Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra 

 

L'interrogatorio e la posizione del capitano Giancarlo D'Ovidio - La deposizione del generale Federico Marzollo

 

PARTE QUARTA

Capitolo 29

(pag. 261 del fascicolo processuale)

 

 

 

Giancarlo D'Ovidio, che attualmente riveste il grado di colonnello, e presta servizio presso il Servizio Antidroga del Ministero dell'Interno, ha risposto con estremo imbarazzo alle contestazioni dell'Ufficio.

 

 

 

Interrogato la prima volta in data 26.3.1993 già in qualità di indiziato, ha negato di aver allestito l'arsenale di Camerino ma ha voluto verbalizzare delle mezze verità che pur escludendo, peraltro in modo poco convinto, la sua diretta responsabilità sembrano voler lanciare un messaggio ai suoi ex superiori e comunque far comprendere all'Ufficio che, nonostante l'evidenza delle prove, certi episodi e certe condotte non possono e non potranno mai essere rivelati da un Ufficiale per non trascinare alla luce del sole altre responsabilità a livello troppo elevato.

 

 

 

Egli ha infatti affermato di ritenere possibile, per sua convinzione, che almeno parte del materiale, fra cui le biglie, le bottiglie molotov e i documenti cifrati, non appartenessero ad elementi di sinistra della zona e proprio per tali ragioni, nel rapporto a sua firma, aveva avuto cura di non denunziare nessuno nominativamente per quanto rinvenuto nel casolare, circostanza questa che nel primo processo lo aveva salvato dall'imputazione di calunnia (26.3.1993 f. 2).

 

 

 

Ha inoltre aggiunto che "non in base a cognizioni del tempo" ma in base a quello che aveva intuito dopo era possibile che "i responsabili fossero persone dell'ambiente del Servizio".

 

 

 

Del resto quando egli era stato assunto presso il reparto D aveva avuto modo di leggere, nel 1973 o 1974, una nota informativa riguardante uno scontro interno ad un gruppo dell'estrema sinistra causato proprio dai fatti di Camerino e nell'ambito del quale un settore del gruppo tacciava l'altro settore di estremismo, accusandolo di essere simpatizzante dell'area di persone, sospettate dell'episodio di Camerino e comunque attestate su posizioni radicali indipendentemente dalla loro responsabilità o meno nella vicenda. A margine di tale nota informativa il gen. MALETTI aveva aggiunto di suo pugno " bel risultato!" come se egli fosse ben a conoscenza del reale svolgimento dei fatti e del ruolo svolto dal S.I.D. nell'operazione e ben contento delle difficoltà e dei dissidi che essa aveva provocato all'interno della sinistra locale.

 

 

 

In situazione di evidente difficoltà dinanzi alle precise contestazioni dell'ufficio il col. D'Ovidio si è spinto ancora più in là sostenendo di non essere stato a conoscenza di una attività di provocazione al momento del suo intervento ma di "essersi reso conto che alcune cose erano strane, come ad esempio la presenza di un elenco con nomi e cognomi che (ovviamente da parte dei presunti terroristi di sinistra) era inutile scrivere".

 

 

 

Aveva compreso solo in seguito "che vi era stato un inserimento da parte di quello stesso ambiente del S.I.D." in cui aveva prestato servizio.

 

 

 

Quanto al ruolo svolto dal gen. Maletti nell'episodio, egli ha affermato di non disporre di alcun elemento per dimostrarlo ma che il suo ex superiore "può aver fatto qualsiasi cosa" (int. 26.3.1993 f.4).

 

 

 

Quanto alla persona di Guelfo Osmani, già dal primo interrogatorio, il col. D'Ovidio ha mostrato di aver compreso benissimo chi fosse la fonte delle accuse a suo carico (esclamando "quello inserisce altre cose che non sono vere" e "secondo me è l'amico di Labruna o Labruna stesso"; 26.3.1993 f. 3) benchè l'ufficio non gli avesse rivelato da chi provenissero le testimonianze a suo carico.

 

 

 

In tal modo D'Ovidio ha implicitamente confermato la verità e la sincerità del racconto di Osmani, persona che non avrebbe potuto individuare come testimone d'accusa se egli non lo avesse effettivamente utilizzato per procurare parte del materiale poi sequestrato nel casolare.

 

 

 

Infine, nel corso del secondo interrogatorio il col. D'Ovidio ha ammesso di aver conosciuto Guelfo Osmani, che questi era stato suo confidente a Camerino, seppur non in modo stabile che vi erano state anche cene presso le abitazioni private dell'uno e dell'altro, circostanze queste che confermano l'impianto logico del racconto del testimone (cfr. int. 23.3.1994, f. 2 ed anche al G.I. di Bologna 21.6.1993, f. 2).

 

 

 

Il Col. D'Ovidio ha anche riconosciuto di essere stato in contatto con il col. Mannucci Benincasa sin dal momento precedente al suo ingresso nel Servizio, come del resto ricordato da Guelfo Osmani, e cioè da quando il col.D'Ovidio faceva parte del Battaglione Carabinieri Paracadutisti di Livorno (int. 26.3.1993, f. 2).

 

 

 

Giancarlo D'Ovidio ha ovviamente negato gli altri episodi riferiti da Osmani e cioè gli incarichi a lui affidati di riprodurre le chiavi di una cella e di procurargli alcune bombolette di gas irritante.

 

 

 

Sono, questi, episodi non meno gravi di quelli di Camerino in quanto, come si è evidenziato nel capitolo precedente, si ricollegano certamente ad un progetto di evasione ideato dal S.I.D. in favore di qualche esponente della destra eversiva quale Giovanni VENTURA o Franco FREDA. Non è un caso che in merito a tale circostanza il col. D'Ovidio non abbia voluto dire nulla perchè riguardo a tali vicende egli non avrebbe potuto certo trincerarsi dietro le mezze ammissioni e le supposizioni verbalizzate sull'episodio di Camerino ormai già autonomamente e pienamente venuto alla luce.

 

 

 

Egli era infatti ben conscio che in merito a progetti di evasione organizzati dal S.I.D. qualsiasi minima ammissione lo avrebbe sottoposto ad un fuoco di fila di domande cui sarebbe stato difficile rispondere.

 

 

 

Giancarlo D'Ovidio ha concluso del resto la sua vacillante e poco convinta difesa ammettendo in sostanza di non poter dire la verità per non compromettere soggetti collocabili ben più in alto e per non dover parlare di vicende ancora più scottanti: "non mi è possibile al momento aggiungere altro" ha affermato "perchè penso che l'intera situazione sarebbe utilizzata in altre sedi giudiziarie in maniera non giusta" (int. 26.5.1993 f. 4).

 

 

 

Non è comunque un caso che ad un'ufficiale come il col. D'Ovidio sia stato affidato dal S.I.D., in cui stava per fare ingresso, il compito di organizzare la provocazione di Camerino.

 

 

 

Come ha ricordato Vincenzo Vinciguerra, infatti, Stafano DELLE CHIAIE gli aveva parlato dell'allora ten. D'Ovidio come di un "camerata", addirittura simpatizzante di A.N. (int. Vinciguerra al G.I. di Milano 5.4.1993 f. 2 ed al P.M. di Roma 16.2.1993, f.3).

 

 

 

Del resto il cap. D'Ovidio è stato in seguito anche coinvolto nella vicenda dell'amichevole colloquio intrattenuto a Lanciano (zona ove la famiglia D'Ovidio risiedeva) con un pericoloso estremista di destra e cioè Luciano Benardelli, aderente al gruppo di Gianni NARDI, resosi latitante all'estero poche ore dopo il colloquio con il cap. D'Ovidio.

 

 

 

Non è un caso poi che D'Ovidio, assunto per i suoi "meriti" al S.I.D. immediatamente dopo i fatti di Camerino, sia stato incaricato di occuparsi in tale struttura solo del settore del Partito Comunista e dei suoi settori contigui (int. 26.5.1993, f. 3) e che più tardi egli si sia iscritto alla loggia massonica "P2" di Licio GELLI su suggerimento del gen. Mino (int al G.I. di Bologna 21.6.1993, f. 3).

 

 

 

Ma la conferma definitiva della ricostruzione esposta in questi capitoli della vicenda di Camerino è giunta, nella fase conclusiva dell'istruttoria, da un testimone insospettabile e certo non vicino agli ambienti dell'estrema sinistra quale il col. Federico MARZOLLO, Direttore fra il 1971 e il 1974 del Raggruppamento Centri C.S. di Roma del S.I.D.

 

 

 

Sentito in qualità di testimone in merito alla vicenda di Camerino il colonnello MARZOLLO, attualmente in congedo, ha dichiarato:

 

"In merito, posso dire che all'epoca comandavo il Raggruppamento Centri C.S. e quindi conoscevo il personale del Reparto D e il suo direttore, generale Gianadelio Maletti, del quale ero diretto dipendente.

In merito all'episodio che l'Ufficio mi ha citato, posso indubbiamente dire che nel nostro ambiente sono corse serie e insistenti voci, già all'epoca, di coinvolgimento di personale dei Carabinieri e del S.I.D. in tale fatto.

In sostanza tale presunto rinvenimento di materiale che avrebbe dovuto essere attribuito ad estremisti di sinistra del luogo, era stato richiesto dal generale MALETTI al capitano D'OVIDIO, allora Comandante della Tenenza di Camerino, in quanto in tal modo da un lato sarebbero stati messi in difficoltà gli esponenti di sinistra del luogo e dall'altro sarebbe stato garantito al capitano D'OVIDIO l'ingresso al Servizio nonchè il riconoscimento dell'operazione dall'Arma territoriale.

Effettivamente D'OVIDIO entrò poi nel Servizio e direttamente nel Reparto D.

Le medesime voci interne al nostro ambiente segnalavano che l'eplosivo e alcune delle armi ritrovate provenivano da recuperi di materiale bellico che era stato accantonato e utilizzato per questa operazione.

Ricordo che si diceva che la provenienza di questo esplosivo era anche l'Alto Adige, particolare questo che mi è rimasto in mente in quanto io negli anni '60 avevo a lungo prestato servizio in quella zona. Non ho saputo altro e queste erano comunque voci interne al Servizio.

Personalmente ho sempre ritenuto che episodi di questo genere danneggiassero gravemente il senso del nostro lavoro e abbiano contribuito a dare un'immagine negativa e falsata dell'attività del Servizio e dei molti che vi lavoravano onestamente" (cfr. dep. Marzollo 26.6.1994 f.2).

 

 

 

La testimonianza del colonnello Marzollo è di elevata attendibilità in quanto proviene da un alto Ufficiale del S.I.D. che era rimasto estraneo al gruppo di potere costituitosi intorno al gen. Maletti ed altresì alle azioni illecite di cui in quegli anni tale gruppo si era reso responsabile.

 

 

 

Il testimone ha riferito inoltre un dato pienamente conforme alle risultanze processuali concernenti il rinvenimento dell'arsenale. Infatti le armi presenti nel casolare - quali il fucile mitragliatore ed i moschetti automatici italiani e tedeschi - erano residui bellici della seconda guerra mondiale ed è quindi del tutto verosimile, come afferma il col. Marzollo, che tale materiale, recuperato in un'altra occasione, sia stato accantonato in un primo momento ed in seguito utilizzato per l'operazione di Camerino.

 

 

 

La testimonianza del col. Marzollo pone quindi le parole conclusive sulla ricostruzione dell'episodio e sulla responsabilità del gen. Maletti e del cap. D'Ovidio che sicuramente hanno agito avvalendosi dell'aiuto di altri militari e civili non identificati.

 

 

 

Il gen. Maletti, ispiratore e regista della provocazione di Camerino, invitato a presentarsi dinanzi a quest'ufficio con mandato di comparizione notificato in data 28.6.1994, ha preferito, come già in altre occasioni, non tornare in Italia ed eludere un interrogatorio che sarebbe stato per lui molto imbarazzante.

 

 

 

Ancora una volta egli ha così manifestato il suo totale rifiuto di confrontarsi con i testimoni e con gli altri imputati e di alzare il velo, di fronte all'autorità giudiziaria e l'opinione pubblica su quanto - e certamente non poco - a sua conoscenza in merito agli anni della strategia della tensione.

 

 

 

Per la detenzione delle armi e dell'esplosivo di Camerino deve essere emessa sentenza non doversi procedere nei confronti di Maletti e D'Ovidio in quanto i reati connessi all'approntamento di tale arsenale sono ormai estinti per prescrizione così come è estinto per prescrizione il reato di ricettazione delle carte d'identità ascritto al cap. D'Ovidio e a Guelfo Osmani.

 

 

 

Tale conclusione equivale tuttavia, nella sostanza, ad una dichiarazione di colpevolezza ed è ormai lecito affermare che l'episodio di Camerino è uno dei pochi casi - insieme alla collocazione nel gennaio 1981 dell'esplosivo sul treno Taranto - Milano finalizzata a depistare le indagini sulla strage di Bologna - in cui si è infine giunti, pur a distanza di tanti anni, ad una completa ricostruzione dell'azione diretta dei Servizi nella strategia del terrore.