IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE PRIMA CAPITOLO VIII

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I testimoni incriminati

 

 

L'alibi prospettato da Pietro Valpreda per il giorno della strage e per quelli successivi veniva sostenuto dai suoi familiari oltre che da Elena Segre.

 

 

La prozia Rachele Torri si presentava spontaneamente il 17 dicembre nell'ufficio di uno dei Sostituti Procuratori della Repubblica di Milano, premesso di essere stata già interrogata dalla Polizia il 15 precedente senza che le fosse fatto sottoscrivere alcun verbale, riferiva che suo nipote Pietro Valpreda era giunto nella di lei casa, sita in via Vincenzo Orsini n.9, verso le ore 7,30 di venerdì 12 dicembre, affaticato ed apparentemente febbricitante.

 

 

Mezz'ora dopo ella era uscita per recarsi al suo lavoro di guardarobiera presso la famiglia Falchetti ed al ritorno, verso le ore 12, non aveva più trovato nell'abitazione il nipote. Questi era rincasato verso le 13,30, le aveva detto che si era recato dall'avv.Mariani e che sarebbe andato subito a letto perchè non si sentiva bene; non aveva voluto mangiare ed era rimasto nella sua stanza fino alla mattina successiva.

 

 

Verso le 19,30 di quel venerdì ella era uscita per informare i genitori di Pietro dell'arrivo da Roma del loro figliolo e, nel rientrare a casa verso le 21,30, aveva dato al nipote un giornale che riportava la notizia dell'avvenuta strage.

 

 

Egli aveva così commentato l'avvenimento:

"Oh Dio, è terribile!".

 

 

Al Giudice Istruttore il 3 gennaio 1970 la Rachele Torri faceva presente che Pietro Valpreda, quando era a Milano, coabitava sempre con lei e non con i suoi genitori. Per questo motivo era stato recapitato in casa sua un biglietto di convocazione, emesso dal consigliere istruttore dott.Amati, in base al quale Pietro avrebbe dovuto presentarsi in Tribunale, a Milano, il 9 dicembre.

 

 

Della cosa erano stati informati i genitori di lui; e, così, Pietro, a sua volta messo al corrente a Roma, ove trovavasi, aveva chiesto un rinvio della convocazione. Ella, pertanto, stava aspettando da un giorno all'altro l'arrivo del nipote a Milano.

 

 

Quando quel pomeriggio del 12 dicembre si era resa conto che egli non stava bene, gli aveva dato una camomilla, una compressa di chinino ed una di aspirina; verso le ore 16 gli aveva dato da bere dell'acqua a sua richiesta e, dopo avergli posto per brevissimo tempo un termometro sotto una ascella, aveva notato che la temperatura corporea di lui era in quel momento di trentotto gradi. Ancora dell'acqua le era stata da lui richiesta verso le 19.

 

 

Aveva controllato per due volte nel corso della notte le condizioni respiratorie di Pietro, il quale, il mattino successivo, le aveva detto di sentirsi un pò meglio e che si sarebbe perciò recato dal giudice Amati.

 

 

Intanto ella la sera precedente aveva prelevato dalla casa dei genitori di lui un cappotto appartenente al padre, in quanto egli desiderava presentarsi dinanzi al Magistrato in decorose condizioni di abbiigliamento.

 

 

Quello stesso mattino sabato 13 dicembre, in casa della sua datrice di lavoro, signora Anna Maria Falchetti, aveva poi ricevuto una telefonata dal nipote, che voleva informarla di non aver trovato il dott. Amati, presso il quale si sarebbe, quindi, recato il lunedì 15.

 

 

Nell'occasione egli le aveva detto che si sarebbe recato dai nonni e di non preoccuparsi qualora non fosse rientrato per domenica.

 

 

Il lunedì successivo di buon mattino, verso le 6 o 6,15, si erano presentati nella di lei casa tre persone, qualificatesi come appartenenti alla Polizia, le quali cercavano Pietro. Ella aveva risposto a costoro che il nipote si era allontanato da casa sua sabato per recarsi dal giudice Amati e poi dai nonni e che non aveva più fatto ritorno.

 

 

Il 13 gennaio 1970 Rachele Torri aggiungeva, dinanzi al Giudice Istruttore, di avere appreso telefonicamente domenica 14 dicembre da sua nipote Maddalena Valpreda, sorella di Pietro, che quest'ultimo trovavasi ammalato in casa dei nonni.

 

 

Alla testimonianza della prozia Rachele si agganciavano quelle rese allo stesso Giudice Istruttore dagli altri seguenti familiari del Valpreda: la nonna materna Olimpia Torri, la sorella Maddalena e la madre Ele Lovati.

 

 

Da queste tre deposizioni testimoniali risultava che la sorella si era recata a far visita a Pietro in casa dei nonni materni verso le ore 15 di sabato 13 dicembre e gli aveva portato un pigiama (ella negava, però, di avere telefonato alla prozia Rachele il sabato o la domenica); che la madre lo aveva a sua volta visitato verso le 9,30-10 di domenica 14; che la nonna materna lo aveva tenuto in casa sua influenzato dalle 11-11,15 di sabato 13 fino al mattino di lunedl 15 accompagnandolo poi, quel mattino stesso, al Palazzo di Giustizia presso il gabinetto del dr.Amati. Dopo essere stato da questi interrogato, proprio in presenza della nonna Pietro Valpreda era stato fermato dalla Polizia.

 

 

Che il Valpreda si trovasse in casa dei nonni il pomeriggio del 14 dicembre1969 veniva, altresì, attestato da Elena Segre (menzionata nel suo primo interrogatorio reso alla Questura di Roma da Valpreda), la quale precisava di avere appreso della malattia dell'amico dai genitori di lui, vicini di appartamento nello stesso stabile, e di essersi recata a fargli visita verso le 18. In tale occasione Pietro le aveva detto che la febbre "andava e veniva".

 

 

Le testimonianze delle suddette congiunte del Valpreda venivano ritenute non veritiere e compiacenti; ma coloro che le avevano rese, benchè ammonite e poi incriminate ai sensi dell'art. 372 C.P., le ribadivano sostenendo di aver detto il vero,

 

 

Nel corso della formale istruzione il delitto previsto dal citato art.372 C.P. veniva contestato anche all'anarchico Liverani Tommaso Guido per essersi costui rifiutato, deponendo dinanzi al Giudice Istruttore il 13 febbraio 1970, di fornire qualsiasi dichiarazione sulle persone e sull'attività di Pietro Valpreda, Giuseppe Pinelli, Mario Merlino, Emilio Borghese, Roberto Mander, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola ed Olivo Della Savia.

 

 

Nell'interrogatorio poi reso, in qualità di imputato, il Liverani sosteneva di non voler rispondere ad alcuna domanda degli inquirenti, perchè riteneva di non dover collaborare ad una inchiesta giudiziaria da cui aveva tratto spunto una campagna di linciaggio morale in danno del movimento anarchico.

 

 

Come testimone falso e reticente veniva, infine, penalmente perseguito Stefano Delle Chiaie, il cui nominativo, tirato fuori tardivamente da Mario Merlino - come si è già detto - per puntellare uno strano alibi relativo ad un periodo di tempo (dalle 17 in poi) non coincidente con quello della collocazione degli ordigni esplosivi a Roma, presenta particolare interesse nel presente procedimento.

 

 

Infatti il Delle Chiaie, fondatore del movimento di estrema destra "Avanguardia Nazionale", del quale faceva parte anche Mario Merlino, Serafino Di Luia, Alessandro Pisano ed Alfredo Sestili, mantenne i contatti con il Merlino anche quando questi aderì formalmente ad organizzazioni politiche di opposto orientamento.

 

 

Nel seno di queste ultime anzi il Merlino esercitò, come risulta esplicitamente ammesso nelle memorie difensive presentate in suo favore al termine dell'istruttoria oltre che attestato dai suddetti Sestili, Pisano e da Stefano Serpieri, uomo anch'egli di estrema destra, l'attività di informatore per conto del Delle Chiaie, il quale, pertanto, presumibilmente veniva tenuto al corrente anche di ciò che avveniva nel circolo "22 marzo".

 

 

Su questo sfondo assumevano particolare interesse, per la loro collocazione temporale, i due incontri di cui aveva parlato Mario Merlino agli inquirenti: il primo avvenuto fra lui e Delle Chiaie la notte precedente agli attentati ed il secondo programmato, anche se non avvenuto, fra le stesse persone per il pomeriggio in cui si erano verificati gli attentati medesimi.

 

 

Stefano Delle Chiaie, sentito una prima volta il 19 dicembre 1969 dai Carabinieri del Nucleo di Polizia Giudiziaria di Roma, negava di aver preso appuntamento per il pomeriggio del 12 di quello stesso mese con il Merlino e faceva anche presente di aver visto costui per l'ultima volta nell'ottobre 1968.

 

 

Precisava testualmente: "Negli ultimi tempi non ci siamo nè visti nè telefonati".

 

 

Il 22 successivo riferiva ai militari dell'Arma di aver saputo solo sabato sera 20 dicembre della visita di Merlino nella casa dei Minetti, ma continuava a negare la circostanza dell'appuntamento dicendo di ignorare il motivo della visita medesima.

 

 

Infine solo il 24 febbraio 1970 dinanzi al Giudice Istruttore si decideva a dichiarare di aver visto per l'ultima volta Mario Merlino la notte tra l'11 ed il 12 dicembre 1969 verso le ore 24-0,30 in Roma in prossimità dell'angolo di Via Arezzo.

 

 

Riferiva in particolare che essi avevano scambiato solamente pochissime parole di saluto (entrambi erano in compagnia di altri giovani) ed accennava in termini non molto chiari alla questione dell'appuntamento:

 

"...gli dissi se mi veniva a trovare spiegandogli sommariamente l'ubicazione della mia abitazione. Non ricordo se gli diedi appuntamento per il giorno successivo, ma ciò è probabile. Il giorno successivo 12 dicembre poichè non mi ricordavo di tale appuntamento non ho aspettato in casa Merlino".

 

 

Sentito ancora dal Magistrato Istruttore il 17 luglio 1970, ammetteva di aver diretto fino al 1964-65 l'organizzazione di estrema destra “Avanguardia Nazionale", ma negava recisamente di essere rimasto poi in contatto con il Merlino per assumere, tramite costui, informazioni degli ambienti del movimento studentesco prima e del circolo "22 marzo" poi; insisteva nell'affermare che l'incontro con lo stesso di quella notte fra l'11 ed il 12 dicembre era stato del tutto casuale.

 

 

Il Delle Chiaie, date le discordanze fra le sue varie dichiarazioni ed il contrasto fra le stesse e le altre risultanze sopra accennate, veniva sottoposto a procedimento penale per il delitto di falsa testimonianza.

 

 

A lui, con mandato di cattura emesso il 25 luglio 1970, si faceva specificamente carico di aver taciuto quanto era a sua conoscenza sull'attività espletata da Mario Merlino nel gruppo "22 marzo"; di avere, inoltre, taciuto sui contatti avuti negli anni 1968-1969 direttamente e per interposte persone con il suddetto Merlino in relazione alle formazioni politiche estremiste di cui entrambi facevano parte; di avere, infine, taciuto il contenuto del colloquio avuto con il Merlino medesimo in Via Arezzo la notte dall’11 al 12 dicembre 1969.

 

 

Detto mandato rimaneva senza effetto per la latitanza dell’incolpato.

 

(continua al capitolo IX Parte Prima)