcosa all'Augusta?, io sono la nipote"; " no, ho bisogno di parlarle"; al che la donna, insospettita, preferisce non dare spiegazioni allo sconosciuto.

 

 

Dopo un paio d'ore o forse meno l'uomo si presenta ancora all'ANNELI dicendo "non ho trovato l'Augusta"; al che la donna:" lei non l'ha neanche cercata" ed innervosita esce fuori dall'edicola, si avvicina al citofono dello stabile ove abita la FARVO distante 7-8 metri, effettua le tre bussate convenzionali avvertendola che uno sconosciuto vuole parlare con lei e passa il citofono all'uomo.

 

 

Al citofono questi dice "sono un compagno anarchico veneziano. Vorrei l'indirizzo di BERTOLO" (frase riferite dalla FARVO alla REGGI, moglie di VALPREDA, al momento vicina). La FARVO chiede spiegazioni, non ne ha e allora "lo cerchi sull'elenco ".

 

 

La FARVO, sentita molto tempo dopo, assume di non ricordare l'episodio, ma esso, ad avviso del G.I., ha una evidenza probatoria incontrovertibile.

 

 

A tal punto va sottolineato che l'abitazione della FARVO viene considerata un salotto anarchico di Milano, un luogo dove gli anarchici spesso trovano aiuti ed ospitalità e va altresì aggiunto che il BERTOLO Amedeo aveva da un anno cambiato indirizzo ed era un qualificato esponente del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, cui aderiva il defunto PINELLI.

 

 

L'episodio, nelle dichiarazioni dei testi finisce qui. Esso viene smentito dal BERTOLI ma la sua attendibilità appare certa: la ANNELI ha riconosciuto il giorno seguente alla televisione nell'attentatore lo sconosciuto del 17 Maggio; nella ricognizione avanti al Magistrato non ha avuto dubbi; ha descritto nei minimi particolari le caratteristiche fisiche e somatiche dell'imputato e, quel che più conta, ha indicato circostanziatamente i singoli indumenti indossati dal BERTOLI precisandone anche il colore.

 

 

Aggiungasi poi che I'imputato, nel primo interrogatorio, ha riferito che, poco dopo il suo arrivo a Milano, prese il metrò per portarsi in Piazza Duomo, nei cui pressi appunto trovasi I'edicola in oggetto. Va altresì sottolineato, al fine di dare un quadro completo delle circostanze emerse che il BERTOLO aveva avuto anche rapporti con componenti del circolo Nestor Machno di Venezia (BERTI, MONDINI, GOTTARDI), ed una volta aveva anche fatto una conferenza nella sede del gruppo veneziano.

 

 

Tale circolo veneziano era stato saltuariamente frequentato dal BERTOLI; è emerso tuttavia che egli era in realtà tenuto in disparte dai promotori del gruppo (vedi dich. MONDINI-BERTI e GOTTARDI) per i suoi precedenti penali, perché spesso ubriaco, per le sue amicizie nell'ambiente della malavita tanto da essere sospettato un provocatore (al MONDINI disse di avere anche amici fascisti).

 

 

 

Come sopra precisato Amedeo BERTOLO è uno degli imputati del proc. 1650174F relativo all'attività di favoreggiamento per l'espatrio clandestino del BERTOLI tra la fine del 70 e gli inizi del 71. Naturalmente il BERTOLI ha negato l'episodio - FARVO e di aver conosciuto Amedeo BERTOLO (ma è una sua costante fissa quella di negare sempre, ostinatamente, anche di fronte all'evidenza).

 

 

Anche BERTOLO Amedeo ha negato sempre tutto (di aver conosciuto BERTOLI e il resto) e nel suo confronto col BERTOLI, confronto chiesto da quest'ultimo, nella precedente istruttoria, prospettò più spiegazioni dell'episodio: o il BERTOLI cercò lui in quanto anarchico conosciuto e di vecchia militanza per cercare consiglio; oppure qualcuno, a scopo provocatorio, lo indirizzò a lui; oppure ancora fu quello un tentativo di strumentalizzazione a sua insaputa di chi poteva avere interesse a mescolare i cosiddetti opposti estremismi, considerato che a breve distanza di tempo seguì la visita al sindacalista della CISNAL.

 

 

Sconcertante è poi il BERTOLI in occasione di tale confronto, come si legge nella citata ordinanza: 

 

 

"Pur negando ostinatamente l'episodio egli precisa che, se egli fosse andato a cercare del BERTOLO, ciò sarebbe avvenuto per chiarire il gesto che andava a fare, e forse anche inconsciamente per cercare di essere convinto del contrario di quello che stava per fare.

 

 

A tal punto va evidenziato che tale desiderio l'imputato manifestò anche al MERSI in una pausa del confronto e in un momento di intensa emozione per l'accaduto "sono venuto da te con la speranza assurda; speravo che tu capissi ciò che non avevo il coraggio di dirti; speravo di essere frenato".

 

 

Orbene tali frasi del BERTOLI lasciano perplessi.

 

 

Un individuo che si sente ''per vocazione" portato a compiere l'attentato, che abbandona un rifugio tranquillo, che pur colpito da ordine di cattura attraversa mezza Europa e viene in Italia correndo una serie incredibile di rischi (passaporto falso, bomba in tasca) per una eventualità anche vaga che vi sarà una cerimonia il 17 Maggio, ebbene questo individuo proprio quando è vicino al suo scopo spera di essere dissuaso.

 

 

La contraddizione logica è inquietante.

 

 

Essa forse può spiegare le oscure frasi riferite alla DI LALLA e al MERSI la sera del 16 Maggio. "Fece capire di essere stato costretto a lasciare Israele. Aveva timore di essere seguito, pedinato. Si sentiva braccato, essendo invischiato in cose da cui non poteva uscire".

 

 

Le frasi, il contegno del BERTOLI sono tipiche di chi entra in un gioco e non può tirarsi indietro.

 

 

 

9. L'AMICO CONFIDENTE

 

 

 

Un paragrafo importante nella precedente istruttoria è stato dedicato a Rodolfo MERSI, il sindacalista dell CISNAL da cui BERTOLI si recò la sera prima dell'attentato (circostanza prima taciuta e poi ammessa di fronte alle evidenti risultanze sull'episodio).

 

 

Sempre per sottolineare reticenze e contraddizioni del BERTOLI, appare opportuno richiamare alcune osservazioni riferite al MERSI nella predetta ordinanza, anche perché alcuni episodi in quella sede trattati saranno richiamati nel presente provvedimento.

 

 

"L'amicizia col MERSI, sindacalista della CISNAL e confidente della Polizia, non deve meravigliare; BERTOLI era uso stringere tranquillamente rapporti con elementi anarchici e con persone di ideologie diametralmente opposte come risulta diffusamente dagli atti del presente processo.

 

 

Nei confronti del MERSI nessuna precisa responsabilità è emersa. Tuttavia alcune perplessità sono sorte dal suo comportamento. Innanzitutto ha sorpreso che egli mentre era al ristorante Alfio e seppe dell'esplosione, prima ancora che la radio fornisse particolari sull'identità dell'attentatore, immediatamente comprese chi ne era l'autore.

 

 

Il MERSI ha parlato di intuizione improvvisa, pensando ai discorsi oscuri che il BERTOLI aveva fatto a lui e alla DI LALLA nella sua abitazione. E a ciò si può credere.

 

 

Ma c 'è un particolare che desta maggiori perplessità.

 

 

In data 24 Maggio il teste MAZZARI dichiara al P.M. che il Mersi alle 23 circa del 16 Maggio fece una telefonata utilizzando un solo gettone e disse "pronto Dottore, è già arrivato il treno, io sono a casa tra 35-40 minuti".

 

 

Il MERSI, reso edotto attraverso la stampa del contenuto delle dichiarazioni del MAZZARI, afferma che questi era caduto in un grosso equivoco; precisa poi al G.I. di aver telefonato alle 22.30 alla moglie e non ad altri, chiedendo se l'amico doveva prendere il treno visto che aveva detto che a mezzanotte doveva essere alla stazione, e aggiungendo che sarebbe arrivato a casa tra 35-40 minuti; non ricorda di aver detto la parola "dottore" anche se non lo esclude, considerata la sua abitudine di appellare scherzosamente con la parola dottore o con altre qualifiche le persone.

 

 

La DI LALLA ha confermato al G.I. la versione del marito.

 

 

A tal proposito va rilevato che sia il MERSI che la DI LALLA, nel primo esame reso al P.M. il 17 Maggio hanno parlato di una sola telefonata fatta alle 21.00 dalla DILALLA al marito, senza aggiungere che questi aveva poi telefonato a casa successivamente.

 

 

Alla contestazione del G.I. hanno riferito di non aver ritenuto di parlare di due telefonate perché il particolare non appariva importante.

 

 

Il BERTOLI, presente in casa al momento di questa seconda telefonata, ha riferito: " non mi pare che la signora Mersi ricevette altre telefonate mentre ero li. Faccio però presente che ero in uno stato di pieno rilassamento per cui non prestavo attenzione a quanto accadeva".

 

 

 

10. LA PERSONALITA' DEL BERTOLI

 

 

 

Nel concludere la precedente ordinanza questo G.I. sottolineava come le reticenze e le menzogne del BERTOLI contribuivano a gettare inquietanti ombre sulla vicenda. Ignorando del tutto quelli che sarebbero stati gli sviluppi successivi a distanza di molti anni, così osservava tratteggiando la personalità del BERTOLI:

 

 

"L 'imputato è stato riconosciuto dai consulenti psichiatrici perfettamente capace di intendere e di volere al momento dei fatti; le sue facoltà intellettive ad avviso dei periti, appaiono grandemente sviluppate.

 

 

Tale giudizio è pienamente condiviso dal GI, che ha avuto modo di constatare come intelligenza e cultura del Bertoli siano notevolmente superiori alla media. Sorprendente è anche la sua conoscenza di testi anarchici ed anche fìlosofici, storico politici.

 

 

Il suo discorso è sempre infiorato di citazioni degli autori più vari; a volte egli assume durante gli interrogatori un tono profetico ("Ho ucciso per amore degli uomini e della libertà; ho buttato la bomba per comunicare con gli altri uomini'; a volte ambiguo, come quando tende ad eludere domande insidiose rifugiandosi in frasi d'autore ripetute a memoria.

 

 

Va poi sottolineato questo: mentre a volte I'imputato è precisissimo, altre volte è evasivo, e quando su tali punti si riesce a fargli fornire particolari viene smentito dalle risultanze processuali.

 

 

Il fulcro della personalità del Bertoli è caratterizzato da una incapacità assoluta di inserirsi nella società, che si risolve fin da giovane nel desiderio di andare contro le norme. Diviene abituale frequentatore dell'ambiente della malavita e colleziona una serie impressionante di denunce e condanne per reati contro la persona e contro il patrimonio (atti di espropriazione come egli li chiama).

 

 

A Mestre, Padova, in Israele egli si qualifica anarchico, ma la sua adesione all'ideologia anarchica appare piu una reazione viscerale alla incapacità di inserimento nel sistema, anziché avere un fondamento razionale. Non si spiegherebbero altrimenti i suoi stretti legami con la malavita, la sua propensione ad atti delinquenziali, la facilità d'intesa con personaggi di ideologia del tutto opposta.

 

 

Si pensi al Mersi sindacalista della CISNAL, a Sandro Sedona, implicato in una inchiesta contro un gruppo neofascista, agli elementi di destra cui in passato vendette armi, agli Jemmy in Israele la cui simpatia per "Ordre Nouveau" l'imputato quasi giustifica dicendo: "Alla base di qualsiasi posizione estremista di destra o di sinistra vi è sempre un senso di rivolta nei confronti della società attuale".

 

 

Né l'imputato ha mai nascosto in passato tali amicizie (Mondini disse che aveva amici di ideologia fascista).

 

 

La tesi individualista contrasta sul piano logico e sul piano probatorio con la realtà dei fatti, come si è sottolineato evidenziando le numerose contraddizioni del suo racconto. Tale tesi non regge neppure ad un attento vaglio delle sue attitudini personali: per incapacità di trasformare in azione le sue idee e per mancanza di mezzi aveva sempre la necessita di appoggiarsi a qualcuno; era in realtà un gregario che si faceva facilmente suggestionare ad agire" dice di lui il Coser, tipico esponente della malavita padovana con idee nazionalsocialiste.

 

 

Il suo desiderio di far qualcosa di dimostrativo che avesse significato di rivolta contro la società probabilmente ha costituito però solo il terreno fertile su cui altri ha seminato, lo ha solo agevolato sul piano psicologico nel risolversi a compiere l'attentato.

 

 

Confortano tale convincimento le reticenze dell'imputato, le suaccennate contraddizioni sul luogo dove asportò la bomba, sui contatti avuti in Israele e a Marsiglia, sull'ora di arrivo in via Fatebenefratelli, sul momento in cui venne a conoscenza della manifestazione (a suo dire solo la mattina del 17.5.1973 leggendo il giornale).

 

 

Avvalorano tale tesi la sua abituale necessità di appoggiarsi a qualcuno per agire, il suo assurdo e inconscio tentativo di essere dissuaso, la sua disponibilità a compiere atti criminosi per altri (dichiarazioni fatte al Mersi nel I970 quando venne a Milano), i suoi contatti con elementi di ideologia contrapposta.

 

 

Sintomatiche sono poi le sue risposte a precise domande nell'interrogatorio del 17.1.1974 "Sono un anarchico individualista e non avrei alcuna difficoltà, per attuare un'azione di rivolta, ad utilizzare mezzi ed occasioni che mi fossero offerti da ambienti ideologicamente del tutto diversi, forze di destra, polizia) ...Per esempio al tempo dell'attentato ad August Vaillant, avvenuto verso la fine del secolo scorso nel parlamento francese, si disse che era stata la polizia ad armare la mano dell'attentatore e che lo stesso, pur sospettandolo, ugualmente effettuò I'attentato. Non ho nessuna obiezione di principio su tale fatto".

 

 

L 'accento al Vaillant è particolarmente calzante per inquadrare la contraddittoria personalità dell'imputato; un anarchico disponibile, pronto ad utilizzare e sfruttare mezzi ed occasioni, fornitigli anche da ambienti a lui lontanissimi sul piano sociale ed ideologico, magari miranti ed altri obiettivi, pur di realizzare qualcosa di clamoroso, anche un atto terroristico che evidenziasse la sua non adesione al sistema.

 

 

Si prospetta dunque la inquietante ipotesi che Bertoli sia stato manovrato. Certo è che per la pregressa disponibilità ad atti criminosi, per la sua facile suggestionabilità ad agire, per la sua fin troppo evidente etichetta di anarchico per fede conclamata e persino nei segni esteriori (si pensi alla 'A" tatuata sul suo braccio), il Bertoli appare elemento veramente idoneo ed essere strumentalizzato. Nè a ciò osta la sua fede stirneriana (il suo riferirsi a Vaillant è davvero significativo).

 

 

Indubbiamente l'imputato difficilmente potrebbe ammettere una tale versione dei fatti. Lo ha fatto solo in linea di ipotesi astratta rferendosi all'anarchico francese.

 

 

A questo punto questo G.I. può sommessamente ricordare che anche i tentativi di contatti con l'anarchico Amedeo Bertolo, provati in modo certo, sono esaminati dall'imputato solo in via di ipotesi ("se lo avessi cercato lo avrei fatto per essere dissuaso").

 

 

Né va sottovalutato, al riguardo, il profondo senso di omertà che ha sempre ispirato il Bertoli nella sua vita precedente, come si evince dalla lettura dei procedimenti penali a suo carico e dalle dichiarazioni di Padre Vinsentin.

 

 

Analizzata la personalità contraddittoria dell'imputato, tenute presenti le sue posizioni ideologiche, il suo comportamento prima della strage e le contraddizioni negli interrogatori, nasce dunque il sospetto che alcuno dietro Bertoli abbia mosso le fila, qualcuno che magari lo abbia agevolato in passato valutandone il potenziale eversivo riservandone poi l'utilizzo al momento opportuno.

 

 

Certo I'imputato può aver anche mentito in qualche occasione per non coinvolgere nella vicenda individui estranei ai fatti, ma non appare infondata I'ipotesi che egli voglia coprire corresponsabili.

 

 

Fin qui si è argomentato contro la tesi della strage, intesa come atto individuale concepito, preparato ed eseguito da Gianfranco Bertoli e da nessun altro. Ciò si è fatto esaminando la personalità dell'imputato, le sue particolari posizioni ideologiche, la sua vita negli ultimi anni e nei giorni precedenti il delitto e si è prospettata la forte probabilità che egli sia stato manovrato, strumentalizzato."

 

 

Tutti questi ampi richiami a paragrafi della precedente ordinanza di rinvio a giudizio del 30.07.1974 erano strettamente necessari sia per sottolineare le numerose crepe e contraddizioni nella ricostruzione dei fatti fornita dal Bertoli, sia per scardinare sul piano logico la tesi dell'anarchico individualista.

 

 

Per tali motivi e tenuto conto che accertamenti di P.G. e altre risultanze istruttorie già dal 1974 inducevano a ritenere l'esistenza di mandanti dietro il Bertoli, questo GI nel depositare l'ordinanza del 30.07.1974 riteneva opportuno stralciare alcuni atti per il prosieguo delle indagini.

 

 

Prima di analizzare tutte le specifiche risultanze di questo processo è opportuno prima richiamare sinteticamente quanto emerso da due procedimenti già conclusi e strettamente collegati alla strage del 17.05.1973. (continua)