Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra

 

I colloqui avvenuti il 30 e il 31 maggio 1974 fra il Ten.Col. Romagnoli, l'avv. Degli Innocenti e Torquato Nicoli nell'appartamento di via degli Avignonesi. La trascrizione dei due nastri prodotta dal capitano Labruna: altre espunzioni.

 

 

PARTE QUINTA

Capitolo 33

(pag. 287 del fascicolo processuale)

 

 

Le altre due bobine, prodotte dal capitano Antonio LABRUNA all'Ufficio sin dal 3.8.1991, riguardano, come testimoniato dallo stesso capitano, le registrazioni di due colloqui svoltisi il 30 e il 31 maggio 1974 nell'appartamento del S.I.D. di Via degli Avignonesi fra il tenente colonnello ROMAGNOLI e le "fonti" avv. Maurizio DEGLI INNOCENTI e Torquato NICOLI, presente anche Labruna il quale tuttavia era intervenuto più raramente del suo superiore nella discussione (cfr, deposiz. 3.8.1991, f.2).

 

 

 

Si tratta di due grossi nastri magnetici che portano la data dei colloqui indicata sulla custodia. A differenza degli altri nastri, non si tratta di copie bensì dei nastri originali e integrali registrati con un apparecchio nella disponibilità del capitano Labruna. Deve essere subito detto che tali registrazioni, come ha riconosciuto lo stesso Labruna, sono state effettuate all'insaputa del suo superiore che stava conducendo, prevalentemente in prima persona, l'audizione dei due collaboratori. L'apparecchio era nascosto in una borsa e ciò ha ridotto il livello di qualità della registrazione che ha comportato un notevole impegno dei periti per renderne quasi interamente comprensibile il contenuto.

 

 

 

La registrazione effettuata da Labruna si colloca quindi nel clima di sfiducia e di reciproco sospetto che cominciava a serpeggiare nel Reparto D e che lo aveva indotto, a fine di autotutela del proprio operato - anche se con mezzi non propriamente degni di encomio per un subalterno - a registrare e a conservare le prove del lavoro del suo superiore.

 

 

 

La lunga e dettagliata audizione da parte del colonnello Romagnoli dei due informatori nell'appartamento del S.I.D. è una circostanza pacifica.

 

 

 

Che tali colloqui siano avvenuti nelle circostanze riferite da Labruna lo ha testimoniato anche il maresciallo Mario ESPOSITO (cfr. deposiz. 16.9.1993, f.2) e lo ha ammesso lo stesso Romagnoli sin dalla sua prima audizione (16.10.1993,. ff.1-2), quando ancora non era a conoscenza dell'esistenza della registrazione.

 

 

 

D'altronde le voci dei quattro soggetti sono ben riconoscibili ascoltando i nastri e sono note anche all'Ufficio ad eccezione di quella dell'avv. Degli Innocenti, deceduto nel 1983.

 

 

 

L'incontro del colonnello Romagnoli con l'avv. Degli Innocenti e Torquato Nicoli si colloca nella fase finale dell'azione informativa condotta dal S.I.D. sul golpe Borghese e sul progetto della Rosa dei Venti e quindi in prossimità della riunione con il Ministro della Difesa, on. Giulio ANDREOTTI (luglio 1974) e della stesura del rapporto definitivo da trasmettere all'Autorità Giudiziaria di Roma (settembre 1974).

 

 

 

Per tale ragione, come è poi emerso anche dalla trascrizione, il colonnello Romagnoli, nell'"interrogare" i due informatori, si mostra pienamente padrone dello snodarsi degli avvenimenti dal 1969 al 1974 in quanto egli aveva già avuto a disposizione i nastri e le trascrizioni dei colloqui effettuati dal capitano Labruna, dal gennaio 1973 con Remo Orlandini e una volta, nel marzo 1974, con Attilio Lercari.

 

 

 

Romagnoli avrebbe poi completato il suo lavoro di verifica e coordinamento dei dati raccolti pochi giorni dopo, il 17.6.1974, in occasione dell'incontro tenuto a Lugano con lo stesso Remo Orlandini, presenti anche Labruna e gli stessi Degli Innocenti e Nicoli (cfr. deposiz. Romagnoli, 16.10.1991, f.2, e deposiz. Labruna 4.11.91, f.2).

 

 

 

La trascrizione dei due nastri è dovuta all'ottimo lavoro svolto dai due periti nominati dall'Ufficio, dr. Antonio FEKEZA e dr.ssa Maria Teresa FABBRO, che hanno depositato il 4.9.1992 l'elaborato peritale che consta complessivamente di oltre 300 pagine, di cui 104 relative al colloquio del 30.5.1974 e 215 al colloquio del 31.5.1974 (cfr. vol.15, fasc.1 e 2). Il lavoro di trascrizione, che grazie all'impegno dei periti ha grandemente ridotto il numero dei passi della discussione difficilmente comprensibili, è stato aiutato anche dalla produzione da parte del capitano Labruna dei brogliacci dattiloscritti, abbastanza completi e fedeli, che egli aveva effettuato o fatto effettuare all'epoca (cfr. deposiz. Labruna, 3.8.1991, f.2).

 

 

 

Nel corso dei colloqui, durati molte ore e che hanno la veste di veri e propri interrogatori sistematici e conclusivi, preceduti da una sorta di preambolo ai due collaboratori del colonnello Romagnoli, questi, con lo stile e la capacità di sintesi proprie di un ufficiale, ripercorre con i due - bisogna riconoscere con una notevole professionalità - in ordine cronologico tutti i momenti salienti dei tentativi e dei progetti golpisti che dalle prime riunioni, dall'inizio del 1969 sino alla primavera del 1974, si erano snodati prima sotto la guida del Fronte Nazionale del Principe Borghese e di Remo Orlandini e in seguito, anche dopo la fuga del Principe in Spagna, sotto la guida di una sorta di Direttorio comprendente sia uomini già protagonisti del primo tentativo sia elementi nuovi, sopratutto appartenenti al mondo militare e industriale.

 

 

 

Molta parte di quanto contenuto nelle domande del colonnello Romagnoli, nelle risposte dei due informatori (i quali in seguito, testimoniando dinanzi all'A.G., diverranno i primi "collaboratori di giustizia") e nella sintesi fatta dall'Ufficiale dopo le risposte, è ovviamente trasfusa nel rapporto finale e nei vari allegati e quindi ampiamente nota.

 

 

 

Ci riferiamo alle riunioni indette da Junio Valerio Borghese a partire dall'inizio del 1969 in ogni parte d'Italia, all'adesione di Avanguardia Nazionale al progetto, vista con entusiasmo dal Principe come giovane forza "operativa", alla divisione del Fronte in gruppi pubblici e avvenimenti del 7 dicembre 1970 e del piano che prevedeva l'eliminazione del Capo della Polizia, l'occupazione parzialmente riuscita del Ministero dell'Interno, della RAI, del Ministero della Difesa (affidata al gruppo ligure di Torquato Nicoli), sino alla sospensione dell'azione nelle prime ore dell'8 dicembre e all'abbandono del Viminale da parte del gruppo di A.N., che tuttavia aveva sottratto una mitragliatrice di tipo particolare quale "prova" a futura memoria e strumento di ricatto in caso di necessità .

 

 

 

Ci riferiamo altresì alla riorganizzazione del progetto negli anni successivi, con la costituzione di un Direttorio composto da dieci membri (fra cui l'avv. DE MARCHI, l'ing. Eliodoro POMAR, il dr. Salvatore DRAGO, già quinta colonna presso il Ministero dell'Interno in occasione dell'occupazione, Stefano DELLE CHIAIE e un rappresentante di Ordine Nuovo rimasto sconosciuto), all'adesione del gruppo di Padova di Dario ZAGOLIN, del gruppo M.A.R. di Carlo FUMAGALLI, di molti ufficiali fra cui, ovviamente, il colonnello Amos SPIAZZI, sino alle frenetiche riunioni fra civili e militari che avevano costellato tutto il 1973 e al finanziamento offerto da alcuni industriali soprattutto genovesi.

 

 

 

Tali circostanze, ripercorse metodicamente dal colonnello Romagnoli con i due ex-congiurati con tanto di organigramma dei presenti riunione per riunione, compariranno nel rapporto finale, anche se in tale elaborato il ruolo di A.N. sarà stranamente ridimensionato ed infatti l'organizzazione risulterà appena scalfita, in termini di arresti e incriminazioni, dall'azione dell'Autorità Giudiziaria.

 

 

 

Ma a parte ciò, dalla trascrizione e sopratutto dal discorso introduttivo del colonnello Romagnoli ai due informatori e da alcuni passi che fra poco si esamineranno risulta senza ombra di dubbio che obiettivo del Reparto D era operare una sorta di potatura dei rami secchi - una sorta di "stabilizzazione controllata" dei nuclei eversivi - consegnando alla magistratura le frange più radicali dei vari progetti golpisti, ma nello stesso tempo proteggendo alcuni settori il cui coinvolgimento non doveva assolutamente divenire pubblico (in particolare LICIO GELLI e alcuni alti ufficiali anche legati al suo ambiente) ed evitando che l'Autorità Giudiziaria di Padova, non sottoponibile a sollecitazioni e a controlli, penetrasse a fondo nelle strutture militari e di sicurezza, toccando santuari - più vicini a un progetto di golpe "bianco" e legale - che dovevano assolutamente essere salvaguardati.

 

 

 

La trasmissione del rapporto, comunque ricco di dati e di notizie, all'A.G. di Roma, titolare dell'istruttoria sul golpe Borghese, che da tempo sonnecchiava, aveva quindi non solo la finalità di di eliminare dalla scena i gruppi più compromessi e apertamente fascisti, ma anche di rivitalizzare tale istruttoria, favorendo l'unificazione delle inchieste a Roma e procedendo al trasferimento nella Capitale dell'istruttoria padovana.

 

 

 

Si impongono a questo punto alcune considerazioni di ordine generale e quasi storico che consentano di comprendere i ragionamenti, pur chiari, che saranno tra poco riportati.

 

 

 

Da alcuni anni, la dirigenza del S.I.D. era nettamente divisa in due gruppi che esprimevano due diverse "linee politiche". Il Direttore del Servizio, generale Vito MICELI, e gli ufficiali a lui vicini (fra cui quelli del Reparto R) erano attestati su una linea marcatamente di destra se non nostalgica e del resto, come risulterà dall'istruttoria Borghese, il generale Miceli era gravemente coinvolto nella congiura, si era sempre adoperato per impedire che pervenissero alla magistratura i rapporti informativi sui preparativi golpisti dal 1969 in poi, era amico personale di molti dei congiurati, tanto che l'imputazione di mero favoreggiamento, in cui era stata derubricata al termine dell'istruttoria l'ipotesi di concorso in cospirazione politica, non può che apparire una sottovalutazione delle sue effettive responsabilità .

 

 

 

La linea che faceva capo al numero 2 del Servizio, il generale Gianadelio MALETTI (molto legato all'on. ANDREOTTI), e in genere al Reparto D era certamente meno rozza e, pur rimanendo essenzialmente conservatrice ed ostile a qualsiasi slittamento a sinistra del Paese, può essere definita più moderna e tecnocratica.

 

 

 

Per questo motivo, conducendo a fondo la sua attività informativa ed approntando il rapporto per la magistratura, il Reparto D aveva ritenuto opportuno, dopo anni di inerzia del Servizio, se non di aperta complicità, bruciare una parte della struttura golpista e smobilitare alcune strutture armate dell'estrema destra.

 

 

 

L'occultamento di parte del materiale informativo raccolto non deve quindi essere confuso con una complicità nei tentativi golpisti - semmai il generale Maletti auspicava un rafforzamento "legalitario" dei poteri dello Stato - ma come la necessità di proteggere comunque settori che non dovevano essere toccati.

 

 

 

E' probabile che la vittoria, almeno momentanea, della linea del generale Maletti (tuttavia uscirà anch'egli di scena dopo il caso Giannettini) fosse legata agli indirizzi strategici di quel momento degli altri Servizi dello schieramento occidentale, posto che nel periodo fra l'aprile e l'estate del 1974 sarebbero caduti il regime post-salazarista portoghese di Caetano e il governo dei colonnelli greci e, l'anno successivo con la morte del generale Francisco FRANCO sarebbe tramontata anche l'ultima dittatura ancora presente in Europa. Era quindi ben difficile che in Italia le strutture di sicurezza potessero continuare a sostenere o a collaborare con i progetti dei gruppi che lavoravano proprio in vista di soluzioni golpiste analoghe a quelle che erano venute meno in altri Paesi europei e non erano ormai più praticabili nemmeno nel nostro Paese.

 

 

 

Tale linea di condotta del generale Maletti è solo apparentemente in contrasto con la copertura offerta dall'alto ufficiale alla cellula nazifascista di Padova durante le indagini dei giudici di Treviso e di Milano in direzione della "pista nera".

 

 

 

Il Reparto D - di cui il generale Maletti sarebbe entrato a far parte solo nel giugno 1971, un anno e mezzo dopo l'operazione del 12 dicembre 1969 - non era coinvolto o perlomeno non era coinvolto nella persona del generale Maletti e dei suoi collaboratori negli anni 1972/1974 nella fase ideativa ed operativa della strage di Piazza Fontana.

 

 

 

Tuttavia la protezione dei componenti della cellula veneta attuata tramite la fuga di Pozzan e Giannettini, la progettata evasione di Ventura, la "chiusura" della fonte Gianni Casalini e i contatti con Massimiliano Fachini, emersi nella presente istruttoria, erano un'attività assolutamente necessaria in quanto il cedimento anche di uno solo degli imputati avrebbe portato gli inquirenti, livello dopo livello, a risalire fino alle più alte responsabilità che avevano reso possibile l'operazione del 12 dicembre e le ripercussioni che ne sarebbero derivate sarebbero state forse addirittura incompatibili con il mantenimento dello status quo politico del Paese, obiettivo minimo in qualsiasi fase per qualsiasi Servizio.

 

 

 

E' ora possibile esaminare il contenuto della trascrizione dei due nastri nelle parti che interessano in questa sede e cioè il preambolo esposto dal tenente colonnello Romagnoli ai due informatori, il ruolo affidato a Licio GELLI nel progetto del 1970, cioè la cattura del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, e la presenza a Roma di un gruppo di mafiosi siciliani incaricati di uccidere il Capo della Polizia Angelo VICARI.

 

 

 

Il ragionamento introduttivo illustrato dal tenente colonnello Romagnoli, prima di iniziare a ripercorrere con l'avv. Degli Innocenti e con Nicoli gli episodi legati alla nascita del Fronte Nazionale e alle prime riunioni dei golpisti, è ampio e quantomai elaborato e merita di essere analizzato con attenzione per comprenderne in pieno il significato. Il senso del ragionamento e la linea suggerita dall'ufficiale sono infatti chiarissimi nonostante la non completa intelligibilità di qualche frase dovuta a difetti della registrazione. Secondo il tenente colonnello Romagnoli è necessario mettere a disposizione dell'Autorità Giudiziaria molti dei dati di cui sono in possesso persone come l'avv. Degli Innocenti e Torquato Nicoli, ma nello stesso tempo"troncare la catena", "sviluppare una contro-manovra", "condurre un'azione di frenaggio", impedendo che certi giudici trovino le "chiavi" o "l'anello di congiunzione" che rischi "di dare un colpo feroce alle Forze Armate" (ff. 5 e 11 della trascrizione).

 

 

 

E' evidente il riferimento sopratutto all'Autorità Giudiziaria di Padova che in quei mesi stava procedendo in direzione ascendente nel ricostruire non solo le trame golpiste, ma anche le strutture parallele del S.I.D. e delle Forze Armate.

 

 

 

E' necessario quindi mettere "alcune persone, che potrebbero venire coinvolte, in condizioni di non esserlo" e "trovare degli strumenti di ricatto nei confronti di coloro che potrebbero aprire quel determinato cassetto" (f.3 della trascrizione) e cioè collaborare senza remore con l'Autorità Giudiziaria.

 

 

 

Secondo Romagnoli è questo il caso del colonnello Amos SPIAZZI che "sta annaspando" (f.11) e avrebbe potuto evidentemente dire o essere in procinto di dire più di quello che, nell'interesse globale delle Forze Armate e dei Servizi di Sicurezza, gli era consentito. Il riferimento al colonnello Spiazzi, tenendo presente il momento in cui si erano svolti i colloqui in Via degli Avignonesi (fine maggio 1974), è quanto mai pertinente.

 

 

 

Nella primavera del 1974, infatti, il colonnello Amos Spiazzi, detenuto a Padova, messo alle strette dalla confessione fiume di Roberto Cavallaro e incalzato dai giudici di quella città, aveva cominciato a fare ammissioni molto gravi sulla struttura parallela anticomunista esistente all'interno del S.I.D. e delle Forze Armate, struttura cioè sovraordinata ed in grado di muovere ed indirizzare gruppi come quello della Rosa dei Venti.

 

 

 

Tale organizzazione esisteva e, secondo le parole del colonnello Spiazzi:

 

 

 

"l'organizzazione di sicurezza delle Forze Armate, che non ha finalità eversive  (almeno secondo l'ottica di Spiazzi, nota Ufficio), si propone di proteggere le Istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il S.I.D., ma in gran parte coincide con il S.I.D." (cfr. int. Spiazzi al G.I. di Padova, 3.5.1974, vol.17, fasc.6).

L'esistenza di una struttura del genere, che non coincide nemmeno interamente con GLADIO e che è emersa nella sua completezza solo a distanza di quasi venti anni, non poteva all'epoca assolutamente essere rivelata. Si tratta dell'"Organizzazione di Sicurezza" o NUCLEI di DIFESA dello STATO, struttura parallela a Gladio di cui in questa istruttoria hanno parlato il colonnello Spiazzi, Enzo Ferro, Giampaolo Stimamiglio ed altri e di cui si tratterà nella parte VII di questa ordinanza.

In un'epoca in cui era ancora in piena corso la guerra fredda, l'esistenza di tale struttura segreta non doveva venire alla luce ed infatti il colonnello Spiazzi, messo a confronto qualche tempo dopo a Roma con un superiore quale il generale ALEMANNO - allora Capo dell'Ufficio Sicurezza del S.I.D. - sarà invitato da questi durante il confronto a tacere e a dire solo le cose che "facevate voi privatamente, senza coinvolgere altri": infatti dal quel giorno il colonnello Spiazzi avrebbe effettivamente taciuto.

In quest'ottica e tenendo conto del particolare momento in cui si trovavano le indagini bisognava quindi evitare, secondo il tenente colonnello Romagnoli, che "qualche malintenzionato" avesse interesse "ad esprimere il concetto globale della vicenda", bisognava mettere i magistrati "in condizioni di avere un muro oltre il quale non possano andare" e quindi "far rientrare nel battistrada l'indagine" (f.5).

 

 

 

Era doveroso certamente fermare operazioni terroristiche come la strage di Brescia e il campo di Pian del Rascino che hanno "scosso tutti e non sono sorte spontaneamente per iniziativa di singoli" rientrando appunto in un disegno terroristico (f.9), ma impedire nello stesso tempo che venissero colpite le "forze sane nell'ambito del Paese, forze che è un peccato che vengano disperse da un'ondata repressiva".

 

 

 

Questa è la linea del tenente colonnello Romagnoli "come ufficiale, come uomo, e sopratutto come cittadino" (f.13).

 

 

 

Anche il generale Ugo RICCI, che è "sotto il fuoco del nemico e sta per essere spinto verso il muro", "deve essere messo in condizioni di sfuggire, di sgusciare fra le maglie di questa rete che gli stanno chiudendo intorno, anche perchè, signori miei, Ricci non vuol dire Ricci da solo, vuol dire Ricci e.... "(parole purtroppo incomprensibili) (f.5).

 

 

 

Il ruolo del generale Ugo Ricci, iscritto fra l'altro alla P2 e molto legato al colonnello Spiazzi ed anche alla componente "legalitaria" di Edgardo Sogno, risulterà effettivamente ben poco messo a fuoco nel rapporto finale del S.I.D., benchè nel corso dei colloqui il suo nome compaia più volte quale presente a moltissime riunioni dei congiurati (cfr. ff.123, 127, 144, 152, 207 della trascrizione del colloquio del 31.5.1974).

 

 

 

Sulla linea strategica imposta dal tenente colonnello Romagnoli, e che risale nella sua concezione certamente al generale Maletti, non sembrano necessari davvero altri commenti, tanto chiaro è il disegno di indirizzare le istruttorie in corso su binari compatibili con gli interessi globali dei settori politico-militari all'epoca predominanti e di disattivare eventuali linee di indagine, come quelle in cui si erano imbattuti i giudici di Padova, che portassero a rivelare il cuore segreto della struttura nello stesso tempo occulta e ufficiale costituita nel quadro della difesa degli interessi dell'Alleanza Atlantica.

 

 

 

Anche la parte del colloquio dedicata al compito specifico affidato a Licio Gelli (e cioè privare della libertà personale il Presidente della Repubblica on. Giuseppe Saragat) è assai chiara, nonostante la presenza nella conversazione di alcune battute non comprensibili a causa della sovrapposizione delle voci degli interlocutori. In relazione a tale aspetto del piano è l'avv. Maurizio Degli Innocenti nel colloquio del 31.5.1974 a informare il col. Romagnoli il quale riceve ed appunta zelantemente le notizie ricevute.

 

 

 

Il brano della conversazione relativa al ruolo di Licio Gelli deve essere riportato integralmente tenendo presente che nella trascrizione l'abbreviazione M corrisponde a Maurizio Degli Innocenti, l'abbreviazione T a Torquato Nicoli, l'abbreviazione S al col. Sandro Romagnoli e l'abbreviazione L al cap. Labruna :

 

 

" M.:. . . . siccome si era parlato al centro di quella dichiarazione Fronte Nazionale dell'acquisizione della persona fisica del Presidente, il quale doveva essere consegnato ... consegnato sapete da chi. No?

S.: No.

M.: Da Licio Gelli.

L.: Da?...

M.: Licio Gelli.

S.: No, non ho capito, scusa.

L.: Licio Gelli doveva consegnare precisamente la persona del Presidente della Repubblica in mano al Fronte Nazionale.

M.: Ma questo nel quadro della pianificazione...

L.: Nel quadro della pianificazione delle Forze Armate. (Battute non sufficientemente comprensibili)

M.: Questo lo deve confermare Remo.

S.: Allora, Gelli cattura...

M.: Saragat.

S.: Saragat. ...(pp.ii.). perchè, che cosa ha Gelli...

M.: Naturale perchè, eh. I rapporti Gelli-Miceli sono chiari. Gelli ha un documento che dà libero accesso in qualunque ora del giorno e della notte, al Quirinale.

S.: Documento che gli è stato dato da chi?

M.: Non lo so.

S.: Chi?

M.: So che il capitano Morandi può darsi che ne sappia qualche cosa.

S.: Chi?

L.: Morandi.

M.: Perchè Gelli è lì considerata persona estremamente... estremamente... (pp.ii. a causa di rumori).

S.: Quindi Gelli avrebbe dovuto avere, nel contesto della pianificazione di Tora Tora, il compito della cattura di Saragat.

M.: Sì.

S.: Da parte di chi? Con quali complici? Erano Carabinieri?

M.: Non so se la cattura doveva avvenire in Via della Camilluccia o al Quirinale.

S.: Sì, ma, dico, sulla scorta di quali disponibilità materiali del Gelli?

M.: Questo non lo so. Comunque...

S.: Era un'azione autonoma di cui non si dovevano interessare i nuclei del Fronte Nazionale?

M.: Evidentemente sì. Mentre, a differenza di questo, nel disegno, che ho creduto di capire nella casa di Sorrento (nome non certo), si intendeva a far fare, con un po' di buona volontà, a Leone a prendere un certo determinato atteggiamento in una certa circostanza. Lui doveva parlare in certo tipo di campane.

S.: Ma, appunto, riferito a quale tempo? (Battute incomprensibili per sovrapposizione delle voci)

M.: No... (pp.ii.), per arrivare a Leone, anche in casa sua, riuscire a prenderlo...

S.: Sì.

M.: Lui doveva non avere rapporti con l'esterno...

S.: Sì.

M.: E in genere non fare dichiarazioni.

T.: E poi sciogliere le Camere.

S.: Ma nel quadro di che cosa?

M.: Ovviamente di una più vasta operazione della quale noi non siamo a conoscenza. (Battute non sufficientemente comprensibili)

S.: No, scusa, Tino, io vorrei capire. Io posso capire che catturare Saragat nel contesto di...

T.: Come... (pp.ii.)?

S.: ...(pp.ii.), mi pare che, c'è un quadro di base come quello, io lo... (p.i.), ma così io, nella notte, vado a prendere Leone e gli dico: sciogli le Camere. Evidentemente...

T.: Erano uomini muniti di silenziatore.

M.: Io ho precisato...

S.: Ma d'accordo, ma...

M.: Io ho precisato che si trattava di un avallo.

L.: Cioè ?

M.: Che la cambiale doveva essere qualcun altro a firmarla, ma a garantirla doveva essere lui. Cioè, a garantire dall'inizio di...

S.: Parliamo... i nomi convenzionali, parliamoci chiaro.

T.: Sì.

M.: Qualcuno faceva l'operazione, no? E l'amico Leone compariva alla televisione e annunciava che la Repubblica aveva cambiato indirizzo.

S.: Sì, va beh, ma chi doveva compiere questa operazione?

M.: E chi lo sa? Ecco perchè Pinto aveva chiesto 15 uomini. Non abbiamo fatto domande, non siamo...

S.: Pinto aveva chiesto 15 uomini con 15 silenziatori.

M.: ... (pp.ii.). S.: Allora... (pp.ii.), avremmo vissuto delle giornate con il patema di un immediato colpo di Stato...

T.: Sì.

S.: In cui una parte di questa azione sarebbe stata... (pp.ii.) una formazione di 15 persone con 15 silenziatori. ?.: Esatto.

S.: ... (pp.ii.). ... (p.i.) sta dall'altra organizzazione che sta pensando di fare queste cose qua.

M.: Credi? S.: Può darsi. (Battute non sufficientemente comprensibili)

L.: Se Pinto (nome non certo) chiama Gelli, Gelli è socialistoide, come dice...

M.: Gelli è considerato, negli uffici politici, uomo di dichiarate simpatie per la destra: Movimento Sociale etc. Soltanto chi non ne conosce la contorta personalità può credere ad una facciata di tipo estremo... "

 

 

 

 

Non si tratta quindi di un fuggevole scambio di battute all'interno del colloquio ma della delineazione da parte dell'avv. Degli Innocenti, in un modo sufficentemente particolareggiato, dell'esistenza di un compito ben preciso affidato a Licio GELLI: la cattura del Presidente Saragat come azione autonoma all'interno del progetto golpista della quale non erano incaricati i nuclei del FRONTE NAZIONALE ma un nucleo specifico diretto da Licio Gelli(f. 176 delle trascrizioni).

 

 

 

Risulta poi evidente dalle notizie fornite dall'avv. Degli Innocenti il diverso atteggiamento che doveva essere tenuto nei confronti del Presidente della Repubblica in occasione dei due diversi progetti golpisti del 1970 e del 1973/74.

 

 

 

Nel 1970, quando Presidente della Repubblica era l'on. Giuseppe SARAGAT, non si poteva sperare in uno spontaneo cedimento ai congiurati del Presidente e quindi l'on. Saragat doveva semplicemente essere catturato e messo in condizione di non potersi opporre ai golpisti.

 

 

 

Nel 1973/74, quando Presidente della Repubblica era l'on Giovanni LEONE, il quadro si presentava in modo diverso poichè l'on. Leone poteva essere convinto, senza la necessità di usare la forza, ad assumere un determinato atteggiamento di arrendevolezza o passività, essere indotto a sciogliere le Camere e a comparire alla televisione annunciando più o meno spontaneamente che la "Repubblica aveva cambiato indirizzo".

 

 

 

I golpisti confidavano cioè, in questo secondo progetto, in un avallo presidenziale (foglio 167 della trascrizione).

 

 

 

La diversa origine e posizione politica dei due Presidenti - l'on. Saragat legato al mondo del socialismo riformista e l'on. Leone certamente vicino ad ambienti moderati - rende peraltro del tutto plausibile il racconto dell'Avv. Degli Innocenti.

 

 

 

Si noti che il colonnello Romagnoli ha ammesso di avere preso costantemente appunti nel corso dell'"audizione" dei due informatori (cfr. int. 26.10.1992).

 

 

 

Nonostante ciò e nonostante il fatto che il discorso dell'avv. Degli Innocenti relativo al ruolo di Licio GELLI fosse stato abbastanza preciso ed articolato ed attenesse al momento "centrale" della congiura dal punto di vista istituzionale, il colonnello Romagnoli ha dichiarato di non ricordare il nome di GELLI o che perlomeno tale nome , forse annotato negli appunti, non aveva suscitato in lui alcun interesse (cfr. int. citato, f.3).

 

 

 

Sta di fatto, a parte tale inspiegabile commento (si parlava con riferimento a GELLI del rapimento del Presidente della Repubblica e non di un qualsiasi oppositore politico), che non solo tali appunti sono spariti, circostanza che può essere anche giustificabile, ma anche che negli atti del S.I.D. relativi all'operazione "Furiosino" (nome in codice con cui era denominata l'indagine sul golpe sulla base dell'assonanza Orlandini-Orlando furioso-Furiosino) non è presente alcuna informativa, accertamento o approfondimento su LICIO GELLI.

 

 

 

Secondo gli accertamenti del SISMI, è presente negli atti del S.I.D. solo un foglietto informale e non protocollato in cui si rileva che fra gli ufficiali aderenti ai progettigolpisti vi erano ufficiali iscritti alla massoneria, assicurazione questa che sarebbe pervenuta tramite un certo GELLI (cfr. nota SISMI in data 19.9.1992, vol.16, fasc.15, f.1).

 

 

 

La conclusione è evidente: la figura di LICIO GELLI è stata volutamente espunta dagli accertamenti e dal rapporto conclusivo del S.I.D.

 

 

 

Del resto si trattava, secondo le parole del generale Maletti, di una "persona sacra per il Servizio", come emerge dal racconto del capitano Santoni - di cui si parlerà nel prossimo capitolo -, l'ufficiale di uno dei Centri C.S. di Roma che aveva "incautamente" osato svolgere alcuni accertamenti su Gelli.

 

 

 

Purtroppo l'avv. Degli Innocenti, che disponeva delle notizie sul ruolo di Licio GELLI nel golpe e probabilmente di notizie assai più ricche sul capo della P2, è deceduto sin dal 1983 e non è e non sarà quindi facile effettuare nella sede giudiziaria competente ulteriori approfondimenti. Si deve tuttavia sottolineare che l'avv. Degli Innocenti, già combattente nella X Mas e uno dei primi seguaci di Junio Valerio Borghese nel Fronte Nazionale (cfr. nota DIGOS di Firenze in data 14.10.1992, vol.16, fasc.5, f.3), era uno degli esponenti di alto livello della congiura e quindi era un testimone affidabile ed attendibile di quanto doveva avvenire, ed in parte è avvenuto, la notte del 7 dicembre 1970.

 

 

 

La bontà, la serietà e il carattere di prima mano delle notizie acquisite dall'avv. Degli Innocenti sugli sviluppi del progetto sono del resto testimoniate dal complessivo contenuto della trascrizione dei colloqui in data 30 e 31 maggio 1974 nell'ambito dei quali egli certamente ha fornito al colonnello Romagnoli elementi sempre precisi e particolareggiati ed era in sostanza il suo principale interlocutore.

 

 

 

Si ricordi inoltre che l'avv. Degli Innocenti ha reso anche nel processo relativo alla strage di Piazza Fontana una lucida e importante testimonianza, originata dal suo rifiuto di azioni violente e terroristiche e dalla sua dissociazione dalle componenti più estremistiche dell'arco della destra.

 

 

 

Egli infatti ha dichiarato di avere ricevuto a Pistoia, nell'estate del 1969, l'inaspettata visita di Mario MERLINO il quale in quei giorni doveva incontrare nella zona un esponente di Ferrara del Fronte Nazionale, tale Mario Bottari, già citato nelle testimonianze di Torquato Nicoli.

 

 

 

Durante la breve permanenza nell'abitazione dell'avv. Degli Innocenti, Mario Merlino gli aveva fatto cenno all'opportunità di compiere attentati contro le banche, cenno risultato quanto mai preveggente visto quello che sarebbe successo pochi mesi dopo (cfr. deposiz. Degli Innocenti al G.I. di Catanzaro, 20.8.1975).

 

 

 

L'altro argomento, emerso con chiarezza nel corso del colloquio svoltosi in data 31 maggio 1974 in Via degli Avignonesi, è la presenza a Roma, la notte del 7.12.1970 e nei giorni immediatamente precedenti, di un gruppo di mafiosi siciliani incaricati di eliminare il Capo della Polizia.

 

 

 

Per quanto concerne tale episodio è stato Torquato Nicoli a fornire notizie dettagliate al colonnello Romagnoli nel corso del colloquio, anche se quest'ultimo affrontando l'argomento con Nicoli, come emerge dalla trascrizione, mostra di esserne già a conoscenza avendo certamente già appreso alcuni elementi su tale episodio dalla lettura delle trascrizioni dei colloqui fra Labruna e Orlandini, ove già si fa riferimento alla presenza dei mafiosi.

 

 

 

Anche in questo caso il brano dell'"interrogatorio" condotto dal colonnello Romagnoli merita di essere riportato integralmente.

 

 

 

A Torquato Nicoli, che aveva appena accennato all'obiettivo Ministero della Difesa di cui si doveva occupare il consistente gruppo ligure di cui lo stesso Nicoli faceva parte, il colonnello Romagnoli pone infatti la domanda in modo diretto (ff.37 e ss. della trascrizione):

 

 

 

" S. (Sandro Romagnoli): Tu mi dici anche che tu hai appreso che un nucleo di uomini proveniente dalla Sicilia avrebbe dovuto essere messo a disposizione di Drago, anzi già era stato messo a disposizione di Drago per far fuori Vicari.

T. (Torquato Nicoli): Non è esatto "era stato messo". Dunque qui c'era un'intesa, da quello che so, Drago-Micalizio. Mafia.

S.: Drago?

T.: Micalizio, mafia.

S.: Sì.

T.: Questi mafiosi avrebbero dovuto far fuori Vicari. A un bel momento non avevano le armi per farlo fuori...

L. (Antonio Labruna): E questi mafiosi provenienti dalla Sicilia, che poi conoscevano le abitudini di Vicari...

T.: Sì.

L.:Perchè tu hai detto che a mezzanotte, mezzanotte e mezza...

S.: Tarda sera.

L.: ...(pp.ii.)...

T.: In quanto a voi interesserebbe sapere chi sono 'sti mafiosi...

S./T.: ...(pp.ii. per sovrapposizione delle voci)...

S.: A chi facevano capo, ecco.

T.: Questi mafiosi, siccome pare che non hanno mai capito niente, hanno alloggiato quella sera, fra il 6 e il 7, all'Hotel Cavalieri. A me sembrò molto impossibile... improbabile che dei mafiosi non venissero armati coi loro ferri.

M. (Maurizio Degli Innocenti): ...(pp.ii.).

S.: Qui praticamente questo è messo in chiaro; adesso da dimostrare è questo: c'era uno... (p.i.) al Ministero degli Interni, che lì si vede che c'era una certa azione che andava fatta in una certa maniera... (pp.ii.).

T.: Ma praticamente dentro al Ministero degli Interni c'erano i... (p.i.).

S.: Che avrebbero aperto.

T.: Che avrebbero aperto... Praticamente dove sono uscite le armi dal Ministero degli Interni.

S.: Poi gli spezzini e i genovesi avrebbero dovuto interessarsi del Ministero della Difesa.

T.: Esatto.

S.: E avevate gli uomini concentrati al cantiere.

T.: Sì.

S.: La Forestale avrebbe dovuto interessarsi della RAI, e questa girava con le ambulanze in Via Teulada.

T.: Sì.

S.: Poi c'era questo gruppo di mafiosi siciliani che doveva far fuori Vicari.

T.: S . (Battute incomprensibili per sovrapposizione delle voci).

L.: La notte dal 7 all'8 dicembre del '51 hanno alloggiato all'albergo Cavalieri.

S.: del '70.

L.: Del '70, sì, del '70. "

 

 

 

 

Quindi il gruppo dei mafiosi siciliani era già presente a Roma sin dal giorno precedente. Essi alloggiavano in un albergo della Capitale (probabilmente il Residence Cavalieri, ove all'epoca era più normale non essere registrati, e non l'Hotel Cavalieri; cfr. deposiz. maresciallo Esposito in data 16.9.1993 e nota R.O.S. Carabinieri in data 24.9.1993, vol.16, fasc.5, f.17) anche se Torquato Nicoli si era stupito che, da professionisti quali erano, non avessero portato con sè i "ferri" e cioè le armi necessarie per effettuare l'azione.

 

 

 

Può apparire poco comprensibile il motivo per cui tale aspetto degli avvenimenti del 7.12.1970 sia stato omesso nel rapporto finale e non sia stato nemmeno oggetto di un accenno cauto e non impegnativo.

 

 

 

Il capitano Labruna, il quale pur a distanza di tanti anni ha dimostrato di ricordare benissimo il discorso relativo all'intervento dei mafiosi (cfr. deposiz. 28.10.1991, f.1), ha tuttavia giustamente sottolineato l'importanza del riferimento, già contenuto anche nel brogliaccio di cui disponeva, al rapporto fra tale gruppo di mafiosi e il dr. Salvatore Drago, il medico in servizio presso il Ministero dell'Interno che si era anche occupato di far fare ad alcuni congiurati - certamente la squadra di A.N. - una ricognizione preventiva, qualche giorno prima dell'azione, all'interno del Ministero per facilitare il compito che era stato loro affidato (deposiz. citata, f.1).

 

 

 

Nel discorso di Torquato Nicoli, il collegamento fra il gruppo dei mafiosi e il medico catanese - e l'altro importante congiurato di origine siciliana, Giacomo MICALIZIO - non è l'elemento che basta a spiegare l'omissione operata del rapporto, le cui ragioni devono essere trovate altrove e vanno oltre i probabili rapporti fra il dr. Drago e la mafia siciliana. Bisogna infatti ricordare che il dr. Salvatore Drago non solo era molto vicino all'epoca al capo dell'Ufficio Affari Riservati, dr. Federico Umberto D'AMATO, ma era iscritto alla P2, come del resto lo stesso D'Amato, mentre Giacomo Micalizio era anch'egli iscritto ad un'altra loggia della Massoneria.

 

 

 

E' quindi probabile che il generale Maletti, il quale aveva già espunto il nome ed il ruolo di Licio GELLI dal rapporto sul golpe censurando l'intero episodio relativo alla presenza del gruppo di mafiosi collegato allo stesso dr. Drago, non abbia voluto aggravare la posizione di quest'ultimo e sopratutto abbia inteso recidere un altro elemento di collegamento fra il livello più alto della congiura, rappresentato da alcuni uomini vicini a Licio GELLI, e gli avvenimenti del 7/8 dicembre 1970.

 

 

 

Certo anche in questo caso la censura su un episodio e su una presenza così significativi, chiari dopo tanti anni anche nel ricordo di un subalterno come il capitano Labruna, non può essere dovuta ad una svista o ad una dimenticanza.

 

 

 

Del resto che l'adesione di alcune cosche mafiose al progetto del Principe Borghese fosse una realtà è emerso con chiarezza, pure a distanza di molti anni, grazie alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Tommaso BUSCETTA e Antonino CALDERONE dinanzi al G.I. di Palermo e alla Commissione Parlamentare d'inchiesta sul fenomeno mafioso.

 

 

 

Con due racconti sostanzialmente convergenti e sovrapponibili, Buscetta e Calderone hanno ricordato che Pippo CALDERONE, fratello di Antonio, e Giuseppe DI CRISTINA erano stati messi in contatto, tramite l'esponente massone Carlo MORANA, con un emissario del Principe Borghese ed era stato loro chiesto di mettere a disposizione gli uomini delle cosche mafiose per un colpo di Stato anticomunista in fase di avanzata preparazione.

 

 

 

Compito degli elementi mafiosi sarebbe stato quello di controllare, al momento del golpe, alcune zone della Sicilia, collaborare alla sostituzione dei Prefetti con uomini di fiducia del Principe Borghese, impedire contrattacchi di civili o comunque di forze fedeli al Governo legittimo e rastrellare gli oppositori politici.

 

 

 

Nel corso dell'azione, gli elementi mafiosi sarebbero stati muniti di un bracciale verde in segno di riconoscimento.

 

 

 

In cambio sarebbe stata alleggerita la posizione processuale di alcuni importanti esponenti mafiosi detenuti e sarebbe stata forse concessa dal nuovo Governo un'amnistia (cfr. int. Buscetta al G.I. di Palermo, 4.12.1984, vol.12, fasc.4, f.13; deposiz. Buscetta alla Commissione Antimafia, 16.11.1992, ff.100-102 e 124-125; int. Calderone in sede di rogatoria internazionale a Marsiglia, 24.6.1987 e 9.11.1987, vol.12, fasc.4, ff.56 e ss. e 67 e ss.).

 

 

 

La proposta era stata discussa nel corso di riunioni, svoltesi anche a Milano, con la partecipazione di capi mafiosi del calibro di Gaetano BADALAMENTI, Luciano LIGGIOe Salvatore GRECO.

 

 

 

Erano sorte alcune perplessità, sia di carattere per così dire storico/politico (molti capi mafiosi ricordavano ancora l'invio al confino di loro affiliati durante il regime fascista) sia di carattere più concreto, in quanto non era stata gradita la richiesta avanzata dall'emissario del Principe Borghese di fare avere ai golpisti una lista di affiliati alle varie "famiglie", circostanza questa che in un momento successivo avrebbe potuto ritorcersi contro i gruppi mafiosi stessi.

 

 

 

Alla fine era stata decisa un'adesione tiepida al progetto, senza consegnare liste e promettendo ai golpisti un impegno di carattere più generico (cfr. int. Calderone, 24.6.1987, f.59).

 

 

 

Tommaso Buscetta, in seguito, aveva appreso che, sempre tramite elementi "massoni", era stato comunicato che tutto era stato "addormentato" e cioè che il progetto di golpe era fallito. I contatti fra elementi mafiosi ed emissari di Jiunio Valerio Borghese in relazione al tentato golpe del 1970 sono stati addirittura confermati da Luciano LIGGIO nel corso di una udienza svoltasi il 21.4.1986 dinanzi alla Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria (cfr. vol.12, fasc.4, f.175).

 

 

 

Luciano LIGGIO, "rivelando" tali contatti ed in particolare lo svolgimento di una riunione che si era tenuta a Catania con la presenza di Salvatore Greco, Tommaso Buscetta e dello stesso Liggio per discutere in merito all'adesione al golpe, intendeva smentire la credibilità di Buscetta e dimostrare che il collaboratore era reticente utilizzando a tal fine il racconto di una vicenda che Buscetta, secondo Liggio, aveva taciuto.

 

 

 

Ma la "rivelazione" di Liggio si era tuttavia risolta in un vero e proprio boomerang per il vecchio capo mafia in quanto egli, testimoniando dinanzi alla Corte d'Assise, non sapeva che Tommaso Buscetta aveva già parlato dei rapporti fra i mafiosi e gli uomini di Borghese e della stessa riunione di Catania già sin dal 4.12.1984, nell'interrogatorio poc'anzi citato reso al G.I. di Palermo e all'epoca ancora coperto dal segreto istruttorio.

 

 

 

Luciano Liggio aveva così, contrariamente alle sue intenzioni, confermato la lealtà e la credibilità del collaboratore di giustizia.

 

 

 

Alla luce dei racconti di Buscetta e Calderone, che non erano al corrente di tutti i contatti presi da uomini di Borghese con elementi siciliani (int. Buscetta, 4.12.1984, f.21), è del tutto plausibile che un gruppo di mafiosi, più interessato al progetto, fosse stato presente a Roma il 7.12.1970 per mettersi direttamente a disposizione dei congiurati.

 

 

 

Tommaso BUSCETTA ha ricordato un altro particolare importante. Subito dopo la riunione in cui si era discusso in merito alla partecipazione al progetto, egli era rientrato negli Stati Uniti e, appena sbarcato, era stato arrestato.

 

 

 

Per prima cosa i funzionari della Polizia americana, invece di interrogarlo su vicende di droga o omicidi, gli avevano chiesto "Lo fate o no, questo golpe?"e, alla sua prudente risposta "Quale?", era stato aggiunto "Quello con Borghese!".

 

 

 

Buscetta, ovviamente, aveva ad ogni buon conto negato, ma aveva compreso che gli americani erano perfettamente a conoscenza del progetto (cfr. deposiz. alla Commissione Antimafia citata, vol.12, fasc.4, f.102).

 

 

 

Si noti che dal racconto di Buscetta e Calderone emerge ancora una volta l'intersecazione e la circolarità dei rapporti fra strutture occulte, in quanto è un elemento della massoneria a facilitare il collegamento fra gli uomini di Borghese e i capi delle cosche. Anche i rapporti fra A.N. ed ambienti mafiosi a Roma erano del resto stati stretti da tempo, infatti Vincenzo Vinciguerra e Carmine Dominici hanno ricordato che Frank COPPOLA aveva messo a disposizione la sua villa di Pomezia per riunioni di A.N. (cfr. int. Dominici, 30.11.1993, f.3) e Vinciguerra aveva saputo da Mino D'AGOSTINO, importante esponente della struttura occulta di A.N., che egli aveva fatto un viaggio in aereo negli Stati Uniti in compagnia di Tommaso Buscetta (cfr. int. 2.12.1992, f.2).

 

 

 

Potrebbe trattarsi dello stesso viaggio al termine del quale Buscetta era stato arrestato ed interpellato sugli sviluppi del golpe in Italia, ma tale verifica potrà essere svolta in seguito dalla Procura della Repubblica di Roma in quanto non è stato possibile, sinora, interpellare sul punto Buscetta, da tempo assente dall'Italia.