ISTRUTTORIA PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA - TRIBUNALE DI MILANO 1973-1974

PUBBLICO MINISTERO EMILIO ALESSANDRINI - GIUDICE ISTRUTTORE GERARDO D'AMBROSIO 

 

 

 

CAPITOLO XII

 

 

Le borse

 

 

1: La commessa di Padova

2. La valigeria “Al Duomo”

3. Alla Questura di Padova: il “PROMEMORIA” del 16.12.1969

4. Il Talex al Ministero e alle Questure di Milano e Roma

5. Gli altri documenti della Questura di Padova

6. Le ricognizioni personali su FREDA

7. I documenti esibiti dal Questore di Milano

8. I documenti esibiti dal Ministero degli Interni

9. Le borse di Padova e quelle degli attentati

10. Il “cordino” smarrito

11. Gli avvisi di procedimento ai funzionari di P.S.

12. Indagini sui negozi che vendono borse della Mosbach & Gruber

13. Le indagini in Germania

14. La testimonianza di Liliana SANNEVICO

15. La testimonianza di Livio JUCULANO

 

 

 

1) La commessa di Padova

 

 

Pochi giorni dopo l’emissione dei mandati di cattura, il settimanale “L’Espresso” segnalava al Magistrato che in Padova, presso una valigeria di via Boccalerie, erano in vendita borse identiche a quella utilizzata dagli attentatori per deporre l’ordigno, poi inesploso, presso la Banca Commerciale di piazza della Scala in Milano.

 

 

Poiché quel negozio non figurava tra i 35 esercizi che in Italia, nel 1969, trattavano quel tipo di borsa secondo l’elenco fornito dalla ditta produttrice Mosbach & Gruber alla Questura di Milano nel corso degli accertamenti successivi alla strage, si dava incarico al Maresciallo MUNARI del Nucleo di Polizia Giudiziaria Carabinieri di Treviso (il quale aveva fattivamente collaborato nell’inchiesta con i giudici di questa città e poteva avere quindi una maggiore conoscenza dei dati processuali fino allora acquisiti) di verificare la notizia.

 

 

Il valente sottufficiale, dopo essersi recato presso il negozio di via Boccalerie, ed aver constatato l’ininfluenza della segnalazione, di sua iniziativa estendeva gli accertamenti richiesti alla valigeria “Al Duomo” di Padova, che figurava nell’elenco suddetto.

 

 

Veniva così a sapere dalla commessa di quel negozio, GALEAZZO Loretta in BEGGIATO, che la stessa, la sera del 10 dicembre 1969, aveva venduto 4 borse, simili a quelle della COMIT, ad un giovane sconosciuto che peraltro aveva avuto modo di osservare bene in quanto si era trattenuto qualche minuto nel negozio in attesa che suo marito, BEGGIATO Giancarlo, anche lui commesso, andasse nel magazzino a prendere parte delle borse richieste.

 

 

A suo tempo la GALEAZZO aveva notato la somiglianza delle borse da lei vendute qualche giorno prima con quelle della COMIT mostrate in televisione; aveva quindi riferito il fatto al titolare del negozio, GIURIATI Fausto, che a sua volta, aveva avvertito la Questura di Padova; ed infatti erano andati a trovarla in negozio due funzionari, i quali, ricevute le sue dichiarazioni, le avevano mostrato una serie di fotografie nelle quali peraltro lei non aveva riconosciuto il giovane acquirente.

 

 

Qualche tempo dopo era arrivato anche un funzionario di Roma, che le aveva fatto vedere altre fotografie, anche questa volta senza esito alcuno; invece, avendo visto assieme al marito la foto di FREDA Franco sul “Gazzettino”, aveva riconosciuto in lui lo sconosciuto acquirente.

 

 

 

2) La valigeria “Al Duomo”

 

 

Il Maresciallo MUNARI, presa a verbale la sconcertante dichiarazione, si premurava di avvertire telefonicamente i Magistrati che gli avevano affidato l’incarico; difatti all’indomani, 9 settembre 1972, il Giudice Istruttore ed il Pubblico Ministero di Milano si recavano a Padova dove raccoglievano la deposizione testimoniale della GALEAZZO, che confermava nei dettagli i fatti esposti e produceva i fogli cassa con l’annotazione della vendita delle 4 borse Mosbach & Gruber in data 10 dicembre 1969.

 

 

Veniva esaminato anche il titolare del negozio, GIURIATI Fausto, il quale, dal canto suo, confermava la circostanza di aver avvertito la Questura di Padova.

 

 

Effettivamente la documentazione offerta dai testi ed acquisita agli atti rendeva attendibili le loro dichiarazioni circa la avvenuta vendita delle borse nella data indicata; tuttavia il loro riferimento al giovane sconosciuto, alle particolari modalità dell’acquisto e alla notiziazione agli organi di Polizia, avvenuti tre mesi dopo i fatti ed in costanza di informazioni giornalistiche sul procedimento in corso, non potevano non destare perplessità dal punto di vista probatorio.

 

 

 

3) Alla Questura di Padova: il “PROMEMORIA” del 16.12.69

 

 

Pertanto, il 12 dicembre successivo, si richiedeva al Questore di Padova, ai sensi dell’art. 342 C.P.P., l’esibizione dei fascicoli del suo Ufficio relativi a “FREDA Franco” ed agli “ATTENTATI DINAMITARDI DI MILANO E ROMA”.

 

 

In quest’ultimo si rinveniva un “PROMEMORIA” senza firma, datato “Padova, 16 dicembre 1969” del seguente tenore:

 

 

“Si comunica l’esito degli accertamenti esperiti questo pomeriggio presso la valigeria “Al Duomo”, sita nella piazza omonima ed intestata al sig. Giuriati Fausto, in ordine a quanto dallo stesso segnalato a questo ufficio. Verso le ore 17-18 di mercoledì 10 corrente, si presentava, solo, nel suddetto negozio un giovane avente i seguenti connotati: età apparente 24-27 anni; altezza m.1,77 circa, di corporatura regolare, piuttosto un bel ragazzo, senza cappello, con i capelli neri, senza barba e baffi, indossante un cappotto scuro o grigio scuro.

 

 

Il giovane esprimendosi in italiano, senza alcuna inflessione dialettica, dall’accento comunque sicuramente settentrionale, chiedeva alla commessa di voler acquistare 3 cartelle, tipo diplomatico, finta pelle. Egli, acquistava così 3 cartelle, di fabbricazione tedesca, della ditta “Mosbach-Gruber & C.” di Offenbach/Main – Germania – Francoforte, cartelle la cui piastrina metallica, di color giallo, facente parte del congegno di chiusura, presenta la figura stilizzata di un gallo.

 

 

Lo sconosciuto, che sembrava piuttosto un tipo timido e che aveva richiesto che le cartelle fossero prive dello scomparto, dopo aver conosciuto il prezzo (L. 2.700 circa cadauna), decideva di prenderne una quarta. Rifiutando l’offerta del commesso che voleva fargliele avvolgere in carta, lo sconosciuto si prendeva le cartelle e si allontanava.

 

 

La commessa, che ha trattato con il giovane, ha dichiarato di ritenere di poterlo riconoscere qualora lo rivedesse. Delle cartelle acquistate, delle dimensioni approssimative di cm. 40x 50, 3 erano di color marrone e una nera.

 

 

Secondo il titolare del negozio, non sarebbero frequenti i casi di vendita di diversi suoi articoli nella quantità suindicata.

 

 

 

4) Il telex al Ministero e alle Questure di Milano e Roma

 

 

Sulla base di questo “promemoria”, il Questore di Padova, in data 17 dicembre 1969, aveva invitato alle Questure di Milano e Roma, nonché all’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, il seguente “TELERADIO URGENTE”:

 

 

“N. 06209/U.P. CORSO ACCERTAMENTI QUI ESPERITI RELAZIONE ATTENTATI COSTA’ COMMESSI EST EMERSO CHE VERSO ORE 18 DEL 10 CORRENTE GIOVANE SCONOSCIUTO ETA’ APPARENTE ANNI 23-27, ALTEZZA METRI 1,77 CIRCA CORPORATURA REGOLARE SENZA BARBA ET BAFFI, CAPELLI NERI, LINEAMENTI REGOLARI, PRESENTAVASI VALIGERIA – AL DUOMO – QUESTA CITTA’ ET ACQUISTAVA 4 (QUATTRO) CARTELLE DI CUI TRE COLOR MARRONE ET QUARTA COLOR NERO, CARTELLE VENDUTE AT SCONOSCIUTO FABBRICATE REPUBBLICA FEDERALE GERMANIA RISULTANO PER VARIE CARATTERISTICHE, COMPRESA FIGURA GALLO IMPRESSA SU PIASTRINA CHIUSURA, IDENTICHE AT QUELLE IMPIEGATE CRIMINALI PER COMMETTERE ATTENTATI. TANTO SEGNALASI PER VALUTAZIONI DEL CASO SIGNIFICANDO CHE FINORA HABENT AVUTO ESITO INFRUTTUOSO INDAGINI DIRETTE IDENTIFICAZIONE SCONOSCIUTO SOPRASCRITTO PUNTO”.

 

 

Sulla minuta del teleradio vi era un appunto di pugno di un funzionario della Questura di Padova, datato 18.12.69: “Conferito con il dott. Giancristofaro di Milano per l’invio di fotografie di estremisti aventi connotati analoghi”.

 

 

 

5) Gli altri documenti della Questura di Padova

 

 

Nel fascicolo vi era inoltre la copia della lettera circolare del Questore di Milano, indirizzata a tutte le questure, in cui venivano segnalate tutte le valigerie che vendevano prodotti della ditta Mosbach & Gruber, secondo l’elenco che la stessa aveva fornito. Il modello da ricercare era l’art. 2131 in Skai “Peraso Nero”, utilizzato per l’attentato alla COMIT di Milano.

 

 

La richiesta del Questore di Milano veniva riconfermata con la circolare 17 gennaio 1970 del Ministero degli Interni, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza.

 

 

In risposta al Ministero, il Questore di Padova in data 2 febbraio 1970, sulla base di una relazione di servizio in pari data del brig. MARITAN, inviava una lettera, per conoscenza a tutte le altre Questure interessate, comunicando che:

 

 

“In esito alla Ministeriale sopradistinta, si comunica che il sig. Giuriati Fausto, titolare della valigeria “Al Duomo” sita in questa piazza Duomo n.6/7, in data 3 ottobre 1969 ha ricevuto dalla ditta tedesca “MOSBACH-GRUBER & C.” di Offenbach Main la fornitura di n.5 borse contrassegnate nella fattura con il n. 2131, aventi caratteristiche identiche a quelle indicate nella nota in riferimento”.

 

“All’uopo interpellati, il titolare ed i commessi hanno dichiarato che n.3 delle dette borse sono state vendute verso le ore 17 – 18 del 10 dicembre 1969 ad un cliente occasionale, mentre le rimanenti due sono tuttora invendute”.

 

“I connotati forniti dai predetti del giovane cliente, che ha formato argomento del teleradio di questo Ufficio nr.06209/U.P. del 17 dicembre 1969 per le valutazioni del caso, sono……….”.

 

“Le attive indagini esperite per giungere all’identificazione dello sconosciuto acquirente hanno dato, finora, esito infruttuoso”.

 

 

 

Tutti questi documenti, ed altri ancora relativi all’attività del FREDA nel 1969, venivano consegnati al Questore di Padova ai Magistrati inquirenti, ed acquisiti agli atti.

 

 

A questo punto, una volta avuta la riprova della veridicità delle dichiarazioni della GALEAZZO e del GIURIATI, era necessario verificare la portata e l’utilità di esse ai fini del procedimento in corso.

 

 

 

6) La ricognizione personale sul FREDA

 

 

Così, da una parte si provvedeva alla ricognizione personale di FREDA, in data 4 settembre 1969, per stabilire – con tutti gli evidenti limiti di una ricognizione, anche positiva, effettuata a tre anni di distanza e con l’immagine di FREDA tanto frequentemente apparsa negli ultimi tempi in televisione e sui giornali, - se l’ignoto acquirente potesse identificarsi nell’imputato.

 

 

La ricognizione, peraltro, dava esito negativo ed addirittura la GALEAZZO indicava la persona da riconoscere in due delle sei presenti all’atto istruttorio.

 

 

Dall’altra, venuta meno l’acquisizione di una prova, sia pur tanto discutibile, a carico di FREDA come materiale acquirente delle borse, rimaneva tuttavia, nei confronti non del solo FREDA ma anche di VENTURA ed, in definitiva, di tutto il gruppo veneto un forte elemento indiziario: quello che in padova, due sere prima della strage, erano state acquistate borse identiche ad alcune di quelle adoperate come contenitori degli ordigni usati il 12 dicembre.

 

 

 

7) I documenti esibiti dal Questore di Milano

 

 

Il successivo giorno 15 settembre, i Magistrati richiedevano anche al Questore di Milano l’esibizione dei fascicoli relativi alle indagini di Polizia per gli attentati del 12 dicembre. Infatti, la segnalazione della commessa padovana del 16 dicembre 1969, che non era stata comunicata all’Autorità Giudiziaria, era stata però portata a conoscenza della Questura di Milano: appariva pertanto opportuno controllare l’esito delle indagini di Polizia.

 

 

Si rinveniva così la copia del Telex 17 dicembre 1969 del Questore di Padova, nonché la stessa corrispondenza con il Ministero e le varie Questure interessate, già acquisite a Padova.

 

 

Inoltre, in un appunto riservato redatto dal Gabinetto di Polizia Scientifica in data 14 dicembre 1969, si diceva, tra l’altro, che all’interno della borsa della COMIT “veniva trovata anche una bustina di plastica destinata, probabilmente, alla custodia delle chiavi della borsa, la quale, perfettamente nuova, recava ancora attaccato alla maniglia, il laccio che di solito assicura il cartellino del prezzo”.

 

 

Quest’ultima circostanza rendeva evidente un possibile collegamento tra l’acquisto delle borse del 10 dicembre in Padova (avvenuto con quelle specifiche modalità descritte nel “PROMEMORIA”) ed il “perfettamente nuova” della borsa inesplosa il 12 successivo.

 

 

Inoltre, l’esistenza del cordino (di cui peraltro non vi era traccia nelle fotografie ufficiali della borsa in questione, diffuse dalla Polizia per le ricerche) da una parte riaffermava la “novità” della borsa, e dall’altra richiamava l’attenzione sulla fretta dimostrata dall’acquirente padovano, il quale, una volta portate su le borse dal magazzino, le aveva prese e se ne era andato immediatamente, rifiutando di farsele avvolgere in un pacco.

 

 

Si rinveniva, ancora, tra gli altri documenti, la riservata personale datata 19 giugno 1969, diretta alla Divisione Affari Riservati del Ministero al Questore di Roma e, per conoscenza, al Questore di Milano, con la quale si comunicava:

 

“….una volta individuata la marca della borsa rinvenuta nella Banca Commerciale di Milano – Mosbach e Gruber di Offenbach – da parte di questo Ufficio sono stati inviati al competente servizio federale dei frammenti repertati sul luogo delle esplosioni di Roma, con incarico di farli esaminare dai tecnici della ditta citata”.

 

“L’organo tedesco ha risposto che “….si tratta di frammenti di pelle sintetica, originariamente marrone. La superficie è coperta da una sottile pellicola di fuliggine nera – che si lascia asportare – e mostra una venatura irregolare, leggermente profilata. Il materiale di fondo della pelle sintetica è costituito da un tessuto telato color verde oliva, ora molto danneggiato e sporco”.

 

“Quanto al confronto tra gli stessi reperti e campioni di materiale city nero della stessa Mosbach e Gruber, il servizio tedesco ha fatto conoscere:…..la pelle artificiale city, eccettuato il colore, corrisponde, in ogni suo particolare (venature, cuciture, colore, trama e filo del tessuto di fondo ecc.) con i frammenti. La ditta di Offenbach produce anche articoli di materiale city marrone, ma sulla base dei soli frammenti non è possibile stabilire di quale modello si tratti”.

 

 

 

8) I documenti esibiti dal Ministero degli Interni

 

 

Il successivo ordine di esibizione alla Divisione Affari Riservati del Ministero degli Interni consentiva di rinvenire la nota del Ministero diretta al Servizio tedesco in cui i due frammenti in questione (che, cme si è detto, risultavano poi essere appartenuti ad una borsa city marrone nonostante l’apparente color nero dovuta alla fuliggine) venivano indicati come repertati presso la Banca Nazionale del Lavoro di Roma.

 

 

In una busta allegata si trovavano anche i due frammenti di pelle, che erano stati restituiti dall’Organo tedesco, con la risposta, e che effettivamente presentavano quelle caratteristiche descritte nella nota.

 

 

Si rinveniva, inoltre, la fattura dell’acquisto fatto dalla valigeria “Al Duomo” presso la ditta tedesca, sequestrata nel marzo 1970 dal brig. CICCIONI del Ministero.

 

 

 

9) Le borse di Padova e quelle degli attentati

 

 

Tutte queste indicazioni, che peraltro nel corso delle precedenti indagini non avevano avuto alcun seguito, sembravano corroborare l’ipotesi che le borse vendute a Padova erano state usate per gli attentati del 12 dicembre. Infatti, la sera del 10 il giovane aveva acquistato n.4 borse dalla ditta Mosbach e Gruber, di cui una modello 2131 in Peraso nero, e tre sempre del modello 2131, ma in City marrone.

 

 

Ora, negli attentati del 12 dicembre erano state impiegate n.5 borse delle quali una certamente non era della ditta Mosbach e Gruber in quanto aveva il manico floscio (come si era potuto accertare dai frammenti repertati) a differenza di quelli montati dalla predetta ditta, in plastica rigida: era questa la borsa usata all’Altare della Patria-Pennone.

 

 

La seconda borsa, quella rinvenuta intatta presso la Banca Commerciale di Milano, era un modello 2131 in Peraso nero.

 

 

La terza, quella usata all’Altare della Patria-Museo, della quale erano stati repertati frammenti metallici e brandelli di similpelle, oltre al manico ed alla cerniera, era certamente un modello 2131 in City marrone.

 

 

In base al carteggio Ministero Interni-Servizio Federale tedesco, ed ai frammenti di pelle restituiti, si poteva stabilire che anche la quarta borsa, quella della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, era un modello 2131 in City marrone.

 

 

Quanto alla quinta borsa, quella della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, si poteva stabilire (con una certa approssimazione) che si trattava sempre di una Mosbach, modello 2131 come i precedenti, anche se sul tipo di similpelle e sul suo colore (se City o Peraso, nera o marrone) nulla si poteva dire di preciso.

 

 

Infatti, nella relazione allo stato degli atti 12 gennaio 1970 redatta dal perito balistico ing. CERRI, che il 12 dicembre era intervenuto sui luoghi degli attentati in Milano, si poteva vedere come fossero stati repertati una cerniera di borsa identica a quella della borsa alla COMIT (vedi rep. N.21, quadro C, foto nn.25 e 26 della relazione), nonché un disco forato uguale ai dischi di frizione della cerniera della predetta borsa (vedi rep. N.29, quadro E, foto n.16).

 

 

Da ciò, si traeva la convinzione che anche alla Banca Nazionale del Lavoro di Milano fosse stata adoperata una Mosbach e Gruber, modello 2131, anche se sul tipo di vilpelle (Peraso, City, Foca, Zebù; nero o marrone) non si poteva dire nulla di preciso.

 

 

Va appena ricordato che nella banca in questione, al momento dell’esplosione vi erano numerose borse di clienti, per cui la distinzione tra borsa che “aveva partecipato all’esplosione” e borsa che era stata investita dall’esplosione, si appalesava del tutto empirica, stante la molteplicità dei frammenti proiettati con modalità assolutamente incontrollabili.

 

 

Restava comunque la singolarità della coincidenza tra le quattro borse acquistate a Padova la sera del 10 dicembre e quattro delle cinque borse impiegate il 12 dicembre per gli attentati (per tre di esse, come si è visto, la coincidenza appariva certa, mentre per la quarta, quella della B.N.A. di Milano, solo probabile).

 

 

In relazione a tutte, poi, non poteva essere ignorata la circostanza che l’acquirente di Padova avesse richiesto borse prive di scomparti interni, così come erano quelle usate per gli attentati, che dovevano contenere una cassetta portavalori Juwell costituente l’involucro degli ordigni.

 

 

 

10) Il “cordino” smarrito

 

 

A questo punto assumeva particolare interesse la circostanza del cordino legato al manico della borsa rinvenuta inesplosa alla Banca Commerciale di Milano (COMIT).

 

 

Dell’esistenza del cordino, che non compariva nelle fotografie della borsa diffuse dalla Polizia per le ricerche, si aveva notizia anzitutto del citato appunto riservato della “scientifica” al Questore di Milano: “….borsa, la quale, perfettamente nuova, recava ancora, attaccato alla maniglia, il laccio che di solito assicura il cartellino del prezzo”.

 

 

Risulta inoltre dalle fotografie scattate dal reporter del “Corriere della Sera” e pubblicate sul quotidiano nei giorni immediatamente successivi al 12 dicembre, nonché all’articolo, pubblicato nello stesso giornale il 16 dicembre 1969: in esso si parlava delle indagini in corso, ad opera della Polizia di Milano, per risalire, attraverso la traccia del cordino, al negozio di valigeria dove poteva essere sta venduta la borsa rinvenuta alla COMIT.

 

 

Effettivamente era un accertamento molto semplice e prevedibilmente assai fruttuoso, posto che i negozi che vendono quel tipo di borsa della Mosbach e Gruber erano in Italia appena 35: sarebbe bastato, allora, fare il giro di quelle valigerie, controllare quali tra esse adoperavano quel laccetto e quel tipo di nodo, e quindi, una volta effettuata la selezione, delimitare il campo delle indagini.

 

 

Al limite, ove nessun negozio avesse usato quel laccetto, si sarebbe potuto ipotizzare o che le borse fossero state acquistate all’estero, o che il cordino non fosse quello del cartellino segnaprezzo, o fosse stato invece apposto dagli stessi attentatori per una funzione particolare, quale ad esempio, la identificazione della borsa (per distinguerla dalle altre).

 

 

L’indagine era indubbiamente rilevante anche, e soprattutto, per il procedimento in corso nei confronti degli altri imputati del “circolo 22 marzo” di Roma.

 

 

Né può negarsi che l’importanza del cordino fosse quantomeno pari a quella dei “vetrini” che la Polizia aveva rinvenuto all’interno della borsa della COMIT – dove dopo il brillamento dell’ordigno erano stati riposti i frammenti repertati nel cortile – e soltanto due mesi dopo consegnato ai Magistrati romani; e, d’altra parte non può sfuggire che i due elementi, quello del cordino e quello dei vetrini erano contrastanti tra loro: mentre dal cordino, poteva desumersi che la borsa era nuova (tanto che portava ancora attaccato il laccetto del cartellino segnaprezzo), il vetrino stava ad indicare che la stessa era stata usata in precedenza.

 

 

Va anche detto che alla prova del vetrino il P.M. di Roma in quel processo aveva rinunciato.

 

 

Poiché, peraltro, dalle indagini sul cordino, non vi era alcuna traccia negli atti del “processo Valpreda”, acquisiti in visione dall’Ufficio Giudiziario di Milano, si rendeva necessario esaminare tutti gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria che avevano avuto la disponibilità della borsa nella immediatezza del suo rinvenimento.

 

 

In particolare il commissario di P.S. MENTO Antonino, dirigente del Gabinetto di Polizia Scientifica di Milano ed autore dell’appunto riservato già ricordato, dichiarava, in data 9 ottobre 1972 di aver visto il cordino di colore chiaro, non del tipo di canapa (non era cioè un comune “spago”) legato al manico della borsa allorchè era intervenuto la sera del 12 dicembre alla COMIT; però quando il giorno successivo l’Ufficio Politico che aveva in consegna il reperto glielo aveva riportato nel Gabinetto per le fotografie, il cordino non c’era più.

 

 

Ugualmente l’appuntato di P.S. SPALLETTA Gregorio ed il Maresciallo di P.S. MAZZON Ernesto, entrambi in servizio all’epoca presso l’Ufficio Politico della Questura di Milano, affermavano di aver visto il cordino chiaro e, a dire del MAZZON, apparentemente di cotone; la borsa, poi, con il cordino ancora legato al manico, era stata trasportata dal MAZZON dalla sede della COMIT in Questura e consegnata al Commissario di P.S. ZAGARI Beniamino nella sede dell’Ufficio Politico.

 

 

Invece il dirigente di quest’Ufficio, dr. Antonio ALLEGRA, dichiarava di non saper nulla del cordino in quanto, per quel che ricordava, non aveva forse neppure visto la borsa della quale si era occupato esclusivamente il vice-dirigente, dr. ZAGARI.

 

 

Si riservava comunque di esaminare i fascicoli del suo Ufficio per precisare quali indagini fossero state svolte in proposito, ed in ogni caso dove fosse andato a finire il cordino che non risultava trasmesso all’A.G. assieme agli altri corpi di reato.

 

 

Va tenuto presente che i testi GIURIATI Fausto e GALEAZZO Loretta, interrogati nel negozio di Padova il 5 ottobre 1972 avevano concordemente indicato che negli articoli da loro posti in vendita il cartellino segnaprezzo veniva legato al manico tramite un cordino di cotone a 9 capi (marca Extra Glace ed Orso); al momento adoperavano un cordino marrone, ma all’epoca, nel 1969, ne usavano anche di colore giallo, e producevano all’uopo campioni di filo di cotone di entrambi i colori; dichiaravano, inoltre, che era loro abitudine staccare il cartellino al momento della vendita strappandolo via, sicchè il laccetto rimaneva attaccato al manico; eventualmente, avendo più tempo a disposizione, provvedevano a sfilare il laccetto sciogliendone il nodo.

 

 

Ed a questo proposito si deve ricordare la fretta manifestata dal giovane acquirente che aveva rinunciato anche a farsi incartare le quattro borse.

 

 

 

11) Gli avvisi di procedimento ai funzionari di P.S.

 

 

Date queste risultanze, è evidente come qualsiasi altro accertamento teso a stabilire se le quattro borse vendute a Padova fossero state usate per compiere gli attentati del 12 dicembre, come anche qualsiasi valutazione in ordine agli elementi già acquisiti, non avrebbe potuto prescindere dal comportamento degli organi di Polizia i quali:

 

- avevano ricevuto il 16 dicembre 1969 la segnalazione della commessa di Padova, e non avevano ritenuto opportuno comunicarla all’Autorità Giudiziaria;

 

- avevano svolto indagini mostrando alla ragazza, in due riprese, nel dicembre e nel marzo successivo, fotografie di estremisti (quali?), senza nulla riferire alla Magistratura;

 

- avevano sequestrato assieme alle altre la fattura della Mosbach e Gruber relativa alla fornitura delle borse al negozio “Al Duomo”;

 

- avevano inviato, senza alcuna autorizzazione dell’A.G. procedente, due reperti (i frammenti di similpelle) in Germania per farli esaminare, ed una volta ottenuta la risposta da parte del Servizio Federale Tedesco (risposta che contrastava con i risultati della perizia disposta dal G.I. di Roma) non avevano provveduto a renderne edotto il Magistrato, né avevano restituito i reperti;

 

- infine, non solo non avevano svolto gli elementari accertamenti consequenziali al rinvenimento del cordino, ma avevano addirittura smarrito quella importantissima traccia.

 

 

Pertanto venivano inviati avvisi di procedimento al dr. Antonino ALLEGRA, dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, per il reato di dispersione colposa di corpo di reato in relazione allo smarrimento del cordino; al dr. Bonaventura PROVENZA, dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, per omissione di rapporto, in quanto non aveva riferito all’A.G. la segnalazione della commessa di Padova e le indagini successive; al dr. Elvio CATENACCI, dirigente (all’epoca) dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, per sottrazione di corpi di reato in quanto senza essere ufficiale di Polizia Giudiziaria e comunque senza l’autorizzazione del Magistrato, aveva disposto l’acquisizione al suo ufficio dei due reperti, in seguito inviati in Germania per gli esami, e della fattura della ditta Mosbach e Gruber relativa all’acquisto fatto dal negozio “Al Duomo”.

 

 

 

12) Indagini sui negozi che vendono borse della Mosbach e Gruber

 

 

Nel contempo gli accertamenti del Magistrato proseguivano con l’incarico al Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanzia di Milano, di verificare attraverso le relative documentazioni contabili, quali dei 35 negozi indicati nell’elenco fornito all’epoca dalla Mosbach e Gruber, nell’anno 1969, avessero trattato i due tipi di borsa (modello 2131 in Peraso nero ed City marone): infatti, sicuramente negli attentati erano stati impiegati quantomeno i due tipi, alla COMIT il modello 2131 in Peraso nero, all’Altare della Patria-Museo il modello 2131 in City marrone.

 

 

Dalle accurate indagini svolte risultava che dei 35 negozi in esame, soltanto 3 avevano ricevuto nel 1969 dalla ditta tedesca entrambi i tipi di borsa e avevano potuto metterli in vendita, e cioè la ditta PROTTO di Cuneo, la ditta BIAGINI di Milano e la valigeria “Al Duomo” di Padova.

 

 

Venivano pertanto interrogati i titolari dei primi due negozi:

 

- il BIAGINI, - che già il 27 dicembre 1969, interpellato nel corso delle prime indagini sugli attentati (vedi relazione di servizio del Maresciallo MIRTO della Questura di Milano – vol. foll.) aveva dichiarato di non averne vendute nei giorni immediatamente precedenti al 12 dicembre, - affermava di aver ricevuto le City ai primi di dicembre del 1969, ed in ogni caso, di non legare al manico il cartellino del prezzo che invece, assicurato ad un filo di cotone bianco o rosso, veniva tenuto all’interno della borsa dalla quale veniva tolto al momento della vendita. A riprova di ciò, produceva il cartellino segnaprezzo della borsa consegnata alla polizia nel giugno 1970.

 

- PROTTO Mario, di Cuneo, dichiarava che sugli articoli in pelle sintetica non legava i cartellini segnaprezzo, ma apponeva dei bollini autoadesivi con il prezzo, e ne produceva degli esemplari. Interpellati poi, tra il personale della COMIT, quei dipendenti che, nella immediatezza del rinvenimento avevano visto la borsa, il commesso RIVA Alberto, che per primo, alle ore 16,20, l’aveva preso, notandola su una sedia accanto all’ascensore, ricordava:

 

- “…..legata alla base della maniglia vi era una cordicella che finiva all’interno della borsa. Sono sicuro di questo perché io, pensando che attaccato alla cordicella vi potesse essere un cartellino che ci potesse dare l’indicazione del cliente che l’aveva dimenticata, tentai di estrarla senza però riuscirvi.

 

 

Devo dire però che non feci molta forza anche perché la presa era difficile. Sono sicuro che la cordicella era attaccata sul lato destro per chi guarda di fronte la borsa. Non ricordo la precisa consistenza della cordicella, ma il colore mi sembra però che fosse chiaro.

 

 

Prendo visione delle cordicelle esibite, come Lei mi dice, da Giuriati Fausto, e posso dire che quella che più si avvicina al mio ricordo è la “gialla”. Come consistenza era su per giù come quella che mi ha mostrata. A vederla la borsa dava l’impressione che fosse nuova, tantè che pensai pure che la cordicella potesse reggere o il cartellino del negozio o il cartellino del cliente.

 

 

Il tratto di cordicella che usciva dalla borsa era in ottime condizioni e non silacciato; almeno questo è il mio ricordo. Escludo che la cordicella fosse legata a metà del manico, perché ricordo perfettamente che feci una certa difficoltà per prenderla tra le dita quando cercai di tirarla fuori”.

 

 

 

13) Le indagini in Germania

 

 

Veniva anche richiesta e, dopo alcuni mesi di ritardo dovuto a questioni burocratiche per gli accordi relativi tra i Ministeri competenti delle due Nazioni, effettuata una rogatoria nella Germania Federale al fine di ascoltare dal titolare della ditta Mosbach e Gruber i maggiori dettagli possibili, ed in particolare per stabilire se i negozi che avevano ricevuto il modello 2131 fossero solo quelli indicati nell’elenco, nonché per controllare se alla ditta tedesca risultasse una contabilità diversa rispetto a quella riscontrata dalla Guardia di Finanza presso i predetti negozi e che aveva portato alla conclusione che nel 1969 solo in 3 di essi erano state vendute contemporaneamente borse del modello 2131 nei tipi Peraso nero e City marrone.

 

 

L’esame del teste Ernst Dieter Specht che esibiva la documentazione in suo possesso, permetteva di stabilire l’esattezza dei rilievi della Finanza, oltre a confermare che i nominativi indicati nell’elenco erano i soli ad aver ricevuto nel 1969 l’articolo 2131.

 

 

Si appurava inoltre che la similpelle City era stata montata sul modello 2131solo a partire del 1969: il che rendeva ancora più tranquillante il risultato delle indagini, in quanto, al limite, le borse degli attentati avrebbero potuto essere state vendute anche negli anni precedenti al 1969, mentre gli accertamenti erano stati svolti solo per quell’anno.

 

 

 

14) La testimonianza di SANNEVICO Liliana

 

 

Oltre alle indagini riferite, tendenti a verificare se alcune delle borse impiegate negli attentati del 12 dicembre fossero quelle acquistate a Padova la sera del 10 dicembre, venivano anche assunte le dichiarazioni di JUCULANO Livio e ESTIVALET Josette, presentatisi spontaneamente, e di SANNEVICO Liliana, che sembrava riferire al FREDA l’acquisto delle borse in questione.

 

 

Merita attenzione la testimonianza della SANNEVICO che, dal novembre 1969 al febbraio 1970 aveva lavorato come segretaria nello studio di FREDA. L’imprecisione dei suoi ricordi è indice della attendibilità delle sue dichiarazioni:

 

“Ricordo che una volta, nell’ultima stanza dello studio, quella piccola, notai, più di un borsa, di quelle che si aprono di sopra. Le borse potevano essere due, tre o anche quattro. Le borse erano per terra ed erano aperte, almeno qualcuna. E’ per questo motivo infatti che ho riferito il particolare che si aprivano di sopra. Non ricordo quando le vidi. Mi pare che fosse già un po’ più in là; se dovessi dire una data, direi in gennaio. Ripeto però che non ricordo bene.

 

Non ricordo se le borse fossero in pelle o in similpelle. Si tratta di un episodio avvenuto molto tempo fa e che io ho ricordato solo perché mi sembrò strano che il dr. FREDA avesse acquistato più borse nuove.

 

Ricordo, almeno mi pare, che il dr. FREDA fece anche un commento a proposito delle borse, del tipo “a me piace la pelle”. In quel periodo a tale proposito ricordo pure che acquistò un cappotto di pelle.

 

Le borse erano marroni, almeno così mi pare. Non credo che fossero tutte uguali di dimensioni”.

 

 

 

A questo punto l’Ufficio mostra alla teste una borsa modello 2131 City marrone, una borsa modello 2131 Peraso nera ed una borsa modello 2131 foca nera, e chiede alla teste se fossero così le borse che vide nell’ufficio di FREDA. La teste risponde: mi sembravano più grandi come base ed alcune anche nel complesso. Si aprivano come queste, per quel che mi ricordo. Ripeto però che ho l’impressione che fossero più grandi. Non le presi in mano. Ho ricordato l’episodio delle borse che ho riferito quando ne hanno parlato i giornali. Anche allora mi sembrò però di averle viste dopo che era già un po’, che lavoravo presso lo studio”.

 

 

 

15) La testimonianza di JUCULANO Livio

 

 

Quanto allo JUCULANO, tralasciando per il momento la valutazione delle sue “rivelazioni” che merita un discorso a parte, nella sua deposizione volontaria del 24 ottobre 1972, riferiva relativamente alle borse (di cui peraltro in quel periodo tutta la stampa aveva già diffusamente parlato) di aver visto nello studio di FREDA, e, in particolare, nello studiolo (lo stesso locale indicato dalla SANNEVICO), una sera dei primi di dicembre 1969, quattro o cinque borse tutte uguali, di cui tre dello stesso colore, marrone.

 

 

Dopo che in televisione era stata mostrata la borsa della COMIT, aveva ricordato l’episodio ed aveva esternato i suoi dubbi al Maresciallo LORENZINI dei Carabinieri di Mestre e quindi, essendosi recato a Parigi per la fine dell’anno, alla sua amica ESTIVALET Josette: questa ultima, esaminata dal Giudice Istruttore, confermava la circostanza.