ISTRUTTORIA PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA - TRIBUNALE DI MILANO 1973-1974

PUBBLICO MINISTERO EMILIO ALESSANDRINI - GIUDICE ISTRUTTORE GERARDO D'AMBROSIO 

 

 

 

CAPITOLO XVII

 

 

La confessione di VENTURA

 

 

1. La funzione di informatore

2. La riunione di Padova

3. La bomba di Torino

4. L’incontro di Milano – Attentato al Palazzo di Giustizia

5. Le bombe sui treni

6. Il distacco del gruppo

7. La proprietà delle armi

8. Le bombe del 25 aprile

9. Stefano DELLE CHIAIE

10. I finanziatori

11. I confronti con FABRIS, PAN, LORENZON

12. vALUTAZIONI della “confessione”

13. L’arresto di Claudio ORSI

14. Il registro del prof. FERLINI

 

 

 

1. La funzione di informatore

 

 

Così, a mezzo del suo difensore chiedeva la fissazione di un nuovo interrogatorio che si svolgeva il giorno 17 marzo 1973. Va detto che le dichiarazioni di VENTURA si protraevano per più giorni; di esse vi è la trascrizione dei nastri fonetici, alla cui lettura integrale si deve rimandare. In questa sede è sufficiente esporne sinteticamente i punti più salienti.

 

 

La premessa di carattere generale era che egli, nel 1967 aveva avuto dei contatti con il redattore di un periodico italiano di cui in quel momento non poteva rivelare l’identità. La persona gli aveva chiesto informazioni sugli ambienti politici di destra di cui fino a qualche tempo prima egli aveva fatto parte.

 

 

Successivamente, il rapporto con quel redattore si era sviluppato con scambio reciproco di notizie e in questo contesto VENTURA aveva ricevuto i noti “rapporti informativi” trovati poi nella cassetta di sicurezza della Banca di Montebelluna.

 

 

Nel gennaio 69 il redattore gli aveva presentato un “amico rumeno” (che faceva parte dello stesso gruppo politico ed informativo dell’italiano) per la concretizzazione di un accordo basato su due punti:

 

a) adesione alla politica di lotta internazionale al bipolarismo russo-americano nella prospettiva della “Grande Europa”, dall’Atlantico agli Urali;

 

b) contatti con le forze che dal Gollismo ed al neutralismo euroasiatico si proponevano questa linea internazionalistica.

 

 

I noti “rapporti informativi” erano quindi espressione di questo gruppo e li aveva ricevuti nell’ambito della sua collaborazione. La posizione di VENTURA nell’ambito del gruppo era quella di trasmettere tutte le notizie di cui fosse venuto in possesso sulle organizzazioni parlamentari ed extraparlamentari di destra, sulle forze economiche che le appoggiavano e sulle loro articolazioni eversive.

 

 

A questo fine egli avrebbe dovuto riprendere i rapporti con quegli ambienti di destra che aveva abbandonato. Ed infatti, in un successivo incontro a Roma, egli faceva conoscere all’amico italiano e all’amico rumeno informazioni su “ORDINE NUOVO”, le organizzazioni giovanili del MSI, su FREDA ed i suoi collegamenti con i settori più oltranzisti, nonché sulle spinte eversive che si covavano nella destra.

 

 

Venivano anche concordate le particolari modalità di cautela e riservatezza per queste attività informative e “spionistiche” al tempo stesso.

 

 

In questo ambito egli aveva fatto presente agli “amici” che ci sarebbe stata l’eventualità di un accostamento funzionale agli ambienti osservati, pena la sua emarginazione; quindi questa eventualità avrebbe potuto anche significare una parziale “compromissione” per cui era necessario da parte loro garantirgli una efficace copertura politica.

 

 

In questo senso aveva ricevuto assicurazione entro determinati limiti:

 

a) la compromissione doveva avvenire soltanto in casi di particolare interesse;

 

b) era necessaria la loro preventiva autorizzazione;

 

c) avrebbe potuto continuare i suoi contatti franchi con uomini degli ambienti della sinistra, pur senza aderire ad alcun gruppo organizzato.

 

 

 

Il controllo da lui effettuato sui gruppi eversivi di destra (che aveva comportato anche una sua compromissione in attività operative) era durato efficacemente sino alla fine dell’agosto 1969 allorchè non se l’era più sentita di rischiare oltre per i motivi che si vedranno.

 

 

 

2) La riunione di Padova

 

 

Punto di partenza dell’attività terroristica poteva essere adeguatamente rappresentato dalla riunione del 18 aprile 1969 in Padova. In quell’incontro si era messo a fuoco l’occasione offerta dalle condizioni politiche del Paese, con specifiche, evidentissime potenzialità di ordine eversivo che vedevano spontaneamente emergere certe tendenze di gruppi di destra (ed in una certa misura, di una sinistra molto confusa) a capovolgere le Istituzioni.

 

 

Alla riunione di Padova non c’era RAUTI ma Stefano DELLE CHIAIE, giunto insieme ad altra persona di Roma la cui identità non gli fu mai nota.

 

 

Egli benché sollecitato da FREDA, non aveva partecipato all’incontro per non trovarsi, neppure nel suo particolare ruolo, in condizioni di stringere accordi con gli “junkers” di Avanguardia Nazionale. Il giorno successivo FREDA gli aveva rivelato i termini dell’accordo, che aveva portato alla teorizzazione di una “doppia organizzazione” o “seconda linea” nel senso che i due gruppi (quello di FREDA e quello romano) “dovevano puntare all’aggancio operativo di uomini che erano estranei a questi gruppi e costruire una frangia che potesse essere utilizzata anche per azioni specifiche come attentati, cioè per un’attività eversiva diretta. Seconda linea o doppia organizzazione o organizzazione parallela, che viene però manovrata da una o due persone soltanto della prima linea, cioè da persone che siano in grado di avere rapporti con altre di posizioni politiche diverse e che siano in grado di utilizzarle, indurle, coartarle e strumentalizzarle”.

 

 

 

3) La bomba di Torino

 

 

Il LORENZON aveva sovrapposto nelle sue dichiarazioni due episodi distinti, quando aveva parlato di un ordigno collocato da VENTURA in un edificio pubblico nel maggio 1969; l’ordigno che non era esploso e che aveva cercato di recuperare.

 

 

LORENZON sul punto era stato incerto nel riferire la città: una volta Milano e un’altra volta Torino.

 

 

Era invece stato lui a fargli fare la confusione perché in realtà gli ordigni in edifici pubblici, che poi non erano esplosi, erano stati due: uno a Torino, collocato nel maggio 69 e l’altro a Milano il 24 luglio 1969.

 

 

In particolare quello di Torino era stato il primo atto della sua compromissione con l’attività del gruppo FREDA che egli doveva controllare. Già da qualche tempo, dopo la riunione del 18 aprile, FREDA gli aveva parlato di una bomba che lui (VENTURA) avrebbe dovuto collocare al Palazzo di Giustizia di Torino.

 

 

Pertanto egli aveva preso accordi con due suoi amici, Giorgio COSTENIERO di Treviso e l’avvocato LAURINO di Portogruaro per recarsi insieme a Torino dove il COSTENIERO si recava tutti gli anni per il rendiconto alla UTET di cui era agente in Treviso, accompagnato dagli amici che coglievano l’occasione per fare una gita.

 

 

Infine, dopo vari rinvii (in quanto l’ordigno che FREDA gli doveva consegnare non era ancora pronto – il che gli aveva fatto pensare che FREDA lo ricevesse da altra persona non di Padova), il 10 maggio era andato a Torino con COSTENIERO ed il LAURINO, recando con sé l’ordigno.

 

 

Questo era contenuto in una scatola con l’etichetta, scritta in francese, di una rivista di teologia; era composta da una cassetta in legno da cui fuoriusciva uno spago; gli era stato assicurato che, finchè non fosse stata tirata la cordicella, l’ordigno era praticamente inoffensivo, e non c’era alcun pericolo di esplosione accidentale.

 

 

Seguendo le istruzioni di FREDA, aveva a sua volta consegnato la bomba ad uno sconosciuto con cui gli era stato fissato un incontro per la sera dell’11 nel bar adiacente l’albergo GENIO, presso cui egli aveva preso alloggio. Infatti, lo sconosciuto gli si era avvicinato dopo aver letto l’etichetta in francese apposta sulla scatola (era questo l’elemento di riconoscimento) ed aveva preso in consegna l’ordigno.

 

 

L’incontro era durato pochi minuti ed egli si era premurato con un giro di parole di far comprendere all’interlocutore che se anche la bomba non fosse esplosa, lo scopo intimidatorio sarebbe stato raggiunto ugualmente.

 

 

Il giorno successivo, mentre COSTENIERO si era recato alla UTET, egli si era fatto accompagnare dall’avvocato LAURINO al Palazzo di Giustizia col pretesto di controllare delle annotazioni presso la cancelleria commerciale.

 

 

In verità voleva controllare se l’ordigno era stato collocato, se era esploso o se era stato rinvenuto. Si era quindi recato prima in Procura e poi al Tribunale Civile ed aveva constatato che non era successo niente. Di tale bomba poi non aveva saputo più niente.

 

 

 

4) L’incontro di Milano – Attentato al Palazzo di Giustizia

 

 

Dopo l’episodio di Torino, che era stata un’operazione caratteristica della seconda linea, FREDA, sempre nell’ambito del programma convenuto con Stefano DELLE CHIAIE gli aveva fatto sapere, nel luglio successivo, di attendere in Padova l’arrivo di una persona di Roma che doveva fargli delle comunicazioni importanti.

 

 

Senonchè, all’ultimo momento quella persona aveva fatto sapere che intendeva incontrarlo a Milano, la notte tra il 23 ed il 24 luglio.

 

 

Poiché egli aveva un impegno a Roma presso la LERICI per il 24, aveva fatto da Padova il biglietto aereo Milano-Roma; aveva cercato un aereo del mattino ma essendo ormai la sera del 23, non aveva trovato altro aereo da Milano per Roma prima delle 14.

 

 

Verso le due di notte del 24, lui ed il FREDA erano partiti dalla stazione di Padova ed erano giunti a Milano in treno alle ore 4,30 del mattino. Alla stazione di Milano avevano incontrato il romano (età 26,27 anni, basso, tarchiato, capelli e carnagione scuri, faccia rotondetta).

 

 

Questi aveva manifestato un certo fastidio per la presenza del VENTURA il quale, ad un certo punto era stato estraniato dai discorsi, che quindi solo in parte aveva potuto apprendere in prima persona; comunque era in grado di riferire (in quanto FREDA lo aveva messo al corrente dei discorsi fatti in sua assenza) che l’individuo si era fatto portavoce di Stefano DELLE CHIAIE il quale aveva deciso una intensificazione dell’attività terroristica come sviluppo soprattutto della seconda linea e che gli attentati “dovevano essere praticamente attuati da nomi che fossero copertura degli altri”.

 

 

Da quel momento, inoltre, il gruppo aveva raggiunto una notevole disponibilità di esplosivo, soprattutto di tritolo (“abbiamo il tritolo come biscottini”).

 

 

La particolare confezione del tritolo (in saponette) rendeva necessaria l’utilizzazione di contenitori a forma rettangolare. Invece il problema tecnico, che aveva fino ad allora causato il mancato funzionamento di parecchi ordigni collocati dal gruppo, era quello relativo al sistema del temporizzatore.

 

 

Si era deciso pertanto di utilizzare da allora in poi degli orologi da polso di tipo economico che si vendevano nei supermercati, opportunamente preparati, in sostituzione dei sistemi usati fino allora.

 

 

La prima prova con il sistema ad orologeria sarebbe stata fatta con un ordigno che il romano aveva con sé e che avrebbe collocato in mattinata nel Tribunale di Milano.

 

 

 

5) Le bombe sui treni

 

 

Questo “esperimento” doveva essere fatto anche in funzione degli attentati che si sarebbero dovuti effettuare sui convogli ferroviari nel ferragosto successivo.

 

 

Alla fine dell’incontro col romano, mentre FREDA era tornato a Padova dove aveva impegni professionali, egli aveva sbrigato alcune sue faccende; più tardi aveva preso l’aereo per Roma; tornando da Roma il 26 luglio, era andato nello studio di FREDA con una copia del “Corriere della Sera” del 25 luglio e di un altro quotidiano romano, facendogli rilevare che i giornali di quella edizione non parlavano dell’attentato al Palazzo di Giustizia di Milano. In questa occasione gli aveva lasciato i due quotidiani.

 

 

Dopo gli attentati sui treni aveva chiesto a FREDA chiarimenti sia sul maggior numero di ordigni collocati (10 invece di 3) sia soprattutto sul motivo del cambiamento dei luoghi di collocazione.

 

 

Infatti nell’incontro di Milano si era parlato di bombe da mettere nelle toilettes, mentre, in effetti, oltre che nelle toilettes, erano state poste anche negli scompartimenti, provocando in tal modo dei feriti.

 

 

FREDA per tutta risposta aveva fatto un gesto col braccio come per dire che la cosa era irrilevante.

 

 

Si era convinto pertanto della assoluta mancanza di scrupoli che stava animando gli attentatori ed aveva paventato di rimenere coinvolto in episodi ben più gravi di quelli, che fino allora, erano stati, tutto sommato, atti dimostrativi.

 

 

A rendere ancora più profonda la sua convinzione era stato un incontro successivo con FREDA. Questi era tornato da Roma dove a suo dire aveva visto Guido PAGLIA il quale gli aveva comunicato che Stefano (cioè DELLE CHIAIE) confermava che la collocazione degli ordigni anche negli scompartimenti non era stato un errore, ma un fatto voluto e che anzi si sarebbe andati avanti in questa progressione terroristica con attentati in luoghi chiusi contro centri rappresentativi del sistema borghese ed utilizzando ordigni più potenti.

 

 

Nel riferirgli ciò, FREDA aveva manifestato la sua intenzione di continuare ad aderire agli accordi presi col DELLE CHIAIE.

 

 

A questo punto invece VENTURA aveva cercato un avvicinamento col POZZAN, il quale pure disapprovava questa linea di condotta ed attraverso questi aveva cercato da una parte di dissuadere FREDA dal proseguire in quella direzione, e dall’altra di sganciarsi dal gruppo senza nocumento per la propria persona.

 

 

Del resto, avendo messo a parte l’amico rumeno e l’amico italiano degli sviluppi pericolosi che stava prendendo la sua attività di “informatore” era stato espressamente esonerato da quel compito in quanto evidentemente non poteva essergli più assicurata nessuna copertura né politica né morale. Si era così distaccato da FREDA che in verità non aveva fatto niente per impedirgli il suo allontanamento dal gruppo.

 

 

 

6) Il distacco dal gruppo

 

 

Da quel momento (fine agosto-primi di settembre 1969) egli aveva seguito l’attività di FREDA come “da un cannocchiale capovolto”; c’era stato poi l’episodio del timer sottratto a FREDA nel suo studio, e l’esibizione a COMACCHIO, elettrotecnico, per farsene spiegare l’utilizzazione in un ordigno; l’aveva anche mostrato a LORENZON senza, peraltro, collegamenti di fili ad una batteria.

 

 

Quanto alla partecipazione di FREDA ai fatti del 12 dicembre, nulla poteva dire per scienza diretta. Da discorsi tenuti successivamente a quella data aveva potuto capire che FREDA non vi era estraneo.

 

 

In questo contesto FREDA gli aveva detto di aver incontrato a Roma Stefano DELLE CHIAIE, il quale gli aveva manifestato la sua intenzione di sostenere giudizialmente l’alibi di Merlino.

 

 

Dopo che il 22 dicembre 1969 era stato interrogato in Questura su fatti e circostanze ben precise che potevano essere note solo agli amici italiano e rumeno, aveva temuto di essere stato “giocato” dai due; quando aveva poi saputo che era stato LORENZON a riferire quelle cose, aveva preso contatto con l’italiano il quale gli aveva assicurato la sua solidarietà e lo aveva sollecitato a disfarsi dei rapporti informativi e di ogni altra traccia della sua attività durante il 1969, nonché a rompere ogni tipo di consuetudine col FREDA, di sospendere ogni contatto e di sottolineare il carattere normale e fortuito della “frequentazione” degli ambienti di cui si era occupato.

 

 

Ma l’evitare ogni contatto non gli era stato praticamente possibile, in quanto da quel momento era stato FREDA a tallonarlo con ammonimenti ed intimidazioni particolarmente efficaci essendo al corrente della sua partecipazione ai vari attentati.

 

 

 

7) La proprietà delle armi

 

 

Quanto alle armi di Castelfranco Veneto, in parte erano sue (4 pistole, due machine-pistole ed un silenziatore) da lui acquistate tra il 1960 ed il 1963; tutto il resto era di COMACCHIO, a cui, in occasione del suo primo arresto il fratello Angelo aveva consegnato vari documenti tra cui il passaporto con la fotografia di FREDA (intestato al dottor Andrea MAJONI). Nella cassa, delle armi consegnate a PAN vi era anche una pistola di FREDA.

 

 

 

8) Le bombe del 25 aprile

 

 

Delle bombe del 25 aprile alla Fiera e all’Ufficio Cambi di Milano, FREDA gli aveva detto soltanto che si era trattato di un’operazione della “seconda linea”.

 

 

 

9) Stefano DELLE CHIAIE

 

 

Come FREDA in Padova, prevedibilmente anche Stefano DELLE CHIAIE a Roma aveva effettuato una operazione di provocazione-infiltrazione negli ambienti della sinistra extraparlamentare e segnatamente con i gruppi del partito marxista-leninista.

 

 

Esempio padovano della infiltrazione era rappresentato da Pino ROMANIN intestatario della libreria Ezzelino gestita da FREDA.

 

 

Anche Claudio ORSI aveva in quel periodo iniziato una frenetica attività di inserimento nei gruppi della sinistra extraparlamentare.

 

 

A proposito di quest’ultimo, da FREDA prima e da POZZAN dopo, aveva saputo che a fornire gli uomini che avevano collocato gli ordigni sui treni di Milano e Venezia, era stato Claudio ORSI.

 

 

 

10) I finanziatori

 

 

A finanziare l’attività eversiva del gruppo FREDA-DELLE CHIAIE erano:

 

1) persone vicine ad Ordine Nuovo;

 

2) ambienti legati ad Avanguardia Nazionale (“polimorfismo finanziario di Stefano DELLE CHIAIE”);

 

3) lo stesso FREDA con i proventi della sua attività di legale e con le sovvenzioni dei suoi amici della facoltà di giurisprudenza di Padova.

 

 

A tale proposito faceva presente che a detta di FREDA, gli attentati sui treni erano costati £.100.000 per la preparazione e £.100.000 per la collocazione.

 

 

 

11) I confronti con FABRIS, PAN, LORENZON

 

 

In conclusione VENTURA proseguiva quella linea difensiva evidenziata al momento dell’avvenuta contestazione dell’indizio dei timers acquistati da FREDA; forniva però al Giudice maggiori dettagli sugli episodi riferiti, uscendo dalla genericità delle accuse in precedenza mosse a FREDA.

 

 

Peraltro, per avvalorare questo suo nuovo passo in quella direzione VENTURA chiedeva dei confronti con:

 

1) PAN Ruggero, per ridimensionare le frasi compromettenti dallo stesso attribuitegli in occasione degli attentati ai treni (“li abbiamo fatti noi”);

 

2) con FABRIS Tullio, per ridimensionare l’episodio da questi riferito circa la consegna di un timer da parte di FREDA alla sua presenza;

 

3) LORENZON, per chiarire la portata di alcune frasi, dallo stesso riferite testualmente, come, a proposito degli attentati ai treni “siamo in tre a finanziare”, e soprattutto l’episodio dell’esibizione del timer. In definitiva, a rendere plausibile che egli avesse riferito a LORENZON fatti da lui soltanto conosciuti per la sua attività di informatore.

 

 

I confronti richiesti venivano esperiti.

 

 

In particolare, in quello col PAN, VENTURA esortava l’interlocutore a dire tutta la verità in quanto egli, dal canto suo già l’aveva detta e riconosceva ad esempio che per la vicenda delle armi era stato lui stesso, a suo tempo, ad ingarbugliare le acque proponendogli di dichiarare al Giudice il falso e cioè che la cassa conteneva libri e caratteri tipografici.

 

 

Tuttavia il PAN rimaneva ancorato all’ultima sua versione della consegna delle armi in due tempi nel dicembre 1968 e nel gennaio 1970. E d’altra parte, riconfermava tutti i discorsi fattigli da VENTURA in relazione agli attentati sui treni; riconosceva però che mentre FREDA lo aveva traumatizzato con la proposta assillante di entrare a far parte del suo gruppo terroristico, VENTURA invece non solo non gli aveva fatto mai quelle proposte, ma era in qualche modo riuscito a sottrarlo alle insistenze di FREDA.

 

 

A tale proposito VENTURA non negava di aver fatto dei discorsi al PAN in relazione agli attentati sui treni, ma sosteneva di non essere stato così preciso nei dettagli e che probabilmente la faccenda delle cassette di ferro che avrebbero dovuto sostituire quelle in legno gli era stata detta da FREDA.

 

 

Quanto poi al fatto che dinnanzi al PAN egli avesse manifestato approvazione dal punto di vista politico della strategia degli attentati, ciò era avvenuto perché sospettando che PAN fosse una spia di FREDA e quindi pensava che avrebbe riferito a questi i suoi discorsi.

 

 

Nel confronto con FABRIS nello stesso giorno (22 marzo 1973) questi ammetteva la possibilità che l’oggetto che era sul tavolo di FREDA in occasione della visita del VENTURA non fosse un timer della partita di Bologna, ma un timer della lavatrice; si era quindi nel periodo precedente all’acquisto, quando cioè FREDA gli chiedeva delucidazioni sulla utilizzazione di un timer in un circuito elettrico.

 

 

Nel confronto con LORENZON (31.3.1973), questi ribadiva, nonostante le insistenze di VENTURA, tutte le sue precedenti dichiarazioni.

 

 

Si chiariva anche, con la esibizione da parte dell’imputato del biglietto aereo del 13 dicembre 1969 da Roma a Venezia, che VENTURA effettivamente, tornava dalla capitale e che invece LORENZON aveva detto da Milano in quanto lo stesso VENTURA giungendo in libreria così aveva dichiarato all’impiegato CAVORSO Franco.

 

 

 

12) Valutazioni della “confessione”

 

 

La “confessione” di VENTURA, proprio per il suo evidente finalismo difensivo diretto ad escludere la partecipazione agli attentati del 12 dicembre non poteva essere accettata de plano, ma andava verificata in ogni sua proposizione.

 

 

Per quanto riguarda la vicenda della bomba di Torino, indubbiamente la descrizione dell’ordigno trovava effettiva rispondenza; e a tale proposito va segnalato che sulla base del prospetto analitico degli attentati del 1969 fornito dal Ministero degli Interni risultavano evidenti analogie tra gli attentati del 15 aprile allo studio del Rettore di Padova, del 25 aprile a Milano, (già ascritti agli imputati) e quelli al Tribunale di Torino ed ai due Uffici Giudiziari di Roma (Procura e Cassazione); pertanto, già dal febbraio 73 l’Ufficio aveva richiesto, in visione, i procedimenti contro ignoti ed i corpi di reato relativi ai suddetti attentati; era quindi possibile riscontrare una perfetta rispondenza della descrizione di VENTURA; inoltre venivano acquisite le schedine alberghiere presso l’Hotel GENIO di Torino ed effettivamente si riscontravano gli alloggi dell’imputato, del COSTENIERO e del LAURINO nella data indicata.

 

 

Infine non si poteva ignorare quanto già a suo tempo aveva dichiarato LORENZON.

 

 

 

13) L’arresto di Claudio ORSI

 

 

La chiamata in correità di Claudio ORSI induceva gli inquirenti a disporre la cattura del medesimo per i reati di associazione sovversiva e di partecipazione agli attentati sui treni; l’accusa del VENTURA di una attività di provocazione ed infiltrazione di ORSI nello schema della ricordata “seconda linea” appariva provata dall’attività politica di ORSI, il quale, pur essendo di tendenze neofasciste, tuttavia distribuiva opuscoli e fomentava in Ferrara movimenti di smaccata osservanza filocinese.

 

 

La perquisizione disposta nei locali e nelle adiacenze del complesso alberghiero Nord-Ovest di Ferrara gestito da ORSI, portava al rinvenimento nell’officina carrozzeria annessa di alcune sfoglie di faesite, cioè dello stesso materiale con cui erano state confezionate le cassette costituenti gli involucri degli ordigni usati nei sunnominati attentati di Padova, Milano, Torino e Roma, nonché di quelli dei treni dell’agosto.

 

 

Inoltre si sequestravano pure esemplari di trombe acustiche per auto da cui poteva essere stato tratto il relais, identico per marca e composizione a quelli riscontrati nei circuiti a caduta di corrente delle bombe di Padov, Milano, Torino e Roma.

 

 

 

14) Il registro del prof. FERLINI

 

 

Nel frattempo – marzo 1973 – veniva acquisito il registro dell’ospedale ove nel dicembre 1969 prestava servizio il prof. FERLINI. Risultava così che il centralinista era stato assente dal 9 al 15 dicembre; nel registro erano altresì annotate le assenze del prof. FERLINI relativamente ai giorni 11,12 e 13 dicembre.

 

 

Cadeva così definitivamente l’alibi di VENTURA per il suo viaggio a Roma del 12 dicembre.