Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra

 

Gli altri episodi riferiti da Guelfo Osmani e attribuibili al S.I.D.: le chiavi false di una cella e le bombolette di gas - Le connessioni con i progetti di evasione di Giovanni Ventura e Franco Freda - La fornitura di falsi documenti per il Centro C.S. di Firenze

 

PARTE QUARTA

Capitolo 28

(pag. 254 del fascicolo processuale)

 

 

Alcuni degli episodi narrati da Guelfo Osmani, portano molto lontano, più lontano di quanto lo stesso "collaboratore esterno" del S.I.D. potesse immaginare nel momento in cui gli veniva richiesto il suo contributo artigianale e tecnico.

 

 

 

Ancora una volta l'attività del S.I.D. sembra infatti convergere nella direzione della tutela e della copertura degli elementi della cellula veneta incarcerati o ricercati dall'autorità giudiziaria e tale attività di protezione è risultata certamente più vasta di quanto non sia emerso nelle istruttorie precedenti concernenti l'operazione del 12.12.1969. La copia delle chiavi di una cella e la bomboletta di gas irritante richieste dal cap. D'Ovidio certamente per conto dei suoi superiori e fornite da Osmani, potevano infatti servire solo per organizzare una evasione e richiamano immediatamente alla memoria il progetto del S.I.D. di far evadere Giovanni VENTURA, affinchè questi non cedesse e non rivelasse verità troppo scottanti.

 

 

 

Nel corso della terza istruttoria infatti, quella che si era concentrata sulle coperture ed i depistaggi dopo la strage di Piazza Fontana e vedeva quali principali imputati Guido GIANNETTINI e il gen. MALETTI, la moglie e la sorella di Giovanni Ventura, avevano rivelato al G.I. di Catanzaro di essere state avvicinate, all'inizio del 1973, da Guido GIANNETTINI il quale aveva comunicato loro l'esistenza di un progetto di evasione di Giovanni Ventura, ideato dal S.I.D.

 

 

 

Al fine di convincere le due donne e tramite loro il Ventura e di dimostrare la serietà e la concretezza della proposta, Giannettini aveva consegnato a Mariangela Ventura sorella di Giovanni una copia della chiave della cella occupata dal fratello nel carcere di Monza e due bombolette di gas lacrimogeno e irritante idoneo a stordire le guardie.

 

 

 

Dopo la fuga dal carcere Giovanni Ventura sarebbe stato ospitato, a cura del S.I.D., per qualche tempo, in un luogo sicuro e poi, con Marco POZZAN, sarebbe stato fatto espatriare all'estero.

 

 

 

Mariangela Ventura, a conferma della veridicità del suo racconto, aveva consegnato ai giudici una bomboletta di gas e la copia della chiave fornitale da Giannettini, chiave che, a seguito di un accertamento tecnico subito effettuato, era risultata idonea ad aprire la cella del carcere di Monza ove nel 1973 era stato detenuto Giovanni Ventura.

 

 

 

Quest'ultimo, con una memoria inviata al Giudice Istruttore aveva poi confermato le deposizioni dei congiunti, precisando di non aver accettato la proposta di evasione, temendo forse di essere eliminato dopo la fuga.

 

 

 

Per tali episodi, al termine della terza istruttoria, Giannettini ed il gen. Maletti erano stati rinviati a giudizio per rispondere del reato di tentativo di procurata evasione aggravata (artt. 56 - 61 nr.9 - 386 c.p.).

 

 

 

La Corte d'Assise di Catanzaro, aveva assolto gli imputati con la formula il fatto non costituisce reato in quanto, pur avendo ravvisato la materialità storica dell'episodio, il progetto d'evasione, secondo la Corte, si era arrestato, per il rifiuto di Ventura, allo stadio degli atti preparatori, e come tali non punibili.

 

 

 

La chiave consegnata da Guelfo Osmani al cap. D'Ovidio, è certamente diversa da quella consegnata ai giudici dai familiari di Ventura in quanto Osmani non ha riconosciuto come opera propria la chiave prodotta dai familiari di Ventura nel processo di Catanzaro e a lui mostrata in fotografia (cfr. dep. Osmani 5.5.1993).

 

 

 

Tuttavia il carattere assolutamente particolare dei due oggetti - la chiave e la bomboletta di gas - lascia ritenere che essi si riferissero comunque ad un progetto analogo e concorrente, forse l'evasione di Giovanni Ventura, da un'altro carcere fra quelli in cui sarebbe stato detenuto prima o dopo il suo trasferimento al carcere di Monza. E' anche possibile che la chiave fabbricata da Osmani non fosse quella della cella di Ventura consegnata da Gianettini a Mariangela Ventura ma la chiave di uno dei cancelli o di un portone di pertinenza del carcere in quanto si tratta in ogni caso di chiavi che hanno le medesime caratteristiche.

 

 

 

Del resto ulteriori particolari sui progetti ideati dal S.I.D. per far evadere Giovanni VENTURA, sono stati svelati nel corso di questa istruttoria, anche da un'altra fonte e cioè Carlo DIGILIO, infiltrato nel gruppo veneto di Ordine Nuovo per conto di Servizi Segreti stranieri.

 

 

 

Digilio ha raccontato, come si vedrà anche ampiamente più avanti nei capitoli dedicati ai suoi interrogatori, di essere stato contattato a Mestre, forse all'inizio del 1973, da Delfo ZORZI, anch'egli legato ai Servizi Segreti e custode, come Digilio aveva avuto modo di rilevare di persona, della dotazione logistica di armi e esplosivi del gruppo veneto.

 

 

 

Delfo Zorzi gli aveva proposto di aiutarlo a reclutare uomini per organizzare la fuga di Givanni Ventura (che, secondo Digilio, in quel momento si trovava detenuto a Treviso) in quanto egli non poteva esporsi personalmente poichè, in caso di difficoltà o di fallimento dell'azione, l'individuazione di Delfo Zorzi avrebbe comportato il rischio che gli inquirenti risalissero a "responsabilità troppo in alto".

 

 

 

Per dimostrare all'interlocutore la serietà del progetto e delle sue intenzioni Delfo Zorzi, in modo analogo a quanto aveva fatto Guido Giannettini con la sorella di Giovanni Ventura, aveva mostrato a Digilio il calco in cera di una grossa chiave, simile tipologia a quella descritta da Guelfo Osmani nelle sue testimonianze. Delfo Zorzi aveva fatto presente a Digilio che serviva il suo aiuto anche per la riproduzione della copia in metallo (cfr. int. Digilio 29.1.1994 f. 3 e 16.4.1994 f. 3).

 

 

 

In sostanza è probabile che in quei mesi si siano accavallati, sotto la guida e l'ispirazione del S.I.D., una serie di progetti forse parzialmente intersecantisi fra loro ma tutti finalizzati a sottrarre Giovanni Ventura agli incalzanti e approfonditi interrogatori dei giudici milanesi.

 

 

 

Non è nemmeno da escludere che gli oggetti richiesti dal cap. D'Ovidio a Guelfo Osmani servissero ad organizzare la fuga dello stesso Franco FREDA.

 

 

 

Vincenzo VINCIGUERRA infatti ha riferito che ancora una volta l'infaticabile Delfo Zorzi, nel 1973 a Udine, gli aveva proposto di collaborare ad un progetto di evasione di Franco Freda, occupandosi in particolare di individuare un passo di montagna tra il Friuli e l'Austria non troppo disagevole in quanto le condizioni fisiche di Freda non gli avrebbero consentito sforzi fisici troppo pesanti.

 

 

 

Vincenzo Vinciguerra, aderendo alla proposta, aveva individuato nel passo denominato "Del Giramondo" quello che poteva essere utilizzato allo scopo, sia perchè agevole sia perchè quasi privo di controlli, ma in seguito aveva appreso che tale progetto, per ragioni imprecisate, era stato abbandonato (cfr. int. Vinciguerra al G.I. di Milano 13.1.1992 f. 2).

 

 

 

Ancora una volta quindi, indipendentemente da quale fra i detenuti della destra eversiva dovesse essere "beneficiato" dal progetto di evasione desumibile dalla testimonianza di Orlando, emerge l'attività del S.I.D. a vasto raggio finalizzata in modo sistematico ad operare esattamente il contrario di quello che sarebbe stato richiesto dai suoi compiti istituzionali.

 

 

 

Gli avvenimenti rievocati da Guelfo Osmani riportano non solo ai fatti circostanti la strage di Piazza Fontana ma anche all'altro gravissimo episodio che ha chiuso la serie delle "stragi " nere: l'attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

 

 

 

Esiste infatti un elemento di collegamento che deve ancora essere approfondito ma che è stato già segnalato dal Pubblico Ministero di Bologna nella requisitoria conclusiva dell'istruttoria-bis sulla strage alla Stazione (cfr. requisitoria cit. ff. 91 - 133/134).

 

 

 

Il modulo della carta d'identità contraffatta di cui disponeva Sergio PICCIAFUOCO (che riportava il nome Enrico Vailati), proviene infatti dallo stock di circa 4700 moduli rubati presso il Comune di Roma il 14.5.1972, ceduti dai ladri o dai ricettatori a Guelfo Osmani e 604 dei quali consegnati al cap. D'Ovidio affinchè fossero depositati nel casolare di Camerino insieme al restante materiale.

 

 

 

Sergio Picciafuoco è il delinquente comune, legato ad ambienti neofascisti, rimasto a sua volta leggermente ferito a seguito dello scoppio della bomba alla stazione di Bologna ed accusato, sulla base di una serie di elementi, di aver svolto il ruolo di "palo" e di supporto logistico per gli attentatori all'interno della stazione.

 

 

 

Picciafuoco, la cui condanna all'ergastolo è stata confermata nella primavera del 1994 nel secondo processo di appello celebrato dinanzi alla Corte d'Assise di Bologna, ha sempre negato i suoi rapporti con gli ambienti dell'estrema destra eversiva e con i servizi segreti, ma non ha mai giustificato in modo credibile perchè quel giorno si trovasse in stazione e nemmeno le modalità con cui era giunto in quel luogo nè ha mai spiegato quale fosse la provenienza della carta d'identità di cui disponeva, nonostante la necessità di difendersi da una così grave accusa.

 

 

 

Le circostanze emerse a seguito degli accertamenti svolti dopo le rivelazioni di Guelfo Osmani servono quindi a convalidare la tesi che Sergio Picciafuoco gravitasse negli ambienti dei Servizi Segreti.

 

 

 

Infatti Guelfo Osmani, certamente ignaro della destinazione che dovevano avere i documenti che Ufficiali dei Servizi sovente gli richiedevano di procurare o di contraffare, ha dichiarato di aver rilevato l'intero stock di moduli rubato presso il Comune di Roma (cfr. dep. al G.I.di Bologna 2.5.1994, f. 1) e di aver utilizzato o ceduto i moduli nel giro di tre o quattro mesi.

 

 

 

Se i 604 moduli sono stati rinventuti a Camerino, non è improbabile che insieme al pacco consegnato al cap. D'Ovidio o nell'ambito dell'attività svolta comunque da Osmani per lo stesso D'Ovidio o qualche altro Ufficiale, sia pervenuta nelle mani del S.I.D. la carta d'identità poi utilizzata da Sergio Picciafuoco.

 

 

 

Vi è da chiedersi se l'obbligo di tacere che il col. D'Ovidio si è imposto per il timore che "l'intera situazione sia utilizzata in altre sedi giudiziarie in maniera non giusta" (cfr. int.D'Ovidio 26.5.1993, f.4), riferimento evidente all'istruttoria di Bologna nell'ambito della quale, prima di essere convocato a Milano, egli era stato appena sentito, non si colleghi proprio al rischio ed alla possibilità di far emergere collusioni veramente inconfessabili quali la fornitura di un documento falso da parte del S.I.D. ad una persona coinvolta in un fatto gravissimo come Sergio Picciafuoco.

 

 

 

E' un argomento ancora tutto da approfondire, ma certamente si tratta di una traccia che può portare alla luce collusioni gravissime e sinora mai emerse.

 

 

 

Anche la "collaborazione" richiesta ad Osmani per oltre quindici anni dal Capo Centro del C.S. di Firenze, colonnello Federigo MANNUCCI BENINCASA è una circostanza inquietante ed indicativa del ripetersi, tramite la continua acquisizione di documenti italiani ed esteri contraffatti, di operazioni "coperte" ed illecite che il col. Mannucci, indiziato anche per i depistaggi relativi alla strage di Bologna ed all'abbattimento del DC 9 a Ustica, non ha voluto in alcun modo spiegare (cfr. confronto Osmani/Mannucci, dinanzi al G.I. di Bologna in data 2.5.1994) limitandosi ad ammettere di conoscere e di frequentare da molto tempo Guelfo Osmani, non si comprende a qual fine se non quello indicato dallo stesso Osmani, falsario di professione e battezzato dal Mannucci con il nome in codice di RAFFAELLO.

 

 

 

Del resto il nome RAFFAELLO compare più volte nelle agende, anche di epoca recente, sequestrate al col. Mannucci Benincasa e tale soprannome, era stato attribuito a Guelfo Osmani proprio da Mannucci Benincasa in considerazione della sua particolare perizia nella falsificazione di documenti.

 

 

 

Guelfo Osmani era già stato incaricato, alla fine del 1972, dal cap. Labruna di approntare un passaporto per Stefano Delle Chiaie ed aveva ricevuto dallo stesso Labruna una fotografia del capo di A.N. necessaria per l'approntamento del documento. Si tratta certamente del passaporto che il cap. Labruna aveva offerto a Delle Chiaie in occasione del contatto con questi a Barcellona nel novembre del 1972, documento che tuttavia Osmani non aveva potuto preparare per un banale incidente tecnico (cfr. dep. Osmani 7.4.1993, f. 3 ed anche, a conferma, intervista rilasciata da Stefano Delle Chiaie al quotidiano "Il Giorno" vol. 13, fasc. 2).

 

 

 

L'attività di Guelfo Osmani quale falsario di "fiducia" dei Servizi Segreti era poi proseguita addirittura sino alla fine degli anni ottanta appunto alle dipendenze del col. Mannucci Benincasa al quale Osmani aveva fornito in modo continuativo passaporti e carte d'identità italiani, numerosi passaporti svizzeri e un passaporto inglese, documenti tutti destinati ad essere utilizzati in operazioni coperte (cfr. dep. Osmani al G.I. di Milano, 22.4.1993, f. 2 e al G.I. di Bologna, 25.5.1993, f.3).

 

 

 

In occasione di uno di questi incontri Osmani aveva notato nell'autovettura del col. Mannucci alcuni barattoli contenenti esplosivo e dai quali usciva una miccia, materiale anch'esso certamente collegati a qualche operazione coperta (cfr. dep. 5.5.1993, f. 4, e al G.I. di Bologna 2.5.1994, f. 4).

 

 

 

Guelfo Osmani ha riferito altre notizie importanti. In data 22.4.1994 egli ha infatti raccontato quanto in sua conoscenza in merito all'omicidio di Mino PECORELLI riferendo alcuni particolari in merito alla responsabilità nell'episodio della banda della Magliana ed ai rapporti della stessa con gli ambienti politico-istituzionali in cui era maturato il movente dell'omicidio. Su tale testimonianza, che appare in perfetta sintonia con le altre emergenze processuali sull'omicidio Pecorelli, non è qui il caso di soffermarsi essendo i relativi approfondimenti e riscontri di competenza della Procura della Repubblica di Perugia cui il verbale è stato trasmesso.

 

 

 

Ma sopratutto, per quanto concerne invece gli episodi trattati nella presente istruttoria, Guelfo Osmani ha riferito in merito agli strani colloqui di cui aveva usufruito nel 1971 Mario MERLINO all'epoca in cui questi era detenuto per la strage di Piazza Fontana a Regina Coeli, nello stesso carcere in cui anche Osmani aveva trascorso un breve periodo di detenzione (cfr. dep. al G.I. di Milano, 10.2.1994).

 

 

 

Quanto raccontato da Guelfo Osmani in merito a Mario Merlino sarà, per chiarezza di esposizione, trattato più avanti, nella parte dell'ordinanza dedicata ai nuovi elementi acquisiti sulla strage di piazza Fontana e sugli altri attentati del 12 dicembre 1969.