IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE SECONDA CAPITOLO X

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Particolare sugli attentati ai treni: Claudio Orsi, Antonio Massari e Giovanni Biondo.

 

 

Su Claudio Orsi, come si è già esposto, erano cadute specifiche accuse da parte di Giovanni Ventura, il quale nei suoi interrogatori lo aveva indicato come colui che, facendo capo al Freda ed alla sua organizzazione, aveva impiegato propri uomini per il collocamento degli ordigni esplosivi sui treni nell'Italia settentrionale, precisamente a Milano e Venezia, la notte dall'otto al nove agosto 1969.

 

 

Tali accuse sembravano trovare riscontro nell'amicizia che legava il Freda all'Orsi e nel fatto che in officine adiacenti al complesso alberghiero "Nord-Ovest", da quest'ultimo gestito, vennero trovati pezzi di masonite ed un tipo di relais (ritardatore elettrico) adoperati per la confezione degli ordigni relativi agli attentati dell’aprile e del maggio 1969. Esse conducevano, quindi, il 17 marzo 1973 all'emissione di un mandato di cattura contro Claudio Orsi per aver concorso con il Freda, il Ventura ed altri nell'organizzare l'associazione sovversiva e negli attentati ai treni dell'agosto 1969.

 

 

Interrogato nelle carceri milanesi, l'Orsi, pur ammettendo di essere amico di Freda, affermava di essere orientato politicamente in senso diametralmente opposto a lui; negava gli addebiti, nonchè di aver propagandato l'opera del Freda "La disintegrazione del sistema".

 

 

Ricevuto, poi, avviso di procedimento quale indiziato per la strage del 12 dicembre 1969, si protestava ancora innocente ed estraneo a quegli avvenimenti prospettando un preciso alibi per il suddetto giorno.

 

 

Il 18 settembre 1973 veniva scarcerato per avvenuta decorrenza del termine massimo di custodia preventiva, previa modifica dell'imputazione di associazione sovversiva ai sensi dell'art.270 parte prima C.P. in quella, meno grave, di cui al secondo capoverso dello stesso articolo.

 

 

Altro mandato di cattura il 27 ottobre 1973, per il delitto di partecipazione ad associazione sovversiva ai sensi dell'art.270 comma III C.P., colpiva Antonio Massari.

 

 

A questi, legato a Giovanni Ventura oltre che da rapporti di amicizia anche da comuni interessi editoriali nella casa editrice "Ennesse", veniva fatto carico, dal punto di vista probatorio, di aver cercato di avallare gli alibi dal Ventura medesimo prospettati per i giorni 8 agosto e 12 dicembre 1969, nonchè di aver fatto stampare clandestinamente ed occultare, sempre in concorso col Ventura, il libretto "Programma del Fronte Popolare rivoluzionario" cui si erano riferite le dichiarazioni sopra esaminate di Ruggero Pan e Giuseppina Orlando.

 

 

Il Massari, nei suoi vari interrogatori, negava di aver commesso il delitto ascrittogli e poneva in rilievo la sua sincera fede antifascista. Ammetteva di essere stato amico e socio in affari editoriali nella "Ennesse" con Giovanni Ventura, che, nel 1969, un anno dopo averlo conosciuto, gli aveva proposto di cercare contatti con scrittori della sinistra politica per lanciare un almanacco-antologia.

 

 

Al Ventura aveva così fatto conoscere tutta la "sinistra romana". Ricordava di averlo ospitato a casa sua per la notte dal 12 al 13 dicembre 1969, avendo ricevuto la sua visita la sera del 12. Non ricordava invece (in un successivo interrogatorio addirittura lo escludeva) di essere stato a cena con lo stesso la sera dell'8 agosto precedente in un ristorante romano.

 

 

Quanto all'opuscolo del quale gli si addebitavano la stampa e l'occultamento, ammetteva di averlo fatto stampare presso la tipografia "Casilina" di Duilio Panzironi su commissione del Ventura, il quale lo aveva pregato della massima segretezza.

 

 

Non si trattava - secondo i suoi ricordi - di un libro intitolato "Programma di un Fronte Popolare Rivoluzionario", ma dell'opuscolo "La Giustizia è come il timone: dove la si gira, va".

 

 

Era stato poi spedito in quattro o cinquemila copie al Pan non dalla “Ennesse", che figurava mittente, bensì dalla "Casilina".

 

 

Contestatagli in sede di interrogatorio, pur senza la formale emissione di un mandato, la sua partecipazione agli attentati ai treni dell'otto-nove agosto 1969 ed, in particolare, la collocazione da parte sua di un ordigno esplosivo a Venezia su un treno in partenza per il Sud (circostanza oscuramente confidata - come in appresso più specificamente si dirà - da Mariangela Ventura, sorella di Giovanni, a Mario Quaranta e da questi riferita al Magistrato), respingeva l'addebito proclamandosi estraneo a quegli eventi.

 

 

Dichiarava di aver raggiunto nell'agosto 1969 da Roma, viaggiando insieme a Giovanni Ventura, la sua convivente Elvira Galante che si trovava ospite in casa del Ventura medesimo a Castelfranco Veneto. Tale viaggio era stato fatto in treno, ma non era in grado di indicarne il giorno preciso. Poteva solo dire che la Galante era partita da Roma per Castelfranco poco prima o poco dopo l'otto agosto (probabilmente il 5 o 6 secondo un interrogatorio successivo) e che egli l'aveva raggiunta dopo qualche giorno con un treno del pomeriggio.

 

 

In data 1° dicembre 1973 al Massari veniva concessa la libertà provvisoria.

 

 

Intanto il 17 luglio 1972 era pervenuto al Giudice Istruttore del Tribunale di Milano, da parte della Procura della Repubblica di Trieste, copia di un verbale di interrogatorio di tale Gianna Del Bono raccolto da quest'ultimo Ufficio in relazione ad un procedimento penale instaurato a carico della medesima ed altri per il delitto di tentata estorsione in danno di Giovanni Biondo. Questo interrogatorio poteva avere interesse per gli inquirenti milanesi in quanto la Del Bono, nel riconoscersi autrice di una lettera estorsiva, con la quale aveva ingiunto il versamento della somma di lire 1.500.000 al suddetto Biondo, aveva precisato che le minacce da lei adoperate per indurre all'esborso del danaro si riferivano a fatti realmente avvenuti e connessi all'attività terroristica attribuita al Freda ed al Ventura.

 

 

La Del Bono aveva, cioè, affermato di essersi trovata presente in casa del Biondo in occasione di incontri ivi verificatisi fra costui, il Freda, il Balzarini ed altri e nel corso dei quali si erano concertati programmi di organizzazione politica da attuare con mezzi delittuosi.

 

 

Si sarebbe discusso di bombe da collocare sui treni, a Padova, in una processione, in istituti bancari; ed il Biondo le avrebbe chiesto danaro per finanziare questi progetti. Egli le avrebbe anche mostrato un libello, stampato da un editore di Castelfranco, pieno di insulti contro la Magistratura. In particolare nell'estate del 1969 ella avrebbe sentito il Freda dire che occorrevano molti soldi al fine di comprare dei "timers per far saltare tutto".

 

 

Il giorno successivo all'Ufficio Istruzione del Tribunale di Milano era giunto un dettagliato esposto del dott. Giovanni Biondo, il quale, nel rievocare analiticamente le circostanze che lo avevano posto in contatto con la Del Bono e le di lei pessime qualità morali, chiedeva il compimento delle più ampie ed approfondite indagini sulle accuse mossegli da costei allo scopo di farne emergere con chiarezza il carattere calunnioso.

 

 

Avendo il Biondo scritto fra l'altro, nel suo esposto, di aver soggiornato con la moglie ed i genitori dal 3 al 18 agosto 1969 nella pensione "La Barcaccina" sita in Alba Adriatica, località balneare in provincia di Teramo, destava particolare interesse il fatto che nello stesso luogo risultava aver alloggiato la notte del 6 agosto 1969 (due giorni prima degli attentati ai treni), presso l'Hotel “Lilian", Franco Freda (la Questura di Teramo era stata in grado di rintracciare la relativa schedina alberghiera). Ciò veniva ritenuto interessante anche perchè da Alba Adriatica erano facilmente raggiungibili due treni sui quali erano stati depositati ordigni esplosivi: il D 771 Pescara-Roma ed il 424 Bari-Bologna con alcune vetture in prosecuzione per Venezia ed altre per Milano.

 

 

Sentito dal Magistrato il 12 dicembre 1973, anche su tale coincidenza di soggiorno, il Biondo negava di aver incontrato in quel periodo ad Alba Adriatica o altrove il Freda, che era suo amico e compare di battesimo di suo figlio; ed il Freda, da parte sua, interrogato sulla stessa circostanza il giorno successivo, diceva di non ricordare di essersi portato ad Alba Adriatica, prospettando addirittura l'ipotesi di una falsificazione della carta d'identità apparentemente a lui intestata ed i cui estremi si trovavano riportati nella schedina di alloggio presso il "Lilian".

 

 

In tale situazione sopravveniva, il 13 dicembre 1973, la testimonianza dell'avv. Domenico Nicetto, il quale portava a conoscenza del Giudice Istruttore di aver raccolto circa un anno prima dal suo amico d'infanzia Armando Calvani,cognato di Giovanni Biondo, un'importante confidenza: cioè che il Biondo"aveva collocato una bomba su un treno proveniente dal Sud dell'Italia -fascia adriatica- e diretto a..Nord verso Milano". il Calvani gli aveva anche detto che l’ordigno non era esploso.

 

 

Quello stesso 13 dicembre veniva emesso a carico di Giovanni Biondo, per aver partecipato agli attentati sui treni dell'agosto 1969 ed all'associazione sovversiva contestati al Freda ed altri, mandato di cattura; il quale rimaneva senza effetto essendosi il ricercato reso latitante.

 

(continua al capitolo XI Parte Seconda)