IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XV

[da pagina 592 a pagina 600]

 

 

Considerazioni conclusive sulla colpevolezza di Franco Freda e Giovanni Ventura in ordine alla strage di piazza Fontana. La posizione di Marco Pozzan.

 

 

 

A quanto si è finora detto sugli elementi probatori esistenti a carico di Giovanni Ventura per gli attentati del 12 dicembre 1969, non è superfluo aggiungere alcuni dati interessanti - dal punto di vista indiziario - che attengono ai di lui movimenti in quel periodo di tempo.

 

 

La sua presenza è documentata a Roma dal 5 all'8 dicembre e dal 10 all'11 dello stesso mese nelle annotazioni rilevate dai registri dell'albergo "Locarno".

 

 

Fra questi due soggiorni romani si inserì una breve sua puntata nel Veneto: Guido Lorenzon lo seppe da lui e da Franco Cavorso, impiegato presso lo studio bigliografico librario di Treviso alle dipendenze del Ventura. Il Cavorso gli parlò specificamente di una partenza di quest'ultimo in aereo avvenuta alle ore 18 circa dell'8-9 dicembre per Roma.

 

 

La stessa circostanza il Lorenzon apprese dalla nonna del Ventura, la quale ebbe a riferirgliela in tono confidenziale dicendogli testualmente: "A lei lo posso dire, non potrei farlo, ma Giovanni è rientrato ed è ripartito subito".

 

[Giovanni Ventura ha spiegato il tono confidenziale della nonna sostenendo di averle raccomandato di non dire mai dove egli si trovasse (v. registrazione confronto G.Ventura-Lorenzon del 31.3.73)

 

 

Il 12 dicembre Giovanni Ventura - com' è pacifico in atti (anche se è rimasto in ombra l'orario del suo arrivo) - era di nuovo a Roma; da dove era partito appena il giorno prima: suo fratello Angelo lo aveva visto tornare a Castelfranco Veneto il giorno 11 e ripartire la mattina successiva.

 

 

Il 13 dicembre abbandonò la Capitale per far ritorno nel Veneto: ha dichiarato di aver preso l'aereo in partenza da Fiumicino alle 16,55 e di essere con lo stesso arrivato a Venezia (ha esibito il biglietto di viaggio nel corso del confronto da lui avuto con Guido Lorenzon il 31 marzo 1973).

 

 

Il Lorenzon lo rivide a Treviso in libreria lo stesso 13 dicembre e gli sentì dire che proveniva da Milano, dove erano in corso vaste retate da parte della Polizia; gli sentì dire anche che "attendeva da un momento all’altro il suo turno e che le ricerche erano estese anche ad altre citta".

 

 

Proprio in quel contesto - secondo quanto ha ricordato il suddetto testimone - Giovanni Ventura telefonò a Castelfranco ed apprese dalla nonna "che la madre era partita per Cortina e che era in lacrime".

 

 

Nel momento del riepilogo delle fonti di prova, questi misteriosi e frenetici viaggi del Ventura nei giorni vicini a quello della strage di Milano e nello stesso 12 dicembre 1969, inquadrati nell'atmosfera di turbamento e di timorosa attesa che traspare dal suo ambiente familiare e dal suo stesso comportamento, sono senza dubbio atti ad integrare gli altri concordanti e molteplici argomenti di prova già illustrati i quali, nel loro complesso, dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza del Ventura medesimo in ordine al delitto di strage continuata a lui ascritto.

 

 

Le stesse prove valgono, logicamente, per condurre all'affermazione della penale responsabilità, in ordine allo stesso delitto, di Franco Freda; essendo indubitabile, dato lo stretto collegamento che lega le condotte di questi due imputati, l'incidenza a carico di entrambi degli elementi probatori che si riferiscono a ciascuno di loro.

 

 

Tali elementi attengono ai seguenti fatti di cui si è già trattato e che qui basta richiamare brevemente, con un certo ordine logico e cronologico, in una rapida sintesi:

 

1) il legame societario che unì il Freda ed il Ventura, fino all'epoca della strage di Milano, in un'associazione sovversiva con programma di attentati dinamitardi sempre più traumatizzanti per la pubblica opinione;

 

2) il “crescendo” criminoso effettivamente realizzato, in esecuzione del suddetto programma, con la loro attiva partecipazione fino agli attentati ai treni dell' 8-9 agosto 1969;

 

3) la determinazione esternata successivamente da entrambi (v. interrogatorio di Giovanni Ventura per gli intenti manifestati dal Freda, nonchè le deposizioni di Ruggero Pan e Guido Lorenzon per quelli espressi dal Ventura) di proseguire nel "crescendo" terroristico sopra menzionato, anche, dopo l'agosto 1969, con attentati più gravi e con la previsione di eventi mortali;

 

4) la ricerca dopo gli attentati ai treni, da parte degli stessi, di cassette metalliche per collocarvi gli ordigni esplosivi (in particolare il Freda dall'elettricista Tullio Fabris, al quale aveva chiesto di procurargliene una, ricevette il consiglio di orientarsi verso cassette del tipo portavalori, ossia di quelle effettivamente poi impiegate il 12 dicembre 1969 sia a Roma che a Milano);

 

5) l' acquisto da parte del Freda, nel settembre 1969, di cinquanta timers della stessa marca (Iunghans-Diehl di Venezia), della stessa ditta distributrice per il mercato italiano (G.P.U. Gavotti di Milano), dello stesso tipo elettrico e meccanico (in deviazione da 60 minuti) di quelli effettivamente usati negli attentati del 12 dicembre 1969;

 

6) la giustificazione pretestuosa ed inaccettabile offerta dal Freda per spiegare i motivi di tale acquisto e la destinazione data ai timers acquistati;

 

7) il riferimento fatto dal Freda al Fabris nel settembre 1969, quando si era ancora alla ricerca dei commutatori (detti anche temporizzatori o timers) da acquistare, alla circostanza che "doveva mettere il commutatore in una cassetta metallica ermeticamente chiusa" (come avvenne poi nella confezione degli ordigni del 12 dicembre 1969);

 

8) l'esibizione da parte del Ventura di un timer, di quelli acquistati dal Freda, nel settembre 1969 a Guido Lorenzon ed, a fine novembre-inizio dicembre dello stesso anno, a Franco Comacchio con la chiara enunciazione del progettato impiego di esso in ordigni esplosivi;

 

9) la breve distanza di tempo fra tale enunciazione e la strage di Milano;

 

10) l'acquisto a Padova (luogo ove risiedeva ed operava Freda), due giorni prima della strage, di più borse della stessa marca (Mosbach-Gruber), dello stesso tipo (mod.2131) e dello stesso colore (Peraso nero e City marrone) di alcune di quelle adoperate per il trasporto degli ordigni destinati all'esecuzione della strage;

 

11) l'esistenza, in quello stesso periodo di tempo approssimativamente, di più borse nello studio del Freda (almeno tre secondo le ammissioni del Freda stesso), il quale al riguardo non ha fornito spiegazioni soddisfacenti e si è posto in contrasto con le attestazioni della sua segretaria Liliana Sannevigo;

 

12) le confidenze fatte da Angelo Ventura al Comacchio, circa la previsione degli attentati nelle banche, un paio di giorni prima che si verificassero;

 

13) le confidenze di Angelo Ventura ai coniugi Comacchio-Zanon circa l'opportunità di un suo alibi, nonchè al Pan - la sera stessa del 12 dicembre 1969 - circa l'estraneità di suo fratello Giovanni alla strage di Milano;

 

14) le numerose confidenze di Giovanni Ventura a Guido Lorenzon in ordine agli attentati del 12 dicembre 1969: la previsione che le banche sarebbero state il prossimo obiettivo dopo gli attentati ai treni, la sua preventiva conoscenza dei piani operativi per il 12 dicembre, i vari dettagli relativi al collocamento dell'ordigno nella Banca Nazionale del Lavoro di Roma, la considerazione da lui espressa che occorreva fare qualcos'altro se nessuno si fosse mosso nè a destra nè a sinistra, la sua raccomandazione al Lorenzon di tener duro con gli inquirenti ancora per una decina di giorni per facilitare l'occultamento delle prove esistenti contro di lui, la sua intenzione (manifestata dopo la strage) di proseguire l'attività terroristica senza esporsi direttamente ma solo come finanziatore;

 

15) il fallimento dell'alibi di Giovanni Ventura per il 12 dicembre 1969.

 

 

 

 

Il complesso dei gravi, numerosi, univoci e concordanti indizi di colpevolezza, dei quali finora si è detto, esistenti a carico di Franco Freda e Giovanni Ventura, induce questa Corte ad affermare con tranquilla coscienza che pienamente raggiunta è la prova della partecipazione di entrambi ai tragici fatti del 12 dicembre 1969.

 

 

D'altronde la stessa posizione di preminenza, che essi avevano - come si è dimostrato - nell'associazione sovversiva dalla quale il "crescendo" terroristico era stato programmato, implica logicamente la loro anticipata conoscenza dei mezzi e degli obiettivi nonchè la loro volontà di portare a compimento, svolgendo attività di guida nella visione globale della strategia eversiva, gli attentati sempre più gravi che ne costituivano il programma.

 

 

Le oscurità che permangono, per il malizioso comportamento degli imputati e dei loro protettori, sui dettagli dell'efferato misfatto e sui precisi ruoli svolti dalle persone responsabili, non invalidano le prove raggiunte dall'accusa; giacchè è sufficiente, per il meccanismo giuridico del concorso di persone nel reato, l'avere accertato che tutti e due ebbero, comunque, una parte determinante nella produzione di quei tragici eventi.

 

 

A tal riguardo la Corte di Cassazione, ribadendo un suo già consolidato orientamento, cosi ha affermato di recente:

 

 

"L'attività costitutiva del concorso di persone nel reato è rappresentata da qualsiasi forma di compartecipazione, da un contributo volontario e cosciente, da un apporto causale - di ordine materiale o psicologico - a tutte o ad alcune soltanto delle fasi di attuazione, organizzazione o esecuzione dell'azione criminosa, anche sotto il profilo della determinazione o del rafforzamento della stessa”.

 

 

Ha insegnato ancora la Suprema Corte che il meccanismo del concorso di persone nel reato aggancia inesorabilmente alla sua penale responsabilità anche colui il quale non riesca a produrre l’evento voluto se questo poi sia causato da un atto commesso dal correo, che sia la protrazione della sua condotta criminosa e sia sorretto da una volontà che, pur se non espressamente concordata con il compartecipe che ha esaurito la sua azione, abbia tratto da questa incoraggiamento, rafforzamento ed impulso alla attuazione.

 

 

“Nella ricostruzione del fatto – ha puntualizzato altresì la Corte regolatrice – non è necessario accertare tutti i particolari degli eventi accaduti e dei relativi atteggiamenti psicologici, essendo sufficiente cogliere quei dati processuali che diano indicazioni certe sugli elementi giuridicamente rilevanti a dimostrare i requisiti essenziali del fatto e a qualificare questo sotto il profilo giuridico”.

 

 

 

Per quanto riguarda la posizione di Marco Pozzan, in ordine alla strage, valgono le stesse considerazioni già fatte relativamente agli altri attentati del 1969.

 

 

Egli, fedele seguace di Franco Freda e depositario – come si è detto - di importanti segreti sull'attività dell’associazione sovversiva, tanto da suscitare - come sarà spiegato – l’interesse di elementi del SID a farlo espatriare, è colui che si prestò ad offrire a Giovanni Ventura un alibi per il 12 dicembre 1969. Secondo le sue dichiarazioni il suddetto Ventura, raggiunto per altra via dai gravi e concordanti indizi già illustrati circa la materiale collocazione dell'ordigno esploso a Roma nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro, sarebbe partito in treno da Padova in un’ora tale da consentirgli di arrivare alla Capitale nel tardo pomeriggio e, comunque, quando le bombe erano state già deposte nei luoghi designati.

 

 

Attraverso l'offerta di questo alibi il Pozzan è colto in un atteggiamento di copertura che si presta, logicamente, ad essere considerato come un sintomo di complicità.

 

 

Tuttavia la mancanza di altri elementi probatori a suo carico e la posizione subalterna indubbiamente assegnatagli nel seno dell'associazione sovversiva, ove egli non svolgeva alcuna funzione dirigenziale atta ad influenzare lo svolgimento della strategia terroristica, rendono incerta la sua attiva partecipazione anche in ordine a questi ultimi gravi attentati".

 

 

Marco Pozzan va, quindi, assolto dai reati ascrittigli relativamente agli attentati del 1969 per insufficienza di prove.

 

 

Il reato previsto dall'art.270 III comma C.P., del quale egli è colpevole, va dichiarato estinto per prescrizione, come già si è detto. Devesi, conseguentemente, ordinare la di lui scarcerazione se non detenuto per altra causa.

 

 

(continua al capitolo XVI Parte Quinta – 2)