ISTRUTTORIA PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA - TRIBUNALE DI MILANO 1973-1974

PUBBLICO MINISTERO EMILIO ALESSANDRINI - GIUDICE ISTRUTTORE GERARDO D'AMBROSIO 

 

 

 

CAPITOLO II

 

 

Le dichiarazioni di LORENZON

 

 

1. La visita all’avv. STECCANELLA

2. Il “promemoria” di LORENZON

3. La perquisizione nell’abitazione di Giovanni VENTURA

4. Conferma di LORENZON all’A.G. – Ritrattazione

5: LORENZON indiziato di calunnia in danno di G.VENTURA

6. Le dichiarazioni di LORENZON: A) sull’attività eversiva di VENTURA

7. In particolare sul 12 dicembre

8. La dichiarazione rilasciata a VENTURA

9. Il “LIBRETTO ROSSO” – Il nome di “FREDA”

10. Pressioni su LORENZON per indurlo a ritrattare

 

 

1) La visita all’avv. STECCANELLA

 

Mentre erano in corso in tutto il Paese vaste operazioni della Polizia, che, pur senza omettere i possibili contatti con l’estero, aveva concentrato le indagini particolarmente a Roma e Milano, la sera del 15 dicembre 1969, l’avv. Alberto STECCANELLA riceveva, nel suo studio di Vittorio Veneto, Guido LORENZON, il quale, a mezzo di un parente (certo Guido SCANDIUZZI), gli aveva chiesto un appuntamento, avendo estrema urgenza di parlare con un legale.

 

 

Dopo alcune iniziali titubanze, LORENZON si diceva convinto di essere a conoscenza di alcuni fatti che avrebbero potuto avere attinenza con gli attentati del 12 dicembre: e, in questo contesto, riferiva di essere da parecchi anni in ottimi rapporti di amicizia con un “tale”, che, negli ultimi tempi, gli aveva confidato di essere a capo di una organizzazione paramilitare con scopi e programmi eversivi, intesi a fiaccare la borghesia ed a rovesciare l’ordinamento statuale; tale organizzazione, che contava numerosi adepti nella zona di Treviso, aveva i suoi nuclei più consistenti in Milano e Roma, e disponeva di armi ed esplosivi.

 

 

Quanto agli atti in concreto compiuti dal “tale” e dalla sua organizzazione, LORENZON faceva all’avvocato una serie di indicazioni specifiche (semp’re sulla base delle confidenze ricevute) riassumendole poi in un promemoria scritto, che consegnava al legale in un successivo incontro, il 18 dicembre 1969.

 

 

In questa occasione rivelava anche il nome di quel “tale”: Giovanni VENTURA, editore libraio di Castelfranco Veneto.

 

 

 

2) Il “promemoria di LORENZON. Appare opportuno trascrivere integralmente il testo di quel promemoria:

 

 

“VENTURA mi ha parlato di essersi interessato per sistemare una bomba in un palazzo di Milano (Procura, Prefettura, Questura o altro?) e che contemporaneamente un’altra sarebbe stata sistemata a Roma. Inoltre siccome non era esplosa quella di Milano che sarebbe ritornato a Milano per recuperarla. Per la medesima mi disse che era stato facile collocarla (mi accennò ad un armadio dietro il quale sarebbe stata nascosta: particolare però incerto nella mia memoria). Discorso fatto probabilmente in maggio 1969. Detto prima e dopo la partenza per Milano”.

 

“Abbiamo parlato degli attentati sui treni dopo che la stampa ne aveva parlato. Mi disse il costo (circa centomila ciascuna comprese le spese di viaggio) che erano solo in tre a metterci i soldi, che gli alibi venivano studiati attentamente, che la borghesia aveva capito contro chi fossero le bombe (prima classe), che la Polizia, che cercava i produttori in Germania, solo dopo 10 gg. si era accorta che gli orologi venivano venduti nei supermercati”.

 

“16 luglio: incontrato VENTURA a stazione Termini; mi ha offerto il pranzo. Mi ha detto che doveva andare a Napoli per incontrare una persona con la quale si era già visto la mattinata o il giorno prima, ma mentre si avviavano separatamente verso un bar si sono persi di vista. Il Napoletano controllato dalla Polizia lavora in una ditta di importazioni alimentari (me lo disse alla sera ritornato da Roma) a capitale americano. Rumor vi ha delle azioni, evitano il dazio e guadagno anche del doppio sul burro, l’”Americano” intendeva chiudere”.

 

“Iniziò il discorso sugli attentati. Disse di aver controllato sui giornali se si trovava l’ora in cui era stato fatto brillare l’ordigno inesploso di Milano. Non si rendeva conto del perché non avesse funzionato. Lo invitai a riflettere sulla strage. Rispose che a Milano le cose non erano state organizzate (o coordinate?) bene. Disse che i giornali parlavano di Roma come di una mancata strage e che invece le cose non stavano così (mi fece capire che a Milano la strage derivò da una parte di errore: a meno che con lo stesso discorso non intendesse riferirsi sempre al mancato funzionamento dell’ordigno inesploso). Disse che se né a dx né a sx nessuno si fosse mosso bisognava fare qualcos’altro”.

 

“Due anni fa circa parlò di una organizzazione militare con lo scopo di rovesciamento politico da Roma in su. Era stato avvicinato con domanda di fusione fra il suo gruppo politico e questa organizzazione (con precisione per una direttiva e tenendo la distinzione fra i due gruppi). Trattò con il conte L. (Loredan di Volpago)”.

 

“Tale organizzazione ha in TV – provincia 500 aderenti, molto forte a MI (provincia). Ostacolo non tanto l’Esercito quanto la Celere. Piano già studiato. Anche piano per l’agricoltura (mostrato dattiloscritto; richiamo programma di Salò). Mi disse che erano persone poco serie, non accettò la fusione. Ha avuto altri rapporti, forse solo di lavoro, con conte L. (finanziamenti per la sua attività)”.

 

“Mi ha mostrato dattiloscritto con piano agric…Il piano militare prevedeva sconfitta o vittoria in cinque ore. Uccisione parlamentari Governo resp. Partiti. De Lorenzo stava interessandosi per far incriminare personalità ed alti ufficiali facendo loro recapitare materiale compromettente”.

 

“Tempo dopo ad una mia domanda sulla vicenda rispose evasivamente, forse negativamente. Sicurezza fisica, rappresaglie per lui e per me. Segretezza assoluta – Conclusioni mie da diverso tempo mai smentite da nessun colloquio: è nel gruppo con funzioni di capo; ora ipotizzo anche: che sa per quale motivo è a perfetta conoscenza dei movimenti di questo gruppo”.

 

“Il gruppo di Roma e Milano dovrebbe essere costituito da una decina (nove?) di persone. Mi disse sabato 13/12 che a Roma la Polizia era in allarme perché erano state trovate due bombe sotto il tavolo di Restivo (mi ha dato l’impressione di parlare di cose che non lo riguardavano)”.

 

“Per gli attentati: segreto – Per organizzaz. militare eversiva: espatrio – Ipotesi di lavoro: sorvegliato anni fa dalla Questura di TV. – Svolgere indagini nel suo ambiente per spostamenti recenti. Farsi dire il nome delle persone che lo vedevano”.

 

 

 

3) La perquisizione nell’abitazione di Giovanni VENTURA

 

 

Sulla base di queste dichiarazioni, che LORENZON gli aveva rilasciato per iscritto, proprio perché potesse informare l’Autorità Giudiziaria, l’avv. STECCANELLA riferiva ogni cosa a funzionari della Questura di Treviso, che seguivano una perquisizione nella abitazione di VENTURA in Castelfranco Veneto, dove, peraltro, nulla si rinveniva che potesse dare una qualche conferma al racconto di LORENZON; si sequestravano tuttavia alcune armi (un fucile da caccia beretta cal.12; n.13 cartucce per fucile cal.12; n.2 baionette, una vecchia sciabola, una seconda sciabola da ufficiale; n.13 cartucce cal.9 lungo dell’anno 1944; una granata a pallette da 75/27) per la cui detenzione venivano denunciati alla A.G. VENTURA Giovanni, la madre, GREGGIO Maria, ed i due fratelli Angelo e Luigi.

 

 

Successivamente, il 23.12.1969, interrogato in sede di Polizia, VENTURA Giovanni, dopo aver fatto rilevare che le armi sequestrate erano vecchi cimeli di famiglia, adibiti per lo più a funzioni ornamentali, negava ogni suo contatto con organizzazioni terroristiche, affermando che ogni suo interesse era riposto nella sua attività di libraio, che lo assorbiva completamente.

 

 

 

4) Conferma di LORENZON all’A.G. – Ritrattazione.

 

 

Successivamente, nel periodo delle festività natalizie 1969, LORENZON aveva una serie di incontri con il Sostituto Procuratore di Treviso, cui erano pervenuti gli atti di Polizia svolti sul conto di VENTURA.

 

 

Al Magistrato, LORENZON ripeteva nei dettagli quanto già detto all’avv. STECCANELLA, ma, una volta riconvocato per redigere il verbale delle sue dichiarazioni ( il 15.1.1970), pur riconfermando i punti evidenziati nel promemoria, precisava di essersi indotto ad esporre quei fatti sotto l’impressione traumatizzante della strage del 12 dicembre, che gli aveva fatto vedere sotto una luce di sospetto certi discorsi e certi comportamenti di VENTURA, il quale, proprio a proposito di quegli episodi, aveva profferito una espressione – “Tanto non basta visto che nessuno si muove, né da destra né da sinistra, occorrerà fare qualcos’altro” – che lo aveva allarmato, avendola interpretata come proposito di rinnovare episodi come quello del 12 dicembre.

 

 

Successivamente, però, aveva rivisto VENTURA e con lui aveva avuto dei colloqui chiarificatori che lo avevano convinto della cattiva sua interpretazione dei discorsi di natura politica fattigli in precedenza dall’amico.

 

 

 

5) LORENZON indiziato di calunnia in danno di G. VENTURA.

 

 

Pertanto il P.M. indiziava LORENZON del reato di calunnia in danno di VENTURA, e lo invitava a nominarsi un difensore, aggiornando l’interrogatorio per sentirlo in qualità di imputato. Riascoltato in questa nuova veste, LORENZON precisava tutti i singoli episodi specifici già riferiti all’avv. STECCANELLA, facendo presente che il 3 gennaio precedente, incontratosi di nuovo con VENTURA, era tornato sugli stessi argomenti ricevendone conferme e precisazioni.

 

 

 

6) Le dichiarazioni di LORENZON: A) sull’attività eversiva di VENTURA (Vol.1 fol.17 e 10).

 

 

In particolare, LORENZON riferiva che:

 

a) LA BOMBA DI TORINO: per quanto riguarda la bomba che VENTURA avrebbe collocato nel maggio 1969 in un edificio pubblico di Milano, lo stesso gli aveva detto che non si era trattato di Milano, ma di Torino; che nel maggio 1969 era solo passato per Milano, in compagnia di altre persone, tra cui COSTENIERO Giorgio, agente dell’UTET di Treviso; mentre in altro incontro (successivo a quello del 3.1.1970) VENTURA gli aveva ancora precisato l’episodio dicendogli che la bomba era stata deposta a Torino nell’aprile 1969 (e non nel maggio), e che lui aveva accompagnato la persona che l’aveva collocata materialmente; in ogni caso l’ordigno non era esploso, tanto che aveva pensato di tornare sul posto per recuperarlo.

 

b) LE BOMBE SUI TRENI: Circa le bombe sui treni dell’agosto 1969, VENTURA, dopo che erano scoppiate, gli aveva fatto degli accenni in relazione al loro costo (L.100.000 per il collocamento di ogni ordigno), alla sua funzione di finanziatore ed alla solidità del proprio alibi, facendogli intendere di essere stato “perfettamente a conoscenza del piano operativo”. Aveva anche ironizzato sugli sforzi della Polizia che cercava in Germania la casa produttrice degli orologi (impiegati in quegli ordigni come temporizzatori), senza accorgersi che potevano trovarsi in qualsiasi supermercato.

 

c) LE ARMI - Circa il possesso, da parte di VENTURA, di armi e munizioni, egli stesso, verso la fine del settembre 1969, in un appartamento di via Manin a Treviso, locato da VENTURA, aveva visto alcuni fucili da guerra automatici, contenuti in un sacco e poggiati al muro, una pistola e numerosi proiettili cal. 9, contenuti in due cassette metalliche, recanti delle scritte in inglese; in proposito, VENTURA gli aveva detto che avrebbe dovuto sistemare il tutto altrove, in quanto il contratto di locazione stava per scadere.

 

d) IL TIMER: andando poi via dall’appartamento, era stato accompagnato in macchina da VENTURA G. e dal fratello Angelo che si trovava alla guida; ad un certo momento VENTURA gli aveva mostrato un congegno ad orologeria (“composto da una base metallica a spigoli, dalle dimensioni di circa due scatole di cerini sovrapposte, base sormontata da una manopola di materia sintetica”), collegata tramite due fili elettrici, uno dei quali inserito e l’altro staccato, ad una pila rettangolare; nel mostrargli l’oggetto, aveva fatto riferimento ad analoghi congegni a tempo montati sulle lavatrici.

 

e) I “RAPPORTI INFORMATIVI”: in altra occasione, nel luglio 1969, trovandosi nella galleria del libraio di Treviso da lui gestita, VENTURA gli aveva mostrato e fatto leggere un “rapporto informativo segreto” (come lo aveva definito) datato 6.5.1969, nel quale si parlava di “contatti intercorsi da D.C. e P.C.I. per un accordo di governo, che gli USA erano venuti a conoscenza di ciò ed erano intervenuti”.

 

In tale rapporto si leggeva anche “che era prevista la vittoria di PICCOLI al congresso nazionale D.C., che era prevista la scissione socialista e, mi pare, anche la caduta del governo, che i comunisti si sarebbero limitati a proteste verbali e che sarebbero stati dati aiuti finanziari alla destra. Il tutto come conseguenza dell’intervento USA”.

 

 

Sempre nella medesima circostanza aveva letto in un altro “rapporto informativo” che “l’industriale MONTI dell’Emilia Romagna finanziava gruppi di agitatori per creare disordini in occasione di scioperi che si verificavano in Italia”.

 

 

Ricordava di avere anche letto che il predetto MONTI aveva acquistato un quotidiano, forse “Il Resto del Carlino”.

VENTURA gli aveva inoltre detto che in un rapporto precedente era stata prevista l’invasione della Cecoslovacchia con buon anticipo, aggiungendo che “tali rapporti venivano prodotti (in dattiloscritto) solo in tre copie da persona (o persone) che ha buone informazioni”.

 

 

g) L’ORGANIZZAZIONE: da numerosi colloqui avuti con VENTURA si era convinto che questi faceva parte “in qualità di membro attivo e addirittura di dirigente di una organizzazione anarchica a carattere eversivo”.

 

A questa conclusione era giunto sia per il suo orientamento politico ed ideologico, sia per le “concrete valutazioni fatte da VENTURA in ordine ad episodi specifici di violenza politico sociale, che chiaramente riflettevano la sua adesione logica e morale a così fatti fenomeni di eversione e di scardinamento dell’ordinamento costituito”.

 

 

In particolare, da un discorso fattogli qualche anno prima, aveva desunto “l’esistenza di contatti intercorsi tra VENTURA ed il conte LOREDAN di Volpago allo scopo di favorire ed attuare la fusione dei rispettivi gruppi di appartenenza, o quanto meno, l’ingresso del solo VENTURA nell’organismo cui aderiva il LOREDAN: la fusione però non sarebbe avvenuta perché, a dire di VENTURA, il gruppo contrapposto era costituito da gente poco seria o impreparata”.

 

 

Aveva inoltre saputo da VENTURA che la sua organizzazione aveva accuratamente studiato un piano di rivoluzione che prevedeva l’eliminazione fisica delle autorità di governo fino al livello di sindaci, nonché un programma di governo che riguardava in particolare il settore della agricoltura e ricalcava pedissequamente il programma della c.d. Repubblica di Salò.

 

 

7) In particolare sul 12 dicembre

 

 

Per quanto attiene più specificamente ai fatti del 12 dicembre, LORENZON precisava che l’impressione della non estraneità di VENTURA agli stessi gli era derivata dalle seguenti circostanze venute a sua conoscenza:

 

a) VENTURA A ROMA: VENTURA si trovava a Roma nei giorni immediatamente precedenti agli attentati (come gli aveva riferito un impiegato della libreria, CAVORSO Franco); era tornato il giorno 11 e quindi era ripartito in gran segreto per altra località (forse Milano); circostanza questa riferitagli casualmente nel corso di una telefonata dalla nonna di VENTURA, dopo qualche titubanza e solo in considerazione dei suoi rapporti di amicizia col nipote.

 

b) “OCCORRERA’ FARE QUALCOS’ALTRO”: tornando da Milano, nel pomeriggio del 13 dicembre, VENTURA aveva commentato la strage dicendo, tra l’altro, che a Milano le cose non erano state organizzate bene, e che non si rendeva conto del perché l’ordigno inesploso di Milano non avesse funzionato; si era comunque lamentato che nessuno si fosse mosso né da destra né da sinistra, concludendo: “occorrerà fare qualcos’altro”.

 

c) BOMBE A RESTIVO: Sempre in quel pomeriggio, gli aveva detto che a Roma la Polizia era già in allarme sin dall’11 dicembre, perché erano state trovate due bombe “sotto il tavolo di Restivo”. Questo episodio gli era poi stato confermato e precisato: “Sempre in occasione dei nostri ultimi incontri, il VENTURA precisò, a mia domanda, che le due bombe che io, nei miei appunti scritti, ho riferito essere state collocate, qualche giorno prima del 12.12.1969, sotto il tavolo del Ministro Restivo, erano state in realtà situate sotto casa sua, e che da tale episodio, la Polizia aveva cominciato a porsi in allarme. Non mi disse, però, chi le avesse collocate, e si limitò ad osservare che il fatto lo aveva saputo da una persona che abita a cinquanta metri dalla casa del Ministro: del fatto, però, egli rilevò, la stampa non diede notizia”.

 

d) LO SCHIZZO DEL SOTTOPASSAGGIO: gli aveva fatto lo schizzo del sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro, dove era esploso un ordigno, precisandogli che questo era stato collocato sopra le condutture che percorrevano il passaggio (“in alto, fuori dal campo di visibilità diretto delle persone”), e quindi aveva lacerato accuratamente il foglio. Gli aveva fatto altresì rilevare che l’attentatore aveva corso un grave rischio, trattandosi di “luogo molto frequentato da persone ed avente le pareti lisce”.

 

e) ATTENTATI IN LUOGHI CHIUSI: Gli aveva anche detto che, da una persona che aveva incontrato, forse a Milano, prima del 12 dicembre, era stato messo al corrente del programma di effettuare attentati in luoghi chiusi (“presumibilmente in banche”), e pertanto aveva manifestato la sua intenzione a non partecipare ad attività terroristica che mettesse in pericolo la vita umana, dicendo che “non contassero più su di lui”.

 

f) L’INCONTRO CON IL “RIVOLUZIONARIO”: Gli aveva inoltre riferito di aver avuto un altro colloquio, dopo i fatti di Milano, con una persona (probabilmente la stessa che lo aveva preavvertito degli attentati), e che questa si era “dimostrata amareggiata per la strage avvenuta”; aveva quindi osservato che “anche un rivoluzionario può non essere di pietra”, aggiungendo: “comunque sia, la vita di un rivoluzionario vale più della vita di 12 persone”. Aveva quindi concluso con un riferimento personale: “come rivoluzionario mi sento finito, dacchè ho parlato con te”.

 

g) FINANZIAMENTI: gli aveva infine manifestato l’intenzione di limitarsi in futuro ad agire esclusivamente quale finanziatore, visto quanto era accaduto (“…ho anche sentito dire dallo stesso VENTURA che a seguito del procedimento penale pendente contro di lui….eviterà di esporsi direttamente e si limiterà ad operare come finanziatore”).

 

 

8) La dichiarazione rilasciata a VENTURA

 

 

Va tenuto presente che dal momento della iniziale presa di contatto con l’avv. STECCANELLA (15.12.1969) alla definitiva verbalizzazione (23.1.1970), LORENZON si era incontrato varie volte con VENTURA, ricevendone, nel corso dei colloqui, più precise indicazioni sui fatti già riferiti.

 

Si convinceva, peraltro, che, se anche VENTURA era inserito in qualche organizzazione, era comunque estraneo alla commissione attentati, ed in particolare a quelli del 12 dicembre. Così, nel corso di un incontro (il 4.1.1970) lo aveva messo al corrente delle dichiarazioni fatte all’avv. STECCANELLA e poi al Magistrato.

 

VENTURA (che affermava che quelle cose erano a conoscenza solo di LORENZON o di altre “due persone”, mentre anche i membri dell’organizzazione ne sapevano molto di meno) gli aveva chiesto allora una dichiarazione scritta da depositare presso un notaio, nella quale LORENZON avrebbe dovuto precisare che le sue illazioni sugli episodi riferiti nel promemoria erano frutto di un anormale stato psichico dovuto alla traumatizzazione ricevuta dai fatti del 12 dicembre.

 

 

Aderendo a queste richieste, LORENZON faceva la dichiarazione, ma poi ne consegnava la minuta al Magistrato nel corso del suo interrogatorio; nel frattempo (9 gennaio 1970) si era fatto restituire l’originale del promemoria dall’avv. STECCANELLA, il quale, a sua volta, il 20.1.1970, ne produceva una fotocopia all’A.G. assieme ad un libretto dalla copertina rossa (dal titolo: “LA GIUSTIZIA E’ COME IL TIMONE: DOVE LA SI GIRA, VA”, di Lao Tze, edito dal Fronte Popolare Rivoluzionario) che aveva ricevuto da LORENZON sin dal 20 dicembre 1969.

 

 

9) IL “LIBRETTO ROSSO” – Il nome di “FREDA”.

 

 

Questo libretto, che prende le mosse dal cosiddetto “caso Juliano” – il commissario di P.S. della Questura di Padova accusato di aver precostituito delle prove per far incriminare un gruppo di giovani neofascisti per attentati e detenzione di armi – contiene pesanti invettive nei confronti del Procuratore della Repubblica di Padova e contro la Magistratura in genere, tacciata di essere il cane custode del potere borghese, e propugna l’unione delle forze rivoluzionarie per abbattere con ogni mezzo il “sistema” (“ai bastoni di legno ed ai mitra della Polizia si può – o meglio, si deve – rispondere con le spranghe di ferro e con le bombe”).

 

 

Ora, mentre proprio in quella dichiarazione ritrattato ria, VENTURA aveva insistito perché LORENZON affermasse di aver ricevuto per posta l’opuscolo, di averglielo mostrato e quindi di averlo ricevuto in restituzione, nel corso dell’interrogatorio, LORENZON riferiva una serie di circostanze relative all’opuscolo, precisa che:

 

a) nell’autunno 1969 aveva visto il manoscritto del libretto, diviso in due parti, nella abitazione di VENTURA in Castelfranco Veneto, e in quella occasione VENTURA gli aveva detto che non l’aveva scritto lui e che sarebbe stato necessario stamparlo;

 

b) qualche tempo dopo, mentre erano in macchina, VENTURA gli aveva consegnato la copia dell’opuscolo (quella che poi aveva dato all’avv. STECCANELLA) raccomandandogli di ben custodirlo, trattandosi di cosa “pericolosa”; gli aveva altresì precisato che il “Fronte Popolare Rivoluzionario” era una sigla fittizia;

 

c) il 6 gennaio 1970, recatosi nello studio di VENTURA, lo aveva trovato che stava telefonando e prendeva appunti; aveva quindi saputo che l’interlocutore di VENTURA era FRANCO FREDA, il quale, dopo essere stato informato delle sue rivelazioni all’Autorità Giudiziaria, era “andato in bestia”, soprattutto per l’opuscolo in quanto lo stesso avrebbe potuto costituire la prima “prova a carico”; VENTURA lo aveva poi invitato a copiare su un foglio di carta gli appunti presi durante la conversazione telefonica con FREDA, raccomandandogli di attenersi scrupolosamente ad essi, nella stesura della dichiarazione ritrattato ria che aveva promesso di fare;

 

d) VENTURA gli aveva anche detto che l’opuscolo era stato inviato a Magistrati ed altre persone in buste bianche o rosse, e che a lui non era rimasta alcuna copia;

 

e) VENTURA si era mostrato molto preoccupato, perché, se, attraverso l’opuscolo, si fosse risalito a FREDA, il Procuratore della Repubblica di Padova, che già sospettava questi come autore del libretto, si sarebbe particolarmente impegnato a trovare ogni minimo indizio a suo carico; e, sempre a questo proposito, nel corso di una conversazione telefonica, VENTURA gli aveva ribadito che “aveva fatto malissimo a fare il nome di FREDA….Il nome di FREDA non doveva venir fuori….E’ noto, perciò non dovevi farlo”; aveva quindi insistito di nuovo, perché mantenesse con il Magistrato la versione del libretto ricevuto per posta, in quanto una eventuale incriminazione, per il libretto, sarebbe stata molto pericolosa: “…quante volte ti ho fatto il discorso delle prove!”.

 

 

 

10. Pressioni su LORENZON per indurlo a ritrattare.

 

 

Nel corso dell’interrogatorio, LORENZON, oltre ad esporre altri episodi dell’attività politica di VENTURA, desunti dalle sue confidenze (partecipazione di questi ad una organizzazione a triangolo di tipo piramidale; suo intervento alla manifestazione anti-Nixon etc.), poneva in evidenza come questi, unitamente a FREDA FRANCO, aveva cercato di indurlo a ritrattare dinnanzi al Magistrato – cui avrebbe dovuto poi rifiutare ogni ulteriore collaborazione – le sue precedenti dichiarazioni, mostrando viva preoccupazione soprattutto per quelle concernenti il libretto rosso e la sua riferibilità ad essi quali autori o diffusori, in quanto, “se l’autorità inquirente fosse arrivata a FREDA, sarebbe giunta ad un cuneo, avrebbe creato una falla e sarebbe poi penetrata molto in profondità”.

 

 

In questo contesto, i due avevano fatto anche un bilancio degli elementi in possesso degli inquirenti, convenendo che “i punti deboli erano, per loro, costituiti dall’opuscolo, dalla esistenza degli appunti, e particolarmente dalla notizia dell’avvenuta collocazione delle bombe sotto l’abitazione di RESTIVO”.