Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra

 

Le altre testimonianze sulla preparazione in tutta Italia del tentativo di colpo di Stato nella notte tra il 7 e l'8 Dicembre 1970 - il collegamento fra i progetti di golpe e la strage di Piazza Fontana

 

PARTE QUINTA

Capitolo 38

(pag. 342 del fascicolo processuale)

 

 

La prospettazione nei confronti di Licio GELLI di reati come quelli di cospirazione politica mediante associazione e di attentato alla libertà personale del Presidente della Repubblica connessi al progetto di golpe del FRONTE NAZIONALE e agli avvenimenti della notte fra il 7 e 8 dicembre 1970 rende utile esporre in un unica rassegna tutte le testimonianze via via emerse nel corso dell'istruttoria in merito all'operazione definita in codice TORA- TORA e alla mobilitazione, pressochè in ogni parte d'Italia di numerosi gruppi armati e provvisti di divise militari, pronti ad occupare in ciascuna località i più importanti edifici pubblici le vie ed i mezzi di comunicazione, le sedi di partito e a rastrellare le personalità dell'opposizione, che, secondo la testimonianza del cap. Labruna, avrebbero dovuto essere imbarcate su alcune navi messe a disposizione da un armatore e condotte in stato di detenzione in piccole isole.

 

 

 

Fra l'altro Andrea BROGI, nella testimonianza in data 9.1.1992, ha parlato di un diretto coinvolgimento di Licio GELLI nell'operazione, coinvolgimento che gli era stato confidato nell'immediatezza dei fatti da Augusto Cauchi e pertanto l'illustrazione di tutte le risultanze complessive sugli avvenimenti della "Notte dell'Immacolata" risulta utile anche ai fini della valutazione che la Procura della Repubblica di Roma, cui gli atti realativi a Licio Gelli ed ai nuovi elementi emersi sul golpe Borghese devono essere trasmessi per competenza, dovrà operare e quindi ai fini dell'approfondimento delle indagini affidato a tale Ufficio.

 

 

 

Come già si è accennato nel cap.18), dopo il trasferimento a Roma nel 1974 dell'istruttoria del dr. Tamburrino sulla Rosa dei Venti, indagine che comunque toccava i progetti golpisti nel loro complesso posto che la congiura della Rosa dei Venti era in sostanza una prosecuzione dei tentativi del 1970, la ricerca della verità sugli apparati golpisti civili e militari aveva rapidamente perso di incisività ed era stato adottato un approccio frammentario che portava a perdere di vista il quadro nel suo insieme.

 

 

 

Erano così usciti dall'istruttoria personaggi come HUGH FENWICH e il dr. Pierfrancesco TALENTI, che erano gli elementi di collegamento con gli americani, i fratelli DE FELICE e l'avv. Filippo DE JORIO, non erano state approfondite le indagini sul "S.I.D. parallelo", pur indicato dal col. SPIAZZI e da Roberto CAVALLARO quale centro motore e direzionale di tutti i progetti golpisti e, con riferimento agli avvenimenti del 1973 e 1974, erano usciti di scena Gianfranco BERTOLI, l'intero gruppo La Fenice e Carlo FUMAGALLI, e cioè i primi, gli autori degli attentati che dovevano funzionare da detonatore al progetto di mutamento istituzionale e Carlo FUMAGALLI il responsabile della struttura che doveva essere impiegata come sostegno territoriale in Valtellina ed in genere in Lombardia.

 

 

 

Le sentenze della Corte d'Assise di Roma in data 14.11.1978 e della Corte d'Assise d'Appello in data 27.11.1984, nonostante l'emergere in varie istruttorie allora già in corso di elementi nuovi e meritevoli di essere acquisiti, avevano già iniziato a svuotare quanto rimaneva dell'istruttoria affermando l'insussistenza del delitto di insurrezione armata in relazione ai fatti del 7/8 dicembre 1970 ed escludendo progressivamente per molti imputati, anche in relazione ai fatti del 1973 e 1974, il delitto di cospirazione politica mediante associazione.

 

 

 

La Corte di Cassazione aveva fatto il resto e alla fine tutto era stato ridotto ad un complotto di pensionati e tutti gli imputati erano stati assolti, compresi i rei confessi quali Roberto CAVALLARO, come se in Italia nel 1970 e negli anni 1973/1974 non fosse accaduto nulla di rilevante sul piano penale.

 

 

 

Una vasta e continuativa trama golpista, corroborata sul piano probatorio anche da numerosi elementi documentali, era stata così ridotta ai progetti velleitari di qualche anziano Ufficiale nostalgico e di poche Guardie Forestali.

 

 

 

Certamente non è stato così e lo testimoniano non solo i nastri magnetici e le relazioni di Guido Paglia e di Guido Giannettini, prodotti dal capitano Labruna e che provano il coinvolgimento di un ampio spettro di forze, (da alti ufficiali che ricoprivano un ruolo di rilievo alla massoneria, dalla mafia ad A.N., componente operativa del FRONTE NAZIONALE e quasi nemmeno scalfita dall'istruttoria romana), ma anche le deposizioni di molte persone, raccolte nel corso di questa istruttoria appartenenti a contesti politici e geografici diversi.

 

 

 

Si tratta di notizie relative agli avvenimenti del 7 - 8 dicembre 1970, uscite quasi incidentalmente nel corso delle varie deposizioni, notizie sovente non approfondite per ragioni di tempo ma che comunque delineano un quadro ben diverso da quello cui sono pervenute la Corte d'Assise di Roma e la Corte di Cassazione.

 

 

 

Emerge infatti che, quasi in ogni regione d'Italia, erano stati attivati la notte del 7 dicembre gruppi numerosi e ben armati, dotati delle necessarie coperture e collegamenti e pronti ad intervenire in quello che era tutt'altro che un sommovimento velleitario e da operetta come si è voluto far credere.

 

 

 

E' opportuno riportare direttamente tali testimonianze, che riguardano il golpe di Junio Valerio Borghese ed anche i tentativo successivi, muovendosi sul piano geografico idealmente da nord a sud:

 

 

- Carlo DIGILIO : "A Venezia, nella seconda metà degli anni '60, io gravitavo più in un ambiente di destra generico in cui vi erano diversi esponenti dell'allora FRONTE NAZIONALE del Principe BORGHESE e quindi si trattava di un ambiente meno radicale e più portato agli agganci con i militari. Indubbiamente questo ambiente, a partire dalla fine degli anni '60, contava e viveva nell'attesa di un mutamento istituzionale.

Anche a Venezia era previsto che in caso di golpe la città fosse controllata quantomeno da seicento persone per il mantenimento dei servizi essenziali e il FRONTE NAZIONALE si era mobilitato per reperire il maggior numero di simpatizzanti possibili anche negli ambienti istituzionali. Come in altre città, per la notte del 7 dicembre era concordato il concentramento in punti determinati. Il concentramento effettivamente ci fu, ma poco dopo giunse il contrordine, con vivo disappunto di tutti i presenti. Erano presenti sia militari che civili come del resto credo in altre città d'Italia. Posso precisare che a Venezia il punto di concentramento era l'Arsenale cioè lo spiazzo dinanzi al Comando della Marina Militare. Anche di queste iniziative io riferii regolarmente a Verona (al comando F.T.A.S.E.) che quindi misi al corrente dei vari sviluppi. Anche SOFFIATI partecipò all'analogo concentramento a Verona" (int. 6.4.1994, f. 6).

 

- Enzo FERRO :  "Posso meglio spiegare la mobilitazione che ci doveva essere quella notte di sabato, poche settimane prima del mio congedo, nel Natale del 1970. Il Maggiore ci disse di tenerci pronti in camerata, con gli abiti borghesi, e che poi avremmo dovuto essere portati nella zona di Porta Bra a Verona, nella sede dell'Associazione Mutilati e Invalidi di guerra, dove si stampava il giornaletto del MOVIMENTO DI OPINIONE PUBBLICA.

Io ero molto agitato e preoccupato; BAIA era con me ed era eccitato per quanto stava per accadere. Ci fu detto chiaramente che dovevamo intervenire e che non potevamo tirarci indietro e che, giunti al punto di raccolta, saremmo stati armati e portati nella zona dove dovevamo operare come supporto al colpo di stato. Tutte le cellule di civili e militari avrebbero dovuto intervenire. Tuttavia nella notte vi fu il contrordine, era verso l'una e trenta e ce lo comunicò direttamente il maggiore SPIAZZI, dicendoci che il contrordine veniva direttamente da Milano. Non ne ho mai saputo il motivo, anche se all'epoca, se glielo avessi chiesto, forse lo avrei saputo" (dep. 1.7.1992, f. 2).

 

- Giuseppe FISANOTTI (ordinovista di Verona legato al gruppo di MASSAGRANDE e BESUTTI, collaboratore di giustizia in molti processi): "Non ho partecipato alle mobilitazioni in occasione del cosidetto golpe Borghese del dicembre del 1970, del resto ero molto giovane avendo meno di 19 anni. Tuttavia negli anni successivi, mentre ancora risiedevo a Verona, sono stato un paio di volte messo in allarme in relazione ad analoghe mobilitazioni, tanto è vero che in casa mia tenevo, in vista di tali mobilitazioni, divise militari dell'Esercito, che mi erano state portate dai vari militanti di Ordine Nuovo”.

 

 

 

Il contesto era quindi quello di una sintonia fra militari e civili nella prospettiva di un mutamento istituzionale. Le mobilitazioni che dovevano esserci, che però non scattarono concretamente, si riferiscono al 1973/74(cfr. dep. 8.5.1993, f. 2).

 

 

 

- Andrea BROGI (ordinovista del gruppo toscano): "Posso dire che alla fine del 1970 io facevo già parte del Movimento Politico Ordine Nuovo e che nella nostra zona non c'era un sostanziale distacco dalle strutture ufficiali del M.S.I. e molti frequentavano sia l'uno che l'altro ambiente. Di fatto io, che allora non ero nemmeno ventenne, mi trovai con altri diciassette militanti, fra cui diversi più vecchi e diversi dei quali non conoscevo, a Passignano, vicino al lago Trasimeno nei pressi del passaggio a livello la sera del 7 dicembre 1970 per intervenire sulla federazione provinciale del P.C.I. e sui ripetitori della R.A.I.

C'erano altri due gruppi, uno a Umbertide e uno a Tuoro. Il nostro gruppo disponeva di un'arma individuale, chi uno Sten, chi un moschetto 91 o una pistola. Io avevo ricevuto le mie due armi per l'occasione da Augusto CAUCHI. Preciso che ciascuno disponeva di un'arma lunga e di una corta. Verso le quattro o le cinque del mattino arrivò l'ordine di ritirarsi senza che ce ne fosse spiegato il motivo.

Anni dopo, e cioè dopo il finanziamento di Gelli nei confronti di Augusto CAUCHI tramite l'intermediazione dell'Ammiraglio Birindelli e del Cap. Pecorelli, ricevetti sugli avvenimnenti del 1970 una confidenza del CAUCHI. Questi mi disse che, GELLI aveva fermato, nel 1970, i "ragazzi", cioè i civili di destra, e i militari sfruttando comunque la situazione per averne vantaggio e cioè per mantenere un forte credito anche dopo la sospensione del golpe." (dep. 9.1.1992, f. 2).

 

 

- Vincenzo VINCIGUERRA :  "Prendo atto che l'Ufficio è interessato a focalizzare quanto io ho riferito nell'intervista a L'Espresso del 14.4.1991 circa la mobilitazione anche di elementi della 'ndrangheta calabrese in occasione del golpe Borghese. Innanzitutto confermo l'episodio citato nell'intervista, precisando che ero a conoscenza dalla metà degli anni'70 di tale mobilitazione e che ulteriore conferma di questa l'ho ricevuta all'interno del carcere da una persona che vi era stata personalmente interessata. La mobilitazione avvenne nella provincia di Reggio Calabria e si trattava di un gran numero di uomini armati. Anche in Calabria venne fatto riferimento, da persona che non intendo nominare, alla possibilità di mobilitare 4000 uomini sempre appartenenti alla 'ndrangheta ove la situazione politica lo richiedesse." (int. 13.1.1992, f.3;

 

 

 

il riferimento a Milano al posto della Calabria contenuto nel verbale e dovuto palesemente ad un errore di battitura nell'originale). Gli appartenenti alla 'ndrangheta, armati e mobilitati per l'occasione sull'Apromonte, erano stati messi a disposizione dal vecchio boss Giuseppe NIRTA, estimatore di Stefano Delle Chiaie il quale era in grado, secondo lui, di "ristabilire l'ordine nel Paese" (cfr. documento inviato da Vincenzo Vinciguerra all'Europeo, vol.6, fasc.6, ff.58-59).

 

 

 

- Carmine DOMINICI:  "Nel dicembre 1970, e cioè pochi mesi dopo tale fallito comizio, vi fu il tentativo noto appunto come "golpe Borghese". Anche a Reggio Calabria eravamo in piedi tutti pronti per dare il nostro contributo. ZERBI disse che aveva ricevuto delle divise dei Carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate. Restammo mobilitati fin quasi alle due di notte, ma poi ci dissero di andare tutti a casa. Il contrordine a livello di Reggio Calabria venne da ZERBI" (dep. 30.11.1993, f. 4).

 

 

- Giacomo LAURO:  "Nell'estate del 1970 l'avvocato Paolo ROMEO si fece promotore di un incontro nella città di Reggio Calabria e precisamnete nel quartiere Archi fra Junio Valerio Borghese ed il gruppo capeggiato allora da Giorgio DE STEFANO e Paolo de Stefano .... più volte alla 'ndrangheta fu richiesto di aiutare i disegni eversivi portati avanti da ambienti della destra extraparlamentare fra cui Junio Valerio Borghese; il tramite di queste proposte era sempre l'avvocato Paolo Romeo, sostenuto da Carmine Dominici.... I De Stefano erano favorevoli a questo disegno ed in particolare al programmato golpe Borghese, mentre invece furono contrari le cosche della Jonica tradizionalmente legate ad ambienti democristiani" (dep. 17.5.1993, vol. 21, fasc. 2).

 

 

 

 

Dunque Licio GELLI era coinvolto nel golpe Borghese con un ruolo decisivo sul piano istituzionale e cioè mettere il Presidente della Repubblica in condizioni di non poter esercitare il proprio mandato.

 

 

 

Dunque anche il Comando americano F.T.A.S.E di Verona era informato tramite Carlo DIGILIO, collaboratore degli americani sin dal 1967, dello sviluppo degli avvenimenti.

 

 

 

Si noti che grazie all'attività informativa di DIGILIO le notizie sul concentramento a Venezia la notte fra il 7 e l'8 dicembre 1970 erano giunte sino ai più alti livelli poichè a Verona nella base cui Digilio faceva riferimento ha sede il Comando F.T.A.S.E. e cioè il Comando generale delle Forze dell'Alleanza Atlantica per tutto il Sud-Europa.

 

 

 

Dunque in ogni parte d'Italia erano mobilitati cospicui gruppi armati: centinaia di uomini a Venezia, centinaia di civili e militari a Verona, decine di uomini addirittura nelle sperdute località intorno al lago Trasimeno. Era garantito l'appoggio in forze delle organizzazioni storiche della criminalità organizzata, mafia e'ndrangheta, incaricate a Roma come in Calabria dei lavori più "sporchi" quali l'eliminazione di alte personalità istituzionali, come il Capo della Polizia Angelo Vicari, evidentemente non allineato alla congiura e la cattura degli esponenti dell'opposizione.

 

 

 

Non si può certo continuare a sostenere che quanto è avvenuto quella notte nel nostro Paese sia stato solo il sogno di qualche Ufficiale in pensione o un tentativo buono solo per la sceneggiatura di qualche film di costume.

 

 

 

Ma non è tutto. E' probabile che gli attentati del 12.12.1969 avessero la finalità di favorire il programma del golpe che era programmato già per la fine del 1969 sull'onda della paura e del disorientamento creati dal ripetersi di fatti che, come le bombe sui treni e nelle banche, colpivano semplici cittadini.

 

 

 

Sentiamo in proposito il racconto di Sergio CALORE:  "In merito a quel periodo posso dire che mi fu riferito un discor-so relativo al significato degli attentati del 1969 in relazione ai progetti di golpe. Mi fu detto - quando ero ancora libero - che secondo i programmi il cosiddetto golpe Borghese, che fu tentato nel dicembre 1970, doveva in realta' avvenire un anno prima e che la collocazione delle bombe, nel dicembre '69, aveva propria la finalita' di far accelerare questo progetto comportando nel paese una piu' diffusa richiesta d'ordine ed il discredito delle forze di sinistra in genere che sarebbero state additate come responsabili o corresponsabili dei fatti. In tutta onesta' non sono in grado di dire da chi mi fu fatto questo discorso ma comunque da persona che era esponente di rilievo di Ordine Nuovo." (int. 21.10.1991, f. 3)

 

 

 

 

Del resto Vincenzo Vinciguerra, in relazione alla questione centrale relativa all'acquisto dei timers da parte del gruppo veneto ed alla ben difficilmente spiegabile mancanza di particolari cautele nell'effettuare tale acquisto in prima persona presso una ditta di Bologna, ha sottolineato che tale comportamento si poteva "spiegare con la sicurezza di costoro, di partecipare ad un'operazione politica che coinvolgeva le forze anticomuniste sia politiche che militari e che doveva concludersi, per l'ampiezza del concorso in tale operazione, in un sicuro successo dal quale i responsabili dell'operazione del 1969 si ripromettevano di trarre i vantaggi derivanti dalla vittoria che proprio con il loro operato avevano contribuito a determinare". (int. 10.7.1992, f.1).

 

 

 

Del fatto che il progetto del golpe Borghese fosse già in stato di avanzata preparazione alla fine del 1969, e quindi in contemporaneità con la campagna di attentati che era iniziata con l'attentato alla Fiera di Milano e all'Ufficio Cambi della Stazione Centrale il 25.4.1969, vi è una traccia documentale in una nota del S.I.D. in data 16 giugno 1969, nascosta, come molte altre relative alla fase preparatoria del tentativo del 7.12.1970, dal generale Vito MICELI e riemersa solo quando, dopo le indagini del giudice istruttore Giovanni Tamburrino, era divenuto inevitabile sbloccare il segreto su alcuni atti del reparto D.

 

 

 

In tale nota si legge:  "un esponente del Fronte Nazionale ha informato alcuni dirigenti della Società Metallurgica Italiana ( S.M.I. ) che il movimento ha in programma di attuare, nel periodo da giugno a settembre 1969, un colpo di Stato per porre fine alla precaria situazione politica che travaglia la vita del Paese. L'uomo di Borghese vorrebbe trattare l'acquisto di munizioni prodotte negli stabilimenti della S.M.I. ma ha ricevuto un rifiuto".

 

 

 

Ciò non significa ovviamente che tutti i capi o i militanti del Fronte Nazionale, coinvolti nel progetto golpista, fossero anche complici o conniventi in una strategia stragista ma certo, a determinati livelli, i due progetti correvano su binari strategicamente paralleli.

 

 

 

D'altronde in molte situazioni geografiche i militanti di Ordine Nuovo, e sopratutto di Avanguardia Nazionale, costituivano la più importante ossatura operativa civile di cui i golpisti del Fronte Nazionale disponessero. Anche le testimonianze poc'anzi citate devono quindi essere certamente allegate agli atti da trasmettere alla Procura della Repubblica di Roma al fine di rendere più chiaro il quadro dei possibili approfondimenti istruttori.