IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE PRIMA CAPITOLO XIV

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Le perizie balistiche, chimiche, merceologiche e meccaniche

 

 

Numerosi frammenti metallici e di altra natura vennero raccolti e repertati dalla Polizia Giudiziaria nei luoghi interessati dallo scoppio degli ordigni esplosivi.

 

 

Tali reperti costituivano materiale di indagine per accertamenti peritali di vario genere.

 

 

Due separate perizie venivano disposte, anzitutto, rispettivamente dalla Procura della Repubblica di Milano e da quella di Roma subito dopo gli attentati per accertare la natura, la quantità e la qualità degli esplosivi usati, la specie dei contenitori, la potenzialità distruttrice e le caratteristiche di confezione degli ordigni esplosivi. A Milano l'incarico peritale veniva affidato all'ing.Teonesto Cerri; ed a Roma all'ing. Fabio Rosati, al generale Ugo Bianchi ed al tenente colonnello di artiglieria Pietro D'Arienzo.

 

 

Iniziata la formale istruzione del procedimento, i suddetti periti, in unione al dr.Domenico Frascatani ed al prof.Arnaldo Foschini ricevevano un nuovo collegiale incarico affinchè, oltre a rispondere ai quesiti sopra accennati, rilevassero le eventuali analogie fra i vari ordigni e contenitori.

 

 

Eseguite le opportune indagini di laboratorio e prove sperimentali, il Collegio peritale perveniva alle seguenti conclusioni.

 

 

L'esplosivo usato era stato sempre la gelatina-dinamite ed i quantitativi impiegati dovevano ritenersi compresi fra i grammi 800 ed i 1.500 per ciascun ordigno: grammi 800-900 per la Banca Nazionale del Lavoro ed il pennone alzabandiera dell'Altare della Patria; 900-1000 per l'Altare della Patria-lato porta Museo; 1.300-1.500 per la Banca Nazionale dell'Agricoltura.

 

 

La gelatina-dinamite, tipico esplosivo da mina, era contenuta in cartucce aventi un diametro di mm. 25-30.

 

 

Il sistema di innescamento era elettrico e costituito precisamente da una comune batteria collegata con un conduttore filiforme a contatto con polvere pirica, nella quale trovavasi immerso un detonatore del tipo a miccia.

 

 

Il funzionamento così si era svolto: la sorgente di energia elettrica aveva provocato l'incandescenza del filamento e quindi l'accensione della polvere pirica nonchè, attraverso questa, della miccia.

 

 

Il passaggio di corrente era stato regolato con un "timer" (denominato anche "interruttore a tempo" o "temporizzatore”), meccanismo ad orologeria a carica manuale, il quale, dopo un tempo proporzionale alla carica, automaticamente apre o chiude (secondo il tipo) dei contatti elettrici.

 

 

Il tipo usato nella specie era "in chiusura"; graduabile a mano fino ad un intervallo massimo di sessanta minuti: si era cioè predisposto un meccanismo, "tipo orologeria" in base al quale il circuito elettrico poteva rimanere aperto per il tempo massimo di un'ora, in modo da assicurare condizioni di sicurezza a coloro che avevano avuto il compito del trasporto e del collocamento degli ordigni dopo la confezione degli stessi.

 

 

Il quadrante o disco di regolazione (o di graduazione) rinvenuto nella borsa trasportata alla Banca Commerciale Italiana, si riferiva ad un timer Diehl con contatti aperti in posizione di riposo, distribuito in commercio dalla ditta G.P.U. di Milano. Esso, però, era stato usato in realtà - avvertivano i periti - per graduare un timer di tipo diverso: cioè un timer venduto dalla stessa ditta ma con contatti chiusi in posizione di riposo (cosiddetto timer in chiusura). Non poteva essere stato usato uno a contatti aperti perchè la chiusura del circuito, all'atto della carica, avrebbe provocato l'esplosione nelle mani dell’attentatore.

 

 

La parte meccanica del temporizzatore, denominata gruppo 999, era stata prodotta per conto della ditta Gavotti dallo Stabilimento Iunghans Diehl di Venezia ed il quadrante dalla “Targhindustria" di Cusano Milanino.

 

 

Lo stesso tipo di timer era stato usato nei cinque luoghi delle esplosioni.

 

 

Esplosivo, congegno di innescamento e temporizzatore erano stati sistemati in cassette metalliche portavalori, poste in commercio dalla ditta Iuwel di Cesare Parma sita in Linate (Milano): quella usata nella Banca Nazionale della Agricoltura era del tipo14/4 e le altre del tipo 13/4, ma tutte erano sostanzialmente uguali nelle misure e nella foggia, salvo qualche dettaglio marginale di differenza fra il primo tipo ed il secondo.

 

 

Le cassette erano state trasportate sugli obiettivi prestabiliti con cinque borse prodotte dalla ditta tedesca Mosbach Gruber di Offenbach ed aventi molte caratteristiche comuni per la materia prima, la forma e la struttura (bordatura e solchi di piegamento).

 

 

Identiche – secondo il responso peritale - e di colore nero erano le tre borse collocate rispettivamente nella Banca Nazionale della Agricoltura di Milano, nella Banca Nazionale del Lavoro di Roma ed alla base del pennone alzabandiera dell'Altare della Patria.

 

 

Simili, data l'identità dell'altezza della bordatura, ma con qualche differenza per il colore e la fodera, erano quelle usate nella Banca Commerciale Italiana (nera tipo “Peraso”) e sull'Altare della Patria – lato Museo (marrone cuoio tipo “City”).

 

 

Dei consulenti di parte, il dr.Giannini Corsi nell'interesse delle parti civili De Gubernatis Carla e Meroni Dino aderiva alle conclusioni della perizia balistica; invece il col.Adolfo Vigilante, nominato dalla difesa di Mario Merlino, ne contestava i risultati specie in relazione al tipo ed alla qualità di esplosivo impiegato nonchè al sistema di innesco.

 

 

Il Collegio peritale, preso atto dei rilievi mossi dal col.Vigilante, ribadiva integralmente i propri pareri con una relazione suppletiva.

 

 

Altre perizie venivano disposte ed eseguite durante la formale istruzione su alcune cose sequestrate: uno spezzone di miccia e della polvere gialla reperiti nella casa di Roberto Mander, cinque bossoli vuoti rinvenuti in sede di perquisizione nell'abitazione di Enrico Di Cola la sera stessa degli attentati, l'autovettura Fiat 500 targata MI 749677 sequestrata a Pietro Valpreda 10 stesso giorno del suo fermo a Milano.

 

 

Lo spezzone di miccia veniva qualificato dal perito gen. Vincenzo Vacchiano perfettamente idoneo ad innescare detonatori (tipo a lenta combustione) e non ad essere impiegato, come sostenuto dal Mander, per la preparazione di fuochi di artificio o per l'accensione di motori di aeromodelli.

 

 

I bossoli, secondo il parere dello stesso gen. Vacchiano, appartenevano a cartucce inesplose; onde doveva ritenersi che gli stessi, appartenenti al tipo Schwarzlose cal.8 per mitragliatrice (usato nell'ultimo conflitto mondiale ed ora non più in dotazione dell'Esercito Italiano), fossero stati svuotati del loro contenuto di piombo e polvere da sparo.

 

 

La polvere gialla, analizzata dai prof.ri Rodolfo Negri e Claudio De Zorzi, risultava un composto medicinale (difenidramunina e desossinorefredina) usato normalmente per la terapia delle chinetosi.

 

 

L'indagine tecnica eseguita sull'auto del Valpreda dallo ing.Leonardo Bartoli, dal gen. Vincenzo Immordino e dal sig.Mario Paganelli, consentiva di accertare che l'autoveicolo medesimo, tenuto conto delle sue condizioni di usura, poteva raggiungere una velocità non superiore ai 65-70 Km/h su percorso autostradale. Sarebbero state, quindi, necessarie almeno otto ore per coprire la distanza fra Roma e Milano.

 

 

Per esigenze di completezza nell'esposizione delle risultanze generiche acquisite durante la fase istruttoria, è il caso di accennare agli specifici accertamenti peritali eseguiti su alcuni frammenti vetrosi rinvenuti nella borsa trovata a Milano nella Banca Commerciale italiana: ciò,anche se da tali accertamenti non sono emersi elementi utili ai fini del procedimento,soprattutto al fine di chiarire un aspetto delle indagini vivacemente contestato dalla difesa di Pietro Valpreda, la quale vi ha ravvisato una subdola manovra in danno del suo assistito.

 

 

Per la verità, allorchè si procedette a repertare le cose di rilievo rinvenute nella Banca Commerciale Italiana di Milano la sera degli attentati, il Commissario di P.S. Antonino Mento, assistito da sottufficiali e guardie dipendenti, ebbe a descrivere minuziosamente in un verbale, datato 12.12.1969 ore 19, la borsa che conteneva l'esplosivo e tutto il contenuto di essa.

 

 

Nel suddetto verbale non fu fatto alcun riferimento a frammenti vetrosi; lo stesso può dirsi per quel che concerne il rapporto di accompagnamento della borsa medesima, quale corpo di reato, redatto dalla Questura di Milano il 17 dicembre 1969 ed inviato alla Procura della Repubblica di Milano.

 

 

Solo con rapporto del 7 febbraio 1970 la Questura di Milano portava a conoscenza del Giudice Istruttore il fatto che un minutissimo frammento di materiale vetroso era stato trovato nella borsa sopraindicata e sottoposto ad analisi nel laboratorio della sezione scientifica romana del Centro Nazionale Criminalpol.

 

 

Con lo stesso rapporto si trasmetteva il fascicolo delle indagini tecniche eseguite (il frammento era ivi qualificato come vetro colorato in blue verde mediante ossido di rame) e si poneva in rilievo l'attività artigianale svolta da Pietro Valpreda ed Olivo della Savia nella confezione delle lampade Liberty con l'impiego di vetri di vari colori, nonchè il fatto che Giuseppe Pinelli aveva ammesso nel suo interrogatorio del 15 dicembre 1969 di aver portato fra l'8 ed il 9 agosto di quello stesso anno all'amico Ivo Della Savia, a Roma, materiale per la costruzione di tali lampade.

 

 

Si era, in sintesi, verificato, come si evince dalla nota in data 10.1.1970 inviata dalla Direzione Generale di P.S. di Roma alla Questura di Milano e come chiarito dai funzionari di P.S. interessati, quanto segue.

 

 

Il 14 dicembre 1969 nella sede dell'Ufficio Politico della Questura di Milano il Commissario di P.S. dr.Beniamino Zagari aveva attestato di aver rinvenuto nell'interno della borsa in questione "un minutissimo frammento di materiale di apparenza cristallina o vetrosa di colore azzurrognolo"; detto frammento aveva poi consegnato senza particolari formalità al dr. Silvano Russomanno, alto funzionario della Direzione Generale Affari Riservati di P.S., il quale se lo era portato con sè a Roma ed ivi lo aveva fatto esaminare nel suddetto laboratorio della polizia scientifica.

 

 

Indi il dr.Russomanno aveva restituito il frammento alla Questura di Milano unendovi il fascicolo delle operazioni tecniche eseguite; ed aveva fatto rilevare con la nota 10.1.1970 sopracitata l'opportunità di disporre accertamenti per acclarare eventuale "analogia o identità fra il residuo allegato ed il materiale colorato utilizzato per le lampade nell'ambiente degli anarchici menzionati..." precisando, tuttavia, che poteva anche trattarsi di una scheggia di vetro che già si trovava nel giardino dove era stato fatto brillare l'ordigno (infatti si era rilevata un'incrostazione terrosa)".

 

 

Sul suddetto frammento il Giudice Istruttore faceva eseguire il 16.5.1970 dal prof.re Vittorio Gottardi e dal dr.Domenico Frascatani un'indagine peritale, la quale non consentiva di affermare l'esistenza di identità fra il vetrino trovato ed analizzato dalla Polizia e quelli abitualmente usati dal Valpreda per la costruzione delle lampade "Liberty" e dei medaglioni (vetri e medaglioni sequestrati nell'abitazione del Vapreda medesimo in Milano).

 

 

Un ulteriore accurato esame, eseguito direttamente dal Giudice Istruttore il 18.7.1970 sul fondo della borsa medesima, evidenziava l'esistenza di un cartone incollato nello interno. Procedutosi allo scollamento di tale cartone venivano fuori altri frammenti vetrosi, i quali, sottoposti a perizia, rivelavano la loro natura di vetro comune sodicocalcico.

 

 

I periti prof.Vittorio Gottardi e dr.Domenico Frascatani aggiungevano che l'analisi spettrografica dava risultati simili a quelli che si potevano riscontrare su vetri da contenitori e talvolta su vetri per fanali o per uso artistico.

 

 

In definitiva, circa le indagini tecniche compiute sui "frammenti vetrosi", può dirsi solo che esse sono state eseguite in parte irritualmente, su impulso di Organi di Polizia all'insaputa del Giudice incaricato dell'istruttoria, ma senza provocare inquinamenti della prova in danno di alcun imputato.

 

 

Le indagini medesime non hanno condotto a risultati utili per l'accertamento dei fatti di cui al presente procedimento; ed il Pubblico Ministero, nella stessa requisitoria scritta con la quale ha chiesto il rinvio a giudizio del Valpreda, espressamente ha dichiarato di non voler utilizzare la circostanza dei vetrini come mezzo di prova contro l'imputato predetto, precisando, fra l'altro,con scrupolosa obiettività:

 

"Bisogna tener presente che nella borsa, dopo il rinvenimento, furono raccolti alcuni reperti del brillamento dell'ordigno esploso nel giardino della Comit e che il "vetrino" potrebbe anche essere occasionalmente finito nella borsa attaccato a qualche reperto ed in tale caso il frammento non sarebbe esistito inizialmente quando la borsa fu trovata il 12 dicembre alla Comit".

 

(continua al capitolo XV Parte Prima)