IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE SECONDA CAPITOLO VII

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Gli sviluppi della linea difensiva di Giovanni Ventura. Il mandato di cattura per Guido Giannettini.

 

 

Sin dai primi interrogatori resi davanti al Giudice Istruttore del Tribunale di Milano, Giovanni Ventura manifestava chiaramente la sua intenzione di difendersi dissociando la sua posizione da quella di Franco Freda e convogliando su quest'ultimo elementi di accusa sempre più gravi.

 

 

Egli, premesso che, pur nella vicinanza ideologica dei primi rapporti politici avuti con il Freda nel 1967, si era sempre mantenuto coerente alla sua educazione familiare cattolica mentre l'altro era "in una posizione nazista", addebitava al suo amico: frequenti contatti con gruppi neofascisti extraparlamentari, valutazioni positive degli attentati indipendentemente dalle matrici politiche che li ispiravano, l'avere assunto l'uso della violenza come metodo di battaglia politica teorizzandone l'impiego nel suo opuscolo "La disintegrazione del sistema".

 

 

Riferiva anche che il Freda, dopo gli attentati ai treni dell'otto-nove agosto 1969, gli aveva detto esplicitamente di conoscerne gli organizzatori nonchè gli esecutori e precedentemente, circa sette o dieci giorni dopo il 18 aprile 1969 (data della riunione di Padova cui si è sopra accennato trattando delle rivelazioni del Pozzan), gli aveva fatto specifiche ed importanti confidenze circa contatti da lui avuti con due persone venute appositamente da Roma ed appartenenti al movimento di estrema destra "Avanguardia Nazionale".

 

 

Quello del 18 aprile 1969 era stato un incontro che – secondo tali confidenze – aveva condotto allo stabilirsi di un rapporto politico operativo.

 

 

Esso era stato seguito da altri contatti dello stesso genere a Roma. Il Freda gli si era dichiarato, inoltre, autore del "libretto rosso" dal titolo "La Giustizia è come il timone: dove la si gira, va"; e gliene aveva fatto vedere il testo su fogli dattiloscritti: proprio quei fogli che poi vide anche Guido Lorenzon.

 

 

Quanto agli addebiti mossigli, il Ventura negava di essere il proprietario delle armi rinvenute nella soffitta del Marchesin, sostenendo che egli le aveva detenute (prima in una sua casa a Borgo Pieve, poi in un suo appartamento sito in Via Manin di Treviso) e successivamente consegnate in custodia a Pan per conto di Franco Comacchio; il quale ne era l'unico proprietario. Negava di aver mai detenuto esplosivo.

 

 

Negava, infine, di avere concepito od attuato, in concorso col Freda od altri, disegni eversivi o comunque progetti penalmente illeciti. Egli, anzi, aveva spiato le mosse del Freda e del suo gruppo, fingendo di condividerne le idee e l'impostazione programmatica, per incarico di un personaggio avente un ruolo diplomatico nell'ambasciata rumena. Questo personaggio, in cambio delle sue informazioni, gliene aveva fornito altre, utilizzabili a scopi editoriali, con i rapporti informativi che erano stati poi rinvenuti nella cassetta di sicurezza sequestrata a Montebelluna.

 

 

Circa gli attentati della notte 8-9 agosto e del 12 dicembre 1969 prospettava due rispettivi alibi.

 

 

La sera dell'8 agosto egli si era trattenuto a cenare con amici, fra i quali tali Trapani, Giannola, Gaetano Testa e Nino Massari, in un ristorante romano sino a tarda ora (forse anche oltre la mezzanotte) ed era rimasto a Roma per alcuni giorni dopo. Non poteva quindi aver collocato gli ordigni scoppiati o rinvenuti inesplosi sui treni.

 

 

Il 12 dicembre era arrivato a Roma in treno dopo le 17 con partenza da Padova verso mezzogiorno in quanto suo fratello Luigi, dimorante nella Capitale per ragioni di studio, era stato colto da una crisi di tipo epilettico nella pensione ove era alloggiato rendendo, così, necessario ed urgente, ad avviso del medico curante dr.Ferlini, l'intervento di qualche familiare.

 

 

A Roma il pomeriggio del 12 dicembre si era recato nello studio dell’avv.Diego Giannola, nella sede della casa editrice Lerici ove si era incontrato con tali Tomba e Sestili; infine aveva trascorso la serata in casa del suo amico Nino Massari che lo aveva ospitato anche per la notte.

 

 

Relativamente alle accuse contro di lui formulate dal Lorenzon, il Ventura spiegava di aver più volte parlato con quest'ultimo degli attentati e dei loro risvolti politici; era, quindi, possibile che il suddetto Lorenzon avesse male interpretato quelle che erano solo astratte considerazioni politiche e si fosse convinto di aver sentito l'amico parlare di fatti concreti da lui compiuti.

 

 

Con l'interrogatorio del 17 marzo 1973 Giovanni Ventura, pur senza deviare dal binario che le sue battute introduttive avevano tracciato, cominciava a spingere le sue formulazioni accusatorie nei confronti del Freda non solo con una maggiore specificazione di circostanze, ma anche fino all'ammissione di fatti obiettivamente idonei a compromettere sè stesso.

 

 

Ritornava egli a parlare dell'ormai nota riunione di Padova del 18 aprile 1969 per dire che egli, benchè invitato dal Freda, non aveva voluto parteciparvi per non correre rischi essendo ben consapevole che in essa si sarebbero poste le fondamenta di una sistematica attività eversiva da realizzare nel territorio nazionale.

 

 

In questi termini egli rievocava quanto in proposito aveva poi appreso dal Freda:

 

Il riferimento fatto a quest'ultimo dal Pozzan, fedele seguace di Franco Freda, probabilmente era solo l'effetto di un artificioso suggerimento del Freda stesso "al fine di assicurarsi una certa protezione da parte del M.S.I. che voleva scaricarlo”.

 

Riprendendo poi il discorso sui “rapporti informativi”, dichiarava che già nel 1967 un giornalista, di cui non poteva fare il nome, redattore di un periodico italiano, gli aveva chiesto informazioni sui movimenti di destra e gli aveva presentato successivamente, nel gennaio 1969 un amico rumeno. Il giornalista italiano e l'amico rumeno appartenevano allo stesso gruppo, orientato verso la concezione politica di una “grande Europa” da inserire come terza forza fra i due blocchi russo ed americano.

 

Con costoro egli aveva instaurato relazioni di continua collaborazione informativa, nel senso che le notizie da lui fornite sugli ambienti politici ed economici dell'estrema destra venivano scambiate coi rapporti informativi fornitigli dai due. Si era, così, rimesso in contatto, a scopo spionistico, con l'ambiente di Freda da lui abbandonato dopo la sua conversione al marxismo.

 

Inoltre, per rendere più credibile ai neofascisti il suo riaccostamento a loro, aveva fatto presente all'italiano ed al rumeno la necessità di una sua compromissione, sia pure limitata, sul piano operativo; ed i due si erano impegnati a garantirlo con una copertura politica, purchè gli episodi di compromissione avvenissero solo in casi di interesse particolare e con la loro preventiva autorizzazione.

 

Confessava di essere rimasto coinvolto, attuando la suddetta compromissione autorizzata, nella collocazione di due ordigni esplosivi nel maggio e nel luglio 1969 rispettivamente a Torino e Milano.

 

Infatti il 10 maggio 1969, ricevuto in consegna dal Freda uno degli ordigni ora indicati, lo aveva portato con sé a Torino e consegnato la sera successiva ad uno sconosciuto; il quale aveva il compito di collocarlo, come precedentemente convenuto col Freda stesso, nel locale Palazzo di Giustizia. L'ordigno non era poi esploso; ed il Ventura lo riconosceva in quello rinvenuto, in epoca successiva, al terzo piano del suindicato Palazzo di Giustizia ed esibitogli in visione, durante l'interrogatorio, dal Giudice Istruttore.

 

Quanto all'episodio di Milano, il Freda nel luglio dello stesso anno gli aveva detto che sarebbe arrivato a Padova da Roma un emissario di Stefano Delle Chiaie per incontrarsi con lui. L' incontro era stato in un secondo tempo spostato da Padova a Milano per la notte dal 23 al 24 luglio; e così il Ventura ed il Freda, partiti insieme da Padova quella stessa notte alle ore due e giunti nel capoluogo lombardo alle quattro e trenta, si erano incontrati alla stazione col romano; il quale, manifestando diffidenza per il Ventura, aveva cercato di appartarsi col Freda in certe fasi del discorso.

 

Comunque il Ventura, in base a quello che aveva sentito direttamente dal romano ed a ciò che poi gli ebbe a riferire il Freda, apprese che lo sconosciuto era venuto a collocare un ordigno esplosivo quella mattina stessa a Milano con un nuovo congegno ad orologeria, dato l'insuccesso dei temporizzatori usati in vari altri ordigni, precedentemente collocati dall'organizzazione. Si era stabilito di utilizzare all'uopo orologi di tipo economico normalmente in vendita nei supermercati e di fare, così, una prova, prima degli attentati da compiere nel ferragosto successivo su vari convogli ferroviari fra Milano, Venezia e Roma (l'attuazione di tale progetto criminoso era stato poi anticipato all'otto agosto per traumatizzare i traffici prima di Ferragosto).

 

Trattavasi di un'ampia programmazione terroristica da attuare (soprattutto come sviluppo della “seconda linea" sulla base degli accordi padovani e con progressiva intensificazione voluta specialmente da Stefano Delle Chiaie.

 

Il romano ed il Freda si erano, inoltre, attardati a discutere di questioni tecniche da risolvere in ordine alla confezione degli ordigni, come il problema di reperire contenitori rettangolari per sistemarvi le saponette di tritolo, detenute dalla organizzazione in quantità rilevante ("come biscottini") e certamente maggiore dell'esplosivo di tipo gelatinoso.

 

 

 

Circa la direzione ed il finanziamento di queste operazioni, il Ventura riferiva:

 

 

"Freda in queste occasioni era un interlocutore che riceveva potlzie ed in qualche modo riceveva direttive. Il centro propulsore certamente non era lui... Il finanziamento veniva da tre punti. Uno di questi punti era Freda, da cui il discorso di Lorenzon che io ho finanziato e poi organizzato. Un altro centro era "Ordine nuovo" ed un altro ancora "Avanguardia Nazionale" o meglio polimorfismo finanziario da dove Stefano Delle Chiaie rimediava i quattrini”.

 

 

Dopo l'incontro col romano, il Ventura si era recato in aereo a Roma ed, al suo ritorno nel Nord Italia, aveva fatto presente al Freda, facendogli vedere due quotidiani del 25 luglio 1969, che non si parlava di attentati al Palazzo di Giustizia di Milano (in realtà l'ordigno collocatovi dal romano era stato rinvenuto inesploso dalla Polizia).

 

 

Allo stesso Freda, dopo gli attentati ai treni, aveva chiesto spiegazioni sia sul maggior numero di bombe collocate (dieci invece di tre) sia sui posti ove le stesse erano state depositate (si era parlato di collocarle nelle toilettes durante l'incontro notturno di Milano ed, invece, parecchie erano scoppiate anche nell'interno degli scompartimenti provocando il ferimento di vari passeggeri).

 

 

Freda non gli aveva dato in proposito spiegazioni soddisfacenti; anzi,nonostante lo stesso Ventura ed il Pozzan si fossero sforzati a dissuaderlo dal proseguire in quella direzione ed avessero manifestato la loro disapprovazione per quegli sviluppi terroristici con spargimento di sangue, si era dichiarato deciso ad aderire al programma di violenza progressiva tracciato da Stefano Delle Chiaie dicendo fra l'altro: "Io ho assunto, voi sapete, degli impegni con questi di Roma e anzi a Roma ho visto e incontrato (e fece riferimento all'ultimo viaggio che probabilmente, ma non ne sono sicuro, è quello dell' 8 agosto) un amico di Delle Chiaie (e fece il nome di Paglia). Questi uomini intendono portare avanti questa linea. Io sono d'accordo con loro; questa posizione, questa linea non viene invertita".

 

 

Su questa linea, a dire del Freda, vi era la previsione di colpire centri nevralgici in luoghi chiusi con effetti di particolare intensità senza alcuna preoccupazione per la salvaguardia della vita umana.

 

 

La collocazione degli ordigni negli scompartimenti ferroviari - secondo quel che il Delle Chiaie aveva fatto sapere al Freda – non era stato un errore, ma un atto deliberato e destinato ad essere seguito da altri di maggiore gravità con utilizzazione di ordigni più potenti.

 

 

Aggiungeva il Ventura che agli attentati ai treni, costati complessivamente £.100.000 per la preparazione e £.100.000 per la collocazione delle bombe, avevano materialmente partecipato a Roma e Venezia quattro persone ingaggiate da Claudio Orsi, il quale a sua volta faceva capo al Freda.

 

 

Proseguiva Giovanni Ventura nelle sue dichiarazioni facendo presente che, valutata la piega assai pericolosa degli avvenimenti, ne aveva informato l'amico italiano e quello rumeno; i quali conseguentemente gli avevano vietato ogni ulteriore compromissione in attentati col gruppo Freda.

 

 

Egli aveva continuato, tuttavia, le sue funzioni di osservatore "ad un livello assolutamente disimpegnato", tenendosi ad una certa distanza e seguendo, cioè, "come da un cannocchiale capovolto" l'attività di Freda.

 

 

Nello studio di quest'ultimo aveva poi avuto occasione di vedere un timer e glielo aveva sottratto per mostrarlo in seguito all'amico Lorenzon ed all'elettrotecnico Comacchio; al quale ultimo lo aveva consegnato chiedendogli di studiarne il funzionamento.

 

 

Quanto alle armi sequestrate nella soffitta del Marchesin, il Ventura si decideva a confessare che, almeno in parte, esse erano sue ed in parte del Comacchio.

 

 

Circa l'eventuale partecipazione di Franco Freda agli attentati del 12 dicembre 1969, egli si diceva non in grado di fornire utili elementi di scienza diretta.

 

 

Aveva saputo da Pozzan che il Delle Chiaie voleva sostenere, nel processo a carico di Pietro Valpreda ed altri, l'alibi di Mario Merlino.

 

 

Aveva sentito il Freda dire, a proposito della strage, che si era trattato di un errore tecnico senza mai chiarire questo suo giudizio.

 

 

"Il discorso - testualmente riferiva il Ventura - però non è quello che feci a Guido Lorenzon, tornando a Roma, che questo fatto doveva essere avvenuto per errore. Il discorso dell'errore riguardava l'orario di esplosione della bomba. Per quel che ne sapevo io, infatti, le banche chiudevano alle quattro e quindi era incredibile che questa banca di Milano chiudesse alla quattro e mezza”.

 

 

Il riferimento fatto dal Ventura al nominativo di Paglia, quale portavoce di Stefano Delle Chiaie nell'elaborazione della strategia terroristica, conduceva ad indagare su costui, che veniva identificato per il giornalista Guido Paglia.

 

 

Nel quadro di queste indagini veniva acquisito il fascicolo relativo al rinvenimento, avvenuto il 10 gennaio 1970 a Roma, di un portatessera smarrito contenente documenti intestati proprio al suddetto Guido Paglia ed alcuni foglietti di appunti.

 

 

Uno di questi foglietti conteneva un elenco di numeri telefonici e di nomi appartenenti a giovani del noto circolo anarchico "22 marzo", scritto con grafia simile a quella di Mario Merlino e da questi più tardi riconosciuta come sua. Un altro foglietto conteneva l'annotazione di un certo quantitativo di saponette di tritolo.

 

 

Il Paglia, incriminato, unitamente al Merlino, per il delitto previsto dall'art.270 III comma C.P. ed interrogato, negava che i due suddetti fogli appartenessero a lui; negava anche di aver avuto rapporti con Franco Freda; ed, in epoca successiva, raccolte delle voci secondo le quali Giovanni Ventura aveva nei suoi interrogatori fatto riferimento ad un "giornalista romano di nome Guido" ponendolo in relazione con l'attività terroristica veneta, nel timore di essere coinvolto nella vicenda si affrettava a riferire ai suoi colleghi giornalisti Gianluigi Melega e Roberto Chiodi che il “Guido" in questione non era lui, bensì "Guido Giannettini".

 

 

Questo nominativo fatto dal Paglia era già noto all'Ufficio Politico della Questura di Roma come quello di un elemento di estrema destra, giornalista di professione. Il suo nome era stato trovato scritto su un'agenda del 1969 sequestrata il 10.1.1973 in casa di Luigi Ventura, fratello di Giovanni; e come amico di quest'ultimo, al quale apparteneva la suddetta agenda, lo aveva indicato Guido Lorenzon in una delle sue deposizioni rese al Magistrato Istruttore di Treviso.

 

 

Il 15 maggio 1973 veniva eseguita una perquisizione nel domicilio romano del Giannettini ed i suoi pregressi contatti con il Ventura emergevano con la scoperta delle seguenti cose:

 

1) carte dattiloscritte con gli stessi caratteri meccanici della macchina che era servita per scrivere i "rapporti informativi" rinvenuti nella cassetta di sicurezza di Montebelluna;

2) timbri identici a quelli apposti sui rapporti medesimi;

3) scritture di pugno del Giannettini la cui grafia appariva identica a quella con la quale alcuni dei rapporti, ora menzionati, erano stati corretti;

4) vari numeri del settimanale "Lo Specchio” ove trovavasi riprodotto il contenuto di tali rapporti informativi in articoli a firma "Adriano Corso" pseudonimo del Giannettini stesso.

 

 

 

Dopo l'acquisizione degli elementi fin qui indicati, Giovanni Ventura, sottoposto ad interrogatorio il 24 successivo, ammetteva che Guido Giannettini era l'autore dei "rapporti informativi" nonchè "il giornalista italiano" che gli aveva presentato "l'amico rumeno". Precisava, altresì, sia pure dopo qualche esitazione, che il Giannettini faceva il "consulente” per due organismi statali: lo Stato Maggiore della Difesa ed il S.I.D. (Servizio Informazioni Difesa). Indi forniva sull'argomento analitici ragguagli che venivano così testualmente verbalizzati:

 

“Il Giannettini forniva informazioni al S.I.D. nell'ambito di un rapporto organico. Rapporti più stretti egli aveva poi con il Capo di Stato Maggiore della Difesa Esercito.

 

Domanda: chi era?

 

Risposta dopo lunga esitazione: il generale Aloia.

 

Domanda: che tipo di informazioni le forniva Giannettini?

 

Risposta: avevo un interesse editoriale e personale per avere notizie di politica internazionale relative agli aspetti meno appariscenti, ma più veri, dei fenomeni che determinano la politica internazionale. Il riferimento era soprattutto relativo alle operazioni del "partito americano" in Italia; le notizie fornitemi dal Giannettini in parte sono riportate sul libro "Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento". Faccio presente che Giannettini ebbe rapporti solamente con le parti e gli organismi dello Stato di cui ho fatto menzione che difendevano le istituzioni. A tal proposito è necessario accennare alla contrapposizione di concezioni, impostazioni e vedute sui ruoli istituzionali e funzionali delle Forze Armate, interpretati e rappresentati dagli ambienti militari che facevano capo al Generale Aloia, e dai contrapposti ambienti che facevano capo al generale De Lorenzo. Il dissidio e la disparità di vedute tra questi due settori interni agli organismi di difesa dello Stato, riguardava proprio il delicato nucleo di interessi istituzionali proprio della Repuoblica democratica, che, se per l'uno ambiente (Aloia) doveva essere garantito e protetto sul piano costituzionale, per l'altro ambiente (De Lorenzo) era l'occasione per ipotesi e pratiche volte a modificare l’assetto istituzìonale della Repubblica.

Giannettini si interessava ed operava per lo sganciamento delle posizioni italiane dalle cristallizzazioni di cui agli accordi sul Mercato Comune e la NATO, in altri temini un atteggiamento molto vicino a quello della sinistra gaullista.

 

G.I.: Posto che fu il Giannettini ad avvicinarla e non lei a cercare il Giannettini, quale tipo di informazione il medesimo desiderava che lei gli fornisse?

 

Ventura, dopo esitazione: ottenne da me una serie di indicazioni su richiesta degli Organismi per cui lavorava e di cui ho detto prima.

 

Domanda: che tipo di informazioni?

 

Risposta: sulla destra

 

G.I.: non mi pare che il Giannettini avesse bisogno di rivolgersi a lei per avere informazioni sulla destra.

 

Risposta: le informazioni riguardavano una parte precisa della destra.

 

Domanda: quali informazioni fornì al Giannettini in concreto?

 

Risposta: in sostanza tutte quelle informazioni che io ho poi dato a Lei nei vari interrogatori.

 

G.I.: in sostanza fornì, quindi, a Giannettini tutte quelle informazioni che nel corso dei precedenti interrogatori, lei mi ha detto di aver fornito al redattore italiano di una rivista ed al suo amico rumeno.

 

Risposta del Ventura: in buona sostanza sì.

 

Domanda: non era per caso il Giannettini la persona che le presentò il rumeno? Era il Giannettini che le dava i rapporti, che poi sono stati sequestrati nella sua cassetta di sicurezza?

 

Risposta del Ventura dopo lunghissima esitazione: era Giannettini.

 

A domanda del P.M.. risponde Ventura: il rumeno esiste effettivamente e mi è stato presentato dal Giannettini.

 

Domanda: era Giannettini che scriveva le veline ed i cosiddetti rapporti informativi segreti?

 

Ventura: era il Giannettini che li scriveva elaborando le informazioni del gruppo di informatori con cui era collegato. Non conosco altri informatori di Giannettini.

 

Domanda: a chi venivano date le veline?

 

Risposta del Ventura: il Giannettini le passava al S.I.D, è certissimo che le "Velìne furono sempre e tutte passate al S.I.D., oltre, naturalmente, a tutte le altre informazioni passate verbalmente. Lo so perchè me lo ha detto lo stesso Giannettini perchè mi risulta da altra fonte che in questo momento non voglio dire. Giannettini era in contatto anche con ambienti della sinistra gaullista francese ed una copia delle veline veniva consegnata anche a questo ambiente.

 

Domanda: di questo ambiente faceva parte Dominique De Roux?

 

Risposta: non lo so, bisogna chiederlo a Giannettini. Io so solo che Giannettini conosceva De Roux, tanto è vero che a quest’ultimo il Lorenzon fu presentato proprio da Giannettini.

 

D.R. E' probabile che io abbia incontrato Giannettini nel dicembre 1969,prima del 12. Certamente, comunque, l'ho incontrato nei giorni immediatamente successivi alla strage, una seconda volta, dopo che era stata eseguita la perquisizione a casa mia, o meglio, dopo che ero stato sentito dalla Polizia. La prima volta seppi dal Giannettini che il giorno 13 vi era stata una riunione al Ministero degli Interni nel corso della quale si era delineato un contrasto tra Vicari (Capo della Polizia) ed il ministro Restivo. Vicari aveva sostenuto che bisognava orientare le indagini a destra e Restivo voleva, per motivi strettamente politici, che la responsabilità degli attentati fosse attribuita al più presto ad un ambiente di sinistra. Ricordo in particolare che questa notizia mi colpì e mi nauseò per il fatto che sul sangue ancora caldo delle vittime si prendessero delle posizioni politiche così precise, aprioristiche e strumentali.

 

D.R. Quando dissi a Lorenzon che solo due persone potevano aver dato notizia sul mio conto, provocando la perquisizione, facevo riferimento al Giannettini ed al rumeno. Non sospettai mai di Freda, perchè alcuni fatti contestatimi non erano da questi conosciuti.

 

 

 

Giovanni Ventura concludeva la rievocazione dei suoi contatti col Giannettini dicendo che dei contatti medesimi, continuati da sua sorella Mariangela durante i periodi della sua carcerazione, era a conoscenza lo scrittore di sinistra Mario Quaranta; e che fotocopia di vari "rapporti' informativi" aveva consegnato nel luglio 1969 a Napoli al marxista- leninista Alberto Sartori.Quest’ultimo a sua volta li aveva passati anche al Quaranta oltre che all’Ambasciata albanese a Roma.

 

 

In seguito, contestatogli dal Giudice Istruttore durante uno dei suoi ultimi interrogatori, il 30 ottobre 1973, che Stefano Delle Chiaie era stato trovato dalla Polizia in casa Minetti a Roma la mattina del 19 aprile 1969 (per cui era improbabile che lo stesso avesse partecipato la notte precedente alla famosa riunione di Padova), rispondeva ribadendo di non essere stato presente a tale riunione e di aver riferito solo ciò che aveva appreso dal Freda. Aggiungeva che, evidentemente, invece di Delle Chiaie, si era recato a Padova quella notte un altro personaggio, il cui nome egli aveva "nell'orecchio" ma non riteneva opportuno dire.

 

 

Per quanto concerne, infine, l'imputazione del delitto previsto dagli artt.81 cpv. C.P. e 171 lett.a) legge 22.4. 1941 n.633 formulata nei suoi confronti in seguito a denunce della casa editrice Atanor, che lo aveva accusato della abusiva riproduzione di alcune opere di Iulius Evola (di esclusiva proprietà letteraria della stessa Atanor), il Ventura negava di aver commesso il fatto e lo attribuiva al Freda.

 

 

Sulle rivelazioni fatte da Giovanni Ventura, circa i suoi rapporti col giornalista Guido Giannettini, non si riusciva per il momento ad acquisire alcuna notizia da parte di quest'ultimo; il quale, irreperibile già all'epoca della perquisizione eseguita nel suo domicilio, risultava poi addirittura fuori del territorio nazionale.

 

 

Allo stesso Giannettini il 31 agosto 1973 il Giudice Istruttore del Tribunale di Milano inviava comunicazione giudiziaria, quale indiziato di concorso nell'associazione sovversiva e negli attentati terroristici ascritti al Freda ed al Ventura, contestualmente invitandolo a comparire dinanzi a sè il 19 settembre per rendere al riguardo ogni opportuno chiarimento. L'invito rimaneva senza effetto; e veniva seguito il 9 gennaio 1974 da mandato di cattura, per gli stessi reati, con lo stesso esito.

 

 

A fondamento di tale provvedimento coercitivo il Giudice Istruttore indicava, fra i principali indizi di colpevolezza:

 

a) l’essere risultato il Giannettini autore dei “rapporti informativi”;

 

b) l’aver accertato il competente Organo del Ministero dell’Interno che in realtà i rapporti medesimi non costituivano materia di effettiva e sincera collaborazione con i Servizi di Sicurezza dello Stato, bensì una artificiosa manipolazione di notizie giornalistiche diretta solo a strumentalizzare gruppi estremisti extraparlamentari;

 

c) l’essere rimasta la parte della “confessione” del Ventura relativa alla sua pretesa collaborazione informativa col S.I.D., tramite lo stesso Giannettini, priva di ogni riscontro ed anzi in contrasto con le acquisite risultanze istruttorie, sì da apparire in definitiva una vera e propria chiamata in correità.

 

(continua al capitolo VIII Parte Seconda)