IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE PRIMA CAPITOLO XV

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La conclusione dell’istruttoria e la sentenza della Corte di Assise di Roma

 

 

Espletata l'istruzione del procedimento, gli atti venivano trasmessi al Pubblico Ministero per le sue richieste definitive.

 

 

Il Procuratore della Repubblica con requisitoria scritta del 26 settembre 1970 chiedeva:

 

a) il rinvio a giudizio dinanzi alla Corte di Assise di Roma, competente per materia e territorio, degli imputati:

 

- Pietro Valpreda, Mario Michele Merlino, Emilio Borghese e Roberto Gargamelli - nello stato di custodia preventiva in cui si trovavano - per i reati di associazione per delinquere, strage continuata (episodio della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano e della Banca Nazionale del Lavoro di Roma), pubblica intimidazione con il mezzo di materie esplodenti (con riferimento alle due esplosioni verificatesi sull'Altare della Patria), danneggiamento di edifici pubblici, lesioni personali (in danno delle persone investite da residui di esplosione nei pressi del suddetto Altare), detenzione e trasporto di esplosivo (in essi assorbiti, previa degradazione del terzo episodio originariamente contestato come strage, la detenzione ed il collocamento dell'ordigno esplosivo nella Banca Commerciale Italiana di Milano) ;

 

- Emilio Bagnoli per i reati di associazione per delinquere e pubblica intimidazione con il mezzo di materie esplodenti (quest'ultimo delitto in relazione allo scoppio dell'ordigno nella sede del M.S.I.);

 

- Enrico Di Cola per i reati di associazione a delinquere e procacciamento di notizie di cui è vietata la divulgazione;

 

- Mario Michele Merlino, inoltre, per concorso nel delitto di pubblica intimidazione con il mezzo di materie esplodenti ascritto al Bagnoli;

 

- Olivo Della Savia per i reati contestatigli (detenzione e trasporto di esplosivo);

 

- Giovanni Ferraro, Angelo Fascetti e Claudio Gallo per il reato di associazione per delinquere;

 

- Rachele Torri, Maddalena Valpreda, Ele Lovati, Olimpia Torri e Stefano Delle Chiaie per il delitto di falsa testimonianza a ciascuno di loro rispettivamente ascritto;

 

 

b) il proscioglimento degli imputati:

 

- Pietro Valpreda, Mario Michele Merlino, Emilio Borghese, Roberto Mander, Emilio Bagnoli e Roberto Gargamelli del reato di danneggiamento continuato (in danno delle attrezzature del ristorante "L'Angelo" di Stefanini Anselmo e dell'autovettura di Stefanucci Anna investiti rispettivamente dalle esplosioni di Milanoe Roma) perchè estinto per amnistia a norma dell'art.5 lett.a) D.P.R. 22.5.1970 n.283;

 

- Emilio Bagnoli dagli altri reati ascrittigli per insufficienza di prove; Roberto Mander dai delitti di danneggiamento di edifici pubblici e lesioni personali (in relazione alle esplosioni provocate sull'Altare della Patria) perchè estinti per amnistia a norma dell'art.5 lett.e) cit. decreto, nonchè dagli altri reati contestatigli trattandosi di minore degli anni 18 non imputabile perchè incapace di intendere e di volere al momento dei fatti, con conseguente ricovero del medesimo in riformatorio giudiziario;

 

- Tommaso Gino Liverani dal reato di cui all'art.366 C.P. - così modificata l'originaria imputazione formulata ai sensi dell'art.372 C.P.- perchè estinto per amnistia in virtù del citato decreto;

 

- Anneliese Borth dai reati ascrittile perchè estinti per la stessa amnistia.

 

 

Depositati gli atti in Cancelleria, a norma dell'art.372 C.P.P., i difensori degli imputati Merlino, Gargamelli, Bagnoli, Mander, Gallo, Ferraro e Fascetti presentavano memorie ed istanze; ed, in accoglimento di alcune di esse, il Giudice Istruttore procedeva al compimento di ulteriori atti istruttori.

 

 

Con ordinanza del 22 dicembre 1970 veniva disposta la scarcerazione dell'imputato Bagnoli, in ordine ai delitti di strage, detenzione e trasporto di esplosivi, per mancanza di indizi sufficienti e concessa al medesimo la libertà provvisoria per le altre imputazioni a suo carico.

 

 

Espletati i nuovi mezzi istruttori, gli atti venivano rimessi ancora all'Ufficio del Pubblico Ministero, il quale confermava le sue precedenti richieste tranne per l'imputata Anneliese Borth, della quale chiedeva il proscioglimento per sopravvenuta morte della stessa.

 

 

Si provvedeva, indi, ad un secondo deposito degli atti a norma del citato art.312 C.P.P. e, nei termini stabiliti, altra memoria difensiva veniva presentata nell'interesse di Mario Michele Merlino.

 

 

Con sentenza del 20 marzo 1971 il Giudice Istruttore, in parziale difformità dalle requisitorie del Procuratore della Repubblica, accoglieva le richieste di proscioglimento di quest'ultimo ma dichiarava, altresì, di non doversi procedere nei confronti di Angelo Fascetti, Giovanni Ferraro e Claudio Gallo, in ordine all'unico reato (associazione per delinquere) loro ascritto, per non aver commesso il fatto;

 

ordinava, inoltre, il ricovero di Roberto Mander in un riformatorio giudiziario per la durata minima di anni tre ed il rinvio a giudizio, innanzi alla Corte di Assise di Roma, degli imputati Pietro Valpreda, Mario Michele Merlino, Emilio Borghese, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Enrico di Cola, Olivo Della Savia, Maddalena Valpreda, Ele Lovati, Olimpia Torri, Rachele Torri e Stefano Delle Chiaie per rispondere dei reati loro rispettivamente ascritti come in epigrafe.

 

 

 

Avverso la pronuncia di proscioglimento proponevano appello Mario Michele Merlino e Roberto Mander, ricorso per Cassazione Emilio Borghese, tutti e tre chiedendo di essere prosciolti con formula ampia nel merito.

 

 

Di tali impugnazioni quelle del Mander e del Borghese venivano rigettate rispettivamente dalla Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Roma e dalla Corte di Cassazione; quella del Merlino dichiarata inammissibile per tardività dal Giudice Istruttore.

 

 

La celebrazione del dibattimento davanti alla Corte di Assise di Roma iniziava il 23 febbraio 1972.

 

 

Erano presenti gli imputati Valpreda, Mander, Borghese, Gargamelli, Bagnoli e Torri Rachele; contro gli altri, non comparsi, si procedeva in contumacia.

 

 

Si costituivano parte civile, oltre a quelle già precedentemente costituite e presenti nella prima udienza dibattimentale a mezzo dei loro rappresentanti, le altre seguenti persone:

 

 

Canepari Egidio, Vaiani Francesco, Arioli Giuseppe, Migliavacca Battista, Sala Bernardo, Villa Serafino, De Franceschi Renato, Corbellini Luigia ved.Dendena in proprio e quale rappresentante dei figli minori Dendena Francesca e Dendena Paolo, Cipolla Domenico, Valtorta Felice, Dendena Antonio, Radaelli Giovanni, Bellaviti Felice, Agnelli Guglielmo, Colombo Carlo, Nava Felice, Lesmo Agostino, Bellaviti Antonio, Magenes Primo, Maiocchi Franco, Vitelli Arnaldo, Lepori Angelo e Trani Giuseppina.

 

 

La trattazione delle questioni preliminari si articolava in varie udienze fino a che la Corte, accogliendo una eccezione sollevata dalla difesa degli imputati Gargamelli e Di Cola, il 6 marzo successivo dichiarava la propria incompetenza per territorio ed ordinava la trasmissione degli atti alla Corte di Assise di Milano. Tale pronuncia era motivata dalla considerazione che il collocamento dell'ordigno esplosivo nella Banca Commerciale di Milano non poteva essere qualificato come semplice detenzione e trasporto abusivo di materie esplodenti, in conformità a quanto affermato dal Giudice Istruttore, bensì come terzo ed ultimo episodio del delitto di strage, la cui continuazione era pertanto da ritenersi cessata a Milano.

 

 

Avverso la declaratoria di incompetenza proponevano ricorso per Cassazione gli imputati Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie, mentre la difesa di Pietro Valpreda e degli altri coimputati sporgeva denuncia di conflitto fra la sentenza istruttoria e quella dibattimentale chiedendo l'annullamento di una delle due decisioni.

 

 

Il Supremo Collegio, su conforme richiesta del Procuratore Generale, con due distinti provvedimenti del 10 luglio e del 6 giugno 1972, dichiarava inammissibili entrambe le impugnative osservando che la pronuncia della Corte di Assise di Roma non era impugnabile e costituiva solo uno dei presupposti di un eventuale conflitto di competenza non sollevabile direttamente e prematuramente dalle parti.

 

 

Gli atti venivano, così, trasmessi alla Corte di Assise di Milano.

 

(continua al capitolo XVI Parte Prima)