ISTRUTTORIA PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA - TRIBUNALE DI MILANO 1973-1974

PUBBLICO MINISTERO EMILIO ALESSANDRINI - GIUDICE ISTRUTTORE GERARDO D'AMBROSIO 

 

 

 

CAPITOLO XIV

 

 

La proprietà delle armi

 

 

1. Gli esplosivi di Castelfranco contenevano binitrotoluolo

2. I confronti VENTURA-PAN-COMACCHIO

3. La pistola “Bernardelli”. MARRAZZI Alberto

4. La contestazione a VENTURA Luigi

5. La contestazione a VENTURA Giovanni

6. La nuova versione di PAN

 

 

 

1. Gli esplosivi di Castelfranco contenevano binitrotoluolo

 

 

Frattanto, l’istruttoria proseguiva anche su altri punti che potevano avere una specifica attinenza con i fatti del 12 dicembre.

Occorre ricordare che, dopo la scoperta delle armi in Castelfranco Veneto nel novembre 1971, Franco COMACCHIO, che per qualche tempo aveva custodito la nota cassa, aveva riferito agli inquirenti che, oltre alle armi, nella cassa ricevuta da PAN, vi erano anche dei candelotti esplosivi, che, successivamente, assieme alla ZANON, aveva provveduto ad occultare vicino ad una roggia; aveva, quindi, condotto sul posto gli inquirenti, sicchè, almeno in parte, l’esplosivo era stato rinvenuto, sia pure in pessimo stato di conservazione.

 

 

Il materiale gelatinoso era di due tipi: blu, in candelotti avvolti in sacchetti di politene e rosso mattone, avvolto in carta paraffinata o monolucida.

 

 

Peraltro, tutto l’esplosivo, era stato distrutto subito dopo il rinvenimento, sì da rendere impossibili le analisi di laboratorio per stabilirne la composizione. Tuttavia, alcune fotografie, eseguite dalla Squadra di P.G. dei Carabinieri di Treviso, consentivano di acquisire elementi utili sulle dimensioni dei candelotti e sul tipo dell’involucro, in base ai quali il Nucleo Investigativo dei CC. Di Milano, incaricato dal G.I., poteva svolgere indagini presso le fabbriche di esplosivi: si accertava così che l’esplosivo blù era gelignite, mentre quello rosso-mattone era SEMIGEL D.

 

 

Ora, poiché entrambi i due tipi di esplosivo contengono il BINITROTOLUOLO, la sostanza dal caratteristico odore di mandorle amare che era stato avvertito nelle esplosioni di Milano del 12 dicembre, assumeva particolare importanza stabilire la proprietà delle armi e quindi degli esplosivi rinvenuti in Castelfranco Veneto.

 

 

Tanto più, che nell’ordigno collocato al Tribunale di Milano il 24 luglio 1969, oltre all’orologio Rhula (identico a quelli degli attentati sui treni dell’agosto successivo), era stato impiegato, secondo la perizia di ufficio, l’esplosivo SEMIGEL D.

 

 

Secondo PAN e COMACCHIO, tutte le armi e l’esplosivo appartenevano a VENTURA, con la cointeressenza di FREDA.

 

 

Secondo i fratelli VENTURA, le armi (ignoravano l’esistenza dell’esplosivo) erano originariamente di COMACCHIO, cui avevano fatto il favore di tenerle; dopo la denuncia di LORENZON, le avevano affidate a PAN e, allorchè questi non le aveva più voluto tenere, le avevano restituite a COMACCHIO.

 

 

 

2. I confronti VENTURA-PAN-COMACCHIO

 

 

Il 20 ottobre 1972, per tentare di chiarire la vicenda, venivano interrogati, e quindi posti a confronto tra loro, COMACCHIO, PAN, VENTURA GIOVANNI e VENTURA ANGELO. Mentre sulla questione delle armi i due gruppi rimanevano sulle loro posizioni (per la prima volta, comunque, emergeva che gli esplosivi erano contenuti in due sacchetti di plastica a strisce verticali nere ed azzurre), COMACCHIO e PAN confermavano le loro proposizioni accusatorie sulle altre circostanze, e cioè:

 

- L’avvertimento, da parte di VENTURA ANGELO a COMACCHIO, di una “marcia di fascisti su Roma e qualcosa che sarebbe capitato nelle banche”;

 

- le proposte di VENTURA GIOVANNI a COMACCHIO di collocare bombe e la contestuale consegna di un Timer;

 

- la conoscenza da parte di VENTURA LUIGI di MARIO MERLINO;

 

- la visita di VENTURA ANGELO a PAN la sera del 12 dicembre e l’angosciata notizia: “E’ successo una carneficina, sono morte dieci persone, ma mio fratello non c’entra”.

 

 

Tuttavia, anche le posizioni di COMACCHIO e PAN apparivano ambigue, perché:

 

- quanto al primo, non si riusciva a comprendere perché si fosse determinato a nascondere le armi: la sua giustificazione di averlo fatto per tenere una prova a carico dei VENTURA per la loro attività eversiva, era semplicemente grottesca, dato lo sviluppo degli avvenimenti; d’altra parte era stato lui a fare ritrovare l’esplosivo, di cui altrimenti se ne sarebbe ignorata l’esistenza;

 

- quanto al PAN, le sue contraddittorie dichiarazioni sulla data di ricezione della cassa ed i suoi ostinati e puerili dinieghi di averne mai visto il contenuto, erano chiari indici della viva preoccupazione di venire coinvolto in qualcosa di ben più grave della semplice detenzione di armi, che non aveva avuto difficoltà ad ammettere sin dall’inizio, anche quando FREDA e VENTURA gli avevano suggerito di riferire al Giudice che la cassa conteneva libri e piombi tipografici.

 

- In questa situazione, non potendosi scegliere sulla base delle sole dichiarazioni degli imputati, tutte, per un verso o per l’altro sospette, la versione dei fatti più aderenti alla verità, si rendeva necessario ricercare dei riscontri obbiettivi che consentissero una valida ricostruzione.

 

 

 

3. La pistola “Bernardelli”. MARRAZZI Alberto.

 

 

La possibilità di una verifica in fatto veniva offerta dalla rinnovazione delle indagini sulla pistola “Bernardelli” cal. 22, con silenziatore e priva di otturatore, che era stata rinvenuta nel corso della perquisizione 8.11.1971 nella abitazione della nonna di PAN in Rosà, dove erano state anche custodite le armi in questione che comprendevano pure 5 silenziatori.

 

 

Sulla pistola era impresso il numero di matricola attraverso il quale, a suo tempo, i Carabinieri di Treviso, per incarico del Magistrato, erano risaliti all’ultimo possessore noto, MARRAZZI Alberto.

 

 

Questi, in data 6 aprile 1972, aveva dichiarato ai Carabinieri di averla regalata nel 1968 ad un suo alunno (di cui non ricordava il nome) del 4° liceo scientifico di Cortina d’Ampezzo, (ove quell’anno aveva ottenuto una supplenza quale insegnante di storia e filosofia), dopo averla resa inutilizzabile, togliendone l’otturatore.

 

 

Poiché all’epoca il ragazzo non era stato identificato, le indagini si erano arenate.

 

 

Allorchè, invece, dai nuovi accertamenti svolti, risultava che MARRAZZI aveva insegnato nell’anno scolastico 1968/1969 non in Cortina d’Ampezzo, ma in S.Vito di Cadore, presso l’Istituto Dolomiti Pio X, si ricollegava questo elemento con gli altri acquisiti al processo (ad esempio le matrici degli assegni di Giovanni VENTURA) secondo i quali si era appurato che in quell’anno, in quel collegio aveva studiato Luigi VENTURA.

 

 

Infatti, interrogato nuovamente il 25 novembre 1973, il MARRAZZI confermava che l’alunno cui aveva consegnato verso l’inizio del terzo trimestre (e quindi nell’aprile – maggio 1969) la pistola era VENTURA Luigi, che si era offerto di fargli costruire un silenziatore, per la utilizzazione dell’arma nella caccia ai cervi in Sardegna. Non aveva poi saputo più niente né dell’alunno né della pistola perché il VENTURA aveva abbandonato la scuola in quanto affetto da una malattia cerebrale.

 

 

4. La contestazione a VENTURA Luigi

 

 

VENTURA Luigi, (nella cui abitazione in Roma – Lungotevere Flaminio n.22 – nel corso della perquisizione 10.1.73, era stata, tra l’altro rinvenuta una agenda del 1969 del fratello Giovanni), interrogato il 23 gennaio 1973 sulle nuove circostanze, dopo una iniziale negatoria e lunghi ripensamenti (di cui fa fede la registrazione fonetica), di fronte all’evidenza, finiva per ammettere quanto già riferito dal MARRAZZI, aggiungendo di aver consegnato a sua volta la pistola al fratello Giovanni perché facesse fabbricare il silenziatore.

 

 

 

5. La contestazione a VENTURA Giovanni

 

 

A sua volta VENTURA Giovanni, che nel precedente confronto col PAN aveva addirittura sollecitato il Giudice a svolgere indagini sulla “Bernardelli” perché da essa si potesse risalire al vero proprietario delle armi, e accennato al sospetto che la pistola fosse stata artatamente collocata in casa del PAN nel corso della perquisizione, alla contestazione delle dichiarazioni del MARRAZZI e del fratello Luigi, ammetteva tranquillamente quanto dai due riferito, ma ritorceva ancora su COMACCHIO la circostanza, sostenendo che il silenziatore della “Bernardelli”, come gli altri del resto, erano stati costruiti da quest’ultimo, probabilmente con il tornio dell’officina “Coppo” di Castelfranco Veneto.

 

 

 

6: La nuova versione di PAN

 

 

Ruggero PAN, invece, essendo caduta ormai la sua versione in relazione alle armi, ricevute, a suo dire, nel dicembre 1968 (dato che la “Bernardelli” era stata data dal MARRAZZI al VENTURA solo nell’aprile-maggio 1969), modificava di nuovo i suoi assunti, affermando di aver ricevuto il tutto dai VENTURA in due tempi: una prima parte nel dicembre 1968 ed una seconda nel gennaio 1970.

 

 

Nella seconda consegna gli erano state affidate la borsa sportiva (poi risultata contenere i mitra), il sacco a strisce nere e azzurre (poi risultato contenere l’esplosivo), e un fagotto di stracci in cui evidentemente doveva essere contenuta la “Bernardelli” con il silenziatore, che peraltro non aveva mai visto, e pertanto non sapeva spiegare come mai si fosse trovata in un cassetto della abitazione della nonna, anziché, con tutto il resto, nella cassa di Castelfranco Veneto.