IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE PRIMA CAPITOLO XIII

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Le perizie mediche

 

 

I primi accertamenti medico-Legali ebbero, ovviamente, per oggetto le vittime delle esplosioni. La causa della morte delle sedici persone decedute dal 12 dicembre 1969 al 2 gennaio 1970 veniva ravvisata, dopo gli opportuni esami esterni ed autoptici, nel complesso meccanismo traumatico messo in moto dallo scoppio dell'ordigno nella Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano: fratture scheletriche molteplici, imponenti fatti emorragici collegati a gravissime lesioni di organi interni e vitali, spesso detroncazione degli arti inferiori.

 

 

Sui centocinque feriti si constatavano, come diretta conseguenza delle esplosioni di Roma e di Milano, varie lesioni personali delle quali alcune con postumi permanenti ed invalidanti.

 

 

Quanto agli imputati il Giudice Istruttore disponeva le seguenti indagini peritali.

 

 

Pietro Valpreda veniva esaminato dai professori Cesare Gerin, Franco Pratesi, Giancarlo Reda e Ferdinando Antoniotti affinchè si stabilisse se lo stesso fosse affetto da morbo di Burger e, nell'ipotesi affermativa, se da tale morbo fossero a lui derivate conseguenze di natura fisica o neuro-psichica; l'esigenza di questo accertamento nasceva dal fatto che risultavano documentalmente dal processo alcuni interventi chirurgici e visite mediche cui il Valpreda era stato sottoposto, fin dal 1965, in relazione ad una diagnosticata "arteriopatia obliterante cronica periferica" collegata a disturbi della deambulazione. La ulcerazione di uno degli alluci era stata riscontrata dal prof. Giorgio Nava nel maggio-giugno 1969 e di dolori ai piedi l'imputato si era lamentato con il teste Pap Andrea Gavila suo maestro di ballo.

 

 

Il Collegio peritale concludeva per la sussistenza della suddetta malattia di Burger in forma atipica ed in uno stato di quiescenza tale da non comportare particolari limitazioni alla funzione della deambulazione nè altre conseguenze di ordine fisico o neuro-psichico. Aggiungeva inoltre:

 

"Si hanno elementi clinici per ritenere che quello stesso buon compenso funzionale (idoneo a garantire la sussistenza di quelle limitazioni e conseguenze all'atto della visita) fosse presente anche al momento dei fatti".

 

 

Su Emilio Borghese veniva eseguita perizia psichiatrica da parte dei prof.ri Tullio Bazzi, Mario Felici e Marcello Anzellotti (consulente di parte, per la difesa dell'imputato, il dr. Francesco Di Girolamo), i quali, nella relazione conclusiva delle operazioni da loro effettuate, dichiaravano il Borghese stesso clinicamente affetto da epilessia temporale, persona socialmente pericolosa ed, al momento dei fatti, in tale stato di mente da scemare grandemente la capacità di intendere e di volere senza escluderla.

 

 

Il minore degli anni 18 Roberto Mander, osservato dai prof.ri Franco Ferracuti, Piero Fucci e Maria Gargiolli (consulenti nominati dalla difesa: i prof.ri Giovanni Bollea e Pietro Benedetti), veniva definito incapace di intendere e di volere, al momento dei fatti addebitatigli, per immaturità psichica.

 

 

Pienamente capace di intendere e di volere era, invece, ritenuto l'altro imputato minore degli anni 18, Angelo Fascetti, dai prof.ri Angelo Fiori e Pietro Tonali.

 

(continua al capitolo XIV Parte Prima)