Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull’eversione dell’estrema destra

 

La strage di Gioia Tauro del 22.7.1970 

 

PARTE SESTA

Capitolo 44

(pag. 387 del fascicolo processuale)

 

 

Il 22 luglio del 1970 una carica di tritolo faceva saltare un tratto di binario in prossimità della stazione di Gioia Tauro causando il deragliamento della Freccia del Sud la morte di sei passeggeri e il ferimento di altri 54.

 

 

 

La strage di Gioia Tauro, avvenuta all'inizio dei moti di Reggio Calabria, è stata quasi dimenticata, e addirittura inizialmente negata dagli investigatori che avevano denunziato quattro ferrovieri per omicidio colposo come se si fosse trattato di un comune incidente ferroviario.

 

 

 

Si era trattato in realtà di un attentato e numerosi altri, fortunatamente senza vittime, ne sarebbero seguiti negli anni successivi in Calabria sempre in danno di linee ferroviarie.

 

 

 

Nel corso dell'istruttoria uno squarcio di verità, sia pur tardiva per la morte dei tre presunti responsabili, si è aperto anche per questo episodio ed è stata confermata la matrice di destra della strage ed il suo collegamento con l'ambiente di Avanguardia Nazionale di Reggio Calabria.

 

 

 

Il primo a parlare della strage di Gioia Tauro è stato ancora Giacomo Lauro, nel suo interrogatorio in data 16.6.1993 dinanzi al dr. Vincenzo Macrì della D.D.A. presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria (vol. 21, fasc. 2):

 

 

"Ho conosciuto Vito SILVERINI negli anni 1969/70 perchè era venuto a chiedere lavoro presso l'impresa Lauro che all'epoca gestiva servizi di pompe funebri, ambulanze e fiori... durante i moti di Reggio Calabria era stato arrestato per aver partecipato attivamente alla rivolta e rimase in carcere per circa tre o quattro mesi.

Silverini è un fascista di provata fede anche se era analfabeta. Dopo essere uscito dal carcere lavorò presso la mia impresa come operaio generico e mangiava a casa mia quasi tutti i giorni perchè viveva da solo.

In quel periodo frequentava il "Comitato d'Azione per Reggio capoluogo" e quindi frequentava tutti gli esponenti del gruppo tra cui Renato MEDURI, Natino ALOI, Angelo CALAFIORE, Ciccio FRANCO ed altri. Frequentava anche tale Vincenzo CARACCIOLO di Gallico Marina, proprietario di una moto ape con la quale era solito commettere furti all'interno di negozi e tabaccherie.

Nel 1979 venne arrestato, non ricordo per quale motivo, e rimase in carcere per due o tre anni prima di ottenere la semi-libertà, beneficio che ottenne perchè gli rilasciammo una attestazione secondo la quale egli era dipendente della nostra impresa.

Anch'io nel 1979 ero in carcere per il famoso furto della Cassa di Risparmio e durante il periodo della comune detenzione, che durò oltre due anni, dividemmo la cella. Durante questo periodo gli chiesi se avesse problemi economici dal momento che viveva con una misera pensione e lui mi rispose che aveva un piccolo gruzzolo da parte, depositato presso la Banca Nazionale del Lavoro, frutto di alcuni "lavori" che aveva eseguito in passato.

In particolare per aver messo una bomba sui binari lungo la tratta Bagnara - Gioia Tauro, che provocò il deragliamento di un treno che proveniva dalla Sicilia che provocò la morte di 7 - 8 persone. Mi raccontò che aveva portato la bomba insieme a Vincenzo CARACCIOLO sulla moto ape di quest'ultimo e che lui stesso aveva confezionato l'ordigno, composto da candelotti di dinamite con accensione a mezzo miccia.

Silverini era pratico della preparazione di ordigni esplosivi perchè, come lui stesso mi aveva detto, aveva fatto il militare presso il Genio a Bolzano.

Mi disse che si era nascosto nei pressi del luogo ove aveva collocato la bomba per vedere gli effetti della stessa e di aver visto il Questore Santillo, giunto poi sul luogo, che gridava infuriato. Mi disse ancora che la bomba aveva provocato la distruzione di circa 70 metri di linea ferrata e che l'incarico gli era stato conferito dal "Comitato d'Azione".

Io ricavai l'impressione che a dare materialmente i soldi a Silverini fosse stato Renato Meduri, con il quale, sia prima che dopo questo episodio, manteneva rapporti strettissimi. Silverini mi parlò anche di un'altro attentato al pilone dell'elettrodotto che si trova a S. Trada di Scilla.

Anche tale attentato fu compiuto insieme a CARACCIOLO, ma questa volta non riuscì perchè lo stesso Silverini mi disse che aveva sbagliato la carica, anche se il pilone si era inclinato. Anche questo attentato venne eseguito su mandato del "Comitato d'Azione".

Silverini morì in carcere nel 1987 per ischemia cardiaca.... Silverini teneva il materiale esplosivo, i detonatori e le micce nei pressi della sua abitazione, sotterrati nel cortile comune, tanto che nel 1985 circa, furono bruciate delle sterpaglie lungo la strada, incendio che provocò l'esplosione del materiale esplosivo nascosto ed il crollo di un muretto".

 

 

 

 

 

In data 8.7.1993, Giacomo Lauro, dinanzi a quest'Ufficio, ha confermato quanto a sua conoscenza in merito alla strage di Gioia Tauro ed ha aggiunto qualche altro particolare:

 

 

"Vito Silverini, detto Ciccio il biondo, mi parlò dell'attentato che egli stesso aveva commesso insieme a Vincenzo CARACCIOLO in danno della linea ferroviaria prima di Gioia Tauro, attentato che, come egli stesso mi disse, aveva fatto sei o sette vittime.

Mi raccontò anche che aveva osservato da un costone l'arrivo dei soccorsi e della Polizia e l'arrivo in particolare dell'allora Questore Santillo il quale si agitava infuriato allorchè emersero le gravi conseguenze del disastro.

Ricordo in particolare che Silverini mi disse che l'attentato era avvenuto in ore diurne e cioè nel pomeriggio, tra le 16 e le 18, e questo aveva consentito a lui e a Caracciolo di osservare senza difficoltà dall'alto la scena.

Mi disse che aveva fatto uso di miccia a lenta combustione ed esplosivo da cava in candelotti. Posso ribadire che Silverini mi disse che mandante dell'operazione era il Comitato per Reggio capoluogo, così come per l'attentato al pilone di Scilla.... Dominici conosceva bene Silverini".

Anche in relazione alla strage del 22.7.1970 la testimonianza di Giacomo Lauro non è rimasta isolata ed infatti in data 30.11.1993, Carmine DOMINICI ha confermato le confidenze sull'episodio ricevute da Vito Silverini ed ha aggiunto altre notizie in suo possesso su tale attentato :

"In merito al disastro di Gioia Tauro del 22.7.1970, posso confermare che non si trattò di un errore dei ferrovieri, ma di un attentato riconducibile all'ambiente dei "Boia chi molla". Quella sera eravamo a Reggio Calabria e arrivarono dalla zona di Gioia Tauro VITO SILVERINI, detto CICCIO il biondo, e GIUSEPPE SCARCELLA i quali addussero quale motivo della loro presenza in quella zona delle riunioni politiche.

Nell'ambiente vi furono insistenti voci circa una loro corresponsabilità nell'episodio. Entrambi sono ormai deceduti. Posso anche dire questo e cioè che nel 1979 io mi trovavo detenuto a Reggio Calabria nella cella n.10 insieme a GIACOMO LAURO, SILVERINI e altri due calabresi, entrambi poi uccisi per vicende di malavita comune.

Restammo insieme in carcere per circa 11 mesi. SILVERINI, ad un certo momento, ci disse che era stato lui a compiere l'attentato di Gioia Tauro in un contesto in cui io gli parlavo delle mie motivazioni politiche ed egli rispose che anche lui faceva riferimento in parte alla politica e al movimento dei "Boia chi molla" per conto dei quali aveva fatto l'attentato".

 

 

 

 

Carmine Dominici ha poi aggiunto che Vito Silverini era anche il responsabile dell'attentato al grande traliccio di S. Trada di Scilla ed ha confermato che Vincenzo CARACCIOLO era amico di Silverini, faceva parte dell'area dei "Boia chi molla" e disponeva di un'ape a tre ruote. Anche in questo caso i riscontri che a tanta distanza di tempo è stato possibile effettuare hanno avuto esito positivo.

 

 

Infatti :

- L'attentato in danno del traliccio è stato individuato in quello avvenuto, la notte fra il 9 e il 10 ottobre 1970, poche settimane dopo la strage di Gioia Tauro, in localià Monte S.Elia vicinissimo a S. Trada di Scilla. A causa dell'attentato il traliccio, minato alla base da quattro cariche esplosive, si era inclinato senza tuttavia cadere, come del resto aveva ricordato Giacomo Lauro (cfr. rapporto dei Carabinieri di Palmi in data 10.10.1970, vol. 21, fasc. 2).

 

 

- Giuseppe Scarcella, militante di A.N. e Vito Silverini erano certamente in contatto fra loro in quanto denunziati insieme nell'ottobre del 1970 perchè responsabili di violenza aggravata a pubblico ufficiale nel corso dei moti di Reggio Calabria (cfr. nota DIGOS di Reggio Calabria in data 9.9.1993, vol. 21, fasc. 3). Giuseppe Scarcella è stato denunziato altresì nel maggio del 1972 insieme a Squillaci Gabriele per manifestazioni di carattere fascista e nel maggio del 1973, insieme fra l'altro a Felice Genoese Zerbi, Carmine Dominici, Giovanni Cuda e Gabriele Squillaci, per una serie di azioni di violenza ed attentati commessi durante i moti di Reggio Calabria ed aggressioni nei confronti di avversari politici (cfr. nota DIGOS di Reggio Calabria, cit.).

 

 

- Vincenzo Caracciolo di Gallico Marina, è stato identificato nell'omonimo, pregiudicato per reati comuni originario di tale località e deceduto a Reggio Calabria nel 1990 (cfr. nota Digos di Reggio Calabria, cit). Purtroppo tutti e tre i presunti autori materiali della strage di Gioia Tauro, Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella sono da tempo deceduti.

 

 

 

 

Comunque dietro a questi tre manovali, che non possono aver agito se non per incarico altrui ed anche, come certamente è avvenuto per Silverini, dietro compenso, si delinea quale mandante ed organizzatore della strage l'ambiente di A.N. di Reggio Calabria e del Comitato d'Azione per Reggio capoluogo e cioè i gruppi che hanno ispirato in quegli anni quella parte, non secondaria, della strategia della tensione che è maturata e si è sviluppata in Calabria.

 

 

 

La strage dimenticata di Gioia Tauro può essere stata all'origine di un'altro episodio misterioso che ha fatto il suo ingresso nel procedimento. Nella notte fra il 26 ed il 27 settembre 1970, a circa 60 chilometri da Roma, trovavano la morte in uno strano incidente stradale, schiantandosi contro un camion che aveva frenato bruscamente, cinque anarchici di Reggio Calabria (Giovanni ARICO', Angelo CASILE, Franco SCORDO, LUIGI LO CELSO e Annalise BORTH) che erano diretti nella capitale per partecipare ad una manifestazione contro la visita del Presidente Nixon in Italia. Alcuni di essi - sopratutto Arico' e Casile - erano da tempo impegnati in una attività di controinformazione che riguardava principalmente gli avvenimenti calabresi ed anche l'attentato di Gioia Tauro che era avvenuto circa due mesi prima. La dinamica dell'incidente ha sempre lasciato alcune zone d'ombra e, nell'ambito di questa istruttoria, Carmine Dominici ha affermato di aver appreso dal marchese Felice Zerbi che la morte degli anarchici era dovuta ad una azione omicidiaria commessa dai gruppi di destra.

 

 

 

In data 26.3.1994 si è presentato spontaneamente a questo Ufficio il prof. Antonio PERNA, cugino di giovanni ARICO', il quale ha inteso rivelare alcune circostanze che sinora non avevano mai fatto oggetto di una formale testimonianza. Egli ha riferito che suo cugino, il giorno prima di partire per il viaggio che gli sarebbe costata la vita, gli aveva detto che "avrebbe portato a Roma le fotocopie di una documentazione raccolta da lui e dai suoi compagni circa l'attentato di Gioia Tauro che si era verificato nei pressi della stazione il 22.7.1970".

 

 

 

Giovanni ARICO' aveva aggiunto che "si trattava di documentazione importantissima e che avevano spedito l'originale alla famiglia di Veraldo Rossi, che era un esponente della Federazione Anarchica Italiana, cioè l'ambiente anarchico "tradizionale" da cui il circolo 22 marzo di Reggio Calabria (di cui facevano parte i 5 giovani) si era staccato".

 

 

 

La documentazione non era però mai pervenuta a Veraldo Rossi e quindi i cinque giovani approfittavano di questo viaggio a Roma, in occasione di una manifestazione contro Nixon, per portargli queste fotocopie. Il testimone ha precisato di essere certo che "Aricò e gli altri, al momento del fatto, avessero con loro questa documentazione che tuttavia non risulta mai ritrovata nè riconsegnata ai familiari. D'altronde non erano state nemmeno mai riconsegnate ai familiari le agende delle cinque vittime" (dep. cit. f. 2).

 

 

 

Il testimone Antonio PERNA ha poi riferito altre circostanze di notevole interesse:

 

 

 

"Uno dei ragazzi morti, Angelo CASILE, nel corso di quella estate era stato anche testimone nell'istruttoria condotta dal giudice Occorsio di Roma in relazione alla strage di Piazza Fontana e agli altri attentati del 12.12.1969 a Roma. Casile, essendo di Reggio Calabria, conosceva Giuseppe SCHIRINZI, che era un elemento di Avanguardia Nazionale di Reggio Calabria. Ricordo che CASILE aveva testimoniato dinanzi al giudice Occorsio di avere visto lo SCHIRINZI a Roma il pomeriggio del 12 dicembre dopo gli attentati, tanto da averlo accusato, nella concitazione di quella giornata, di essere uno degli autori dell'attentato all'Altare della Patria.

CASILE mi riferì questo dopo essere rientrato a Reggio Calabria, dopo avere deposto dinanzi al giudice. Anch'io conoscevo Giuseppe SCHIRINZI a Reggio Calabria e posso riferire un episodio particolare: lo SCHIRINZI, elemento di spicco di Avanguardia Nazionale di Reggio Calabria, all'inizio dell'autunno del 1969 tentò di infiltrarsi negli ambienti di sinistra e ricordo in particolare che partecipò ad una manifestazione di protesta di vari gruppi di sinistra contro un'aggressione fascista che vi era stata in danno di alcuni anarchici, fra cui mio cugino Aricò, i quali avevano protestato contro la programmazione del film Berretti Verdi con John Wayne.

In particolare SCHIRINZI, a partire da quella estate del 1969, aveva cercato di infiltrarsi proprio nel circolo 22 Marzo di Reggio Calabria senza tuttavia riuscirci e ne era stato cacciato. Furono gli stessi ragazzi del Circolo 22 marzo a dirmi di questa circostanza che in una occasione mi fu confermata dallo stesso SCHIRINZI, anche se ovviamente in modo più edulcorato, in quanto, a suo dire, egli non era stato allontanato, ma se ne era andato da solo in quanto quei ragazzi facevano solo chiacchiere".

 

 

 

 

L'infiltrazione di Giuseppe Schirinzi nel circolo 22 marzo di Reggio Calabria ricorda l'infiltrazione di Mario MERLINO nell'omonimo circolo anarchico di Roma e si tratta esattamente delle medesime circostanze ricordate anche da Carmine Dominici che aveva appreso di tale attività separatamente e da un punto di osservazione diverso, e cioè quale militante di A.N., e la ha riferita al G.I. nella sua testimonianza, del tutto autonoma da quella del prof. Perna.

 

 

 

Di notevole interesse è anche la presenza di Giuseppe SCHIRINZI a Roma il 12.12.1969 in quanto altri testimoni nell'ambito dell'istruttoria, quali Vincenzo Vinciguerra e Giuseppe Albanese, hanno attribuito senza incertezze la materiale commissione dei due attentati all'Altare della Patria ad elementi di A.N. ed Albanese in particolare ha specificato di aver appreso che i responsabili erano esponenti calabresi di tale organizzazione.

 

 

 

Giuseppe Schirinzi era certamente un elemento di punta di A.N.,avendo partecipato al viaggio nella Grecia dei colonnelli ed essendo stato condannato con sentenza definitiva, insieme ad Aldo PARDO,per il gravissimo attentato alla Questura di Reggio Calabria non rivendicato, secondo la solita tecnica, e avvenuto il 7.12.1970 poche ore prima dell'inizio dei concentramenti per il tentativo di golpe del principe Borghese.

 

 

 

Si tratta certamente di spunti investigativi che dovrebbero essere ulteriormente approfonditi, anche se dai dati raccolti sembra profilarsi, a Reggio Calabria come a Roma, la medesima strategia che veniva da lontano e cioè l'infiltrazione nei gruppi di estrema sinistra o, in alternativa, l'esecuzione di azioni coperte e mascherate che, secondo le tecniche della guerra non convenzionale, potevano servire all'eliminazione di avversari politici divenuti improvvisamente troppo scomodi.