IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

PARTE PRIMA CAPITOLO II

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Le prime indagini

 

 

In base alle prime constatazioni effettuate a Milano sul luogo dell'esplosione da Magistrati della locale Procura della Repubblica e da appartenenti alla Polizia, con l'ausilio di un perito balistico nominato nella persona dell'ing. Teonesto Cerri, emergeva che l'ordigno esploso era stato collocato sotto un grande tavolo posto al centro del salone circolare ove si affacciavano gli sportelli bancari.

 

 

Oltre all'ampio foro nel pavimento della sala, in corrispondenza del posto di collocazione dell'ordigno medesimo, le altre conseguenze di rilievo provocate dallo scoppio sulle cose erano costituite dalla distruzione o dal notevole danneggiamento degli arredi dei vari uffici siti nei tre piani dell'edificio.

 

 

Frammenti metallici e di altra natura giacevano ammassati attorno al suddetto foro. Mentre venivano compiute le più urgenti operazioni di soccorso dei feriti, giungeva dalla non lontana sede della Banca Commerciale Italiana la notizia del rinvenimento della borsa di similpelle cui si è già accennato; e gli inquirenti si portavano, quindi, sollecitamente a Piazza della Scala.

 

 

La borsa, che - come riferito dal commesso della COMIT Borroni Rodolfoall'atto del rinvenimento si trovava collocata vicino ad un ascensore di servizio sul pianterreno,veniva accuratamente esaminata.

 

 

Era di colore nero, portava impressa la dicitura "made in Germany"nonchè l'immagine di un gallo sulla piastrina inferiore del dispositivo di chiusura e, come risulta dal verbale redatto dal Commissariodi P.S. Antonino Mento alle ore 19 di quello stesso 12 dicembre, presentava il seguente particolare: "al manico è legato uno spago a cui presumibilmente in origine era attaccato il cartellino del prezzo".

 

 

Essa conteneva: una cassetta metallica del tipo "portavalori" chiusa a chiave, una bustina vuota rettangolare di plastica ed un dischetto nero graduato da 0 a 60 con cinque fori circolari di diverso diametro intorno ad uno dei quali si leggeva la scritta "60 M/A".

 

 

La cassetta metallica non rivelava all'ascolto, alcun ticchettio; ma al lume delle recenti esperienze, si sospettava subito che il suo contenuto potesse consistere in un ordigno esplosivo già innescato. L'Ing. Cerri, presente sul posto nell'anzidetta qualità di perito, paventava in particolare che potesse anche trattarsi di un insidioso congegno "a trappola" e consigliava, perciò, di provocarne l'esplosione previo impiego di tutte le cautele idonee ad evitare danni alle persone ed alle strutture murarie dell'Istituto bancario.

 

 

La cassetta veniva, così, trasportata dal brig. di P.S. Vincenzo Ferrettino, specialista artificiere, in un giardino interno della banca e sotterrata; poi la si faceva brillare verso le ore 21 con una carica di tritolo applicata alla serratura.

 

 

I frammenti residuati allo scoppio venivano raccolti e repertati.

 

 

Intanto iniziavano a Roma ed a Milano investigazioni di polizia giudiziaria a vasto raggio negli ambienti ritenuti sospetti.

 

 

Nelle Questure e nelle Caserme dei Carabinieri centinaia di persone venivano convocate od accompagnate finchè potesse essere controllata la loro posizione in ordine agli attentati dinamitardi.

 

 

Inoltre perquisizioni domiciliari venivano eseguite nelle sedi dei gruppi politici estremisti di destra e di sinistra nonchè nelle abitazioni di appartenenti a tali gruppi. I controlli riguardavano anche i movimenti anarchici e si susseguivano pure nei giorni successivi.

 

 

La stessa sera del 12 dicembre si procedeva al fermo, a Milano, dell'anarchico Giuseppe Pinelli dipendente delle FF.SS. Questi, trattenuto in Questura fino alla notte del 15, dichiarava di aver trascorso il pomeriggio del 12 a giocare a carte in un bar posto all'angolo fra Via Morgantini e Via Civitali. Tale alibi veniva recisamente smentito dai gestori del bar, ma puntualmente confermato da altri testimoni rintracciati ed identificati dalla Polizia, su indicazione dello stesso Pinelli, fra gli avventori dell'esercizio.

 

 

Verso la mezzanotte del 15 dicembre il Pinelli precipitava da una finestra dell'edificio di Via Fatebenefratelli sede della Questura Centrale di Milano- nel cortile sottostante. Decedeva poco tempo dopo in Ospedale, malgrado i tentativi di rianimazione ivi effettuati. Le cause e le circostanze di tale precipitazione formavano oggetto di specifica inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Milano e conclusa con decreto di archiviazione del Giudice Istruttore, che riteneva essersi trattato di suicidio (1).

 

 

(1) Su denuncia di Licia Rognini, vedova del Pinelli, le indagini sul caso vennero poi riprese e concluse dal Giudice Istruttore di Milano; il quale, con sentenza del 27 ottobre 1975, prosciolse con ampia formula gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria accusati di omicidio volontario o colposo in persona del suddetto Pinelli e formulò, in relazione alle cause della morte di quest'ultimo, le seguenti due ipotesi: quella (possibile, ma non verosimile) del suicidio e quella (possibile e verosimile) di una caduta accidentale per improvviso malore (v. cart.7 vol.5 1bis parte IIIA).

 

(continua al Capitolo III Parte Prima)