IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXX

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Giovanni Biondo e gli attentati ai treni

 

Si sono già indicati gli elementi che hanno condotto all’incriminazione di Giovanni Biondo.

 

 

La rivalutazione in questa sede degli elementi stessi, alla luce anche degli ulteriori chiarimenti dibattimentali, induce questa Corte a ritenere che la prova a carico dell’inquisito è del tutto inconsistente.

 

 

La prima voce di accusa nel processo è partita, come si è detto, da un interrogatorio reso in qualità di imputata da tal Gianna Del Bono dinanzi al Procuratore della Repubblica di Trieste e, cioè, da una fonte assai squalificata sul piano dell'attendibilità.

 

 

La Del Bono, infatti, doveva difendersi dalla grave imputazione di aver tentato di estorcere del denaro al Biondo minacciandolo di denunzia, se egli non avesse accettato di corrisponderle la somma di un milione e cinquecentomila lire, per partecipazione all'attività terroristica attribuita a Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

 

Tale imputazione era stata contro di lei elevata in quanto il Biondo, anzichè cedere al ricatto, aveva preferito informare i Carabinieri di quanto gli accadeva; ed il relativo procedimento penale, instaurato contro la donna e contro il di lei marito Mario Michieletto, imputato di concorso nello stesso reato di tentata estorsione, è stato definito dal competente Tribunale con sentenza di condanna nei confronti di entrambi del 12 febbraio 1974, confermata dalla Corte di Appello di Venezia il 17 settembre dello stesso anno.

 

 

E' evidente l'interesse difensivo che la Del Bono aveva a respingere la veste di calunniatrice e, quindi, ad insistere presso il Magistrato sulla veridicità dei suoi assunti accusatori nei confronti del Biondo; il quale, d'altra parte, se fosse stato consapevole della fondatezza di quelle accuse, ben difficilmente si sarebbe determinato a provocare di sua iniziativa un accertamento giudiziario sulla vicenda.

 

 

La parola della suddetta testimone si presenta, pertanto, già inquinata da un vizio di origine. Essa rivela, poi, ampiamente la sua assoluta inattendibilità attraverso il tenore della deposizione resa dalla donna al Giudice Istruttore nel corso del presente procedimento.

 

 

La teste ha iniziato a deporre sostenendo che il motivo della sua richiesta di denaro, avanzata al Biondo a mezzo di una lettera anonima scritta su di lei dettatura da Mario Michieletto (all'epoca suo convivente e poi suo marito), era stato quello di ricevere in restituzione alcune somme date in prestito al Biondo medesimo.

 

 

Quest'ultimo era stato da lei conosciuto nel marzo 1969, allorchè avevano abitato nello stesso stabile condominiale a Favero.

 

 

A contestazione del Magistrato sulla stranezza di quella lettera "anonima", come mezzo per attuare il legittimo soddisfacimento di un credito, ella non è stata in grado di opporre alcuna spiegazione plausibile.

 

 

Passando, poi, ad analizzare le sue accuse verso il presunto debitore, ha fornito un ricco quadro delle attività terroristiche cui il Biondo avrebbe partecipato, aggiungendo sempre nuovi e più importanti episodi (in un primo tempo neanche accennati) nel corso del suo narrare ed ancora, pur dopo aver lungamente deposto, in un pro-memoria recapitato con una lettera di accompagnamento all'Istruttore il 20 marzo 1975.

 

 

Nelle sue progressive rievocazioni la Del Bono ha tentato gradualmente di legare la figura di Giovanni Biondo agli attentati del 1969, contestati a Franco Freda ed a Giovanni Ventura, sostenendo di avere raccolto la confessione esplicita del Biondo stesso in ordine a vari di tali delittuosi fatti o di avere assistito personalmente in casa di lui, nonostante ogni cautela usata da questi e dai suoi familiari per tenervela lontana, a riunioni di carattere sovversivo.

 

 

Di queste riunioni, sulla cui collocazione temporale si è più voIte contraddetta, ha voluto riferire vari dettagli ed indicare i nominativi dei partecipanti, fra i quali avrebbe riconosciuto, oltre al Freda ed agli altri elementi della cosiddetta cellula eversiva veneta, anche altri noti esponenti dell'estremismo di destra come Gianni Nardi e Giancarlo Cartocci.

 

 

" Ci sarebbero tante altre cose da raccontare - ha riferito fra l'altro - per esempio una volta il Biondo mi disse che avrebbe chiuso la bocca a Rossi, che era il nostro portiere, come l'avrebbero (o l'avevano) chiusa a un portiere di Padova. Poi ho saputo dai giornali che era stato ammazzato il portiere Muraro di Padova. Era a lui che si riferiva il Biondo? Non lo posso dire".

 

 

E' evidente il legame che la teste ha cercato di introdurre per coinvolgere il Biondo anche nell'omicidio di Muraro, per il quale fu aperto a carico di Franco Freda e Massimiliano Fachini procedimento penale e pronunciata poi sentenza istruttoria (divenuta irrevocabile) di proscioglimento perchè il fatto non sussiste su conforme richiesta del Pubblico Ministero.

 

 

In realtà già una semplice lettura di quanto Gianna Del Bono ha dichiarato e poi, maggiormente, una più approfondita disamina delle dichiarazioni stesse inducono a concludere con certezza che ella ha voluto imbastire, sotto la spinta - anche - di una mitomania più forte di ogni rispetto per le facoltà di critica degli inquirenti, un racconto fantastico prendendo spunto da notizie giornalistiche largamente divulgate e collegandole ad una trama forzatamente preordinata a coinvolgere, sempre e comunque, Giovanni Biondo in tutte le operazioni terroristiche del 1969 addebitate da vari organi di stampa all'estremismo di destra.

 

 

Non è certo senza significato il fatto che ella, nella lettera di accompagnamento del pro-memoria di cui sopra si è detto, abbia sentito il bisogno di chiudere il quadro accusatorio riferendo ulteriori presunte confessioni a lei fatte dal Biondo circa altri notevoli episodi delittuosi, di cui la stampa aveva ampiamente parlato e che ella aveva trascurato di menzionare nella sua, pur lunga, deposizione dinanzi al Giudice Istruttore: gli attentati del 25 aprile alla Fiera di Milano e del 12 maggio al Palazzo di Giustizia di Torino, nonchè, soprattutto, la famosa riunione padovana del 18 aprile.

 

 

Giovanni Biondo le avrebbe parlato dell'oggetto di quest'ultima riunione prima ancora di parteciparvi (si trattava di programmare una "escalation” di violenza sovversiva) e le avrebbe anticipato che, oltre a lui, sarebbe intervenuto da Roma il giornalista Pino Rauti.

 

 

Che gli assunti fantasiosi della Del Bono siano palesemente destituiti di ogni fondamento di verità fu rilevato subito dal maresciallo dei CC. Alvise Munari; il quale, ricevuto dal Giudice Istruttore di Milano l'incarico di un preliminare contatto con lei dopo la comparsa delle sue prime accuse contro il Biondo ed altri sulla stampa locale del Veneto, notò come ella fosse una confusionaria e tendesse spiccatamente a lavorare di fantasia nonchè ad utilizzare – opportunamente manipolandole - notizie di fonte giornalistica.

 

 

Identica valutazione è stata fatta anche, sia pure implicitamente, da quello stesso Organo del Pubblico Ministero che ha chiesto il rinvio a giudizio del Biondo e che, nella sua requisitoria, non ha fatto per nulla leva su questa testimonianza, nonché dallo stesso Giudice Istruttore di Milano, che quel rinvio a giudizio ha disposto senza prima sentire neanche una volta la Del Bono e che ha fatto intendere, con ciò, di averla valutata in termini di assoluta irrilevanza sul piano della prova.

 

 

Non maggiore consistenza sul terreno probatorio assume, anche se per diversi motivi, la testimonianza dell'avv. Domenico Nicetto, il quale ha riferito al Giudice Istruttore di Milano il 13 dicembre 1973 di aver raccolto, circa un anno prima, uno sfogo confidenziale del suo vecchio compagno di scuola Armando Calvani.

 

 

Quest'ultimo gli aveva detto di essere angosciato per avere appreso da sua sorella Marinella che il di lei marito Giovanni Biondo aveva collocato una bomba, rimasta poi inesplosa, su un treno proveniente dal Sud lungo la fascia adriatica e diretto a Nord verso Milano.

 

 

Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria scritta ed il Giudice Istruttore nella sua ordinanza di rinvio a giudizio hanno valorizzato la suddetta testimonianza, ponendola in relazione con la circostanza che un ordigno inesploso venne effettivamente rinvenuto a Venezia, la mattina del 9 agosto 1969, proprio su un treno della fascia adriatica che proveniva dal Sud ed era passato da Alba Adriatica; ove in quello stesso periodo di tempo stava trascorrendo le sue vacanze estive Giovanni Biondo.

 

 

Tuttavia, specie al lume delle precisazioni fatte dal Nicetto in dibattimento, l'efficacia accusatoria di questa testimonianza si rivela, in effetti solo apparente.

 

 

Anzitutto non può dirsi che la deposizione testimoniale dell'avv. Nicetto si integri e concordi pienamente con altre circostanze.

 

 

Marina Calvani ha sempre negato di aver fatto confidenze del genere a suo fratello Armando circa il proprio marito Giovanni Biondo; e l' avv. Nicetto, in coscienza, sin dalle sue prime dichiarazioni ha precisato di non essere sicuro se l'amico Armando Calvani gli avesse detto di aver ricevuto la confidenza in questione proprio dalla sorella.

 

 

Grave incertezza vi è, quindi, sulla fonte di informazione del Calvani.

 

 

Inoltre l'avv.Nicetto ha riferito in termini estremamente generici il discorso dell'amico, senza alcuna specificazione del luogo nè del tempo in cui il Biondo avrebbe delittuosamente operato.

 

 

Vi è, poi, da collocare nel giusto rilievo una circostanza importantissima riferita già in fase istruttoria dal suddetto avvocato: Armando Calvani aveva bevuto quando ebbe con lui quello sfogo confidenziale.

 

 

In dibattimento il Nicetto ha specificato che il Calvani, soggetto dedito all'alcool e capace di dire qualsiasi sciocchezza quando si trovava sotto l'effetto delle bevande alcooliche, aveva bevuto una mezza bottiglia di vino e due bicchierini di cognac allorchè cominciò a fargli la sopra citata confidenza.

 

 

Erano presenti due sottufficiali dell'Aeronautica, commilitoni dello stesso Calvani, il quale in quel periodo di tempo prestava servizio militare di leva; ed il Nicetto, ben consapevole della palese inopportunità di quel "pesante" discorso iniziato in presenza di estranei, ebbe a portare con sè, in un'altra stanza della sua casa, l'amico. Quest'ultimo potette, quindi, completare il discorso stesso, al riparo da orecchie indiscrete, con la voce "impastata" e la rapidità di eloquio che caratterizzavano il suo stato di ebrietà.

 

 

Insistette ancora sull'argomento, sia pure in modo confusionario e con frasi quasi incomprensibili, durante la cena alla quale, poco dopo, parteciparono egli, il Nicetto ed i due menzionati sottufficiali.

 

 

In definitiva, quindi, la testimonianza dell'avv. Domenico Nicetto, riassunta nei termini essenziali sopra esposti, verte sui vaneggiamenti di un alcoolizzato ricostruiti faticosamente, dal Nicetto medesimo, dopo circa un anno dinanzi alla Autorità giudiziaria.

 

 

Vero è che il Nicetto, di quanto avvenuto quella sera, ebbe occasione di parlare proprio il giorno successivo o appena qualche giorno dopo ai Pretori di Mestre, dottori Ugo Di Mauro ed Umberto Mariani, con i quali aveva rapporti di amicizia; e che i due Magistrati, benchè messi al corrente della cosa fuori dell'esercizio delle loro funzioni, ebbero lo scrupolo di informarne con sollecitudine il Giudice Istruttore di Milano investito delle indagini relative agli attentati commessi sui treni nell' agosto 1969.

 

 

Tuttavia è altrettanto vero che quel Giudice Istruttore, forse proprio perchè non ritenne quella informazione particolarmente seria ed interessante, solo dopo un anno circa si determinò a convocare come teste l' avv .Nicetto; cioè nel dicembre del 1973.

 

 

Nè fu sentita l'opportunità di identificare ed interrogare quei due commilitoni del Calvani, i quali avrebbero assistito ad una parte delle confidenze di costui.

 

 

Armando Calvani aveva parlato col suo amico Domenico Nicetto - secondo i ragguagli approssimativi da quest'ultimo forniti - nel dicembre 1972.

 

 

A quell'epoca egli ben doveva essere a conoscenza delle accuse formulate dalla Del Bono contro il di lui cognato Giovanni Biondo nonchè del conseguente travaglio familiare che aveva spinto quest'ultimo a denunziare la sua accusatrice per tentativo di estorsione e ad inviare poi, nel luglio 1972, un dettagliato esposto al Giudice Istruttore di Milano per chiedere le più ampie indagini sulla vicenda, allo scopo di fare emergere con chiarezza il carattere calunnioso delle accuse stesse.

 

 

Nessuno mai potrà ricostruire come il ricordo di quelle accuse, mosse nei confronti del cognato, ebbe a lievitare nella mente offuscata dall'alcool e nell'animo di Armando Calvani; il quale, fra l’altro, in quel torno di tempo inutilmente aveva preteso dal cognato medesimo che questi si presentasse ancora una volta, insieme a lui, a sostenere gli esami di concorso per l’ammissione in Magistratura allo scopo di aiutarlo nelle prove scritte.

 

 

Giovanni Biondo, che aveva già sostenuto con successo quegli esami, si era rifiutato di accogliere la richiesta di Armando Calvani.

 

 

Quest'ultimo, quindi, da tale episodio non potè certamente trarre motivi di riconoscenza e di benevola considerazione per chi quell'aiuto gli aveva negato.

 

 

Deve, comunque, ritenersi certo, perchè il teste Domenico Nicetto lo ha detto specificamente in dibattimento, che il Calvani, durante quel suo confuso discorso da ubriaco contro il cognato, fece un vago riferimento ad una donna che lo accusava.

 

 

Ciò, posto in relazione col fatto che il Nicetto non apprese con sicurezza quali fossero state le fonti informative del Calvani, suggerisce come ipotesi più logica e verosimile, nell'assoluto difetto di elementi idonei ad essere interpretati in senso diverso, che il Calvani stesso si sia in sostanza rifatto solo agli assunti fabulosi della Del Bono riportandoli acriticamente, magari con un pizzico di compiaciuta maldicenza sotto i fumi dell'alcool, senza la minima remora per la presenza di persone estranee e per i pericoli che potevano derivarne a carico dell'incolpato.

 

 

Armando Calvani successivamente, ritornato in sè, si è rifiutato di confermare quei suoi discorsi dinanzi al Giudice Istruttore e, convocato da questi il 21.1.1974 (13), si è avvalso della facoltà di astenersi dal deporre nella sua qualità di congiunto prossimo dell'imputato.

 

 

L'esercizio di questa facoltà di astensione non può ritorcersi contro l'imputato stesso, sotto il profilo di una forma di solidarietà apprestata in favore di lui.

 

 

Occorre, infatti, a tal riguardo,ricordare che il mandato di cattura contro Giovanni Biondo venne emesso quello stesso giorno, 13 dicembre1973, in cui l'avv. Domenico Nicetto ebbe a rendere la sua testimonianza.

 

 

Ciò dimostra in maniera lampante l'istantaneo ed incondizionato credito accordato a tale testimonianza dal Giudice Istruttore di Milano; il quale si sentì tanto sicuro, nel suo convincimento di colpevolezza del Biondo, da non avvertire l'esigenza di ascoltare il Calvani, prima dell'emissione del mandato di cattura, come elemento di controllo della deposizione resa dal suddetto avvocato.

 

 

Di questa situazione ben si rese conto, evidentemente, Armando Calvani;e così si spiega la sua paura, quando fu successivamente convocato come teste, di incorrere nell'incredulità del Magistrato e nelle conseguenti sanzioni previste dalla legge per i falsi testimoni se si fosse azzardato a discolpare il cognato.

 

 

Questo prudenziale atteggiamento di astensione Armando Calvani ha mantenuto pure in dibattimento dimostrando, così, di essere ancora poco incline ad assumersi civiche responsabilità e ad affrontarne i relativi rischi.

 

 

Tuttavia la sua parola è giunta in qualche modo indirettamente a questa Corte, attraverso le concordi testimonianze di persone del suo ambiente familiare.

 

 

Valga, per tutte, la testimonianza dello zio Ettore Calvani, nella cui casa il dottor Nicola Biondo, padre dell'imputato, ebbe a rimproverare aspramente l'Armando, per essersi questi astenuto dal deporre dinanzi al Magistrato Istruttore tirandosi vilmente indietro dopo aver provocato una incriminazione.

 

 

Ha precisato Ettore Calvani che in tale occasione il nipote Armando ebbe a giustificarsi manifestando il timore di essere a sua volta incriminato per reticenza in quanto nulla ricordava, per il suo stato di ubriachezza, della serata alla quale si era riferito l’avv.Nicetto; l'Armando aveva anche aggiunto, formulando una mera ipotesi nel corso di quelle sue giustificazioni, di aver tutt'al più potuto parlare quella sera delle accuse della Del Bono, in quanto da nessun'altra fonte egli aveva appreso notizie circa una presunta attività terroristica del Giovanni Biondo.

 

 

Gli elementi forniti dall'avv.Nicetto in fase istruttoria non hanno retto, quindi, alla verifica dibattimentale e si sono rivelati estremamente labili ed equivoci.

 

 

Essi non si rinsaldano, anzi si affievoliscono ancor di più sino a svuotarsi completamente di ogni valore accusatorio, se rapportati alle circostanze dell'effettivo soggiorno di Giovanni Biondo in Alba Adriatica nel periodo di tempo in cui vi passò il treno ove fu poi trovato l'ordigno inesploso.

 

 

E' stato infatti lo stesso Biondo ad assumere l'iniziativa di informare gli inquirenti, che ne erano all'oscuro, del luogo in cui egli nel 1969 aveva trascorso le sue vacanze estive con i propri familiari.

 

 

Ciò ben si sarebbe guardato dal fare, obbedendo ad una elementare regola di prudenza, se avesse legato quel suo soggiorno al compimento di un'operazione terroristica, anche perchè la dichiarata finalità di quei suoi spontanei esposti informativi era quella di fugare ogni ombra, pur di semplice sospetto, nei suoi confronti, trovandosi egli nella delicata posizione di vincitore di un concorso per l'ingresso in Magistratura.

 

 

Nè il fatto che proprio ad Alba Adriatica sia stato accertato un pernottamento di Franco Freda nella notte del 6 agosto 1969, presso l'Hotel Lilian, è idoneo a provare una concorde partecipazione di entrambi ad una impresa delittuosa.

 

 

Il Biondo ha negato di aver incontrato ad Alba Adriatica il suo amico Freda; e nessuno ha potuto mai dimostrare il contrario.

 

 

Comunque, anche nell'ipotesi in cui un incontro fra i due vi sia stato ed il Biondo (pur così sollecito a fornire agli Organi di Giustizia elementi che sono stati poi ribaltati contro di lui) lo abbia occultato, ciò non potrebbe certo provare il concorso in un delitto, ma solo il desiderio del Biondo stesso di prendere distanze cautelari dal Freda, nella cui vicenda giudiziaria la Del Bono aveva cercato di coinvolgerlo.

 

 

Nessun valido elemento di prova è stato, quindi, raccolto a carico di Giovanni Biondo in ordine alla sua partecipazione agli attentati ai treni avvenuti durante la notte dall'otto al nove agosto 1969.

 

 

Anzi gli accertamenti tecnici compiuti dalla Polizia Giudiziaria sugli ordigni inesplosi integrano con i risultati della prova testimoniale offerta dal Biondo nel dimostrare l'estraneità di questi al compimento di quei fatti.

 

 

Il commissario di P.S. Francesco Trio, riassumendo nel suo rapporto conclusivo sugli attentati ai treni dell'agosto 1969 le indagini svolte, ha posto in rilievo che le lancette dell'orologio sistemato nell'ordigno rimasto inesploso a Venezia, sul direttissimo 424 proveniente da Bari e transitato per Alba Adriatica, erano ferme sulle ore 12.

 

 

Ciò posto, e rilevato anche che la scoperta dell'ordigno stesso era avvenuta fra le ore 8 e le ore 9 del 9 agosto, il Commissario ha tratto la conclusione che esso sarebbe dovuto esplodere alle ore 24 del giorno 8 (dopo l’esaurimento di una carica della durata di 12 ore) e, quindi, doveva essere stato collocato dagli attentatori in un arco di tempo compreso fra le ore 12 e le ore 23 del suddetto giorno 8.

 

 

E' da notare, a questo punto, che la collocazione non poteva essere avvenuta nella stazione di Alba Adriatica, dove non erano previste fermate del treno; nè alla stazione precedente (Pescara), ove lo stesso treno doveva transitare alle ore 0,48 (cioè quarantotto minuti dopo l'orario programmato per l'esplosione).

 

 

Un eventuale attentatore dimorante ad Alba Adriatica si sarebbe, perciò, dovuto portare ad una stazione ferroviaria ancora precedente e, cioè, almeno a quella di Termoli, ove la fermata del treno era prevista per le ore 23,38 (in tale ipotesi si sarebbe, però, ancora corso il rischio di arrivare all'ora fissata per lo scoppio con l'involucro esplosivo ancora in mano nel caso di un ritardo, anche lieve, dell'arrivo del treno).

 

 

Il Giudice Istruttore di Milano, aderendo alla ricostruzione effettuata dalla Polizia ed ai collegamenti orari sopra indicati, ha contestato a Giovanni Biondo come ipotesi accusatoria, nel corso dell'interrogatorio reso il 12 dicembre 1973, di essersi recato con un ordigno (consegnatogli da Franco Freda) ad una stazione ancora precedente rispetto a quella di Termoli (cioè a Foggia ove quel treno passava alle 22,30) per poterlo sistemare sul direttissimo Bari-Venezia prima delle 23.

 

 

Analoga contestazione è stata poi riportata sul mandato di cattura emesso contro il Biondo il 13.12.1973 (in tale mandato il luogo di collocamento dell'ordigno è fissato nel tratto Foggia-Termoli e l'ora fra le 22,30 e le 23,38).

 

 

Al termine dell'istruzione il Pubblico Ministero nella sua requisitoria scritta, seguendo lo stesso ordine di idee, ha sostenuto che il Biondo, dopo aver deposto il suddetto ordigno sul treno Bari-Venezia, ne ebbe a collocare un altro alla stazione di Pescara, sul diretto in partenza per Roma, fra le 23 ,40 e le 24 dell' otto agosto 1969..

 

 

Si trattava, precisamente, dell'ordigno esploso alle ore 2,00 circa del nove agosto sul diretto 771 Pescara-Roma, il quale era rimasto a disposizione del pubblico nella stazione di partenza dalle ore 23,40 del giorno 8 agosto alle ore 1,50 di quello successivo.

 

 

Senonchè nella stessa sede istruttoria si è in un secondo momento accertato, attraverso le testimonianze dei coniugi Nicola ed Elena Ferri, che nella casa di questi ultimi, in Alba Adriatica, Giovanni Biondo con moglie e genitori aveva trascorso la serata dell'agosto 1969 trattenendovisi a cenare sino alle 23,30 o alle 24.

 

 

Ne conseguiva, sul piano della prova, la materiale impossibilità del Biondo di essersi trovato quella stessa sera alle 22,36 con una o due bombe in mano, a centinaia di chilometri di distanza, nella stazione ferroviaria di Foggia od anche alle 23,38 nella, pur lontana, stazione di Termoli.

 

 

Sicchè il Giudice Istruttore, nella motivazione della ordinanza di rinvio a giudizio, variando sostanzialmente i termini della contestazione del fatto rivolta al Biondo durante il richiamato interrogatorio del 12 dicembre 1973 e nel successivo mandato di cattura, ha corretto il tiro spostando la collocazione dell'ordigno (sul DD 424) alle ore 0,48 a Pescara oppure in una stazione successiva a quella di Alba Adriatica: precisamente quella di S.Benedetto del Tronto, ove la fermata del direttissimo proveniente da Bari era prevista per le ore 1,34.

 

 

Tuttavia si tratta solo di ulteriori ipotesi, che, formulate per superare l'ostacolo dell'alibi "Ferri" ed in contrasto con la sopra citata ricostruzione tecnica effettuata dalla Polizia, non hanno trovato alcun concreto aggancio nella realtà processuale in elementi di carattere obiettivo.

 

 

Vi è, anzi, da osservare che queste ultime ipotesi accusatorie, formulate in modo alternativo e sulla base di una nuova valutazione di ordine tecnico, secondo cui non necessariamente l'ordigno era stato predisposto per esplodere proprio a mezzanotte, in effetti allargano estremamente l'ambito territoriale di intervento degli attentatori.

 

 

Scrive, infatti, testualmente, il Giudice Istruttore nel provvedimento di rinvio a giudizio: "anche se l'ora di contatto, indicata dall'orologio dell'ordigno era mezzanotte, ciò non vuol dire assolutamente che esso doveva esplodere a quell'ora. L'orologio, com'è noto, funge da timer e serve all'attentatore per calcolare il tempo in cui l'esplosione deve avvenire. La vite sul vetro non è che un punto di riferimento. L’esplosione avverrà a distanza di tante ore quante sono quelle intercorrenti fra la posizione della lancetta delle ore ed il punto in cui è fissata la vite”.

 

 

Ciò, con tutta evidenza, equivale a dire che la programmazione del tempo dell'esplosione potette orientarsi per qualsiasi orario, prima o dopo la mezzanotte, e che non è possibile risalire all'ora (sia pure approssimativa) in cui fu avviata la carica del meccanismo di temporizzazione.

 

 

Ne consegue, logicamente, che la deposizione dell'involucro esplosivo su quel treno potette avvenire in un momento qualsiasi, compreso fra la partenza da Bari e l'arrivo a Venezia.

 

 

Riepilogando, è evidente che nè la mitomania della squalificatissima Gianna Del Bono, nè gli sfoghi da ubriaco di Armando Calvani possono costituire un'accettabile base probatoria per ritenere Giovanni Biondo effettivamente coinvolto negli attentati ai treni dell' agosto 1969; nè tanto meno il supposto incontro di lui con Franco Freda, incontro che, anche se fosse realmente avvenuto, non potrebbe assumere alcuna specifica efficacia accusatoria.

 

 

Quanto alle varie ipotesi formulate in, fase istruttoria, sulle migrazioni serali o notturne del Biondo stesso alla ricerca affannosa di convogli ferroviari da bombardare, esse rimangono in atti nella loro originaria veste di semplici congetture, resistite, peraltro, sul piano psicologico, da quella serena e prolungata riunione conviviale presso i coniugi Ferri che appare poco compatibile con un contestuale e grave programma criminoso.

 

 

Su istanza della difesa di Giovanni Biondo sono stati escussi in dibattimento, nelle udienze dei giorni 8 e 9 maggio 1978, vari testimoni per controllare i movimenti dell’imputato al termine di quella riunione conviviale in casa dei coniugi Ferri e fino al suo rientro nell'albergo "La Barcaccina", ove egli era alloggiato per le vacanze estive di quell'anno insieme alla moglie ed ai di lui genitori.

 

 

Tali testimonianze (rese non solo dai genitori e dalla moglie dell'imputato stesso, ma anche da testi estranei quali Domenico ed Attilio Rosini contitolari dell'albergo, Franco Ruocco e Luigi Ventura) convergono nell'indicare che il rientro definitivo alla "Barcaccina" di tutta la famiglia Biondo, dopo la cena dai Ferri ed una passeggiata digestiva sul lungomare, avvenne verso l'una di notte del 9.8.1969 od anche qualche minuto più tardi.

 

 

Non si tratta di testi a discarico proiettati artificiosamente in udienza con tardività, in quanto essi erano stati indicati già nel periodo istruttorio. Nè il tempo trascorso dagli avvenimenti rende poco credibile il ricordo di particolari relativi ad una sera ben determinata della ormai lontana estate del 1969, in quanto la paziente ricostruzione dei fatti ebbe inizio sin dalla fase istruttoria, come ha ricordato il teste Attilio Rosini.

 

 

Questa ricostruzione si è fatta sulla base di sicuri punti di ancoraggio, ai quali la memoria dei testimoni ha potuto trovare aggancio:

 

1) lo stato di gestazione evidente nel quale versava la moglie dell'imputato, Calvani Marina, la quale attendeva il primo figlio (il parto avvenne il 7.1.1970 e ciò dimostra che quell'estate era del 1969);

2) dopo aver cenato dai Ferri, i Biondo rientrarono eccezionalmente tardi in albergo tanto che i gestori Domenico ed Attilio Rosini dovettero attendere il loro ritorno e ritardare, così, la definitiva chiusura della porta esterna dell'albergo medesimo (normalmente la porta dell’albergo veniva chiusa tra le 0,30 e l'una; e non sarebbe sfuggito all'osservazione dei gestori se qualcuno fosse poi uscito e rientrato dopo tale ora, perchè sarebbe stato costretto a bussare dall’esterno per poter rientrare);

3) il dottor Nicola Biondo, padre dell'imputato, non era stato altre volte ospite a cena durante le sue vacanze in casa dei coniugi Ferri e ricambiò l'invito due giorni dopo nell'albergo "La Barcaccina", dopo aver commissionato ai gestori la preparazione di uno speciale dolce, in occasione del compleanno di sua moglie Bianca Ciarla;

4) i testi Franco Rucco e Luigi Ventura hanno ricordato di essere passati un venerdì sera dell'agosto 1969 dall'albergo "La Barcaccina" per far visita ai coniugi Biondo e di non averli trovati, perchè erano già andati a cenare dai Ferri (era certamente il venerdì 8 agosto, in quanto i Biondo si trattennero in albergo dal 3 al 21 agosto e non vi trascorsero, quindi, altri "venerdì" oltre a quelli coincidenti con i giorni 8 e 15 agosto, il quale ultimo va ovviamente escluso dal conteggio trattandosi di una speciale festività che non sarebbe sfuggita all'attenzione ed alla memoria dei testimoni).

 

 

 

Alla stregua delle testimonianze sopra illustrate, della cui veridicità nessuna valida ragione autorizza a dubitare, deve escludersi che Giovanni Biondo abbia potuto svolgere quella sera un'articolata attività terroristica su uno o più convogli ferroviari ed in località diverse da quella della sua dimora estiva.

 

 

Non va, comunque, trascurata la considerazione che le testimonianze medesime si riferiscono ad un alibi prospettato dalla difesa dell'imputato "ad abundantiam" e senza alcuna obiettiva necessità di paralizzare una seria prova di accusa.

 

 

Si è già spiegato, infatti, come gli elementi probatori a carico del Biondo, in relazione agli attentati ai treni dell'8-9 agosto 1969, siano inconsistenti perchè basati su fonti primarie inattendibili e su dati congetturali.

 

 

Automaticamente deve escludersi la sussistenza di qualsiasi prova di accusa per quanto concerne l'imputazione ex art.270 C.P. ascritta allo stesso Biondo.

 

 

Invero a suo carico, come prova di aver partecipato all'associazione sovversiva diretta dal Freda e da altri, non sono stati posti elementi ulteriori o diversi rispetto a quelli già esaminati in relazione agli attentati ai treni.

 

 

Tutte le osservazioni sinora esposte impongono di assolvere Giovanni Biondo dai reati ascrittigli per non averli commessi.

 

 

Va, conseguentemente, revocato il mandato di cattura contro di lui emesso.

 

 

(continua al capitolo XXXI Parte Quinta 3)