IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE SECONDA CAPITOLO XI

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Le perizie in genere e con particolare riferimento ai “timers”. Le specifiche indagini del giudice istruttore di Milano sui passaggi commerciali dei timers in deviazione.

 

 

 

Nel corso del procedimento si effettuavano vari accertamenti peritali.

 

 

Le armi e le munizioni rinvenute a Castelfranco Veneto nella soffitta del Marchesin venivano trovate quasi tutte in stato di efficienza funzionale, anche se per la maggior parte in condizioni di carente manutenzione, dal perito nominato, ing. Domenico Salsa; il quale così suddivideva il materiale sottoposto al suo esame:

 

a) tre pistole Beretta mod.34 cal.9 corto (delle quali una non sottoposta alla prova di sparo dato il rischio rappresentato dalla cattiva conservazione della stessa);

b) tre pistole Beretta mod.34 con canna cal.7,65;

c) una pistola automatica Welther P. 38 cal.9 Parabellum (tipo ancora in dotazione all'esercito tedesco);

d) una pistola automatica Glisenti mod.1910 cal.9;

e) cinque caricatori per pistole automatiche;

f) tre pistole mitragliatrici Schmeisser MP 40 cal.9 Parabellum (in dotazione alle Forze Armate tedesche durante l'ultimo conflitto mondiale);

g) due moschetti automatici (mitra) "Sten" quelli in dotazione alle Forze Armate inglesi nell’ultimo conflitto mondiale e spesso paracadutati ai partigiani durante la Resistenza;

h) ventisette caricatori per mitra e pistole mitragliatrici;

i) quattro silenziatori costruiti artigianalmente;

l) le seguenti munizioni: cinque cartucce per pistola cal.7,65, quarantaquattro per mitra e pistola mitragliatrice, millecentocinquantatre cal.9 per pistola e moschetto automatico (Parabellum), tre cal.38 per revolver.

 

 

 

Una perizia grafica, espletata dal dr.Enrico Drigo e dal prof.Luigi Caspi in ordine agli indirizzi scritti sulle buste servite per la spedizione agli Ufficiali dell'Esercito dei volantini istigatori a firma "Nuclei di difesa dello Stato”, nonchè in ordine, alle annotazioni apposte sugli indirizzari sequestrati, rivelava in varie parti la grafìa di Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

 

Altra perizia grafica veniva eseguita sul foglietto di apparente grafia di Mario Merlino rinvenuto, come si è precedentemente detto, nel portatessere smarrito dal giornalista Guido Paglia e sul quale erano annotati nominativi e numeri telefonici di giovani del circolo"22 marzo". Il perito dr.Francesco Cassarà, con relazione scritta del 30 giugno 1973, concludeva che la grafia era certamente del Merlino; e quest'ultimo, da parte sua, dopo qualche iniziale reticenza, finiva per riconoscerla come sua.

 

 

Una chiave per cassetta Juwel, sequestrata nella casa di Massimiliano Fachini, veniva trovata diversa da quella adatta per il blocco serratura rinvenuto fra i frammenti della esplosione del 12 dicembre 1969 nella Banca Nazionale della Agricoltura di Milano.

 

 

Gli accertamenti tecnici eseguiti sugli altri ordigni esplosi o rinvenuti integri negli attentati precedenti saranno in appresso considerati, con esame comparativo, per delineare la comune matrice delle singole attività terroristiche.

 

 

Circa i frammenti metallici di borsa residuati alle esplosioni di Roma e di Milano del 12 dicembre 1969 un collegio peritale, composto dall'ing.Alessandro Reggiori, dal prof. Leno Matteoli e dal dr. Walfredo Dumini dell'Istituto "Breda" (specializzato nelle ricerche sui metalli), concludeva che solamente il supporto-maniglia repertato a Roma presso l'Altare della Patria - lato Museo - corrispondeva a quello della borsa Mosbach-Gruber mod.2131 che conteneva l'ordigno collocato nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana; e che i reperti raccolti negli altri luoghi delle esplosioni appartenevano certamente ad altri tipi di borsa.

 

 

Relativamente ai "timers", il suddetto collegio di periti, in base all'esame dei frammenti recuperati nei cinque luoghi degli attentati del 12 dicembre 1969 e ad una comparazione con i tre tipi di temporizzatori fabbricati dalla ditta Iunghans-Diehl di Venezia e distribuiti in Italia dalla G.P.U. Gavotti di Milano, concludeva che gli attentatori avevano usato il tipo "in deviazione".

 

 

A conforto di questa tesi ponevano in rilievo gli elementi che seguono:

 

a) fra i morsetti rinvenuti nella Banca Nazionale della Agricoltura di Milano quello superiore sinistro (contrassegnato "a” del timer era risultato di materiale ferroso, proprio come quello dei timers "in deviazione" ed in apertura (quest'ultimo tipo ovviamente non era utilizzabile in attentati perchè, avendo i contatti aperti solo in posizione di riposo, avrebbe provocato la chiusura dei contatti medesimi e quindi lo scoppio dell'ordigno nelle mani dell’attentatore al momento stesso della carica); il morsetto "a“ del timer in chiusura preso in esame comparativo era risultato invece, non magnetico e, perciò, costituito da materiale non ferroso;

 

b) un frammento di metallo giallo a base triangolare, rinvenuto nella Banca Nazionale del Lavoro di Roma, aveva rivelato le caratteristiche di una bussoletta (verosimilmente di ottone) destinata dal costruttore a riempire l'alloggiamento del morsetto inferiore sinistro (contrassegnato "b”) ed usata esclusivamente nei timers in deviazione; in questi ultimi, infatti, il morsetto inferiore sinistro non esisteva, essendo sostituito da una lamella inserita nel lato inferiore del corpo in bachilite (corpo comune a tutti i tre tipi di timer), ed il suo buco di alloggiamento doveva essere quindi occluso con un'apposita bussoletta per preservare l'interno del congegno dalla polvere dell'ambiente esterno;

 

c) un frammento di ottone prelevato nella Banca Nazionale dell'Agricoltura era stato individuato come appartenente alla piastrina posteriore di un timer diverso da quello "in chiusura" (non poteva, quindi, trattarsi che di un timer "in deviazione", data l'inidoneità sopra accennata di quello "in apertura" all'impiego in ordigni esplosivi);

 

d) un frammento di rondella con nasello del movimento ad orologeria, rinvenuto presso il pennone alza-bandiera dell’Altare della Patria a Roma, era risultato anch'esso appartenere a timer non "in chiusura".

 

 

 

Una volta stabilito l'avvenuto uso di timers della Iunghans-Gavotti "in deviazione”, i periti precisavano anche che trattavasi del tipo da 60 minuti: ciò in base all'esame comparativo dei frammenti di molla repertati nelle tre banche(B.N.A.,B.N.L., Comit) e presso l'Altare della Patria – lato Museo -, nonchè di un frammento di ottone rinvenuto nella Banca Nazionale del Lavoro di Roma ed appartenente alla piastrina anteriore di un timer.

 

 

Precisava, infine, il Collegio peritale che, per quanto riguardava il tipo di inserimento dei morsetti nel corpo di bachilite (a vite o a faston), l'esistenza di un frammento di morsetto inferiore destro contrassegnato "d", rinvenuto nella Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, rivelava note morfologiche riconducibili, con molta probabilità, al tipo "a faston".

 

 

Si delineava così, sulla base di tali risultanze di prova generica, una perfetta coincidenza fra il tipo di congegno a tempo usato negli attentati del 12 dicembre 1969 e quello dei timers acquistati da Franco Freda presso la ditta "Elettrocontrolli" di Bologna nel settembre dello stesso anno.

 

 

Il Giudice Istruttore di Milano una ulteriore e complementare indagine conduceva sui timers. Egli, partendo dalla ditta costruttrice degli stessi (la Iunghans-Diehl di Venezia) e passando da quella distributrice per l'Italia (la G.P.U. Gavotti di Milano), perveniva, attraverso minuziose investigazioni affidate alla Polizia tributaria sul fatturato e sulle bolle di consegna delle ditte medesime, all’acquisto effettuato dal Freda presso la Elettrocontrolli di Bologna.

 

 

Le suddette investigazioni si articolavano nel modo seguente.

 

 

Risultava che la Iunghans aveva inviato alla Gavotti venti timers in deviazione da 60 minuti nel 1968 (precisamente il 13 aprile 1968, come riferito dal teste Vincenzo Lemi dipendente della Iunghans) ed altri trecentocinquanta in tutto il 1969.

 

 

La Gavotti a sua volta, titolare del diritto di esclusiva per la distribuzione di questi timers in Italia, veniva presa in considerazione solo per l'arco di vendite eseguite nel periodo compreso fra il 17 marzo ed il 12 dicembre 1969.

 

 

Si era accertato, infatti, che il dischetto rinvenuto nella borsa collocata con l'ordigno presso la Banca Commerciale di Milano apparteneva ad un tipo ideato e fornito esclusivamente alla Gavotti (quale accessorio dei timers in apertura e in deviazione da vendere sul mercato italiano) per la prima volta proprio dal 17 marzo 1969 in poi dalla ditta "Targhindustria" di Cusano Milanino. Era, quindi, inutile andare oltre i su accennati limiti temporali ed includere il mercato estero nelle ricerche dirette all'individuazione degli acquirenti dei temporizzatori impiegati nella strage.

 

 

Nel suddetto periodo di tempo 17 marzo-12 dicembre 1969 la Gavotti risultava venditrice in complesso del seguente numero di timers in deviazione da 60 minuti:

 

1) due il 18 marzo 1969 ad un'officina elettrotecnica con rivendita di materiale elettrico, la ditta Pietro Pasetti di Reggio Emilia, il cui titolare non era in condizioni di indicare i nominativi delle persone alle quali erano stati rivenduti.

 

2) cinque il 19 luglio 1969 alla ditta R.I.C.A.(Rappresentanze Industriali controlli per automatismi) di Padova, la quale ne aveva a sua volta disposto vendendone: tre il 23 successivo alla ditta CA.PI.CA. di Albignasego di Padova (presso la quale la Polizia Giudiziaria ne trovava due ancora inveduti il 15 novembre 1972), uno in data imprecisata ad un giovane che lo avrebbe applicato ad un suo apparecchio radio per regolarne lo spegnimento automatico, uno il 22 settembre 1969 alla ditta Vecod (Veneta Costruzioni Odontotecniche) costruttrice di banchi per odontoiatri con sede all'epoca in Treviso e poi a Castelfranco Veneto;

 

3) cinquanta alla ditta Elettrocontrolli di Bologna con fattura datata 18 settembre 1969.

 

 

 

Proprio nell'ambito di quest'ultimo quantitativo, consegnato poi dall'Elettrocontrolli a Franco Freda come è pacifico in atti, dovevano ritenersi compresi - secondo il convincimento conclusivo del Giudice Istruttore- i cinque timers usati dagli attentatori del 12 dicembre 1969, dato l'estremo frazionamento fra vari acquirenti degli altri sette venduti complessivamente dalla Gavotti alla Pasetti ed alla R.I.C.A.

 

 

In altri termini dovrebbe ritenersi accertato - in base a tale ricostruzione -che i timers usati nella strage non solo erano dello stesso tipo di quelli acquistati dal Freda, ma erano addirittura una parte degli esemplari costituenti oggetto di tale acquisto.

 

(continua al capitolo XII Parte Seconda)