Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull’eversione dell’estrema destra

 

La responsabilità di Avanguardia Nazionale negli attentati del 21/22 Ottobre 1972 ai treni diretti a Reggio Calabria

 

PARTE SESTA

Capitolo 45

(pag. 394 del fascicolo processuale)

 

 

Vincenzo Vinciguerra ha aperto uno spiraglio di verità anche sui sette attentati avvenuti nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972 in danno di convogli ferroviari o della strada ferrata che tali convogli dovevano percorrere per raggiungere Reggio Calabria in occasione di una grande manifestazione sindacale che era stata indetta in tale città .

 

 

 

Si era trattato di una campagna terroristica sofisticata e di grandi dimensioni, anche se gli attentati avevano provocato solo un numero limitato di feriti.

 

 

 

Quella notte stavano dirigendosi verso Reggio Calabria i treni speciali che portavano centinaia di migliaia di lavoratori alla manifestazione sindacale indetta dalla C.G.I.L., dalla C.I.S.L. e dalla U.I.L. per la mattina del 22 ottobre.

 

 

 

Tale manifestazione, nelle intenzioni delle forze sindacali, rappresentava la risposta democratica alle violenze che da quasi due anni sconvolgevano la città sotto la guida del Comitato d'Azione per Reggio capoluogo animato dal senatore missino Ciccio FRANCO.

 

 

 

Il Comitato e i gruppi di Avanguardia Nazionale, presenti in forze nella città, nei giorni precedenti avevano svolto una massiccia campagna volta a far desistere le organizzazioni sindacali dal proposito di tenere la manifestazione e, già a partire dal 15 ottobre, erano avvenuti nella città una serie di attentati in danno della sede della U.I.L., di una sede del P.C.I., di una sede del P.S.I. e di alcuni edifici pubblici (cfr. rapporto della Questura di Reggio Calabria - Ufficio Politico, 21.12.1972, vol.25, fasc.5, ff. 28 e ss.).

 

 

 

Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre, una serie di ordigni esplosivi avevano colpito in rapida successione i treni speciali diretti verso la città.

 

 

 

Due ordigni erano esplosi, poco dopo la partenza dei convogli da Roma, sulla linea ferroviaria del basso Lazio, uno nei pressi di Latina e uno all'altezza di Colleferro, nei pressi di Velletri. Il primo di tali attentati aveva provocato il ferimento di cinque viaggiatori che si trovavano su uno dei convogli straordinari diretti a Reggio Calabria (cfr. vol.25, fasc.1 e 2).

 

 

 

Altri tre attentati erano avvenuti più tardi sulle linee ferroviarie nella provincia di Reggio Calabria: uno nella zona di Palmi (ove l'ordigno era stato notato e gettato in una scarpata da agenti della Polizia), uno nei pressi di Lamezia Terme (ove l'ordigno era era esploso proprio mentre transitava uno dei treno straordinari) e uno nel tratto Eranova-Gioia Tauro (ove l'ordigno era rimasto inesploso).

 

 

 

Infine due ordigni erano stati collocati alla base di un palo telefonico e di un palo telegrafico situati sulla linea ferroviaria fra le stazioni di Monasterace e di Riace, nei pressi di Reggio Calabria.

 

 

 

Gli attentati erano stati compiuti da gruppi organizzati e in costante collegamento fra loro e che probabilmente godevano di complicità all'interno del personale dell'Amministrazione ferroviaria in quanto, dopo il primo attentato avvenuto all'altezza di Latina, il percorso dei convogli straordinari era stato cambiato, ma gli attentatori avevano comunque potuto individuare le linee su cui i convogli erano stati dirottati.

 

 

 

La serie di attentati poteva avere (e probabilmente era destinata ad avere) conseguenze potenzialmente gravissime.

 

 

 

Infatti, se qualcuno degli attentati avesse provocato una o più vittime, l'arrivo di centinaia di migliaia di lavoratori a Reggio Calabria, ove erano presenti in forze e perfettamente organizzati i gruppi di estrema destra, avrebbe creato una situazione incontrollabile e un clima da guerra civile.

 

 

 

Fortunatamente, in ragione del numero limitato dei feriti e del senso di responsabilità delle organizzazioni sindacali, la manifestazione si era svolta e conclusa regolarmente, anche se era stata disturbata, dalle vie laterali, da gruppi di destra che avevano anche esploso colpi d'arma da fuoco (cfr. dep. Giacomo Lauro a questo Ufficio, 8.7.1993, f.4).

 

 

 

Le indagini svolte all'epoca non avevano consentito l'identificazione dei responsabili degli attentati di quella notte, anche se gravi sospetti e alcuni elementi indiziari si erano addensati sulla struttura di A.N. di Reggio Calabria, facente capo al marchese Felice GENOESE ZERBI (cfr. rapporto della Questura di Reggio Calabria - Ufficio Politico, cit., vol.25, fasc.5, ff.28 e ss.).

 

 

 

A Vincenzo Vinciguerra, sin dai primi interrogatori resi dinanzi a questo Ufficio, era stato chiesto di fornire gli elementi di riscontro eventualmente in suo possesso in merito ai contenuti del documento attribuito a Nico Azzi ed egli aveva quindi appreso che in tale documento si faceva cenno ai timers della strage di Piazza Fontana, con ogni probabilità custoditi, dopo gli attentati del 12.12.1969, da Cristano De Eccher.

 

 

 

I timers avrebbero dovuto essere in parte ceduti al gruppo "La Fenice" per attuare un'azione di provocazione facendoli rinvenire o in una proprietà di Giangiacomo FELTRINELLI o, dopo l'attentato al treno del 7.4.1973, insieme a materiale esplosivo in una cassetta sull'Appennino ligure (cfr. ricostruzione di tali vicende nella parte seconda, capitolo 11 di questa ordinanza) ed infine erano passati, all'insaputa di Franco Freda, da Cristano De Eccher ad Avanguardia Nazionale.

 

 

 

Vincenzo Vinciguerra, pur non essendo a conoscenza del progetto che vedeva coinvolto il gruppo La Fenice, nel corso del suo primo interrogatorio in questa istruttoria ha voluto spontaneamente dichiarare di sapere "con certezza che timers dello stesso lotto di quelli impiegati per gli attentati del 12.12.1969 a Milano e a Roma erano stati utilizzati in epoca successiva in almeno un altro attentato".

 

 

 

Si trattava di un attentato commesso da ambienti di destra e Vinciguerra poteva affermare ciò sulla base di suoi "elementi di cognizione diretta" (int.16.4.1991,, f.4).

 

 

 

Nel corso di un successivo interrogatorio in data 6.6.1991, Vinciguerra, pur non sciogliendo la riserva in merito a quale attentato si trattasse e a quale gruppo ne fosse responsabile, confermava tale circostanza, aggiungendo che l'attentato in questione era riuscito in quanto l'ordigno era esploso e che comunque al momento era a suo avviso prematuro approfondire tale argomento (f.3).

 

 

 

Solo dopo avere iniziato nel marzo del 1992, con il documento "L'albero caduto", ad aprire uno squarcio sulle attività di Avanguardia Nazionale negli anni della strategia della tensione e sulla strumentalizzazione da parte di Apparati statali cui tale organizzazione, non meno di Ordine Nuovo, si era resa disponibile, Vincenzo Vinciguerra decideva di riprendere l'argomento.

 

 

 

Infatti, in tale documento, prodotto a questo Ufficio in data 9.3.1992, Vinciguerra affermava che timer dello stesso lotto di quelli impiegati per gli attentati del 12.12.1969 erano stati utilizzati anche per "far saltare i treni che portavano gli operai a Reggio Calabria per una manifestazione sindacale (pag.19 del documento) precisando poi in sede di interrogatorio (9.3.1992, f.1):

 

 

 

"......gli attentati ai treni che portavano operai e sindacalisti a Reggio Calabria sono quelli dell'autunno del 1972, in occasione dei quali ricordo che vi furono anche alcuni feriti non gravi. La notizia di cui parlo a pagina 19 del mio scritto mi fu riferita nella metà degli anni '70 durante il periodo della mia latitanza. Posso anche dire che essa proviene da una fonte ben attendibile, interna al gruppo politico che compì gli attentati ai treni dell'autunno 1972 in occasione della manifestazione di Reggio Calabria. In quell'occasione mi fu confermato che gli attentati sui treni che portavano i militanti a Reggio Calabria erano la risposta a quella che veniva considerata una sfida lanciata dalle organizzazioni sindacali monopolizzate dal Partito Comunista contro quella che era ormai una città simbolo della destra italiana."

 

 

 

Gli episodi cui si riferiva Vincenzo Vinciguerra erano quindi uno o più degli attentati avvenuti nella notte fra il 21 e il 22 ottobre 1972, destinati a creare a Reggio Calabria un clima di scontro frontale e quasi di guerra civile.

 

 

 

Nel capitolo intitolato "IL DRAGO E L'ARCANGELO" di un successivo documento redatto da Vincenzo Vinciguerra nel giugno 1993, egli scioglieva la riserva anche in merito all'identità dell'autore della confidenza sull'utilizzo dei timers e in merito all'organizzazione cui erano riconducibili gli attentati dell'ottobre 1972.

 

 

 

Accennando infatti alla corresponsabilità di Avanguardia Nazionale, insieme al gruppo veneto di Ordine Nuovo, nell'operazione del 12.12.1969, Vincenzo Vinciguerra indicava in questo secondo documento (pag.174) in Stefano DELLE CHIAIE colui che, a Madrid nel 1976, gli aveva confidato l'utilizzo di quei timers anche per gli attentati ai treni dell'ottobre 1972 e indicava quindi in Avanguardia Nazionale, come sin dalle prime indagini si era sospettato, l'organizzazione responsabile anche di tale seconda serie di attentati.

 

 

 

Oltre a Stefano Delle Chiaie un altro militante sempre appartenente ad A.N. aveva poi confermato a Vinciguerra, durante un incontro a Roma nella primavera del 1979, che i timers usati per gli attentati ai treni nell'ottobre 1972 provenivano dallo stesso lotto di quelli utilizzati il 12.12.1969 e che la reazione di un altro camerata, Maurizio Giorgi, il quale aveva smentito con sospetta veemenza allo stesso Vinciguerra la confidenza di Stefano Delle Chiaie era dovuta al fatto che tale particolare avrebbe dovuto rimanere assolutamente segreto.

 

 

 

Il militante incontrato a Roma aveva comunque chiesto a Vinciguerra di non porgli domande in merito alle modalità con cui i timers erano entrati nella disponibilità di A.N. (cfr. Il Drago e l'Arcangelo, pag.175). Vincenzo Vinciguerra ha approfondito quanto più sinteticamente già esposto nel documento nel corso dell'interrogatorio reso in data 11.6.1993, cui sono allegate le pagine del documento appena citate.

 

 

 

"Posso innanzitutto precisare che il discorso con Stefano DELLE CHIAIE avvenne nell'estate del 1976 in un appartamento di cui ho già fatto cenno che era quello che trovai nella nostra disponibilità al mio ritorno in Spagna nel giugno del 1976.

Si trovava nella zona centrale di Madrid, in una Piazza che sarei in grado di precisare, forse, se disponessi di una cartina, e la cui disponibilità da parte nostra si colloca quindi temporalmente in una fase intermedia fra quella del Manzanarre e quella dei due appartamenti di cui uno "coperto" e uno utilizzato come semplice abitazione di cui ho già parlato.

Lasciammo questo appartamento nel settembre/ottobre 1976. Quella sera io e Stefano DELLE CHIAIE stavamo conversando ed il discorso cadde, trattando di atti di sabotaggio, sulla necessità di predeterminarne gli effetti, obiettivo che comportava di poter disporre di mezzi tecnici adeguati per calibrarne gli effetti stessi.

Io sottolineavo la difficoltà di possedere questo tipo di mezzi, anche in base alla mia esperienza, al che Stefano ne ribadì la necessità portando ad esempio proprio l'operazione contro i treni diretti a Reggio Calabria, resa possibile dall'impiego di timers.

E’ bene specificare che il confronto era basato da un lato sulla mia attività non come elemento di ORDINE NUOVO, quindi rappresentante di una organizzazione, bensì come persona singola che aveva operato con alcuni camerati a titolo personale. D'altro lato vi era Stefano che parlava come responsabile di una organizzazione, e cioè AVANGUARDIA NAZIONALE, nell'ambito della quale erano maturate l'organizzazione e l'esecuzione degli attentati ai treni.

Nel giro di pochissimo tempo, forse il giorno dopo o poco più, e nel medesimo appartamento, io e MAURIZIO GIORGI stavamo discutendo di argomenti vari e, comparendo nel discorso Stefano Delle Chiaie, io ripetei a Giorgi quanto Stefano mi aveva detto sugli attentati ai treni diretti a Reggio Calabria e sulle modalità della loro esecuzione. Giorgi scattò con eccessiva veemenza, negando la veridicità del fatto e definendo Stefano un "megalomane" perchè quegli attentati non erano stati fatti con i timers, ma con micce a lenta combustione.

La giustificazione addotta, e cioè la " megalomania " di Stefano e la reazione eccessivamente allarmata da parte di Giorgi mi indussero a non dare credito a nessuna delle sue parole. In sostanza ebbi la sensazione netta che Giorgi volesse forzatamente convincermi che il particolare dei timers non era vero.

Per quanto concerne il discorso con una terza persona di Avanguardia Nazionale che avvenne a Roma nella primavera del 1979, quando ero ormai latitante in relazione alla condanna per il dirottamento di Ronchi dei Legionari, posso nella sostanza confermare quanto ho già esposto nel mio scritto. Questa conversazione mi spiegò in pratica la motivazione del comportamento di Maurizio Giorgi, stante la gravità del collegamento fra i timers e Piazza Fontana e che da parte di Stefano era evidentemente avvenuta la violazione di un segreto che non poteva essere rivelato indipendentemente dalla fiducia nell'interlocutore.

Preciso che fui io a voler toccare con il mio interlocutore quell'argomento, approfittando di una discussione, proprio perchè non ero mai stato convinto della smentita di Maurizio Giorgi. Non intendo indicare il nome del militante che mi disse che il particolare dei timers usati per i treni per Reggio Calabria non poteva essere rivelato perchè si trattava dello stesso tipo di timers usati per gli attentati del dicembre 1969. Posso però dire che si tratta di persona di fiducia nell'organizzazione e d'altronde solo con persone con queste caratteristiche io in quella fase potevo entrare in contatto essendo latitante e con una condanna piuttosto grave e definitiva a mio carico."

 

 

 

 

Vincenzo Vinciguerra quindi limitando come già in altri casi la rivelazione del suo patrimonio di conoscenze, non ha voluto indicare il nome del terzo militante con cui aveva parlato della questione dei timers, ma tale colloquio si era certamente svolto in un contesto di piena affidabilità reciproca in quanto entrambi gli interlocutori erano in quel momento esponenti di alto livello dell'organizzazione.

 

 

 

Dal racconto di Vinciguerra si trae la conclusione che Avanguardia Nazionale era coinvolta in entrambi i gruppi di attentati: corresponsabile insieme a Ordine Nuovo di quelli del 12 dicembre 1969 (ad A.N. era stata probabilmente affidata l'esecuzione dei due attentati all'Altare della patria), diretta responsabile della serie di attentati del 21/21 ottobre 1972 che d'altronde erano avvenuti per buona parte in Calabria, storico punto di forza dell'organizzazione.

 

 

 

Ovviamente nel corso dell'istruttoria sono stati cercati tutti i possibili riscontri obbiettivi e testimoniali al racconto di Vinciguerra Vincenzo.

 

 

 

Apparentemente l'esame dei rapporti giudiziari e dei rilievi tecnici relativi agli episodi del 21/22 ottobre 1972, non ha consentito alcun riscontro delle confidenze di Stefano Delle Chiaie, almeno sul piano della verità intrinseca della stessa in quanto ben difficilmente l'attendibilità dello spontaneo racconto di Vinciguerra può essere messo in discussione.

 

 

 

Infatti, secondo i rapporti giudiziari i due attentati avvenuti in Lazio, nei pressi di Velletri e nei pressi di Latina, sarebbero stati commessi utilizzando un sistema di innesto elettrico costituito non da un timer ma da una pila collegata ad una sveglia. In entrambi i casi, infatti, erano state rinvenute sui binari pile marca Sole e una sveglia di marca Ruhla in occasione dell'attentato di Velletri e di marca Vityaz in occasione dell'attentato di Latina.

 

 

 

Gli attentati di Monasterace, di Palmi e quello fallito sul tratto di binario fra Eranova e Gioia Tauro erano poi stati certamente commessi utilizzando per l'innesco micce inserite in detonatori (cfr. nota Digos Milano, 19.3.1992, vol.5, fasc.3, ff. 23 e ss.).

 

 

 

Solo in relazione all'attentato avvenuto nel tratto di binario fra San Pietro Maida e Lamezia Terme, gli atti di polizia ancora disponibili presso la locale Questura non avevano consentito di acquisire alcuna notizia sulle modalità di innesco dell'ordigno (nota Digos Milano cit., f.24). Gli ulteriori approfondimenti disposti da questo Ufficio hanno tuttavia evidenziato due circostanze alquanto singolari.

 

 

 

Infatti, con riferimento all'ultimo attentato citato e cioè quello avvenuto tra le stazioni di San Pietro Maida e Lamezia Terme, non risultando dai pochi atti di polizia ancora disponibili (più che altro telegrammi e comunicazioni interne) alcuna notizia sulla composizione dell'ordigno, si è ritenuto opportuno procedere all'acquisizione del fascicolo processuale presso il Tribunale di Lamezia Terme, fascicolo che certamente doveva contenere i verbali di sequestro di quanto repertato, i rilievi tecnici operati dalla polizia e forse una perizia. Erano del resto già stati acquisiti senza difficoltà presso gli archivi dei Tribunale di Latina e di Velletri i fascicoli relativi ai due attentati avvenuti in Lazio (cfr. vol. 25, fasc. 1 e 2).

 

 

 

La ricerca del fascicolo relativo all'episodio di Lamezia Terme si presentava del resto assai facile in quanto, essendo stati all'epoca indiziati per tale episodio due militanti di Avanguardia Nazionale (Natale MUNAO' e Emilio GAY), il fascicolo era registrato come fascicolo con imputati noti e quindi, a differenza dei procedimenti a carico di ignoti, destinato ad essere archiviato e conservato senza limiti di tempo.

 

 

 

Tuttavia, la Cancelleria del Tribunale di Lamezia Terme, dopo aver svolto su richiesta di questo Ufficio accurate ricerche, comunicava che il fascicolo processuale n. 62/73 G.I., definito con sentenza di proscioglimento nei confronti dei due indiziati in data 15.7.1974 ed archiviato il successivo 5.8.1974, non era stato rinvenuto al suo posto nell'archivio e, in assenza di qualsiasi altra annotazione, risultava quindi irrintracciabile (cfr. nota Tribunale di Lamezia Terme, 30.5.1992, vol.25, fasc.3, f.2).

 

 

 

Il fascicolo processuale relativo all'attentato di Lamezia Terme è quindi misteriosamente scomparso.

 

 

 

Presso la Polfer di Lamezia Terme, grazie alle ricerche effettuate dalla Digos di Catanzaro, era stato invece possibile acquisire la relazione di tale Ufficio n.1220 del 22.10.1972 contenente, fra l'altro, gli esiti degli accertamenti svolti da un artificiere della Polizia nell'immediatezza del fatto (cfr. nota di trasmissione della Digos di Milano 23.4.1992, vol.25, fasc.3, f.4).

 

 

 

Da tale relazione risulta che sul luogo dell'attentato, che aveva causato gravi danni ai binari, non era stato rinvenuto alcun frammento di miccia né alcun altro reperto utile ad accertare le modalità di innesco dell'ordigno (vol.25, fasc.3, f.6).

 

 

 

In conclusione con riferimento a tale attentato tutte le ipotesi in merito alle modalità di innesco del congegno restano aperte e non verificabili ed è anzi improbabile che sia stata utilizzata una miccia posto che in casi del genere qualche frammento della miccia stessa viene normalmente recuperato e repertato.

 

 

 

E' quindi possibile che per tale attentato sia stato utilizzato un timer i cui frammenti si confondono facilmente dopo l'esplosione, con schegge e altri materiali metallici. Tale circostanza rende più inquietante la sparizione del fascicolo processuale ed è lecito ipotizzare che quel fascicolo dovesse essere sottratto perchè qualche fotografia o la traccia nel verbale di sequestro di qualche minuscolo reperto poteva contenere l'indizio rivelatore di una verità che un militante esperto come Stefano Delle Chiaie, anche secondo le parole dei suoi camerati, avrebbe dovuto tenere assolutamente segreto: ad esempio l'utilizzo, quella notte, di un timer.

 

 

 

Inoltre, dopo l'acquisizione dei fascicoli processuali relativi agli attentati avvenuti nei pressi di Latina e nei pressi di Velletri, contenenti i verbali di sequestro di quanto repertato intorno ai binari danneggiati e i rilievi fotografici, si decideva di effettuare un più scrupoloso approfondimento grazie all'esame di tale materiale documentale, del confezionamento e delle modalità di innesco dei due ordigni.

 

 

 

Infatti, come già accennato, alla luce dei rapporti giudiziari, la descrizione di quanto repertato contrastava con la confidenza fatta da Stefano Delle Chiaie a Vincenzo Vinciguerra in quanto in entrambi i casi risultavano rinvenute sul posto una pila elettrica e parti di una pila e di una sveglia (nonchè, in relazione all'attentato avvenuto vicino a Velletri, spezzoni di miccia detonante) e cioè componenti per un innesco non compatibili con l'utilizzo di un timer.

 

 

 

Veniva quindi effettuata dal dr. Alessandro Massari, del Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Centrale della Polizia Criminale, una consulenza tecnica e all'esperto veniva consegnata tutta la documentazione presente nei due fascicoli processuali.

 

 

 

Gli esiti della consulenza, depositati in data 11.1.1993 (cfr. vol.25, fasc.3. ff.13 e ss.), sono quantomeno sorprendenti:

 

 

 

"1° episodio (attentato sulla tratta Colleferro/Valmontone avvenuto alle ore 23.52 del 21.10.1972; cfr. vol.25, fasc.2) ...... Sul sito dell'attentato, a seguito di vari sopralluoghi, venne repertato il seguente materiale: - uno spezzone di miccia della lunghezza di cm.51; - due spezzoni di miccia della lunghezza rispettivamente di cm.220 e di cm.44; - una batteria marca "SOLE" da 4,5 volt, collegata a due spezzoni di reofori di cui uno bleu, lungo cm.42, e l'altro rosso, lungo cm.17; - un quadrante di sveglia; - un residuo di sveglia. I tre spezzoni di miccia, tutti in ottimo stato di conservazione, analizzati, risultarono provenire da una miccia detonante alla pentrite (PETN) contenente gr.9 di esplosivo per metro lineare e conseguentemente una velocità di detonazione pari a circa 6000 metri al secondo".

 

 

 

Questo manufatto, come indicato anche dal nome, contiene un esplosivo (PETN e a volte T4) detonante che genera una esplosione con una velocità di propagazione dell'ordine di 2-10 chilometri per secondo...... Per ottenere una detonazione, è necessario utilizzare un innesco detonante (detonatore) che a causa della sua ridotta quantità e potenza deve essere coadiuvato da un elemento intermedio (miccia detonante) in modo da avere la certezza del coinvolgimento nella detonazione dell'intera carica. Inoltre, quando il sistema da attivare è costituito da più cariche, esse vengono collegate fra loro per mezzo di una miccia detonante in modo da provocare con un solo punto di attivazione l'esplosione simultanea di tutte le cariche.

 

 

 

Nel caso in esame sembra strano che siano stati repertati tre spezzoni di miccia detonante integri ed in buono stato di conservazione.

 

 

 

Infatti, per quanto sopra esposto, è praticamente impossibile, essendosi verificata l'esplosione, che la miccia detonante non sia stata coinvolta e che quindi sia stata repertata integra. L'unica spiegazione possibile consiste nel fatto che i tre spezzoni di miccia non facevano parte della carica esplosa, e, se essi erano presenti all'atto dell'esplosione, dovevano trovarsi ad una distanza di sicurezza dall'esplosivo valutabile, sulla base della potenza dell'ordigno desumibile dai danni riportati dal binario, in qualche decina di metri.

 

 

 

Inoltre, anche le altre parti repertate, facenti parte di un eventuale sistema di temporizzazione, presentano danni molto limitati per essere stati coinvolti nell'esplosione.

 

 

 

Considerando in modo particolare l'esigenza che il sistema a tempo, necessario per attivare il detonatore, deve essere collocato il più vicino possibile all'esplosivo, le parti della sveglia e la batteria non presentano nè annerimenti nè deformazioni tipiche di oggetti sottoposti all'azione violenta di elevate temperature, ma solo danni conseguenti ad urti.

 

 

 

Infine, sembra impossibile che sia stata repertata la batteria con i reofori collegati ancora integri, dal momento che questi ultimi, essendo collegati al detonatore, subiscono per primi l'onda esplosiva. In questo caso, essi non solo non presentano nessuna traccia dell'esplosivo, ma sembrano avere le guaine di rivestimento plastico praticamente integre.

 

 

 

2° episodio (attentato sulla tratta Campoleone/Cisterna di Latina avvenuto alle ore 22.05 circa del 21.10.1972 (cfr. vol.25, fasc.1) ...... L'esplosione causava un avvallamento nella massicciata, l'asportazione di una traversa di legno della linea ferroviaria e, su entrambi i binari, di un tratto degli stessi per una lunghezza di circa cm.30-35 ognuno. Sul luogo dell'esplosione vennero rinvenuti i seguenti reperti:

 

 

 

- un quadrante bianco di una sveglia "VITA 2-4 RUBIS MADE IN URSS" sul quale, in corrispondenza del n.3, era sistemata una vite di ferro. Su questa, fissata con nastro adesivo, era collegato un filo elettrico con guaina in plastica di colore rosso lungo cm.37, a sua volta collegato ad una delle due linguette metalliche di una batteria "SOLE - Diana" da 4,5 volt;

- cerchietto di plastica;

- vite a punta tronca lunga circa cm.1;

- corpo della sveglia.

 

 

 

Tutto il materiale si presentava in condizioni abbastanza buone e recava solo tracce di un forte colpo.

 

 

 

Particolarmente interessante è il fatto che, come chiaramente si evince dalla foto n.8 del verbale dei rilievi tecnici della Questura di Latina, il quadrante della sveglia e la batteria risultano ancora collegati.

 

 

CONCLUSIONI

 

 

 

 

Le parti dei congegni a tempo repertate in entrambi gli episodi descritti non riportano tracce ascrivibili ad una esplosione.

 

 

 

Se si considera che nella detonazione si genera un'onda di scoppio alla quale è associata la maggior parte dell'energia sia sotto forma dell'energia dell'esplosione sia sotto forma di calore sia sotto forma di energia cinetica associata all'onda, non sembra credibile che proprio le parti poste a diretto contatto dell'esplosivo non rechino su di loro gli effetti dello stesso, tenendo presente i contemporanei danni apportati alle altre parti coinvolte nei due attentati (binari e vagoni ferroviari).

 

 

 

Per quanto concerne, poi, il primo episodio, gli spezzoni di miccia detonante repertati non sono compatibili con la loro presenza nell'ordigno esploso".

 

 

 

In sostanza, nonostante la gravità delle due esplosioni che hanno causato seri danni ai binari e alla massicciata, sono stati rinvenuti integri sui binari ove era avvenuto l'attentato di Velletri oltre tre metri di miccia detonante, un tipo di miccia che dovrebbe esplodere immediatamente e consumarsi subito e con grande velocità, tanto da essere usata normalmente per collegare fra loro varie cariche proprio al fine di provocarne l'esplosione simultanea.

 

 

 

Inoltre, dopo entrambi gli attentati, le sveglie e le batterie sono state rinvenute pressochè integre e senza le deformazioni tipiche che dovrebbe causare un'esplosione e senza segni di annerimento. La batteria repertata sui binari nei pressi di Velletri si presentava per di più con i reofori dei detonatori collegati e ancora integri nonostante che essi subiscano ovviamente per primi l'onda esplosiva.

 

 

 

Vi è quindi il grave sospetto che sia a Velletri sia a Latina quanto repertato dagli operanti sui binari non avesse avuto nulla a che fare con le due esplosioni, ma fosse uno specchietto per le allodole deposto subito dopo le esplosioni stesse dagli attentatori o chi per essi, al fine di depistare le indagini e occultare le vere modalità di innesco dei congegni: forse, in entrambi i casi un timer frammentatosi a seguito dell'esplosione e difficilmente distinguibile dalle altre schegge rimaste sul terreno.

 

 

 

Ovviamente il ritrovamento delle sveglie, delle batterie e delle micce, fornendo una immediata spiegazione delle modalità di innesco dei congegni, avrebbe in tal caso reso assai improbabile che gli operanti intervenuti sul posto approfondissero l'esame dei minuti frammenti dispersi sul terreno.

 

 

 

E' solo un'ipotesi, ma suffragata dalla singolare integrità di quanto repertato e dal fatto che l'utilizzo di uno strumento sicuro e sofisticato come un timer garantiva la buona riuscita dei due attentati, ma esponeva gli attentatori ad altri pericoli.

 

 

 

Esaminando infatti gli articoli di stampa pubblicati in quei giorni dai principali quotidiani (che danno ampio risalto anche nelle prime pagine alla catena di attentati del 21/22 ottobre 1972), si può infatti notare che, proprio pochi giorni prima degli attentati, il 19.10.1972, sul Corriere della Sera compare in prima pagina un ampio articolo in cui si dà notizia della formale contestazione a Franco Freda, da parte degli inquirenti milanesi, dell'elemento d'accusa costituito dall'acquisto dei 50 timers e tale articolo è corredato dalla fotografia appunto di un timer e del relativo dischetto segnatempo (vol.25, fasc.3, f.5).

 

 

 

E' quindi possibile che la comparsa di tale articolo abbia reso quanto mai imbarazzante per gli attentatori l'utilizzo di simili congegni e che le tracce di tale tipo di innesco dovessero necessariamente essere fatte sparire spostando l'attenzione su più comuni sveglie e micce, deposte sui binari a breve distanza dal luogo dell'esplosione subito dopo l'esecuzione degli attentati.

 

 

 

Del resto tale manovra non sarebbe stata di difficile esecuzione tenendo presente che le forze dell'ordine sono intervenute sul posto a considerevole distanza di tempo dalle esplosioni, cioè a notte fonda, e che anche le prime rilevazioni sono state certamente in qualche modo ostacolate dall'oscurità .

 

 

 

Non può nemmeno escludersi, in via di ipotesi, che le cellule di A.N. che dovevano operare a Latina e a Velletri disponessero dei timers, ma, giunte al momento della fase operativa, abbiano ritenuto più prudente, proprio in ragione dell'attenzione che il recupero di qualche frammento (o dell'intero timer in caso di mancata esplosione) avrebbe attirato, ripiegare su un altro tipo di innesco.

 

 

 

E' possibile che tale cambiamento di programma, essendo i due attentati comunque andati a buon fine, non sia stato comunicato ai vertici politici dell'organizzazione e che dunque Stefano Delle Chiaie abbia fatto a Vinciguerra la confidenza da questi riferita nella convinzione che i timers messi nella disponibilità della struttura operativa di A.N. fossero stati effettivamente utilizzati a Latina e a Velletri.

 

 

 

In sostanza, della confidenza di Stefano Delle Chiaie non è stato possibile acquisire un riscontro diretto, ma è del tutto verosimile che i timers siano stati consegnati ai nuclei che dovevano agire la notte fra il 21 e il 22 ottobre 1972 e che tali congegni siano stati usati in uno o più degli attentati di quella notte o che dovessero esserlo almeno secondo il piano che era stato prestabilito.

 

 

 

Del resto, la presenza di timers aleggia sugli attentati ai treni diretti a Reggio Calabria così come aleggia la presenza in qualità di "investigatore" di un ufficiale dei Carabinieri dedito in quei giorni, nella zona di Camerino, alla costruzione di una "brillante" operazione di depistaggio.

 

 

 

Sul quotidiano "Paese Sera" del 22.11.1972 era infatti comparso un articolo, firmato dal corrispondente di Camerino, Domenico Fedeli, nel quale il giornalista, con un forte rilievo anche nel titolo, affermava che in quei giorni a Camerino era trapelata una notizia importante. Il timer rinvenuto in occasione dell'attentato del 21 ottobre nei pressi di Latina sarebbe infatti risultato uguale ai due timers sequestrati l'11.11.1972 nel casolare di Svolte di Fiungo, nei pressi di Camerino, e anche l'esplosivo comparso nei due episodi sarebbe risultato dello stesso tipo (vol.25, fasc.4, f.9).

 

 

 

Inoltre, sempre secondo il giornalista, il capitano D'OVIDIO, accompagnato da un sottufficiale anch'egli appartenente alla Compagnia dei Carabinieri di Camerino, nei giorni precedenti alla pubblicazione dell'articolo avrebbe effettuato una "trasferta" a Roma, Latina e Reggio Calabria per ricostruire i collegamenti fra i due episodi avvenuti a circa 20 giorni di distanza.

 

 

 

La notizia è singolare in quanto sui binari, dopo l'attentato avvenuto a Cisterna di Latina, almeno "ufficialmente" non è stato sequestrato alcun timer o frammento di timer e, d'altra parte, i due timers "rinvenuti" nel casolare di Svolte di Fiungo erano due residuati bellici di fabbricazione tedesca, inutilizzabili, come la perizia svolta all'epoca ha evidenziato, per innescare ordigni esplosivi.

 

 

 

Sembra quasi che, seppur non "ufficialmente, in quei giorni fosse corsa voce della presenza di timers o frammenti di essi sui binari colpiti la notte del 21.10.1972 e d'altra parte è singolare l'interessamento del capitano D'Ovidio ad episodi così distanti geograficamente, come se in qualche modo si volesse collegare la "provocazione" di Camerino - concertata con l'apporto dello stesso cap. D'Ovidio - con gli attentati avvenuti venti giorni dopo.

 

 

 

Peraltro, sempre secondo il giornalista, la pista seguita dal cap. D'Ovidio con la trasferta a Reggio Calabria sarebbe quella delle "trame nere" e della presenza presso l'Università di Camerino di molti elementi della destra reggina, forse responsabili di entrambi gli episodi, circostanza questa che non coincide con l'indirizzo impresso alle indagini dal cap. D'Ovidio in relazione all'arsenale di Svolte di Fiungo.

 

 

 

Il capitano D'Ovidio, nel corso dell'interrogatorio in data 23.3.1994, ha negato di aver svolto alcuna indagine, in qualsiasi direzione, sugli attentati ai treni avvenuti la notte del 21.10.1972 (ff.2-3).

 

 

 

Peraltro, il giornalista Domenico Fedeli, sentito in qualità di testimone su delega di questo Ufficio in data 14.7.1993 dalla polizia giudiziaria di Camerino, ha affermato di aver ricevuto le notizie riportate nel suo articolo, compresa la trasferta a Latina e Reggio Calabria, dallo stesso capitano D'Ovidio che egli conosceva personalmente (vol.25, fasc.4, f.33).

 

 

 

Nessun ulteriore approfondimento è possibile anche in quanto Domenico Fedeli, già ricoverato in ospedale per gravi problemi cardiaci nel momento in cui era stato sentito, è deceduto poco tempo dopo.

 

 

 

Resta la stranezza, all'interno del quadro complessivo degli avvenimenti di quei giorni, della confidenza del capitano D'Ovidio al giornalista, verità o vanteria che fosse, e del fatto che in qualche modo della presenza di un timer sui binari fosse in quei giorni corsa voce.

 

 

 

La ricerca di riscontri testimoniali alla confidenza fatta da Stefano Delle Chiaie a Vincenzo Vinciguerra ha consentito l'acquisizione di una conferma indiretta, ma di rilevantissima importanza, grazie all'ulteriore deposizione resa dall'avanguardista di Reggio Calabria Carmine DOMINICI in data 29.9.1994.

 

 

 

Delle importantissime dichiarazioni di Carmine Dominici sulla struttura occulta di A.N. in Calabria si è già ampiamente parlato nella parte sesta di questa ordinanza (capitolo 41), così come è già stata ampiamente esposta la vicenda dei timers elettronici, di proprietà di A.N., fatti rinvenire all'inizio del 1976 alla Guardia di Finanza dal confidente del colonnello Mannucci, Bruno GALATI (cap.42).

 

 

 

La deposizione di Carmine Dominici in data 29.9.1994 da un lato conferma il racconto del colonnello Mannucci sul rinvenimento dei timers elettronici e sulla loro riconducibilità alla struttura di A.N. (d'altra parte lo stesso Dominici aveva ricevuto un timer dello stesso tipo dal marchese ZERBI), ma sopratutto aggiunge una circostanza di assoluta novità con riferimento alla disponibilità da parte di A.N., già nel 1969/1970, di timers non sofisticati come quelli detenuti successivamente e quindi di timers a funzionamento elettrico come quelli usati per gli attentati del 12 dicembre 1969.

 

 

 

Racconta infatti Carmine Dominici (ff.1-2):

 

 

"......A D.R.: Bruno Galati era persona di destra, militante della Giovane Italia, organizzazione nella quale militava il fratello Antonio. Il Galati aveva una venerazione smodata per Ciccio FRANCO. Galati era incensurato e non appariscente, anche se di corporatura molto robusta a causa di una disfunzione diabetica. Era stato titolare, assieme al fratello, di una concessionaria Gestetner.

Galati era l'uomo che, per conto di ZERBI, deteneva i timers e gli esplosivi prima che questi ultimi fossero detenuti da me stesso.

Antonio Galati, invece, era uomo utilizzato per gli scontri di piazza. Un giorno del 1969 o 1970, Zerbi si rivolse a me chiedendomi consiglio su come comportarsi, in quanto Galati non voleva restituire gli esplosivi e i timers che gli erano stati affidati.

Io mi offersi di risolvere il problema, ma Zerbi mi disse che prima bisognava informare Roma. Ciò probabilmente perchè la periferia non doveva assolutamente apparire autonoma rispetto al centro. Difatti scesero da Roma Carmine PALLADINO e Tonino FIORE. Li portai al Roof Garden di Reggio Calabria, locale frequentato dagli avanguardisti e anche dal Galati.

Questi, entratovi, si avvide dei due romani e si allontanò per circa un quarto d'ora per poi fare rientro. Notai, rivedendolo, che aveva un revolver infilato nei pantaloni, dietro la schiena, così, quando Fiore e Palladino lo affrontarono e Galati tentò di estrarre l'arma, ebbi facile gioco ad afferrargli il braccio e a farla cadere. Ci fu un litigio verbale molto acceso al termine del quale Galati non restituì il materiale.

Non vi furono conseguenze in quanto mi adoperai affinchè i romani non ricorressero alla violenza, in quanto non gradivo che beghe interne fossero risolte da estranei. Non sono in grado di indicare in quale luogo Galati detenesse il materiale. Dopo tale episodio, il ruolo di Galati fu assunto da me, ma non tenni mai dei timers, eccezion fatta per il singolo timer elettronico dell'episodio CUDA, già noto al G.I. di Milano".

 

 

 

 

La testimonianza di Carmine Dominici consente di trarre conclusioni di grande rilievo ed in perfetta sintonia con il complessivo quadro probatorio.

 

 

 

La struttura calabrese di A.N., nel periodo intercorso fra la strage di Piazza Fontana e gli attentati ai treni dell'ottobre 1972, deteneva dei timers che provenivano dalla struttura centrale romana.

 

 

 

Quando vi era stata la necessità di di recuperarli dal loro custode, Bruno Galati, si erano mossi da Roma due fedelissimi di Stefano Delle Chiaie, Tonino Fiore e Carmine Palladino, entrambi citati nella relazione di Guido PAGLIA e, il secondo, ucciso molti anni dopo in carcere da Pierluigi CONCUTELLI affinchè non rivelasse, nella fase di un cedimento in cui si trovava, i molti segreti di cui era depositario.

 

 

 

Si tratta, con ogni probabilità, dei timers o di parte dei timers utilizzati per gli attentati del 12 dicembre 1969 ed è quindi del tutto verosimile che Avanguardia Nazionale, responsabile o corresponsabile, secondo le dichiarazioni di Vinciguerra, di entrambe le campagne di attentati, ne abbia utilizzato qualcuno anche per gli attentati ai treni del 21/22 ottobre 1972.

 

 

 

Trova così una indiretta conferma l'importante confidenza di Stefano Delle Chiaie e, attraverso il racconto di Carmine Dominici, si aggiunge altresì un nuovo tassello agli elementi indiziari che legano Avanguardia Nazionale alla strage di Piazza Fontana.

 

 

 

Infine, Angelo IZZO, nel corso della sua più completa ricostruzione dell'esperienza nella destra eversiva romana fornita dopo la sua cattura e il suo rientro in Italia nell'autunno del 1994, ha parlato del coinvolgimento dell'"UOVO DEL DRAGO", cui apparteneva, negli attentati ai treni diretti a Reggio Calabria (int.31.1.1995, ff.6-7):

 

 

 

"......Intorno all'ottobre 1972, ci fu una grande manifestazione sindacale che mi pare portò circa 500.000 persone a Reggio Calabria e negli ambienti di estrema destra questa manifestazione era vista come il fumo negli occhi in quanto, specialmente l'ambiente di Avanguardia Nazionale, considerava l'arrivo di operai e sindacalisti a Reggio Calabria una vera e propria offesa.

Nei giorni precedenti la manifestazione, io e GHIRA fummo convocati da DANTINI in un appartamento di Corso Trieste, che sono sicuramente in grado di rintracciare, ove avvenivano abitualmente riunioni riservate di area Fronte Studentesco o Avanguardia Nazionale...... DANTINI ci disse che si stavano preparando degli attentati sulle linee ferroviarie per bloccare l'afflusso dei manifestanti a Reggio Calabria; inizialmente si era addirittura parlato di fare saltare per aria proprio il convoglio che portava gli operai e i sindacalisti.

Si diceva anche che sarebbero dovute arrivare delle mine anticarro da collocare sui binari. Io e GHIRA dovevamo aspettare una telefonata di DANTINI che ci avrebbe detto in particolare cosa dovevamo fare. Dopo alcuni giorni GHIRA venne a casa mia dicendo che aveva parlato con DANTINI e che il giorno dopo sarei dovuto andare alla sezione del M.S.I. di Via Alessandria a prendere un certo CESARETTI che io fino a quel momento conoscevo solo come appartenente all'area Ordine n Nuovo / M.S.I., e avrei dovuto portarlo nell'appartamento di Corso Trieste. Mi sembra che fosse una mattina di un giorno festivo in quanto solitamente la federazione era aperta solo il pomeriggio nei giorni feriali mentre in quelli festivi al pomeriggio era chiusa e la mattina era aperta.

Il mio compito era anche quello di fare in maniera che, nel caso in cui CESARETTI fosse stato pedinato, facendo dei giri viziosi fossimo sicuri di sganciarci. Io e CESARETTI, che aveva una Giulia, andammo in Corso Trieste dove ci attendevano GHIRA e DANTINI con un grosso borsone e salirono sulla nostra macchina. Andammo a parcheggiare in una strada semidisabitata dietro Piazza Istria e DANTINI disse che nel borsone c'erano le bombe e ci chiese se eravamo armati.

Ci fece vedere il borsone nel quale vidi due ordigni che così posso descrivere: si trattava di due latte, piene di tritolo come disse DANTINI, e ci fece vedere anche due detonatori a miccia e due a innesco chimico (questi ultimi fatti artigianalmente con due preservativi nei quali si versava dell'acido) da utilizzare in alternativa a seconda delle esigenze. Scherzando DANTINI ci disse di non mettere, durante il viaggio, nella borsa con l'esplosivo i detonatori poichè si trattava di "un matrimonio che non si deve fare".

"Ci fu uno scambio di battute sul fatto che dovevamo portare noi le bombe fino in Calabria quando invece i calabresi avrebbero potuto fare da soli, ma DANTINI disse che le bombe come le faceva lui non le faceva nessuno. DANTINI disse che CESARETTI sapeva dove i ragazzi di Avanguardia calabresi ci aspettavano, ma poichè io non ero armato in quanto nessuno me ne aveva detto la necessità, si convenne che era meglio che in Calabria andassero solo GHIRA e CESARETTI che invece erano armati.

Io quindi restai con DANTINI e scesi con lui dalla macchina mentre GHIRA e CESARETTI partirono.

Ovviamente al ritorno mi feci raccontare da ANDREA GHIRA come era andata. Mi disse che erano arrivato in un paese nei pressi di Lamezia Terme dove, in campagna, erano attesi da un gruppo di calabresi con un paio di macchine. Con costoro si erano recati lungo la linea ferroviaria dove collocarono, in due punti non distanti fra loro, le bombe che esplosero facendo saltare un pezzo di binario.

Ricordo che GHIRA mi disse scherzosamente di non avere conosciuto in quella occasione FEFE' ZERBI nonostante fosse chiaro che il gruppo di calabresi con cui avevano fatto il lavoro era diretto appunto dallo stesso ZERBI in quella regione".

 

 

 

A domanda dell'Ufficio: " in merito ai rapporti DELLE CHIAIE/DANTINI posso dire che nell'ambiente si parlava di un'inimicizia personale fra STEFANO DELLE CHIAIE e ENZO MARIA DANTINI risalente ai tempi della vecchia AVANGUARDIA quando DANTINI era delle Formazioni Nazionali.

Tuttavia, ad esempio, sul finire degli anni '60 a Roma i progenitori di LOTTA DI POPOLO, cioè il MOVIMENTO STUDENTESCO di Giurisprudenza, di cui facevano parte tutti gli uomini di DELLE CHIAIE (cioè DI GENNARO, GHIACCI, DI LUIA e altri) erano in strettissimi rapporti con DANTINI. In ogni caso, nel 1972, in occasione di una riunione segreta a casa dell'onorevole ERNESTO DE MARZIO, vidi discutere insieme di progetti comuni DANTINI e DELLE CHIAIE; inoltre il luogotenente di DANTINI, ALBERTO PASCUCCI, era il capo di A.N. del quartiere Trieste/Nomentano......".

 

 

 

 

Il racconto di Angelo Izzo è del tutto verosimile in quanto la messa in atto di una campagna di attentati che si distendeva dal Lazio alla Calabria ed obbediva ad un preciso piano politico (innescare a Reggio Calabria incidenti gravissimi e far precipitare quindi la situazione dell'ordine pubblico) poteva ragionevolmente comportare l'intervento, a fianco di A.N., di un esperto in esplosivi come l'ing. Enzo Maria DANTINI e del suo Uovo del Drago, i nuovi "soldati anticomunisti" eredi dei sabotatori della Repubblica Sociale Italiana e pronti ad intervenire al momento opportuno come i gruppi lasciati nelle zone liberate (o "occupate") dagli Alleati.

 

 

 

Stefano Delle Chiaie, con informazione di garanzia ed invito a comparire emesso in data 9.12.1993 da questo Ufficio, è stato formalmente indiziato dell'organizzazione, nella sua veste di dirigente e responsabile di Avanguardia Nazionale, della serie di attentati avvenuti in danno dei convogli ferroviari diretti a Reggio Calabria (capi da 16/a a 21 di rubrica).

 

 

 

Invitato a comparire per il giorno 17.12.1993, egli ha preferito non presentarsi.

 

 

 

Alla luce degli elementi emersi, si impone nei suoi confronti una dichiarazione di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, essendo ormai per tale ragione estinti i reati di danneggiamento aggravato, lesioni personali e detenzione e porto di esplosivi, prospettabili in relazione a tali attentati.

 

 

 

Copia delle testimonianze e degli accertamenti relativi a tali episodi deve comunque essere trasmessa alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, unitamente agli altri atti riguardanti la struttura occulta di Avanguardia Nazionale operante in tale regione, al fine di valutare con maggior completezza la sussistenza di reati associativi, anche alla luce degli elementi recentemente emersi nelle indagini condotte da tale Procura. Anche nei confronti di Angelo Izzo deve essere emessa sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione in ordine ai reati di cui ai capi 18), 19), 20), 21) e 22), stante la sua parziale corresponsabilità nel reperimento e nel trasporto dell'esplosivo, mentre l'approfondimento delle posizioni delle altre persone indicate dallo stesso Izzo deve essere demandato alla Procura della Repubblica di Roma cui tutte le dichiarazioni di Izzo sono già state trasmesse per competenza.