Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra

 

L'analisi della trascrizione dei nastri ed il ruolo svolto dalla massoneria, dalla Mafia e da alcuni alti ufficiali dell'Esercito nei progetti di colpo di Stato - L'espunzione di tali indicazioni dal rapporto trasmesso alla Magistratura

 

PARTE QUINTA

Capitolo 32

(pag. 279 del fascicolo processuale)

 

 

Il 7.11.1991, il capitano Labruna, convocato da quest'Ufficio presso i locali della Digos di Roma per essere sentito in qualità di testimone sugli argomenti di cui già nei mesi precedenti aveva iniziato a parlare, si presentava con una vecchia e impolverata borsa marrone, rimasta certamente in custodia per molti anni presso una persona di sua fiducia.

 

 

 

Da tale borsa il capitano Labruna estraeva, producendole all'Ufficio e chiedendone l'acquisizione agli atti, dieci bobine sul talloncino delle quali era apposta a mano la dicitura FURIOSINO, nome in codice utilizzato dai Servizi negli anni 1973/1974 per indicare l'azione informativa condotta sopratutto tramite i colloqui con Remo Orlandini.

 

 

 

Effettivamente tali bobine risultavano contenere le registrazioni, avvenute in strada, in macchina, o in locali pubblici, di tutti i colloqui svoltisi fra il cap. Labruna e Remo Orlandini (ed in un caso anche con Attilio Lercari) ed in più la registrazione di una lunga telefonata, peraltro di scarso interesse per le indagini, intrattenuta con la "fonte" Torquato NICOLI.

 

 

 

Il Capitano aveva custodito tali copie dei nastri originali sin dal momento in cui il N.O.D. era stato sciolto ed il suo archivio, non ufficiale e non protocollato, era stato portato via dall'appartamento di via degli Avignonesi e disperso. (cfr. sul punto anche la deposizione del sottufficiale del N.O.D., Giuseppe Pasin, in data 16.9.1993, f. 2).

 

 

 

Per una singolare coincidenza qualche tempo prima un giornalista romano, Norberto VALENTINI aveva già consegnato al G.I. di Milano dr. Antonio Lombardi, che stava conducendo l'istruttoria - bis sulla strage di via Fatebenefratelli del 17.5.1973 e sulle sue connessioni con il progetto della Rosa dei Venti, un'altra copia delle medesime registrazioni che egli si era evidentemente procurato negli anni settanta tramite suoi canali.

 

 

 

Si decideva così di procedere alla trascrizione dei nastri - sostanzialmente identici ad eccezione della mancanza, nell'uno o nell'altro, per motivi tecnici, di brevi passaggi - mediante una perizia congiunta che veniva affidata in data 16.12.1991 ai periti Enrico Degani e Pasquale Pareti.

 

 

 

I due periti cui erano stati affidati i nastri ed anche i brogliacci prodotti da Labruna, dopo avere svolto un lavoro preciso ed accurato, consegnavano ai giudici in data 13.2.1992 l'elaborato diviso in tre volumi per un totale complessivo di 326 pagine. Anche grazie alle date riportate su ciascun talloncino delle due serie di nastri e sui brogliacci, risultava così che le bobine riguardavano effettivamente una serie di dieci colloqui intrattenuti dal capitano Labruna, dal gennaio 1973 sino al giugno 1974, con Remo Orlandini nonchè la telefonata con Torquato Nicoli cui si è fatto cenno.

 

 

 

Di questi dieci colloqui, quattro erano già stati fatti pervenire, nel 1974 in due riprese, all'Autorità Giudiziaria mediante la consegna delle bobine. Si tratta dei colloqui in data 6.4.1973, 25.6.1973, 29.3.1974 e 17.6.1974, questi ultimi due svoltisi a Lugano. Altri otto colloqui, in data 16.1.1973, 18.1.1973, 12.2.1973, 13.3.1973, 21.3.1973, 13.5.1973, 26.5.1973 e 19.6.1973, non erano mai stati consegnati all'A.G. - nonostante l'espressa richiesta avanzata all'epoca - e quindi del tutto inediti.

 

 

 

Tutte le conversazioni registrate risultavano ben comprensibili ed infatti le trascrizioni contengono solo pochi passi di cui non è stato possibile discernere il significato per la sovrapposizione delle voci o la presenza di altri rumori di fondo. La lettura delle trascrizione consente quindi, insieme alla lettura di quelle relative ai due colloqui svoltisi in Via degli Avignonesi il 30 e il 31 maggio 1974, di colmare dopo tanti anni una importante lacuna e di venire a conoscenza di quella parte delle registrazioni che non era stato ritenuto opportuno trasmettere all'Autorità Giudiziaria e quindi rendere pubbliche.

 

 

 

Dalle bobine così trascritte non emergono novità sconvolgenti, ma comunque una serie di elementi che testimoniano la vastità e la profondità dei progetti golpisti e il coinvolgimento e il contatto con un arco di forze assai più ricco di quanto non si sia voluto far credere.

 

 

 

Si delineano, così, i contatti e le frequenti riunioni con un numero assai alto di ufficiali di grado elevato allora in carriera (e non solo con qualche generale nostalgico e prossimo alla pensione), con ambienti diplomatici e della magistratura militare, con soggetti quali LICIO GELLI.

 

 

 

Nei colloqui con Remo Orlandini, convinto evidentemente che il capitano Labruna fosse ormai convertito alla causa golpista, è riferita altresì la presenza di delegati del FRONTE NAZIONALE a riunioni della N.A.T.O. svoltesi a Verona e in altre città e le cessioni, già avvenute, di parecchie centinaia di armi ai congiurati da parte di ufficiali dell'Esercito e dei Carabinieri in preparazione dei piano golpisti del 1973 e 1974 che rappresentavano la continuazione del tentativo del Principe Borghese.

 

 

 

In linea generale, tali elementi si sovrappongono perfettamente a quelli emersi dai colloqui svoltisi, sotto la "direzione" del tenente colonnello Romagnoli in Via degli Avignonesi e quindi le notizie fornite dall'incauto Orlandini e da Attilio Lercari si saldano con quelle fornite dall'avv. Maurizio Degli Innocenti e da Torquato Nicoli, ad esempio per quanto concerne i contatti con esponenti americani e la messa in allarme della flotta U.S.A. di stanza nel Mediterraneo nella notte fra il 7 e l'8 dicembre 1970.

 

 

 

Appare quindi utile esporre in ordine cronologico elementi nuovi e inediti contenuti nelle trascrizioni dei colloqui "censurati", tralasciando quelle parti che sono in qualche modo presenti anche in quelli resi pubblici e menzionando in taluni casi le precisazioni e le spiegazioni che ha fornito il capitano Labruna sulla scorta dei suoi ricordi. Appare comunque sufficiente limitarsi ai nomi e agli elementi essenziali, rimandando per una completa comprensione del quadro golpista, quale si è delineato con le nuove registrazioni, alla diretta lettura delle trascrizioni.

 

 

 

Quindi, esaminando i più importanti colloqui con Remo Orlandini che si soffermano in particolare sui progetti in corso nel 1973:

 

 

 

- nell'incontro in data 18.1.1973, Remo Orlandini fa presente al suo interlocutore che fra i militari che hanno aderito al progetto vi è il generale che comanda l'Arma dei Carabinieri nell'Alta Italia e precisamente la Divisione Carabinieri di stanza a Milano. Si tratta evidentemente del generale Giovanbattista PALUMBO, allora Comandante della Divisione Pastrengo, iscritto alla P2 e più volte citato nella presente ordinanza quale responsabile di "deviazioni" e continue collusioni con i gruppi eversivi (ff.33 e 34 della trascrizione, vol.16, fasc.2). Si osservi in linea generale che, nel corso dei colloqui con Orlandini, il capitano Labruna utilizza una tecnica assai accorta e produttiva in quanto, fingendo un pieno appoggio del S.I.D. nel suo complesso ai progetti golpisti, stimola l'interlocutore ad esporgli l'organigramma degli aderenti al progetto stesso, ricevendo quasi sempre una risposta positiva ed ottenendo così un lungo elenco di nomi di congiurati con i ruoli rispettivamente ricoperti da ciascuno.

 

 

 

- nel colloquio in data 12.2.1973, su sollecitazione del capitano Labruna, Orlandini spiega che, come nel 1970, sono stati anche mantenuti e attivati i contatti con gli americani e che intermediario tra il Fronte Nazionale e lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, era il costruttore romano Gianfranco TALENTI. Con gli ambienti americani, in particolare, erano già stati avviati contatti e trattative per informarli specificamente del progetto in corso nella prima metà del 1973 (cfr.ff.60-62 della trascrizione).

 

 

 

- nel colloquio in data 13.3.1973, Orlandini racconta che il capo della massoneria di Arezzo, Licio GELLI - da lui definito una "potenza" e un uomo senza scrupoli - era stato uno dei primi ad aderire al Fronte Nazionale e che sin dal periodo precedente al tentativo del 1970 almeno 3.000 ufficiali iscritti alla massoneria avevano aderito ai gruppi golpisti, pronti al "momento x" ad essere al fianco del tentativo di mutamento istituzionale (cfr.ff. 104-105 della trascrizione). Il ruolo di Licio Gelli, nei progetti in corso negli anni 1973/1974, non sembra però essere di primaria importanza come nel tentativo del 1970 in quanto Remo Orlandini afferma che lo stesso Gelli, benchè fosse stato uno dei primi aderenti al Fronte, era stato negli anni successivi emarginato perchè troppo poco idealista e troppo assetato di potere e di denaro.

 

 

 

Remo Orlandini, confidandosi con Labruna, mostra disprezzo nei confronti di Licio Gelli ("è un truffaldino, è un uomo capace di qualsiasi azione, di qualunque cosa", "più di tutto legato alla mafia"; ff.104-105 della trascrizione) e ricorda all'ufficiale uno specifico episodio emblematico dei loschi affari di Gelli. Secondo Orlandini, Licio Gelli era creditore di una somma di almeno 18 milioni di lire - e quindi un somma all'epoca notevole - nei confronti di un maggiore della P.S. di Roma, tale Giuseppe CONSALVO, di origine calabrese, a sua volta compromesso in affari poco puliti con ambienti della 'ndrangheta calabrese (ff.74-76). Sul punto, nonostante il tempo trascorso, è stato possibile effettuare riscontri con esito positivo. Infatti il maggiore Consalvo risulta avere pernottato, quantomeno nel 1974, in diverse occasioni presso l'Hotel Savoia di Roma, avere ricevuto in tale albergo parecchie visite di elementi calabresi ed essersi messo in contatto con il numero telefonico 0575/47032.

 

 

 

Tale numero, all'epoca, era intestato al custode della ditta GIOLE di Castiglion Fibocchi, uomo di fiducia e factotum di Licio Gelli che era fra l'altro proprio il titolare di tale ditta (cfr. nota Questura di Arezzo in data 16.10.1992, vol.16, fasc.5, f.5 e appunto allegato alla deposizione del capitano Santoni in data 6.10.1992 ai G.I. di Milano e Bologna).

 

 

 

Inoltre il capitano Santoni (durante la sua missione a Pistoia) aveva appreso sia dal cittadino cambogiano Romuluc, che aveva dato origine all'attività informativa che aveva portato anche ad occuparsi di Licio GELLI, sia a Pistoia dall'avv. Maurizio Degli Innocenti che effettivamente il maggiore Consalvo era debitore di 18 milioni di Lire a Licio Gelli e che quest'ultimo custodiva cambiali per tale importo firmate dall'Ufficiale (cfr, deposiz. Santoni 15.9.1992, f.1).

 

 

 

Si noti che gli eloquenti riferimenti di Remo Orlandini e Licio Gelli assumono particolare valore ed attendibilità in quanto all'epoca, e cioè nei primi anni '70, la figura di Licio Gelli era pressochè sconosciuta e solo molti anni dopo sarebbero venuti alla luce non solo i suoi contatti con la destra eversiva, ma anche la sua vocazione affaristica e l'abilità nel contattare e controllare Funzionari dello Stato tramite prestiti e ricatti ed ancora più tardi sarebbero venuti alla luce i contatti, almeno sul piano finanziario, con ambienti della criminalitò organizzata.

 

 

 

Le parole di Remo Orlandini, sotto certi aspetti un nostalgico idealista, assumono quindi un valore di premonizione.

 

 

 

- nei colloqui in data 21.3.1973 e 28.5.1973, Remo Orlandini parla del tenente colonnello Pietro CANGIOLI come uno degli uomini che davano maggiore affidamento (f.128 della trascrizione) e che stava svolgendo un'intensa e preziosa attività di coordinamento (f.178). Il tenente colonnello Cangioli, nel 1973, era in servizio presso lo Stato Maggiore dell'Esercito, Reparto SIOS, e svolgeva quindi una attività informativa e si trovava in una posizione molto delicata (cfr. nota ROS dei Carabinieri di Roma in data 12.10.1993, vol.16, fasc.5, ff.19 e ss.). Il suo nome era stato cancellato, secondo la testimonianza del capitano Labruna, su richiesta del generale Maletti, anche da una delle registrazioni consegnate alla magistratura (cfr. deposiz. Labruna, 26.9.1992, f.2). L'espediente che aveva consentito l'omissis fonico era stato molto semplice. Il tenente colonnello Romagnoli e il maresciallo Esposito avevano sovrapposto un tintinnio di bicchieri come di un brindisi, del tutto verosimile in quanto quel colloquio si era svolto presso il bar di un albergo di Lugano, al nome del tenente colonnello Cangioli nel momento in cui tale nome veniva pronunziato da Orlandini nella registrazione (cfr. deposiz. Labruna, 11.3.1992, f.1 e 26.9.1992, f.2).

 

 

 

Secondo il racconto del capitano Labruna, nel 1973 al tenente colonnello Cangioli era stato affidato un compito di notevole rilievo.

 

 

 

Grazie a contatti con un ufficiale medico dell'Ospedale Militare del Celio, egli stava infatti studiando la possibilità di avere a disposizione un reparto dell'ospedale attrezzato con sbarre alle finestre al fine di internarvi provvisoriamente i militari che al momento del golpe avrebbero rifiutato di aderirvi rimanendo schierati a fianco del Governo legittimo (cfr. relazione DIGOS di Roma in data 4.3.1992, vol.16. fasc.6, f.9).

 

 

 

E' evidente che la ripetuta presenza del nome del tenente colonnello Cangioli nei colloqui con Remo Orlandini, nelle registrazioni occultate dai responsabili del Reparto D, e l'assenza invece di tale nome nei nastri trasmessi all'Autorità Giudiziaria, conferma in modo inequivocabile l'attendibilità della testimonianza del capitano Labruna, compreso l'espediente del finto brindisi.

 

 

 

- nel colloquio in data 28.5.1973, Orlandini accenna nuovamente all'"importantissimo appoggio americano". Uomo di collegamento con gli americani era in quel momento, oltre al dr. Gianfranco TALENTI, l'ing. Hugh FENWICH, direttore della SELENIA. Nel corso del colloquio, Orlandini ricorda a Labruna che l'intervento della flotta americana di stanza nel Mediterraneo e che doveva muoversi da Malta era già previsto per il tentativo del 1970 ed erano stati nuovamente presi contatti diretti con gli americani per un intervento analogo in relazione ai progetti che erano in corso in quel momento (f.183 della trascrizione). I nomi di Hugh Fenwich e del dr. Gianfranco Talenti, presenti anche in altri colloqui, compariranno come una meteora nell'istruttoria e le loro posizioni saranno archiviate nel novembre 1975 con ben pochi approfondimenti e con un separato provvedimento.

 

 

 

- di grande interesse sono le rivelazioni contenute nel colloquio in data 19.6.1973. Due delegati del gruppo di Orlandini, formalmente non in quanto tali ma nella loro qualità di professionisti di rilievo, erano stati invitati a due conferenze della N.A.T.O. a Vicenza e a Livorno alle quali erano presenti imprenditori, professionisti ed ex ufficiali. In tali circostanze il generale Francesco MEREU aveva offerto ai due delegati il suo appoggio e, quale garanzia di tale disponibilità, la consegna di un notevole quantitativo di armi di provenienza militare e il versamento di una somma su un conto svizzero.

 

 

 

Gli accordi erano stati definiti, il versamento era stato regolarmente effettuato ed era poi iniziata la consegna delle armi, alcune centinaia, ad altri delegati del Fronte. Ad un certo momento, Orlandini aveva tuttavia convinto i suoi uomini a far sospendere le consegne in quanto, non essendo ancora imminente il momento del golpe, la detenzione di un ingente quantitativo di armi poteva diventare una trappola e del resto egli già disponeva di due lettere di autorizzazione al prelievo di armi, appena ve ne fosse bisogno, lettere pervenute tramite il colonnello Calabrese. Le armi già entrate nella disponibilità del gruppo di Orlandini erano comunque già state nascoste (ff.200-202 della trascrizione).

 

 

 

Gli appoggi al gruppo di Orlandini e al gruppo di civili della Rosa dei Venti da parte delle strutture militari erano quindi assai vasti e solidi ed il racconto di Remo Orlandini è del tutto verosimile, anche alla luce della scoperta, avvenuta nel corso della presente istruttoria, di una struttura militare, occulta ma ufficiale, sovraordinata, negli anni 1971/1973, ai gruppi di civili ed in grado di coordinarli e dirigerli. Tale struttura, emersa, come si vedrà nei prossimi capitoli, grazie alle testimonianze di Enzo FERRO e del colonnello Amos SPIAZZI, veniva chiamata NUCLEI di DIFESA dello STATO o, secondo la terminologia usata dal colonnello Spiazzi, "ORGANIZZAZIONE di SICUREZZA".

 

 

 

E' inoltre del tutto plausibile che il ruolo di fornitore di armi, al momento opportuno, fosse stato affidato al colonnello Antonio CALABRESE (iscritto alla P2 con la tessera n.485) in quanto questi era uno dei più stretti collaboratori del generale Giovanbattista Palumbo ed era presente, insieme al suo superiore, al tentativo di "persuasione" del giornalista ZICARI a non riferire all'Autorità Giudiziaria quanto a sua conoscenza sul M.A.R. di Carlo Fumagalli (cfr. capitolo 23). Quanto al generale Francesco Mereu, egli, sino all'aprile del 1973, rivestiva l'importante carica di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito (cfr. vol.16, fasc.5, f.23) ed il suo nome compare negli elenchi degli iscritti alla P2 con il n.490 (cfr. vol.16, fasc.8, f.2). Nessun ulteriore approfondimento è stato possibile in quanto il generale Mereu è deceduto nella metà degli anni '70.

 

 

 

Nel corso dei colloqui trascritti con la perizia depositata il 13.2.1992, Remo Orlandini elenca al capitano Labruna un elevato numero di alti ufficiali dell'Esercito e dei Carabinieri, di funzionari di Polizia, di professionisti, di diplomatici e di magistrati militari aderenti al progetto di golpe o già positivamente contattati, nomi su cui non è necessario soffermarsi per non appesantire l'esposizione, ma che comunque consentono di avere un'idea dell'ampiezza dell'area di personaggi di alto livello (messi al sicuro dall'occultamento dei nastri) interessati ad un progetto di mutamento istituzionale e pronti ad accedere alle cariche del nuovo Governo che sarebbe stato costituito.

 

 

 

Purtroppo la morte di Remo Orlandini, proprio nei giorni in cui, conclusi i necessari accertamenti, egli stava per essere citato da questo Ufficio (vedi nota R.O.S. Carabinieri di Roma in data 6.11.1993, vol 16. fasc.5, f.18), ha impedito altri approfondimenti che sarebbero stati certamente di grande interesse.

 

 

 

Il quadro delineato dalle registrazioni, ricomparse a distanza di vent'anni e forse mancanti ancora di qualche nastro, è comunque estremamente significativo e dimostra la volontà dei responsabili del Reparto D di potare, con il rapporto conclusivo, prevalentemente i rami secchi proteggendo invece i personaggi di maggior rilievo, sia civili sia militari, da una incriminazione o quantomeno da una indesiderata pubblicità.

 

 

 

In sostanza: la scelta di operare una "destabilizzazione controllata" dell'area di destra in sintonia con i nuovi tempi che stavano mutando e con il venire meno (anche nel quadro europeo con la caduta dei regimi fascisti in Portogallo, Grecia e Spagna) della praticabilità di progetti radicali e apertamente nostalgici.

 

 

 

Inoltre il contenuto delle rivelazioni di Orlandini all'abile capitano Labruna, che sovente mostra di identificare se stesso e l'intero S.I.D. nel progetto accelerando così le confidenze dell'interlocutore, sono in piena sintonia e del tutto sovrapponibili, come si dirà nel prossimo capitolo, alle notizie fornite poco tempo dopo dall'avv. Maurizio Degli Innocenti e da Torquato Nicoli al tenente colonnello Romagnoli nell'appartamento di Via degli Avignonesi.