IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE PRIMA CAPITOLO IV

[da pagina 55 a pagina 62]

 

 

I “fermi” nell’ambito del “22 Marzo”

 

 

La sera stessa del 12 dicembre 1969 le prime indagini della Questura romana, in ordine ai gravissimi attentati di quel pomeriggio, si muovevano anche in direzione del circolo "22 marzo" e, dei componenti di esso, Mario Merlinoveniva fermato poche ore dopo le esplosioni.

 

 

Il Merlino, interrogato, in un primo tempo sosteneva di aver trascorso tutto il pomeriggio di quel giorno in casa e di essere uscito verso le ore 17, per recarsi nell'abitazione del prof. Marcello Lelli (sita in Piazza Esedra) con il quale aveva preso appuntamento per la preparazione della sua tesi di laurea. Aggiungeva di aver cambiato idea strada facendo, in quanto non si sentiva abbastanza preparato a causa di una malattia influenzale che lo aveva tenuto a letto nei giorni precedenti. Quindi, dopo aver telefonato al suo amico Sandro Gentili per chiedergli la restituzione di un libro, era rincasato verso le 19.

 

 

In un secondo interrogatorio, reso in Questura la sera del 14 dicembre, forniva vari elementi di accusa a carico dei suoi compagni anarchici. Assumeva, infatti, di aver appreso dal Mander che questi ed il Borghese tenevano sulla Via Casilina un deposito di esplosivi e di armi; di aver ricevuto dallo stesso Mander il 28 novembre in Piazza S.Ilaria Maggiore, in occasione del raduno nazionale dei metalmeccanici, una richiesta di esplosivo con la motivazione che le cose stavano precipitando ed era perciò necessario agire; di aver saputo dal Borghese,la sera del 9 o 10 dicembre,che questi aveva sulla Via Casilina un deposito di esplosivi e detonatori presso il quale si era recato qualche giorno prima insieme a Roberto Mander e Pietro Valpreda; di aver saputo, infine, dallo stesso Borghese che, oltre ad effettuare trasporti di esplosivi con il Valpreda ed il Mander, egli aveva procurato e conservato nel deposito di Via Casilina un altro quantitativo di materiale esplodente all'insaputa del Mander.

 

 

Lo stesso 14 dicembre, alle ore 6,40, era stato intanto fermato Roberto Mander, il quale, interrogato, aveva dichiarato alla Polizia di aver trascorso la giornata del 12 precedente come segue: era regolarmente andato a scuola al mattino ed era rincasato per pranzare; era poi uscito di casa per andare a sentire una conferenza che tale Antonio Serventi, detto "Cobra” doveva iniziare alle15,30 nella sede del" 22 marzo"; aveva, indi, ascoltato detta conferenza e, poi, passando per Piazza Venezia al fine di recarsi nella sede del “Bakunin” aveva appreso la notizia degli attentati.

 

 

Il pomeriggio del 14 altre notizie erano state assunte dalla Questura tramite "l'informatore Andrea". Quest'ultimo, come ebbe poi a dichiarare durante la formale istruzione, era stato fittiziamente fermato anch'egli la sera del 12, per fargli acquistare ulteriore credibilità nell'ambiente anarchico, e poi rilasciato.

 

 

Avendo appreso del suo rilascio, con lui quel pomeriggio (14 dicembre) Emilio Borghese aveva preso appuntamento per telefono e, poco dopo, incontratolo, gli aveva fatto intendere di saperne abbastanza circa la commissione degli attentati. Infatti gli aveva confidato di essere stato al corrente, sin dalla mattina del 12, del fatto che le bombe dovevano esplodere pur non conoscendo il luogo nè l'ora delle programmate esplosioni; di ritenere che il "Robertino" (Roberto Gargamelli) sarebbe stato insospettabile agli occhi della Polizia essendo impensabile che un figlio possa collocare un ordigno esplosivo in un luogo dove corre il rischio di morire suo padre (il genitore del Gargamelli lavorava come cassiere nella sede romana della Banca Nazionale del Lavoro); di essere convinto che Pietro Valpreda, partito da Roma il pomeriggio dell'11 per raggiungere Milano, fosse già fuggito all'estero dopo gli attentati; di paventare in particolar modo un eventuale arresto del Mander ("Se prendono Mander sono fregato anch'io" erano state le sue precise parole).

 

 

Sulla base dei suddetti elementi nella tarda serata del 14 dicembre si procedeva al fermo di Emilio Borghese ed anche costui riferiva, come il Mander, di aver trascorso il pomeriggio del 12 ad ascoltare la conferenza del Serventi nella sede del circolo "22 marzo", ove si era trattenuto dalle ore 15,30 alle 19.

 

 

Egli negava in un primo momento di aver mai saputo o parlato con il Merlino di depositi di esplosivo; ma poi ammetteva di aver sentito parlare il 24 o il 25 ottobre di un deposito di materiali esplodenti tenuto da anarchici sulla Via Tiburtina o Casilina.

 

 

Chiariva di aver sentito dire ciò nel negozio di Via del Boschetto, dove certamente vi era Pietro Valpreda e forse erano anche presenti Emilio Bagnoli, Enrico Di Cola, Roberto Mander, Giovanni Aricò ed Angelo Casile. Aggiungeva poi che aveva mentito dicendo al Merlino di aver partecipato ad un trasporto di esplosivo in un deposito di Via Tiburtina o Casilina con Pietro Valpreda e Roberto Mander e che in realtà erano stati il Mander, Ivo Della Savia ed il Valpreda, come quest'ultimo gli aveva confidato, ad effettuare detto trasporto nell'agosto o settembre 1969 da un vecchio deposito ad un posto più sicuro. Il Valpreda gli aveva confidato anche che del materiale esistente nel vecchio deposito si erano serviti per fare, a Roma, degli attentati, senza specificare quali.

 

 

Nel far presente, inoltre, di aver ricevuto dal Mander per due volte richieste di esplosivo, la prima il mese precedente e la seconda il 6 dicembre, poneva in rilievo che questa seconda volta il suddetto Mander voleva attuare attentati dinamitardi dimostrativi. A tal riguardo dichiarava quanto segue:

 

 

"Ho effettivamente sentito dire che uno degli obiettivi, contro i quali sarebbero dovuti essere effettuati gli attentati dinamitardi dimostrativi, era l'Altare della Patria. Abbiamo, in una discussione nel circolo"22 marzo” ed anche in altri luoghi, io e gli altri esponenti del gruppo parlato di porre in atto un'azione dimostrativa contro le banche, compiendo delle rapine e di bruciare, poi, i soldi sottratti, per dimostrare alla società che noi non abbiamo bisogno di danaro e, quindi, non per effettuare un furto, ma, principalmente, per dimostrare all'opinione pubblica che, nella società che noi vogliamo, il capitale è inutile.

Ricordo che la riunione durante la quale si parlò dell'attentato dinamitardo dimostrativo all'Altare della Patria è avvenuta dopo il 19 novembre u.s.

Sono stato io per primo a parlare dell'azione di rapina dimostrativa contro le banche... gli attentatori debbono soprattutto farsi prendere, in modo che si possa propagandare il motivo e l'ideale che li hanno spinti a compiere il gesto... Preciso che quando si parlò dell'attentato all'Altare della Patria non fu stabilito nulla sull'attuazione”.

 

 

Il 15 dicembre veniva eseguito il fermo di Roberto Gargamelli e Pietro Valpreda. Il primo prospettava, per il pomeriggio del 12, un alibi preciso sostenendo di essere stato fin dalle 15, per due ore e mezzo circa, in Piazza dei Re di Roma con l'amico Claudio Fattinnanzi per riparare la motocicletta di quest'ultimo.

 

 

Circa i rapporti con i suoi amici anarchici precisava: “…non è vero che al circolo "22 marzo" ci riunivamo ogni tanto e si parlava di azioni dimostrative da fare. Le azioni dovevano essere fatte contro Uffici pubblici in generale e non ci si precisava quali".

 

 

Il secondo, rintracciato a Milano nel Palazzo di Giustizia (ove si era recato per essere sentito come teste dal Consigliere Istruttore dott. Amati in un processo penale) e tradotto a Roma, riferiva in Questura alle ore 3,30 del 16 di aver trascorso il pomeriggio e la serata del giorno degli attentati sempre a letto, perchè non si sentiva bene in salute, nella abitazione della sua prozia Rachele Torri sita in Via Orsini 9/5 di Milano. Aggiungeva che l'indomani, 13 dicembre, alle ore 9,30 egli si era recato nello studio legale del suo avvocato, Luigi Mariani, dovendo poi andare con lui in Tribunale; che verso le ore 13 si era recato a casa di sua nonna Olimpia Torri in Viale Molisen.47 ed ivi era rimasto tutto il pomeriggio, la notte tra sabato 13 e domenica 14, nonchè l'intera giornata della domenica fino al mattino del lunedì; che proprio in casa della nonna verso le 17,30 della domenica aveva ricevuto la visita della sua amica Elena Segre.

 

 

Interpellato circa il deposito di esplosivo sulla Casilina o Tiburtina, il Valpreda ammetteva che Olivo Della Savia, prima di partire da Roma l'ultima volta, gli aveva indicato approssimativamente, passando sulla via Tiburtina, l'ubicazione di un deposito di "roba". "Con la parola roba proseguiva Valpreda - noi intendiamo far riferimento ad esplosivi,detonatori e micce". Egli precisava, inoltre, di non aver poi proceduto ad una verifica per accertare la effettiva esistenza o meno della "roba" e di non averne mai informato alcuno dei suoi amici.

 

 

Durante quella stessa notte Pietro Valpreda acconsentiva a guidare sul luogo del presunto deposito gli organi di polizia; i quali potevano così constatare in un scarpata a lato della Via Tiburtina, verso il km.8, l'esistenza di una buca vuota che, per le sue caratteristiche e dimensioni (cm.55 di diametro e cm.95 di profondità) aveva tutta l'apparenza di un nascondiglio usato per occultare qualcosa.

 

 

Fra i fermi operati dalla Polizia nell'ambiente anarchico vi sono da menzionare, infine, quelli di Annelise Borth ed EmilioBagnoli avvenuti rispettivamente il 13 ed il 17 dicembre 1969.

 

 

La Borth, accusata di essere entrata nel territorio dello Stato Italiano senza effettuare la prescritta dichiarazione di soggiorno e di aver dichiarato false generalità nel primo interrogatorio reso in Questura, ammetteva entrambi gli addebiti.

 

 

Il Bagnoli, dopo aver ammesso di far parte del circolo "22 marzo", sosteneva di aver trascorso anch'egli il pomeriggio del 12 dicembre ad ascoltare la conferenza del Serventi e negava di aver mai concepito disegni relativi ad attentati dinamitardi, pur precisando che si era discusso sia nel "22 marzo" che nel "Bakunin" sulla validità degli attentati in questione.Riferiva, inoltre, che, in occasione di un viaggio a Reggio Calabria effettuato nell'ottobre precedente insieme a Pietro Valpreda, quest'ultimo gli aveva confidato di essere in possesso di un certo quantitativo di miccia lasciatogli da Ivo Della Savia. A chiarimento dei fini e dei metodi del circolo" 22 marzo", precisava infine:

 

 

"Nella riunione in cui commentammo la manifestazione del Vietnam, fummo tutti concordi nell'ammetterne il fallimento e l'inutilità perchè si era trattato di una semplice passeggiata, inquadrata nel servizio d’ordine del movimento studentesco”.

 

(continua al capitolo V Parte Prima)