IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE SECONDA CAPITOLO IX

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Le borse vendute a Padova

 

 

Nel settembre1972 il maresciallo dei Carabinieri Alvise Munari, Comandante la Squadra di polizia giudiziaria addetta alla Procura della Repubblica di Treviso, svolgeva indagini, per incarico ricevuto dal Giudice Istruttore del Tribunale di Milano, al fine di accertare la fondatezza o meno di alcune notizie pubblicate sul settimanale "L'Espresso"circa l'esistenza, in una valigeria di Padova, di borse uguali a quella usata per trasportare l'ordigno esplosivo il 12 dicembre 1969 nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana.

 

 

Tale valigeria, sita in via Boccalerie di Padova, veniva controllata senza utili risultati dal predetto sottufficiale; che, tuttavia, estendendo di sua iniziativa le investigazioni ad altri negozi della stessa città, riusciva ad acquisire interessanti informazioni da Loretta Galeazzo in Beggiato commessa della valigeria "Al Duomo".

 

 

Costei , infatti, gli riferiva di aver venduto la sera del 10 dicembre 1969 quattro borse prodotte dalla ditta tedesca Mosbach-Gruber, simili a quella usata due giorni dopo dai terroristi nella Banca Commerciale e la cui foto era stata pubblicata sui giornali, ad un giovane sconosciuto, ben vestito; il quale si era orientato nella scelta manifestando l'intenzione di acquistare borse prive discomparti interni.

 

 

Aggiungeva la Galeazzo che tale acquisto era apparso sospetto dopo la strage, tanto che il titolare del negozio, Fausto Giuriati, aveva ritenuto opportuno avvertire la locale Questura. A raccogliere informazioni presso la valigeria si erano perciò recati, nei giorni successivi, due funzionari di P.S. del luogo e poi uno da Roma.

 

 

In seguito nessun altro si era presentato per indagare. Concludeva la commessa precisando che, dopo qualche tempo ella, avendo visto sul"Gazzettino" di Venezia la fotografia di Franco Freda, aveva riconosciuto, nello stesso, il giovane compratore delle borse.

 

 

L'esito di tali indagini il maresciallo Munari riferiva con rapporto del 9 settembre 1972 all'Ufficio Istruzione del Tribunale di Milano e la Galeazzo poteva confermare al Magistrato, così come negli stessi sostanziali termini suo marito Giancarlo Beggiato (anche egli commesso nello stesso negozio) ed il loro datore di lavoro Fausto Giuriati, quanto dichiarato all'Ufficiale di polizia giudiziaria.

 

 

Si procedeva ad un'accurata ispezione delle scritture contabili della valigeria e si accertava, quindi, anche documentalmente con gli opportuni raffronti fra i fogli cassa, i registri di carico-scarico e la fattura in data 9 settembre 1969 della ditta fornitrice, che la vendita per le deposizioni del Beggiato e del Giuriati delle quattro borse "Mosbach-Gruber" era avvenuta proprio il 10 dicembre 1969 ed aveva avuto precisamente ad oggetto quattro modelli 2131 di similpelle "Peraso" nera e "City" marrone.

 

 

La tardività di queste risultanze, rispetto alla data degli avvenimenti cui esse si riferivano, consigliava al Giudice Istruttore di compiere approfonditi accertamenti presso la Questura di Padova, che, secondo la testimonianza del Giuriati e della sua commessa, sembrava essere stata tempestivamente messa al corrente dell'acquisto sospetto.

 

 

Si apprendeva così che l'Autorità padovana di P.S., effettivamente informata di tale acquisto e del colore delle borse (una nera e tre marrone) dal titolare della valigeria "Al Duomo" nei giorni immediatamente successivi a quello della strage di Milano, ne aveva a sua volta messo sollecitamente a conoscenza la Questura di Milano e l'Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni.

 

 

Il 14 settembre 1972 la Galeazzo veniva invitata a procedere alla eventuale ricognizione del giovane cui aveva venduto le borse ed, a tal uopo, le veniva presentato Franco Freda, da lei già riconosciuto in fotografia come si è già detto, insieme ad altre persone con l'osservanza delle formalità prescritte dall'art.360 C.P.P.

 

 

Per due volte la commessa indicava in due persone diverse dal Freda quella da riconoscere. Pertanto l'esperimento di ricognizione dava esito nettamente negativo.

 

 

Rimaneva da accertare la causa per la quale l'Autorità di Pubblica Sicurezza, benchè informata a Padova, a Milano ed a Roma della vendita di quelle borse nella valigeria "Al Duomo" e delle relative circostanze, non ne avesse mai reso edotto il Magistrato.

 

 

Venivano, perciò, chiesti in visione dal Giudice Istruttore alla Questura di Milano i documenti di ufficio relativi agli attentati del 12 dicembre 1969; e fra gli altri si acquisivano, perchè ritenuti particolarmente interessanti, i seguenti:

 

1) lettera in data 3 febbraio 1970 con la quale la Questura di Padova, facendo seguito a precedente teleradio, aveva ribadito a quella di Milano le notizie avute dalla valigeria del Giuriati;

 

2) un "appunto riservato", recante la data del 14 dicembre 1969, nel quale leggevasi, tra l'altro, con riferimento alla borsa lasciata con l'ordigno inesploso presso la Banca Commerciale: "Sempre sul fondo , veniva trovato.. anche una bustina di plastica destinata, probabilmente, alla custodia delle chiavi della borsa, la quale, perfettamente nuova, recava ancora, attaccato alla maniglia, il laccio che di solito assicura il cartellino del prezzo" (questo laccio era poi scomparso);

 

3) una "riservata-personale" datata 19 giugno 1970 con la quale la Divisione A.A.R.R. (Affari Riservati) della Direzione Generale di P.S. aveva comunicato alle Questure di Roma e Milano di avere inviato in Germania alcuni frammenti di borsa repertati sul luogo delle esplosioni di Roma, per farli esaminare dai tecnici della ditta Mosbach-Gruber, e di aver ricevuto la risposta che trattavasi di frammenti di pelle sintetica, originariamente marrone e coperta di un sottile strato di fuliggine nera, corrispondente in ogni particolare alla "pelle artificiale City" .

 

 

Quest'ultima lettera trovava esatto riscontro in una specifica documentazione rinvenuta poi, in seguito alla esecuzione di un ordine di esibizione emesso dal Magistrato Istruttore, presso la Divisione Affari Riservati di P.S. e, precisamente, nella corrispondenza intercorsa con le Autorità tedesche nonchè nei due frammenti di borsa chiusi in una busta e restituiti dalla Germania dopo l'esame tecnico.

 

 

Tali frammenti risultavano, in base alla suddetta corrispondenza, raccolti presso la Banca Nazionale del Lavoro di Roma.

 

 

A questo punto le borse acquistate a Padova apparivano legate da molteplici elementi agli attentati del 12 dicembre 1969: la data dell'acquisto, la marca Mosbach-Gruber, l'atteggiamento del giovane acquirente (che non si era interessato - come risulta dalle deposizioni dei commessi - minimamente dell'aspetto delle borse ma solo dell'inesistenza di scomparti interni), il colore ed il modello delle borse (erano certamente "2131 Peraso" nera quella collocata nella Banca Commerciale e "2131 City" marrone quella deposta presso l'Altare della Patria-lato Museo, secondo le risultanze tecniche dell'istruttoria "Valpreda", "2131 City" marrone quella lasciata nella Banca Nazionale del Lavoro secondo gli accertamenti fatti eseguire in Germania dalla Polizia; ad esse facevano riscontro una "2131 Peraso" nera e tre"2131 City" marrone vendute dalla valigeria "Al Duomo”.

 

 

Particolare attenzione si poneva al laccetto che reggeva il cartellino con l'indicazione del prezzo, in quanto il titolare della valigeria "Al Duomo" aveva fatto presente che di solito esso non veniva staccato al momento dell'acquisto e, come si ricava dallo "appunto riservato" di P.S. del quale si è detto, la borsa "nuovissima" rinvenuta con l'ordigno nella Banca Commerciale recava ancora "il laccio che di solito assicura il cartellino del prezzo".

 

 

Da una indagine specifica, eseguita a mezzo del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano, si accertava che, fra tutti i trentatrè negozi i quali in Italia avevano ricevuto nel 1969 borse di marca Mosbach-Gruber, solo tre avevano trattato entrambi i tipi (2131 Peraso nera e 2131 City marrone) usati negli attentati del 12 dicembre 1969: le ditte "Biagini" di Milano, "Protto"di Cuneo ed "Al Duomo" di Padova.

 

 

Solo quest'ultima, però, adoperava il sistema del “laccio" legato al manico per tenere il cartellino col prezzo dell'articolo. Le altre due ditte, come era possibile stabilire in base alle dichiarazioni dei rispettivi titolari, impiegavano mezzi diversi: Biagini un filo di cotone all'interno della borsa e Protto un bollino autoadesivo.

 

 

Si concludeva, quindi, che solo la suddetta valigeria padovana aveva potuto vendere la borsa deposta nella Banca Commerciale e quindi, presumibilmente, anche altre delle borse usate dagli attentatori.

 

 

Intanto le risultanze acquisite nel corso delle investigazioni svolte sulle borse di Padova avevano fatto ravvisare ai Magistrati inquirenti negligenze ed omissioni nella condotta di vari funzionari di P.S.

 

 

Veniva, cosi, promossa l'azione penale a carico di Elvio Catenacci in ordine al delitto previsto dagli artt.61 n.9-351 C.P. per avere questi trattenuto presso la Divisione Affari Riservati del Ministero dell’Interno, al tempo da lui diretta, due frammenti di vilpelle sequestrati nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro di Roma il 12 dicembre 1969 ed una fattura della ditta Mosbach-Gruber sequestrata presso la valigeria" Al Duomo” di Padova, sottraendoli al relativo procedimento penale. Venivano, altresì, incriminati i corrispettivicapi degli Uffici Politici delle Questure di Roma e di Milano: Bonaventura Provenza ed Antonino Allegra.

 

 

Al primo si faceva carico, con la contestazione del delitto previsto dagli artt.361-363 C.P., di aver omesso di riferire alla Magistratura tutte le circostanze relative alle indagini sulle borse adoperate negli attentati del 12 dicembre 1969 e quelle relative agli accertamenti tecnici eseguiti in Germania,di cui era a conoscenza; al secondo si addebitava analoga omissione, inquadrandola nello schema delittuoso tracciato dall'art.328 C.P., nonchè la violazione della norma contenuta nell'art.335 C.P. per avere colposamente disperso il laccetto legato al manico della borsa che conteneva l'ordigno collocato nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, pur avendone l'obbligo di custodia quale Ufficiale di polizia giudiziaria.

 

(continua al capitolo X Parte Seconda)