IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE SECONDA CAPITOLO VIII

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Le giustificazioni di Franco Freda

 

 

Franco Freda, dopo aver assunto un atteggiamento di reticenza in ordine all'acquisto dei timers, si decideva, poi, di fronte ai molteplici e precisi elementi che ne dimostravano l'avvenuto acquisto da parte sua, a fornìre al riguardo le seguenti spiegazioni.

 

 

Da circa una decina di anni egli si era occupato della questione ebraica,"in particolare del genocidio compiuto dagli Ebrei in danno degli Arabi in Palestina"; e nel marzo 1969, durante una conferenza da lui organizzata a Padova nella Sala della Gran Guardia sui problemi palestinesi, era entrato in contatto con alcuni elementi arabi, i quali gli avevano chiesto di instaurare con loro "dei rapporti di collaborazione su un piano globale".

 

 

Dopo qualche tempo era stato avvicinato da un arabo del Servizio Segreto algerino e da questi incaricato specificamente di trovare degli interruttori a tempo". Egli, avendo l'arabo fornito solo indicazioni generiche sul meccanismo che gli serviva, si era rivolto per ottenere più precisi riferimenti tecnici all'elettricista Tullio Fabris; e, con la consulenza di costui, aveva scelto il tipo di interruttore presso la ditta R.I.C.A. di Padova, acquistandone poi un certo quantitativo dalla ditta Elettrocontrolli di Bologna.

 

 

La consegna degli interruttori all'arabo, un uomo sulla trentina qualificatosi per capitano Hamid e caratterizzato da una cicatrice sul viso, era avvenuta in più riprese: una prima volta gliene aveva dato solo cinque nel periodo giugno-luglio1969 e poi una cinquantina (certamente prima del 12.12.1969) incontrandolo in casa della signora Maria De Portada ed in presenza della stessa, la quale, poichè parlava correntemente la lingua francese, aveva fatto da interprete.

 

 

Dal capitano Hamid egli si era fatto rimborsare solo le spese dell'acquisto, senza preoccuparsi di trarne un qualsiasi guadagno economico. Era perfettamente consapevole che quei timers sarebbero stati impiegati in operazioni belliche.

 

 

Negava di aver consegnato o fatto vedere gli interruttori a Giovanni Ventura.

 

 

Circa i suoi orientamenti ideologici, premesso di avere militato nelle file del M.S.I. e di essersi mantenuto in contatto con gli ambienti di tale partito anche dopo esserne uscito, si riportava sostanzialmente al contenuto della sua opera dal titolo “La disintegrazione del sistema”, nella quale era stata da lui "enunciata" una concezione di Stato aristocratico, inteso come momento di tensione spirituale dell’uomo sul modello platonico, in opposizione agli schemi materialistici del capitalismo e del marxismo.

 

 

Precisava che egli, pur valutando positivamente la distruzione del sistema"borghese", aveva inteso mantenersi nei limiti dello studioso del fenomeno statuale da un punto di vista esclusivamente dottrinario, senza sconfinare sul piano operativo ed incitare ad attentati terroristici o comunque all'uso concreto della violenza.

 

 

Gli stessi intendimenti avevano animato gli incontri di studio da lui realizzati fino al 1967 con altre sei o sette persone costituenti il cosiddetto"Gruppo di AR”, il quale non aveva intenti di proselitismo, ma solo quello di“riconoscere i principi senza tentare di calarli nella realtà” secondo il motto orientale “non combattere contro le tenebre ma accendi la lanterna.”

 

 

Si trattava di princìpi i quali si riferivano alla ricerca del significato metastorico che fascismo e nazismo potevano rappresentare.

 

 

Questo gruppo si era sciolto nel 1967 ed egli, in epoca successiva, aveva lasciato le “edizioni di AR” per pubblicare, quale imprenditore individuale unico responsabile, opere riflettenti la sua personale visione dello Stato aristocratico.

 

 

Respingeva le accuse formulate a suo carico dal Ventura e dal Pan, proclamandosi estraneo all'attività sovversiva e terroristica addebitatagli.

 

 

Ripeteva più volte che, comunque, anche se fossero state vere le accuse mossegli da alcuni dei coimputati, sarebbe stato possibile considerarlo solo un “testimone reticente".

 

 

Contestava le intercettazioni effettuate dalla Polizia sul suo apparecchio telefonico dichiarando di non riconoscere le voci registrate o facendo presente che, essendo ben consapevole di avere il telefono sotto controllo, si era spesso divertito a comunicare telefonicamente con amici inventando cose e rapporti inesistenti.

 

 

Ammetteva di aver conosciuto Guido Giannettini, col quale aveva stretto, anzi, rapporti di amicizia.

 

 

Ammetteva anche di conoscere Guido Paglia e Stefano Delle Chiaie. Con quest'ultimo si era visto l'ultima volta a Roma nel 1964 o 1965.

 

 

La testimone indicata dal Freda, Maria De Portada, veniva sentita dal Giudice Istruttore e confermava la versione della consegna degli interruttori all'arabo, ma con le diversità di dettagli che saranno in appresso analizzate.

 

(continua al capitolo IX Parte Seconda)