IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE SECONDA CAPITOLO III

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Il deposito di armi e munizioni scoperto a Castelfranco Veneto. Restituzione del procedimento a Treviso. Le lettere agli ufficiali.

 

 

Il 5 novembre 1971, durante l'esecuzione di alcuni lavori di restauro nella soffitta della casa di abitazione appartenente a tal Pisanello Armando in Castelfranco Veneto, venivano ivi rinvenuti: cinque mitra di fabbricazione straniera, sette pistole "Beretta" cal.9, una pistola automatica Walther P.38 cal.9 Parabellum, sette caricatori per pistola automatica, venti caricatori per mitra e pistole mitragliatrici, quattro silenziatori, due canne smontate cal. 7,65 per pistola e più di mille cartucce per mitra e pistola.

 

 

Nello stesso posto, insieme alle armi, venivano notati vari arnesi destinati alla manutenzione di esse (barattolo con lubrificante, scovolini e pezzuole), nonchè un drappo nero recante al centro un fascio littorio di stoffa bianca.

 

 

Lo stesso giorno l'ingegnere trentatreenne Giancarlo Marchesin, che abitava in un appartamento del fabbricato ove erano state trovate le suddette armi, ammetteva dinanzi al Pretore di Castelfranco Veneto di essere stato lui ad occultarle in soffitta; e dichiarava di averle avute in consegna dal suo amico Franco Comacchio, il quale a sua volta le aveva ricevute da Giovanni Ventura e custodite in un primo tempo nell'abitazione della sua fidanzata Ida Zanon.

 

 

Precisava che le armi erano state poi trasportate in casa sua da lui e dal Comacchio, in quanto l'arresto del Ventura aveva fatto temere come probabile l'individuazione del luogo ove fino a quel momento esse si trovavano nascoste.

 

 

Subito dopo le rivelazioni sopra esposte il Pretore ordinava l'immediato arresto del Marchesin, che veniva posto a disposizione del Procuratore della Repubblica di Treviso.

 

 

Franco Comacchio, di anni trenta, sentito nei giorni immediatamente successivi da un Magistrato della suddetta Procura, confermava di avere affidato al Marchesin armi e munizioni, che aveva ricevuto nella tarda primavera del 1970 da Angelo Ventura e trasportato in un primo tempo, insieme a costui, da un precedente luogo di custodia sito in Rosà di Vicenza alla casa di abitazione della sua fidanzata Ida Zanon a Camposampiero ed, in un secondo tempo, a Castelfranco Veneto nel suo attuale domicilio coniugale.

 

 

Aggiungeva di essersi accorto, ispezionando insieme alla Zanon gli involucri contenenti le cose sopra indicate a Camposampiero, dell'esistenza, fra le armi, di una decina di candelotti di esplosivo; e di essersi affrettato a liberarsene occultandoli, sempre insieme alla Zanon, nell'incavo di una roccia in una zona quasi inaccessibile e disabitata del Comune di Crespano.

 

 

Dalla sua fidanzata (divenuta in seguito sua moglie) aveva poi appreso che ella si era liberata, a sua insaputa, di altri due involucri contenenti esplosivo, da lei trovati fra quelle armi e portati in una località dell'Asolano per ivi abbandonarli.

 

 

Riferiva, ancora, che dell'esigenza di nascondere in luoghi chiusi armi e munizioni aveva avuto modo di sentir parlare, oltre ad Angelo Ventura, anche il di lui fratello Giovanni, col quale egli aveva avuto rapporti di lavoro come rappresentante di case editrici delle quali il Giovanni stesso era agente, e l'avvocato padovano Franco Freda.

 

 

Precisava, altresì, che queste armi facevano parte degli strumenti di un'organizzazione sovversiva attraverso la quale i Ventura, il Freda ed altri intendevano apportare mutamenti radicali e violenti alla struttura del governo italiano.

 

 

In particolare dichiarava che, nel 1969, Giovanni Ventura gli aveva fatto la proposta (da lui non accettata) di collocare ordigni esplosivi nella toilette di prima classe di convogli ferroviari e gli aveva fatto vedere un congegno meccanico, poco più piccolo di un pacchetto di sigarette, da impiegare nei suddetti ordigni per regolarne il tempo di funzionamento.

 

 

Ricordava, inoltre, che, poco prima del 12 dicembre 1969, Angelo Ventura gli aveva confidato che tra poco sarebbe accaduto "qualcosa di grosso" ed, in particolare, una marcia di fascisti a Roma e "qualcosa che sarebbe avvenuto nelle banche".

 

 

Poi il pomeriggio del 12 dicembre 1969, verso le ore 17, lo stesso Angelo Ventura lo aveva invitato ad accompagnarlo a Padova dicendogli "che doveva farsi vedere là"; ed erano, quindi, andati insieme a fare un giro nel negozio padovano "Coin", proprio quando a Milano e a Roma si stavano verificando o si erano da poco verificate le esplosioni negli istituti bancari.

 

 

Analoghe dichiarazioni circa la provenienza delle armi e delle munizioni trovate nella soffitta del Marchesin rendeva Zanon Ida, all'epoca dei fatti fidanzata e poi moglie del Comacchio. Specificava che i barattoli di cui si era liberata, abbandonandoli all'insaputa del marito in una località dell'Asolano, contenevano bombe di piccole dimensioni. Il di lei marito Franco Comacchio ha precisato poi in dibattimento che si trattava di bombe a mano, da lui notate prima che la Zanon se ne disfacesse.

 

 

Sulla scorta delle indicazioni fornite dai coniugi Comacchio-Zanon i Carabinieri di Treviso riuscivano a trovare la sera del 7 novembre, nella fenditura di un grosso macigno in località S.Liberale di Fietta di Paderno del Grappa, i due involucri di esplosivo cui i coniugi medesimi si erano riferiti.

 

 

Trattavasi di complessive trentacinque cartucce (venti di colore marrone, avvolte in carta di giornale, e quindici di colore blu scuro, contenute in un sacchetto di polietilene) di esplosivo gelatinoso che, sottoposto sollecitamente a perizia, rivelava il suo avanzato stato di decomposizione e, quindi, la sua estrema pericolosità. Se ne disponeva, perciò, rapidamente la distruzione senza che si potessero prelevare campioni per conoscerne la natura.

 

 

Intanto, sempre sulla scorta dei ragguagli forniti agli inquirenti dal Comacchio, era possibile pervenire alla individuazione della casa dalla quale le armi e le munizioni erano state prelevate la prima volta, per essere trasportate nell'abitazione della Zanon, e, soprattutto, alla identificazione del precedente depositario delle stesse nella persona del ventitreenne Ruggero Pan.

 

 

Essendo quest'ultimo assente dalla sua residenza perché in servizio militare, si provvedeva ad eseguire una perquisizione nel domicilio del padre e della nonna materna Geremia Carolina.

 

 

Nell'appartamento di costei si rinveniva una pistola cal.22 mod.60, sprovvista della "culotta-otturatore'" ma munita di silenziatore.

 

 

Concessa la libertà provvisoria al Marchesin, il Procuratore della Repubblica trasmetteva, in data 11 novembre, gli atti urgenti di istruzione compiuti, dopo la scoperta del deposito di armi e munizioni in Castelfranco Veneto, alla Procura di Padova per connessione con il procedimento penale a carico di Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

 

A Padova il Giudice Istruttore sottoponeva ad interrogatorio il suddetto Ruggero Pan.

 

 

Questi ammetteva di aver consegnato nell'estate del 1970 una cassetta contenente armi al Comacchio, da lui conosciuto come dipendente del Ventura nella libreria di Treviso, ed alla fidanzata di costui. Spiegava di averla custodita fino a quel momento in quanto pregato di farlo nel dicembre 1969 da Giovanni Ventura, il quale gli aveva detto che essa conteneva alcune pistole, ricordo del suo genitore, e che non era per lui prudente continuare a tenerle presso di sè dopo le accuse formulate dal Lorenzon nei suoi confronti.

 

 

Chiariva che, evidentemente, la pistola rinvenuta dai Carabinieri nell'abitazione di sua nonna doveva appartenere anch'essa al suddetto Ventura. Con quest'ultimo egli aveva avuto rapporti precedentemente in quanto, oltre a frequentare per scopi culturali la sua libreria in Castelfranco Veneto quando era studente liceale nel 1968, gli aveva fatto poi da collaboratore, dietro compenso, fino al 5 dicembre 1969 nello "Studio bibliografico".

 

 

Aggiungeva di essere stato avvicinato qualche giorno prima ad Ascoli Piceno, ove svolgeva il servizio militare, in un primo tempo dai fratelli Angelo e Giovanni Ventura, poi da Franco Freda e Massimiliano Fachini; i quali tutti avevano cercato inutilmente di indurlo a dichiarare, se interrogato, che la cassetta in questione conteneva solo libri e non armi.

 

 

Acquisite tali risultanze il Giudice Istruttore del Tribunale di Padova, in data 4 dicembre 1971, ritenuto che la scoperta del deposito di armi e munizioni in Castelfranco Veneto costituisse, sotto il profilo della continuazione criminosa, la documentazione dell'ultimo atto consumativo del reato più grave contestato agli imputati (ricostituzione del disciolto partito fascista), dichiarava la propria incompetenza territoriale e disponeva la restituzione degli atti al Procuratore della Repubblica di Treviso.

 

 

Nel contempo emetteva mandato di arresto nei confronti di Giovanni Ventura, Franco Freda, Angelo Ventura, Giancarlo Marchesin, Franco Comacchio e Ruggero Pan per i delitti di porto e detenzione abusivi di armi e munizioni da guerra previsti dagli artt. 81 cpv. 110 C.P., 2 e 4 legge 2.10.1967n.895.

 

 

A Treviso l'istruttoria proseguiva col rito formale.

 

 

Il Marchesin, nel confermare quanto già dichiarato, precisava di aver trasportato le armi in un primo tempo dalla casa del Comacchio alla locale sede del Partito Socialista Italiano, al quale era iscritto, ed in un secondo tempo, dopo averle ivi tenute nascoste in un armadio per due giorni, nella soffitta di casa sua ove erano state infine scoperte.

 

 

Il Comacchio, riferendosi al congegno meccanico mostratogli da Giovanni Ventura, faceva presente di ricordarne bene la forma, avendolo tenuto a casa sua per una diecina di giorni; e ne ravvisava le sostanziali caratteristiche in un “timer in deviazione" della ditta Diehl esibitogli in visione dal Magistrato Istruttore.

 

 

Franco Freda ed i fratelli Ventura insistevano nel negare di aver commesso i fatti loro addebitati.

 

 

Il Pan aggiungeva che, poco tempo dopo la ricezione da parte sua delle armi, Giovanni Ventura gli aveva comunicato l’avvenuta spedizione di alcuni pacchi di libri. Si trattava, secondo il Giovanni, di alcune opere di Stirner e, secondo il di lui fratello Angelo, di libri che comunque essi non potevano tenere perchè compromettenti; onde si era stabilito di inviarli all'indirizzo della nonna del Pan.

 

 

In effetti i libri erano arrivati in casa di uno zio di quest'ultimo (la casa della nonna era a quell'epoca disabitata); erano chiusi in quattro pacchi ed apparivano provenire dalla casa editrice “Ennesse” di Roma.

 

 

Il Pan se ne era sollecitamente sbarazzato mandandoli in casa della sua fidanzata Giuseppina Orlando ed invitando poi telefonicamente costei a distruggerli.

 

 

La fidanzata aveva accolto l'invito, bruciato i libri e comunicato a lui che il loro contenuto consisteva nell'esposizione del programma di un “Fronte popolare rivoluzionario".

 

 

Invano perciò Giovanni Ventura - così concludeva il Pan la rievocazione di tali circostanze – aveva cercato di riprendersi i libri.

 

 

Giuseppina Orlando, sentita in ordine ai suddetti libri, in un primo momento negava di averli ricevuti e veniva, perciò, arrestata ed incriminata per il delitto di falsa testimonianza.

 

 

Poi finiva con l'aderire alla versione fornita dal fidanzato e precisava che i libri in questione recavano sul frontespizio l'intestazione "Fronte popolare rivoluzionario - programma".

 

 

Diceva anche di aver appreso dalla sorella del Ventura che era pericoloso farsi vedere col Freda.

 

 

Aggiungeva che Giovanni Ventura ed i di lui familiari le avevano detto che, se si fosse scoperto anche uno solo di quei libri, sarebbero andati a finire tutti in galera compreso il Pan.

 

 

Otteneva, indi, la scarcerazione.

 

 

Con mandato di cattura del 12 dicembre 1971 il Giudice Istruttore del Tribunale di Treviso contestava a Franco Freda e Giovanni Ventura di nuovo il delitto previsto dall'art. 270 1° comma C.P.; confermava le imputazioni contenute nel mandato di arresto del Giudice Istruttore di Padova e concedeva al Marchesin ed al Comacchio la libertà provvisoria.

 

 

Lasciava a piedelibero la Zanon, chiamata a rispondere degli stessi illeciti penali ascritti al proprio coniuge.

 

 

Provvedeva, indi, al sequestro di varie buste, recapitate a molti comandi militari, le quali contenevano ciascuna un volantino eversivo diretto ad istigare gli ufficiali ad intervenire decisamente nella vita politica italiana per mutare con la forza l'ordinamento costituzionale dello Stato. I volantini recavano la sottoscrizione: "Nuclei di difesa dello Stato".

 

(continua al capitolo IV Parte Seconda)