IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE PRIMA CAPITOLO VII

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Le formali imputazioni di strage ed associazione per delinquere. Reati minori connessi. Gli interrogatori degli imputati.

 

 

Esaurita la fase delle prime indagini di polizia giudiziaria, la Procura della Repubblica di Roma promuoveva l’azione penale contro Pietro Valpreda, Mario Merlino, Emilio Borghese, Roberto Mander, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli ed Enrico Di Cola in ordine al delitto di associazione per delinquere.

 

 

Lo stesso illecito veniva contestato ad altri tre componenti del circolo "22 marzo": Giovanni Ferraro, Angelo Fascetti e Claudio Gallo.

 

 

Ai primi sei, inoltre, veniva fatto carico: del delitto di strage continuata per la esplosione degli ordigni collocati alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, alla Banca Commerciale della stessa città ed alla Banca Nazionale del Lavoro di Roma, del reato previsto dall'art.6 della legge 2.10.1967 n.895 per le esplosioni provocate all'Altare della Patria in Roma, dei vari delitti di lesioni personali e danneggiamento in relazione, rispettivamente, alle ferite riportate da alcune persone transitanti nei pressi dell'Altare ed ai danni cagionati alle cose dallo scoppio delle bombe, dei delitti di detenzione e porto di esplosivi.

 

 

L'istruzione del procedimento si svolgeva col rito formale.

 

 

Ordine e poi mandato di cattura veniva emesso nei confronti dei suddetti imputati fatta eccezione per il Ferraro, il Fascetti ed il Gallo.

 

 

Gli interrogatori dei prevenuti, i quali si protestavano tutti innocenti, fornivano gli elementi che seguono:

 

 

Pietro Valpreda ribadiva l'alibi prospettato in Questura precisando:

 

 

che nel primo pomeriggio del 12 dicembre sua zia Rachele gli aveva portato a letto qualcosa di caldo, una compressa di chinino ed una di aspirina, poi verso le 15-15,30 un pò di cibo (forse un panino con formaggio e della frutta); che la mattina di sabato 13 dicembre egli aveva telefonato alla suddetta zia da un bar nei pressi del Palazzo di Giustizia, per avvertirla che sarebbe andato a trovare i nonni e si sarebbe forse trattenuto con una amica (intendeva riferirsi alla vecchia anarchica Augusta Farvo); che, però, egli aveva finito col restare presso i nonni sabato e domenica in quanto non si sentiva bene ed avvertiva chiaramente di trovarsi in stato febbrile; che la sera di sabato si era limitato ad uscire per un quarto d'ora per spostare la sua auto nonchè per comprare un giornale ed un libro giallo; che la mattina di domenica verso le 8-8,30, aveva scambiato un saluto con una infermiera venuta in casa per praticare una iniezione a suo nonno.

 

 

Il 12 febbraio egli chiedeva di conferire con il Giudice Istruttore e dinanzi a questi aggiungeva altri particolari sulla sua permanenza a Milano nei giorni 13 e 14 dicembre 1969: in casa dei nonni alle ore 16,30 del sabato sua sorella Maddalena gli aveva portato un pigiama, delle lenzuola, qualche rivista ed una bottiglietta di whisky; poi alle 9,30 della domenica egli aveva ricevuto la visita della madre Ele Lovati; inoltre alle 19 del sabato durante quella breve passeggiata serale era entrato in un vicino bar-tabaccheria in compagnia della nonna Olimpia Torri, la quale alla signora che gestiva il bar medesimo aveva detto: "Sono qui con mio nipote".

 

 

Spiegava il Valpreda di essersi recato da Roma a Milano nel pomeriggio dell'11 dicembre in quanto aveva appreso telefonicamente di essere stato ivi convocato dal Consigliere Istruttore dr.Amati per essere sentito in affari di giustizia ed aveva ricevuto dal suo legale, avv. Mariani, il consiglio di recarsi al più presto presso il suddetto Magistrato.

 

 

Circa la vita e l'ideologia del circolo “22 marzo” chiariva che esso si ispirava alle concezioni che erano state alla base dei movimenti libertari studenteschi affermatisi in Francia nella primavera del 1968.

 

 

Ammetteva di aver adottato e ripetuto nel corso di colloqui di natura politica il motto "bombe, sangue, anarchia" (precisava in un secondo tempo che il suo vero motto era quello di "Lucifero, Satana e Belzebù"), ma puntualizzava di essersi sempre dichiarato contrario, mentre altri si mostravano favorevoli, al compimento di attentati dinamitardi quando se ne parlava nell'ambito del circolo; per stabilire se fossero mezzi di lotta utili o controproducenti per il raggiungimento dei fini di libertà.

 

 

In sostanza il programma del "22 marzo", da lui organizzato come gruppo autonomo e con l'intenzione di non mantenere a lungo la sua posizione direttiva, non "era quello di fare attentati, ma di creare comitati di lotta nelle fabbriche e comitati di quartiere nei centri abitati per curare gli interessi della base popolare. Gli elementi più preparati di tale gruppo erano Emilio Bagnoli, Emilio Borghese e Mario Merlino; di esso, composto complessivamente da quindici o venti persone, facevano parte anche Enrico Di Cola, Roberto Gargamelli, Angelo Fascetti ed Umberto Macoratti; quest'ultimo, però, non frequentava molto il gruppo”.

 

 

Si dichiarava, inoltre, certo dell'esistenza di una spia del "22 marzo" in quanto l'Autorità di P.S. si dimostrava spesso informata dei movimenti programmati e delle discussioni avvenute nel corso delle riunioni societarie.

 

 

Confermava quanto dichiarato alla Polizia circa il deposito di "roba"lasciatogli dal Della Savia precisando però, il 20 dicembre 1969 dinanzi al Procuratore della Repubblica, che trattavasi di un pacco contenente solo della miccia e del quale, comunque, egli non aveva verificato mai il contenuto.

 

 

Successivamente, tuttavia, il 9 gennaio 1970 dinanzi al Giudice Istruttore così si esprimeva:

 

 

"Quando Ivo Della Savia mi disse che sulla Via Tiburtina vi era della roba, credo intendesse riferirsi a micce o detonatori...".

 

 

Mario Merlino dinanzi al Procuratore della Repubblica il 15 dicembre 1969 modificava la versione resa alla Polizia circa i suoi movimenti nel pomeriggio degli attentati e dichiarava di essere uscito di casa verso le 16,30 per recarsi non dal prof.Lelli, come aveva detto mentendo alla madre, bensì dal suo amico Stefano Delle Chiaie con il quale aveva già preso appuntamento, per le ore 17, in via Tuscolana n.552 nella abitazione della signora Leda Pagliuca.

 

 

Ivi egli si era incontrato con i figli di costei, Riccardo e Claudio Minetti, insieme ai quali si era intrattenuto fino a quando ella, verso le 18,15, aveva fatto ritorno in casa. Egli era poi uscito e, dopo aver passeggiato con Riccardo Minetti per venti minuti circa, era rincasato verso le 19.

 

 

Quanto all'appuntamento, cui il Delle Chiaie era mancato, chiariva di averlo fissato personalmente con il Delle Chiaie medesimo uno o due giorni prima (tra il 9 e 1'11 dicembre) allorchè lo aveva incontrato presso una trattoria romana vicino al piazzale delle Provincie.

 

 

Circa i suoi rapporti con il "22 marzo", il Merlino ammetteva di averne fatto parte dopo la sua conversione dalla ideologia di estrema destra a quella anarchica- libertaria--marxista professata dal suddetto circolo, pur conservando la sua fede cattolica.

 

 

Confermava al Magistrato le accuse formulate nella fase delle indagini di polizia giudiziaria a carico degli anarchici, aggiungendo spontaneamente le seguenti testuali precisazioni:

 

 

" …mercoledì10 dicembre verso le ore 18,30 mi trovavo nel circolo "22marzo". Erano presenti tra gli altri il Valpreda ed il Borghese, i quali si appartarono e parlarono tra di loro. Subito dopo Borghese mi ripetè il discorso che mi aveva fatto il giorno precedente e di cui ho già parlato nel verbale del 15 dicembre 1969. Cioè mi disse che aveva rimediato altro esplosivo e mi invitò a lavorare con lui e con il Valpreda.

Anche in questa occasione io ribattei che non volevo immischiarmi in questo affare. Per quanto riguarda la conferenza del 12 dicembre 1969 tenuta dal "Cobra" al circolo "22 marzo", può darsi che essa sia stata fatta per avere una copertura nel momento in cui si verificarono gli attentati dinamitardi a Roma. Mi lasciò perplesso anche il fatto che la riunione era stata spostata improvvisamente dal circolo Bakunin al circolo 22marzo”.

 

 

“Effettivamente alcune volte ho sentito alcuni elementi del gruppo 22 marzo, che però non so indicare, parlare di azioni dimostrative esemplari.

In particolare nei giorni precedenti al 19 novembre 1969 il Valpreda e qualche altro, che ripeto in questo momento non sono in grado di indicare, parlarono di un'eventuale preparazione di bottiglie molotov per lanciarle nel corso dello sciopero generale. Sentii anche che si voleva usare un tubo di caucciù per prelevare benzina dalla macchina e metterla nelle bottiglie molotov.

Comunque il 19 novembre non successe nulla perchè tutto il gruppo fu bloccato la mattina nel negozio di via del Boschetto e trasferito alla Questura di Roma. Nel pomeriggio furono rilasciati".

 

 

Emilio Borghese, premesso di aver aderito al circolo "22 marzo", nel quale era stato cassiere dopo che tali funzioni erano state esercitate dal Bagnoli, inequivocabilmente ammetteva la presenza in quell'ambiente di persone che sostenevano la teoria della violenza.

 

 

“E' vero - precisava al Procuratore della Repubblica - che nell'ambito del circolo anarchico vi erano alcuni che proponevano di svolgere azioni violente a scopo provocatorio. Il Valpreda, il Merlino ed il Bagnoli erano tra i più attivi: il Valpreda ed il Merlino proponevano il lancio di bottiglie molotov in ogni occasione ed esplicitamente dichiaravano di averlo fatto altre volte".

 

 

Ammetteva ancora di aver detto al Merlino, parlando con lui sulla porta del circolo "22 marzo" nel pomeriggio di martedi 9 o mercoledi 10 dicembre, se poteva procurargli dell’esplosivo: tale richiesta gli aveva fatto con l'intento di dare poi l'esplosivo a Mander, il quale lo aveva a sua volta chiesto a lui informandolo che un gruppo di amici "era in grado di realizzare una concreta attività anarchica".

 

 

Confermava quanto dichiarato alla Polizia circa il deposito di esplosivo nonchè sul fatto che nel pomeriggio degli attentati egli si trovava ad ascoltare la conferenza del "Cobra" nella sede del circolo. Giustificava le false confidenze fatte al Merlino, circa la sua partecipazione al trasporto delle materie esplodenti, asserendo di aver voluto fare bella figura ed apparire "più bello degli altri".

 

 

Negava di aver detto al Merlino stesso che aveva avuto il modo di procurare altro esplosivo:gli aveva invece fatto presente che, volendo, vi erano i mezzi per rimediare dell'esplosivo.

 

 

Quanto al colloquio avuto con l'informatore Andrea il pomeriggio di domenica 14 dicembre, Emilio Borghese forniva le seguenti giustificazioni nei suoi interrogatori ed in sede di confronto disposto dal Giudice Istruttore con l'Andrea, dopo che l'identità di quest'ultimo era stata finalmente accertata per quella dell'agente di P.S. Salvatore Ippolito:

 

 

Con la frase "Se prendono Mander sono fregato anch'io" aveva inteso esprimere la sua preoccupazione di rimanere anch'egli coinvolto giudiziariamente in caso di un fermo del suddetto, in quanto entrambi amici, incensurati e legati a questioni comuni in relazione al deposito di esplosivo sulla via Tiburtina.

 

 

Circa la sua affermazione di conoscere sin dalla mattina il futuro scoppio degli ordigni, essa era stata pronunciata solo con riferimento a delle voci che circolavano da tempo, secondo le quali gli ambienti di destra erano pronti ad effettuare attentati terroristici.

 

 

Quanto all'asserita insospettabilità del Gargamelli, il cui genitore lavorava proprio nella Banca Nazionale del Lavoro, chiariva che il nome del Gargamelli medesimo era venuto fuori nel parlare dello stato delle indagini di polizia e nel fare un elenco dei compagni anarchici già fermati o in pericolo di fermo.

 

 

Circa, infine, il riferimento alla fuga all'estero del Valpreda, esso doveva intendersi come la formulazione di una mera ipotesi da parte sua e non come una manifestazione di consapevolezza della responsabilità di Valpreda stesso in ordine agli attentati.

 

 

Roberto Mander confermava quanto dichiarato all'Autorità di P.S. relativamente alla conferenza del Serventi da lui ascoltata.

 

 

Circa la sua attività nell'ambito del 22 marzo riferiva testualmente:

 

" E' vero che giovedì 11 dicembre quando incontrai Merlino Mario a via Cavour io gli chiesi se aveva la possibilità di procurarsi dell'esplosivo, per tenerlo a disposizione nel caso di azione esemplare difensiva. Per quanto riguarda il 28 novembre io parlai con Merlino Mario della utilità o meno che nel corso della manifestazione dei metalmeccanici avvenissero degli incidenti. Esattamente discutemmo sui vantaggi che possono venire ai metalmeccanici da un eventuale scontro con la Polizia.

E' vero che una sera verso il 10 dicembre parlai col Borghese e gli dissi che mi occorreva del materiale esplosivo per fare eventuali esplosioni dimostrative difensive.

E' vero che il Borghese mi rispose che questa roba si poteva rubare nelle cave dove fanno scavi.

E' vero che con i compagni del "Bakunin" e del "22 marzo" si è parlato in diverse occasioni della utilizzazione anzi della possibilità come mezzo di lotta dell’"attentato". In sostanza con alcuni compagni anarchici si discute della questione degli attentati sotto il profilo teorico del mezzo di lotta.

 

Per quanto riguarda il deposito di esplosivo posso dire che nel mese di settembre Ivo Della Savia e Piero Valpreda mi dissero che avevano del materiale esplosivo ed anzi mi accompagnarono con la Fiat 500 in via Tiburtina poco fuori città in una zona dove vi era una scarpata. Qui mi dissero che sotto un albero che mi indicarono vi era nascosto dell'esplosivo chiuso in un sacco di plastica. Sono tornato due o tre volte sul posto per imprimere bene in mente la zona.

 

Un giorno di novembre midecisi di controllare l'esistenza dell'esplosivo e farne l'inventario. Senonchè non trovai nulla.

 

Non parlai di questa mia scoperta a Piero Valpreda. Io pensai che l'esplosivo era stato portato fuori altrove". Per questo motivo egli, come risulta da quanto dallo stesso dichiarato alla Polizia, aveva chiesto dell'esplosivo al Borghese e al Merlino”.

 

Emilio Bagnoli, premesso che il "22 marzo" era sorto verso la metà di ottobre 1969 anche se l'idea era nata qualche tempo prima, ammetteva che in qualche riunione del gruppo si era parlato di attentati e che alcune volte il Valpreda aveva sostenuto, pur senza riferirsi ad azioni concrete da svolgere contro obiettivi determinati, che l’attentato deve essere realizzato con utilizzazione di ordigni esplosivi. Negava, tuttavia, che "l'azione esemplare", di cui egli parlava, fosse concepita come attività delittuosa contro l'ordine pubblico:

 

"Anche se io ho parlato di azione esemplare - puntualizzava – ho già chiarito che non si deve intendere come azione violenta, o meglio che non si deve intendere come azione dinamitarda".

 

 

 

Riconosceva, comunque, pur precisando che non aveva parlato con serietà, di aver approvato un attentato dinamitardo con le seguenti espressioni:

 

 

“Per quanto riguarda l'episodio avvenuto all'interno del circolo "22 marzo" il giorno successivo all'attentato presso la Legione dei Carabinieri del Lazio, è vero che io leggendo il giornale dissi scherzosamente "azione esemplare"... è vero che il Merlino dichiarò che gli autori di tale attentato erano dei principianti, mentre per colpa loro ci andiamo di mezzo "noi professionisti".

 

E' vero inoltre che il Merlino mostrò come si colloca una bomba immaginaria per ottenere una maggiore forza dirompente. Voglio però precisare che tutto il discorso è stato tenuto in tono ironico e scherzoso”.

 

 

 

Il Bagnoli dichiarava ancora di aver fatto da "cassiere" nel gruppo raccogliendo i versamenti degli aderenti e di aver sottoscritto il contratto di locazione relativo alla sede del "22 marzo" di via del Governo vecchio.

 

 

Roberto Gargamelli confermava l'alibi prospettato nella fase delle prime indagini e negava di aver mai parlato di bombe da collocare nella banca dove lavorava suo padre.

 

 

Enrico Di Cola, detto Enrichetto, si rendeva latitante. In precedenza, ai Carabinieri che avevano sequestrato nella sua abitazione quattro tubi di ferro con del nastro isolante applicato ad una delle due estremità di ciascuno, sì da renderlo una specie di manganello, aveva dichiarato di detenere tali oggetti come strumenti di difesa personale. Agli stessi militari egli aveva ammesso di far parte del circolo "22 marzo".

 

 

Giovanni Ferraro, Angelo Fascetti e Claudio Gallo, pur ammettendo di aver frequentato più o meno saltuariamente la sede del circolo "22 marzo" di via del Governo vecchio, dichiaravano di non aver mai sentito ivi parlare della programmazione di attentati dinamitardi od, in genere, di delitti.

 

(continua al capitolo VIII Parte Prima)