IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE SECONDA CAPITOLO VI

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L’acquisto dei “timers” nelle testimonianze Fabris-Giannone-Gavotti. Rimessione del procedimento a Milano per competenza territoriale. La scarcerazione di Pino Rauti.

 

 

Traendo spunto dai riferimenti di Guido Lorenzon e Franco Comacchio al congegno meccanico a tempo (utilizzabile in ordigni esplosivi) fatto vedere al primo e consegnato al secondo da Giovanni Ventura, l'istruttoria di Treviso veniva in questa direzione approfondita; e si accertava, così, nel gennaio 1972, che Franco Freda aveva acquistato simili congegni in più riprese nel settembre del 1969.

 

 

Particolarmente interessante appariva la registrazione di due comunicazioni telefoniche partite dall'apparecchio di Franco Freda, posto a quell'epoca sotto il controllo della Polizia Giudiziaria come si è già accennato, rispettivamente il 18 ed il 19 settembre 1969.

 

 

Con la prima telefonata il Freda aveva chiesto notizie ad una impiegata della ditta "Elettrocontrolli" di Bologna circa l'arrivo di cinquanta"commutatori da 60 minuti in deviazione" da lui precedentemente ordinati ed aveva ricevuto la risposta che tale merce sarebbe pervenuta da un giorno all'altro.

 

 

Con la seconda egli aveva messo al corrente tal Tullio Fabris della risposta datagli dalla suddetta impiegata.

 

 

Veniva, quindi identificato, rintracciato e sentito dal Giudice Istruttore il suddetto Tullio Fabris, il quale, ammesso il colloquio telefonico sopra indicato, chiariva che, nella sua qualità di elettricista, aveva ricevuto qualche giorno prima della telefonata, da Franco Freda,la richiesta di procurargli degli interruttori o commutatori a tempo (noti anche come "timers") cioè dei congegni meccanici temporizzatori che, in posizione di carica, tenessero aperto un circuito elettrico ed, in posizione di riposo (ossia nel momento di esaurimento della carica a fine corsa), provocassero la chiusura del circuito medesimo.

 

 

Egli lo aveva accompagnato personalmente presso la ditta R.I.C.A. di Padova e presentato al commesso, il quale aveva fatto loro vedere un esemplare di interruttore. Si trattava di un oggetto delle dimensioni di un pacchetto di sigarette, di materiale plastico (bachilite), corredato da una manopola (per imprimere la carica) e da un quadrante (per graduare il tempo della carica stessa).

 

 

Il Freda aveva dato incarico al commesso di ritirare dalla ditta fornitrice, che era di Bologna, tramite la R.I.C.A. un certo quantitativo di interruttori ed aveva preso con sè, intanto, l'esemplare.

 

 

Proseguiva il Fabris dicendo di aver accompagnato qualche giorno dopo il Freda a Bologna presso la ditta fornitrice, denominata "Elettrocontrolli", ove il Freda stesso, non avendo trovato pronti i timers da lui desiderati, ne aveva lasciato un'ordinazione urgente all'impiegata addetta richiedendo il tipo da 60 minuti (periodo di tempo che indicava la durata massima della carica). Era poi tornato da solo a Bologna per prelevare i timers ordinati, i quali erano una cinquantina confezionati in una scatola, e li aveva consegnati al Freda o alla sua segretaria nel suo studio.

 

 

Il prezzo complessivamente pagato per tale acquisto (il Freda gli aveva dato anticipatamente £.100.000 dicendogli che gli interruttori servivano ad un suo amico di Treviso) era stato di £.80.000.

 

 

Un giorno, successivamente, mentre egli trovavasi nello studio del Freda per montare dei lampadari, gli era stato da questi presentato Giovanni Ventura e, durante lo svolgimento del suo lavoro, aveva avuto modo di sentire i due che parlavano dei commutatori acquistati.

 

 

Ad un certo momento il Freda ne aveva mostrato un esemplare al Ventura, il quale se lo era messo nella sua borsa.

 

 

Il Fabris precisava, inoltre, che, anche in epoca precedente all'agosto 1969, Franco Freda gli aveva spesso chiesto pareri tecnici sulla possibilità di fare accendere una resistenza nei termini seguenti:

 

 

"Mi parlò di interruttori che dovevano essere inseriti in un circuito alimentato da batteria e con un relè; mi parlò di un orologio a sveglia chiedendomi un parere per inserire nel meccanismo della soneria il contatto della resistenza...

Ricordo ancora che mi parlò di fiammiferi in relazione alle resistenze stesse. In definitiva a lui interessava che l'incandescenza della resistenza provocasse l'accensione dei fiammiferi. Alla mia curiosità rispondeva che un suo amico faceva degli esperimenti per far partire "missili". Questo me lo diceva in tono scherzoso. Ricordo che mi parlò anche di orologi: mi chiese se poteva crearsi un contatto a mezzo della lancetta dell'orologio...Questi discorsi che il Freda mi faceva si sono svolti in più riprese ed in un lasso di tempo di alcuni mesi.

Egli telefonava frequentemente a casa mia tanto che mia moglie era un po’ seccata per il tempo che mi faceva perdere... Diceva che aveva altre persone che poi costruivano questi circuiti. Ricordo ancora che nel settembre 1969 e cioè al tempo della ricerca dei commutatori, il Freda mi disse che doveva mettere il commutatore in una cassetta metallica ermeticamente chiusa e mi chiese se potevo trovargliene una.

Con le mani mi fece vedere le dimensioni della cassetta che gli serviva. Capii che gli occorreva una cassetta di dimensioni 20x20 (centimetri). lo lo indirizzai alla ditta UPIM dove avevo in precedenza acquistato una cassetta per riporre il denaro di forma rettangolare e delle dimensioni di cm. 25x10 circa. Mi rispose che non erano le misure idonee".

 

 

Con la testimonianza del Fabris si integrava, relativamente all'acquisto dei timers, quella di Emanuele Filiberto Giannone, contitolare della ditta R.I.C.A., il quale era in grado di ricordare le circostanze relative all'ordinazione ricevuta a Padova ed esibiva la relativa fattura datata 15.9.1969 della G.P.U. di Gavotti con sede in Milano, cioè della ditta che gli aveva fornito cinque interruttori a tempo da 120 minuti, completi di quadranti e manopole, di produzione Diehl.

 

 

Si trattava precisamente dei temporizzatori ordinati in un primo tempo alla ditta di Padova, con la consulenza del Fabris, prima che questi si recasse col Freda presso l'Elettrocontrolli di Bologna per acquistarne un'altra cinquantina da 60 minuti.

 

 

Precisava il Giannone che i cinque interruttori da 120 minuti erano stati poi ritirati da una persona presentatasi in negozio quale incaricato del Fabris.

 

 

L'indagine istruttoria veniva, poi, specificatamente orientata sui cinquanta timers da 60 minuti, data l'analogia di questo tipo di congegno con quello usato negli attentati di Roma e Milano del 12 dicembre 1969 secondo gli accertamenti peritali già effettuati nel processo contro Pietro Valpreda ed altri.

 

 

Veniva, così, sentito Paolo Gavotti, il quale, nella sua qualità di titolare dell'omonima ditta milanese distributrice dei timers prodotti dalla Iunghans Diehl di Venezia sul mercato italiano, confermava anzitutto di aver fornito alla "Elettrocontrolli" di Bologna il 18 settembre 1969 cinquanta timers da 60 minuti completi di targhe (o quadranti) su richiesta telefonica ed esibiva la relativa fattura nonchè la bolla di consegna.

 

 

Specificava che essi appartenevano al tipo "in deviazione" contrassegnato "ND" con targa recante la scritta 60/MA; e chiariva che gli altri due tipi in commercio erano "in apertura" ed "in chiusura" con contrassegno rispettivamente,"NA" ed"NC". Le targhe di complemento per i timers "in chiusura" recavano la scritta "MC" (accanto al numero indicante la durata della carica), mentre gli altri due tipi erano corredati entrambi da targhe con la scritta "MA".

 

 

I tre modelli di temporizzatori (detti anche "interruttori" o timers") corrispondevano a differenti modi di utilizzazione nel loro inserimento in un circuito elettrico:

 

1) quello "in apertura" consentiva, una volta caricato, di tenere chiuso il circuito per un periodo di tempo proporzionale

alla carica impressa e ne provocava l'apertura all'esaurimento della carica medesima;

 

2) quello "in chiusura" consentiva effetti opposti, perchè in posizione di carica manteneva aperto il circuito;

 

3) infine quello "in deviazione" consentiva tutte e due le utilizzazioni dei modelli già considerati potendo funzionare, a causa di un doppio collegamento in esso incorporato, sia in chiusura che in apertura.

 

 

 

Le acquisizioni probatorie sin qui esposte, l'accertato uso (per le risultanze tecniche del "processo Valpreda") di timers da 60 minuti della G.P.U. Gavotti nella strage del 12 dicembre 1969 ed il rifiuto opposto da Franco Freda di fornire qualsiasi chiarimento difensivo in attesa, come si è già accennato, dell'esito di una sua istanza di rimessione del procedimento ad altro ufficio per legittimo sospetto, inducevano il Giudice Istruttore del Tribunale di Treviso a ravvisare l'esistenza di indizi di colpevolezza a carico degli imputati Franco Freda, Giovanni Ventura e Giuseppe Rauti anche in ordine alla strage di Milano del 12 dicembre 1969 e ad ordinare la trasmissione degli atti al Procuratore della Repubblica di questa ultima città, su conforme richiesta del Pubblico Ministero, dichiarando contestualmente con sentenza del 21 marzo 1972 la propria incompetenza territoriale.

 

 

Solo i tre suddetti imputati venivano posti a disposizione del nuovo Giudice in stato di custodia preventiva, essendo stato concessa agli altri detenuti nelle more - tranne che al Balzarini latitante - la libertà provvisoria.

 

 

A Milano l'istruttoria proseguiva col rito formale e la imputazione di strage veniva contestata a Franco Freda e Giovanni Ventura con mandato di cattura del 28 agosto 1972.

 

 

Diverso provvedimento veniva invece emesso nei confronti dell'imputato Giuseppe Rauti, il quale, nel dichiarare la propria estraneità a tutte le delittuose operazioni contestategli, aveva tra l'altro precisato di non essere intervenuto ad alcuna riunione di carattere eversivo a Padova la sera o la notte del 18 aprile 1969 e di essere rimasto quel giorno a Roma, sino a tarda ora notturna, nella sede del quotidiano romano "Il Tempo", ove egli prestava la sua attività di giornalista.

 

 

Tale alibi veniva puntualmente avallato, con dovizia di particolari e di riscontri obiettivi documentali, dal direttore del suddetto quotidiano, Renato Angiolillo, nonchè dai giornalisti Giuseppe D'Avanzo, Marcello Lambertini, Marcello Lucini e Gianni Letta.

 

 

Pertanto il Giudice Istruttore del Tribunale di Milano, riconoscendo che era venuto meno in seguito alle suaccennate testimonianze ogni valore seriamente indiziario delle dichiarazioni accusatorie di Marco Pozzan, dichiarazioni del resto da questo ultimo ritrattate, su conforme richiesta del Pubblico Ministero con ordinanza del 24.4.1972 disponeva la scarcerazione del Rauti per mancanza di sufficienti indizi e, ritenendo comunque la sussistenza di motivi di sospetto a carico del medesimo, lo sottoponeva all'obbligo di dimorare nel Comune di Roma e di presentarsi una volta alla settimana al competente Ufficio di Pubblica Sicurezza.

 

 

Tale obbligo veniva poi a cessare quando il Rauti, presentata la sua candidatura nella lista del M.S.I. per le elezioni politiche del 1972 e proclamato fra gli eletti, assumeva la qualità di deputato al Parlamento Nazionale.

 

(continua al capitolo VII Parte Seconda)