Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra

 

La responsabilità dei Carabinieri e del S.I.D. nella provocazione di Camerino - La testimonianza del Capitano Antonio Labruna - Il racconto di Guelfo Osmani

 

PARTE QUARTA

Capitolo 27

(pag. 242 del fascicolo processuale)

 

 

Alla luce dello spunto investigativo offerto dall'appunto rinvenuto in viale Bligny veniva sentito sulla vicenda di Camerino il capitano Antonio LABRUNA, già in servizio presso il reparto D del S.I.D. quale componente del N.O.D. (Nucleo Operativo Diretto) e quindi, dal giugno 1973, collega del capitano Giancarlo D'OVIDIO transitato rapidamente quest'ultimo dopo la "brillante operazione " del novembre 1972 dalla Compagnia dei Carabinieri di Camerino al S.I.D.

 

 

 

 

Il capitano Antonio Labruna, a partire dal giugno 1991, ha reso a quest'Ufficio, una serie di importanti testimonianze, dirette da un lato a rivelare finalmente molti intrighi avvenuti negli anni settanta all'interno del S.I.D. e d'altro lato a riabilitare la sua figura.

 

 

 

 

Egli ha infatti più volte affermato di essere stanco, a distanza di quasi vent'anni, di fungere da unico capro espiatorio sia per gli illeciti da altri commessi all'interno del Servizio sia per gli illeciti cui egli stesso aveva preso parte, (quali l'aver fisicamente procurato la fuga di POZZAN e GIANNETTINI), ma comunque senza essere messo pienamente al corrente della loro portata (circostanza questa che appare credibile e avendo agito sempre per ordine dei suoi superiori).

 

 

 

 

Questi ultimi lo avevano in seguito abbandonato al suo destino, proseguendo senza difficoltà le loro brillanti carriere o, nel peggiore dei casi, scegliendo una latitanza dorata come il gen. MALETTI in Sudafrica.

 

 

 

 

Il capitano Labruna, in una prima deposizione (16.11.1991) confermava di non aver avuto alcun ruolo nell'allestimento dell'arsenale di Camerino, affermando comunque che tale episodio era stato "ideato e commesso da altre persone all'interno dell'apparato dello Stato".

 

 

 

 

Acquisita maggior fiducia sulla volontà dell'Ufficio di approfondire l'indagine e di non fermarsi dinanzi all'eventuale emergere di responsabilità che toccassero i suoi superiori di un tempo, il capitano Labruna ha aggiunto in un primo momento di essere stato informato da una persona di sua conoscenza, che faceva parte a Roma del giro dei falsari, di una circostanza importante per l'episodio di Camerino. Tale persona che gli era stata presentata dal capitano D'Ovidio a Roma intorno al 1973, aveva raccontato a Labruna di essere stato incaricato dal Servizio di procurare parecchi sacchetti di biglie di vetro (dep. 7.7.1992, f. 2).

 

 

 

 

Tale circostanza è importantissima perchè, fra il materiale sequestrato a Camerino, erano presenti molti sacchetti, per la precisione 14, di biglie di vetro, oggetti talvolta usati dai manifestanti di sinistra come munizioni per fionde in occasione di scontri con le forze dell'ordine. Tali oggetti dovevano quindi apparentemente attribuire all'estrema sinistra la paternità dell'intero deposito.

 

 

 

 

Il capitano Labruna indicava infine tale persona in Guelfo OSMANI di Tolentino, e cioè proprio la persona "sospettata" di aver preso parte all'episodio secondo gli estensori dell'appunto di viale Bligny.

 

 

 

 

Guelfo Osmani aveva confidato a Labruna di essere stato in contatto non solo con il capitano D'OVIDIO ma anche in seguito e sino a tempi recenti, con il capo del C.S. di Firenze colonnello Federico MANNUCCI BENINCASA (dep. 27.1.1993 e 1.4.1993).

 

 

 

 

Il capitano Labruna era rimasto amico di Osmani, che ancora frequentava saltuariamente, dopo averlo conosciuto nell'ambito del Servizio di cui evidentemente egli era un "collaboratore esterno" per affari istituzionalmente non leciti.

 

 

 

 

Veniva quindi sentito l'Osmani il quale, dall'estate 1992 si trovava detenuto proprio a Camerino accusato di un traffico di stupefacenti probabilmente connesso a qualche malriuscita attività confidenziale che egli aveva svolto nella zona per conto dei Carabinieri.

 

 

 

 

Guelfo Osmani, avendo ben compreso che l'indicazione sul ruolo da lui svolto proveniva dal capitano Labruna, accettava senza difficoltà di raccontare quanto a sua conoscenza della vicenda di Camerino e di spiegare quali erano stati, anche in seguito e sino ad una data recentissima, i suoi rapporti con il S.I.D. e poi con il S.I.S.M.I., strutture per cui egli aveva svolto, dietro compenso, soprattutto l'attività di falsario preparando su commissione documenti contraffatti certamente destinati ad essere utilizzati in operazioni illecite e "coperte" per le quali non potevano essere usati i normali Uffici di cui pure il Servizio era dotato.

 

 

 

 

Le dichiarazioni di Guelfo Osmani rivestono quindi grande interesse non solo per l'importanza dell'episodio di Camerino all'interno della strategia della tensione ma anche perchè aprono per la prima volta uno squarcio sulla disponibilità da parte dei Servizi di "collaboratori esterni", appartenenti alla piccola o grande malavita e da utilizzarsi in attività illecite.

 

 

 

 

Il racconto di Guelfo OSMANI è iniziato con la testimonianza resa in data 7.4.1993:

 

 

"Nel 1972 io avevo un obbligo di firma due volte la settimana presso la Compagnia dei Carabinieri di Camerino, allora comandata dal capitano D'OVIDIO. In quel periodo, in sostanza, io vivevo facendo la spola fra Roma e Camerino che è la mia zona natale. Non sono mai stato coinvolto in nessuna forma in azioni violente poiche' sono cose estranee alla mia natura nè ho mai avuto un'attività politica vera e propria.

Le mie conoscenze gravitavano nel mondo dei falsari e posso dire che io ero un esperto di fabbricazione di qualsiasi tipo di falso ed ero veramente un esperto. Mi fu chiesto di procurare alcuni oggetti che furono poi lasciati nel casolare, circostanza questa che appresi solo successivamente dalla stampa. Io procurai dieci o dodici sacchetti di biglie confezionate in reticelle che acquistati in varie città nei pressi delle Stazioni ferroviarie, fra cui Firenze e Milano. Procurai fionde, circa una decina, ed inoltre tre scatolette di fiammiferi antivento che comprai a Roma. Inoltre procurai circa 600 carte d'identità che facevano parte di un grosso stock di circa 8000 di cui io disponevo e che erano state rubate a Roma nei primi mesi del 1972. Tale furto era stato commesso da un certo Alberto Nobili, ora deceduto, e da un siciliano di cui non conosco il nome.

Procurai inoltre, comprandole a Lugano, alcune confezioni di vernice spray a base alcoolica che erano quindi di un tipo particolare e che non si trovavano in Italia. Diedi tutto questo materiale personalmente al capitano D'OVIDIO, che me lo aveva chiesto. Portai questo materiale proprio in caserma.

Devo anche dire che ebbi modo di vedere alla Caserma Trionfale, a Roma, la canna per fucile che poi apparve nelle fotografie sui giornali dopo il ritrovamento e che fu data dal comandante della Trionfale, capitano SERVOLINI, al capitano D'OVIDIO. Il cap. SERVOLINI estrasse da una cassapanca della sua abitazione questa canna e la consegnò a D'OVIDIO in mia presenza.

Nella caserma di Camerino vidi anche un fucile e un mitragliatore che comparvero poi nel materiale sequestrato. Inoltre, comprai alla Stazione di Firenze un libro di fantascienza di ASIMOV, unitamente al quale preparai un cifrario numerico che corrispondeva alle pagine, alle righe e alle lettere delle pagine del libro. Avevo anche preso tre bombolette di gas che provoca stordimento e lacrimazione, bombolette grigie con scritte in spagnolo.

Non mi risulta però che tale materiale sia stato rinvenuto. Riconosco nella fotografia nr. 8 degli allegati fotografici alla perizia svolta a seguito del ritrovamento, partendo da sinistra, il fucile, la canna e il mitragliatore che ho appena descritto e nella fotografia nr. 22 le bombolette di vernice spray.

Qualche giorno dopo il ritrovamento, D'OVIDIO, che sapeva che ero amico di Carlo GUAZZARONI, mi chiese di andare a casa sua con una scusa per cercare di sapere quale era l'opinione sua e degli ambienti di sinistra in merito al ritrovamento. Nel contempo gli chiesi se mi poteva aiutare a far evadere dei compagni di SETTEMBRE NERO dal carcere di Regina Coeli.

In sostanza questa mia richiesta era una "provocazione" richiestami da D'OVIDIO nei confronti degli ambienti di sinistra che non erano ancora stati incriminati per il rinvenimento del materiale, ma stavano per esserlo. Il senso dell'operazione del ritrovamento era comunque quello di creare una montatura nei confronti delle sinistre e per D'OVIDIO, come egli stesso mi confermò, di crearsi una carta di credito per entrare a far parte del Servizio.

Un paio di giorni dopo il ritrovamento ne parlai con LABRUNA a Roma, il quale mi disse: " Hai visto che cretinata che hanno fatto?". Posso aggiungere che D'OVIDIO mi aveva presentato LABRUNA a Roma, mi sembra nel 1971, e che in seguito D'OVIDIO mi presentò MANNUCCI BENINCASA quando questi era al Servizio a Firenze. Posso aggiungere, riservandomi di parlare meglio di questo argomento, che io in seguito anche in tempi recenti, ebbi occasione di lavorare nel campo dei documenti falsi per il Centro C.S. di Firenze."

 

 

 

 

In data 22.4.1993 Guelfo Osmani ha proseguito il suo racconto:

 

 

"L'ufficio comunica che le carte di identita' rinvenute a Svolte di Fiungo erano in numero di 604. In merito posso quindi dire che sono state utilizzate tutte le carte di identita' che mi erano state richieste. Per quanto concerne le bombolette contenenti gas irritante che invece non mi risulta che siano state rinvenute a Svolte di Fiungo, ne ho comprate quattro o cinque di cui tre ad Andorra e una o due in Francia, comunque dello stesso tipo e caratteristiche. Una la usai personalmente per fare uno scherzo ad un amico e le altre le consegnai al capitano D'OVIDIO.

Si trattava di bombolette colore grigio perla, con un tappo nero, alte circa 12 o 13 centimetri e con una sigla impressa sulla base della bomboletta stessa. C'erano intorno alla bomboletta delle scritte serigrafate in francese o in spagnolo. Per quanto concerne il cifrario, io preparai l'appunto che spiegava come si doveva applicare utilizzando una pagina di un determinato libro, una riga e una lettera di quella riga per iniziare il rapporto fra lettere vere e lettere cifrate. Nel caso di ripetizioni di lettere, la lettera veniva saltata. Io, perchè fosse utilizzato come guida, comprai un libro di Asimov di larga diffusione, anche se non so poi se sia stato usato concretamente quel libro.

All'inizio del 1973 mi fu chiesto di trarre dalla fotografia di una serratura la copia in cera di una chiave del tipo a farfalla a sinistra, cioe' con il lato sinistro, guardando dall'impugnatura leggermente piu' alto rispetto al destro. Era una chiave lunga circa 10 centimetri. Mi fu chiesta dal capitano D'OVIDIO a Roma e a Roma io gliela consegnai e precisamente al ristorante Meo Patacca.

Non fu una chiave facile da fare e infatti ci lavorai per alcuni giorni. Non mi fu detto a cosa serviva, ma semplicemente mi fu detto che serviva al Servizio. Era comunque la chiave di una cella.

Ho conosciuto MANNUCCI BENINCASA su presentazione di D'OVIDIO prima dei fatti di Camerino e cioe' all'inizio del 1972. Mi fu presentato a Firenze e io ho frequentato in seguito Firenze con una certa assiduita'. In ragione delle mie specifiche capacita', in varie occasioni, circa tre o quattro, ho fornito a MANNUCCI vari documenti che evidentemente servivano al Servizio. In particolare passaporti svizzeri con relativi timbri, erano circa dodici e mi furono pagati; in altre occasioni carte di identita' italiane e in una occasione un passaporto inglese di quelli per i lavoratori inglesi all'estero.

Io non vedevo mai le fotografie che dovevano essere apposte, preferendo consegnare moduli e timbri. Per le mie capacita', MANNUCCI mi chiamava "RAFFAELLO", usando questo nome per comunicare con me. I moduli per tali documenti venivano sempre forniti da me in quanto io, li fabbricavo o li compravo. Una volta ebbi modo di accompagnare MANNUCCI sotto la sede del Servizio, a Firenze, che si trovava nei pressi della Stazione di Santa Maria Novella."

 

 

 

 

Ed ancora in data 5.5.1993 Guelfo OSMANI ha precisato con lucidità il significato dell'operazione di Camerino:

 

 

"Per quanto concerne la visita a Carlo GUAZZARONI posso precisare che tale visita avvenne una ventina di giorni dopo il ritrovamento dell'arsenale e comunque prima che il Guazzaroni venisse incriminato; come ho gia' accennato feci un discorso a Guazzaroni che riguardava un progetto di evasione dei militanti di Settembre Nero dalle Carceri di Regina Coeli, dissi anche che per questo progetto abbisognava dell'esplosivo e proposi al Guazzaroni di fare questo lavoro insieme.

Questa visita, ovviamente, serviva a sondare sia la possibilita' di Guazzaroni di reperire dell'esplosivo nel suo ambiente sia quali fossero le reazioni in quell'area dopo il ritrovamento delle armi di Camerino.

Tale sondaggio mi venne richiesto dal capitano dei Carabinieri D'OVIDIO. Posso aggiungere che, come mi disse lo stesso D'Ovidio, una delle finalita' dell' operazione di Camerino era anche quella di colpire gli studenti greci oppositori del regime dei Colonnelli che all'epoca studiavano e risiedevano a Camerino e che potevano essere in contatto con la sinistra eversiva italiana, cio' anche se, sotto il profilo personale, per D'Ovidio, l'operazione era una carta di credito per entrare nel SID, Cosa che infatti avvenne poco tempo dopo."

 

 

 

 

In data 5.11.1993 il testimone ha fornito ulteriori precisazioni sulla consegna e spiegazione a D'Ovidio del cifrario :

 

 

"Posso precisare che io utilizzai il libro di Asimov che avevo acquistato a Firenze a titolo di esempio per spiegare a D'OVIDIO come si approntava ed usava quel tipo di codice cifrato. Spiegai ciò a D'OVIDIO, libro e appunti alla mano, nel suo appartamento di servizio che era nel fabbricato dove aveva sede la caserma dei Carabinieri di Camerino. Non sono però in grado di dire quale sia stato il libro poi concretamente usato per applicare il cifrario che io avevo insegnato a D'OVIDIO."

 

 

 

 

Infine in data 22.4.1994 Guelfo OSMANI ha aggiunto alcuni particolari sulla copia di una chiave per cella che il capitano D'Ovidio gli aveva richiesto di preparare:

 

 

"Per quanto concerne il calco in cera che ricevetti dal capitano D'OVIDIO nel 1973, posso precisare che quando il capitano mi diede questo calco, questo aveva il seguente aspetto. Era una scatola a cassetto della lunghezza di circa 10/12 centimetri e larga 8 che conteneva appunto il blocco di cera con impresso il calco di quella chiave solo nella sua parte finale e cioè senza il calco dell'impugnatura. La scatola, per quanto ricordo era di cartone. Io poi consegnai la copia della chiave in ottone al capitano D'OVIDIO senza un'impugnatura finale tipo anello o simile, ma molto artigianale.Il calco andava perduto nelle operazioni di manifattura."

 

 

 

 

Il racconto di Guelfo Osmani appare del tutto attendibile ed in piena sintonia con le risultanze processuali riguardanti l'episodio di Camerino. Infatti:

 

 

- Guelfo Osmani ha dichiarato di aver fornito al capitano D'Ovidio circa 600 moduli in bianco per carte d'identità ed effettivamente i moduli sequestrati nel casolare erano 604 (cfr. vol. 13, fasc. 1, f. 143).

 

 

- egli ha dichiarato che tali moduli facevano parte di uno stock di alcune migliaia rubato, nel corso del 1972, presso il comune di Roma e detenuto in seguito da tale Alberto Nobili e da un suo amico siciliano di nome Rosario (cfr. anche dep. Osmani al G.I. di Bologna 2.5.1994, f. 1). Effettivamente per la detenzione di alcune delle carte d'identità appartenenti a tale lotto e rubate a Roma fra il 14 - 15 maggio del 1972, è stato condannato tale Rosario Anfuso originario di Caltagirone (cfr. sentenza Istruttoria del G.I. di Camerino in data 27.4.1976, vol.13, fasc. 4, f. 34). La chiave del cifrario è esattamente quella indicata da Guelfo Osmani e che egli ha raccontato di aver spiegato personalmente al capitano D'Ovidio. Per passare dalle lettere in chiaro alle lettere in cifra è stato infatti usato un libro (nel caso in specie un libro di Regis Debray pubblicato nella collana Universale Colonica Feltrinelli) prendendo quale punto di partenza una determinata riga di una determinata pagina del libro e saltando nel cifrato le lettere già utilizzate (si raffronti la dep. di Osmani in data 27.4.1993, f.1, con la perizia effettuata sui fogli cifrati dall'Ufficiale del S.I.D., vol. 13, fasc. 1, ff. 98 e seguenti). Sopratutto Guelfo Osmani ha spontaneamente dichiarato di essersi recato a casa di Carlo Guazzaroni, qualche tempo dopo il rinvenimento, su richiesta del capitano D'Ovidio, e di aver proposto al giovane di organizzare con lui l'evasione da Regina Coeli dei compagni di Settembre Nero, progetto per cui sarebbe stato necessario procurarsi dell'esplosivo.

 

 

 

 

Tale attività di "provocazione" - avvenuta prima che Guazzaroni venisse arrestato - è stata riferita da Osmani senza che egli fosse minimamente a conoscenza del contenuto dell'appunto manoscritto aggiunto al documento sui fatti di Camerino rinvenuto nell'archivio di Viale Bligny.

 

 

 

 

Evidentemente tale appunto - che colloca la visita in data 9.12.1972 e quindi nel periodo intercorrente fra il rinvenimento dell'arsenale e l'arresto di Guazzaroni e contiene esattamente i medesimi particolari citati da Osmani - trae origine da qualche preoccupata notizia che lo stesso Guazzaroni aveva comunicato in merito a tale sospetta visita ad un esponente della struttura di controinformazione della zona.

 

 

 

 

Quest'ultimo aveva poi trasmesso la relazione alla struttura centrale di Milano inserendovi anche le notizie ricevute da Carlo Guazzaroni.

 

 

 

 

E' quindi evidente che il racconto di Guelfo Osmani sul punto è assolutamente veritiero in quanto le medesime circostanze da lui riferite sono riportate in un appunto dell'epoca che Osmani non poteva conoscere e di cui non ha appreso l'esistenza nemmeno nel corso delle testimonianze.

 

 

 

 

E' evidente altresì che la provata attendibilità dell'incontro con Carlo Guazzaroni e del significato dello stesso si riflette in positivo sulla attendibilità dell'intera testimonianza di Guelfo Osmani in quanto la missione in casa di Guazzaroni non era altro che la prosecuzione della provocazione di Camerino ed ha preceduto di poco l'arresto di una delle vittime predestinate e cioè lo stesso Carlo Guazzaroni.

 

 

 

 

Oltre alle dichiarazioni di Osmani e del Cap. Labruna anche un elemento documentale, di fonte, per così dire, autorevole, collega l'arsenale di Camerino non certo alle forze di sinistra della zona, ma ai gruppi eversivi di destra e a coloro che li proteggevano.

 

 

 

 

L'11 novembre 1980 infatti, nell'ambito del procedimento relativo alla sparizione di alcuni dossiers del S.I.D. relativi al caso Mi.Fo.Biali e concernenti traffici di petrolio con la Libia, veniva disposta dall'autorità giudiziaria di Roma una perquisizione nell'abitazione privata del gen. MALETTI (cfr. vol. 23, fasc. 1).

 

 

 

 

Nel corso della perquisizione, oltre a documentazione varia fra cui un elenco di magistrati da tenere sotto controllo in quanto "politicamente controindicati", venivano rinvenute due cartellette color verde chiaro contenenti ciascuna numerosi fogli scritti di pugno dal gen. MALETTI.

 

 

 

 

Ciascuno di tali fogli costituisce una sorta di "scaletta" e ordine del giorno degli argomenti trattati nei frequenti incontri che si svolgevano fra il gen. MALETTI ed altri ufficiali e il Capo Servizio, in una prima fase quindi con il gen. Miceli e poi con il gen. Casardi. Su ciascun foglio infatti compaiono le date degli incontri che vanno dal gennaio 1973 ad ottobre 1975. La scaletta riporta per ciascun argomento brevi commenti ed annotazioni del gen. Maletti, certamente concise ed ermetiche ma tuttavia sufficienti nella maggior parte dei casi a comprendere il contenuto delle valutazioni dello stesso gen. Maletti e a ricostruire quindi dall'interno alcuni aspetti importanti delle attività del S.I.D. in quel periodo (si vedano le cartellette originali in vol. 23 fasc. 2 e 3 e le trascrizioni dattiloscritte eseguite a cura dell'Ufficio vol. 23 fasc. 12).

 

 

 

 

Nell'appunto relativo al colloquio con il sig. Capo Servizio del 7 gennaio 1973, dopo un accenno ai rapporti con i "servizi libanese e giordano" e "all'eversione sx", si legge "Camerino (armi dx)". La sigla dx significa ovviamente destra e l'appunto costituisce quindi un interpretazione autentica della vicenda di Camerino: il gen. Maletti sapeva benissimo che l'arsenale non apparteneva alla sinistra ma era collegato all'eversione di destra.

 

 

 

 

Dopo tale significativo titolo sull'argomento, l'appunto prosegue con due righe non completamente decifrabili ma dalle quali comunque si comprende che una lettera anonima doveva essere inviata, in relazione alla vicenda di Camerino, prima di una certa data (che dovrebbe essere il 18 gennaio) alla "PG Repubblica", probabilmente la Procura Generale della Repubblica di Ancona, competente per territorio anche rispetto a Camerino. Nei primi giorni del gennaio 1973 per il S.I.D. quindi la vicenda di Camerino non era ancora conclusa ed era necessario, per ottenere qualche effetto nella direzione voluta, inviare una lettera anonima alla più alta Autorità giudiziaria della zona.

 

 

 

 

Collocando tale proposito nel suo contesto temporale, è possibile intuire quali fossero le preoccupazioni e le intenzioni del gen. Maletti. Nel momento in cui si svolgeva il colloquio con il Capo Servizio (7 gennaio 1973) la formale incriminazione e l'arresto di alcuni dei giovani di sinistra i cui nomi comparivano nel famoso cifrario non erano ancora avvenuti ed avverranno infatti solo il 19 gennaio 1973. A quasi due mesi dal rinvenimento dell'arsenale si poteva avere quindi la sensazione che la magistratura locale, non del tutto convinta dai labili e contradditori indizi forniti sui giovani di sinistra dai Carabinieri di Camerino, quanto meno temporeggiasse.

 

 

 

 

Ed allora una lettera anonima inviata alla Procura Generale di Ancona contenente ulteriori voci e notizie sugli elementi di estrema sinistra di Camerino e la lora asserita responsabilità nell'episodio, poteva contribuire, sia pure solo sul piano psicologico, ad ottenere l'effetto voluto e spingere l'autorità giudiziaria a muoversi rapidamente in tale direzione.

 

 

 

 

E’ questo con ogni probabilità il senso dell'appunto del gen. Maletti e del riferimento della lettera anonima di cui doveva discutersi durante il colloquio del 7 gennaio 1973: ciò a conferma dell'importanza attribuita dal S.I.D. e dell'interesse con cui veniva seguita la provocazione di Camerino, ideata ed organizzata all'interno di quella stessa struttura.

 

 

 

 

E' stato nuovamente sentito da quest'Ufficio sulla vicenda di Camerino anche il gen. Giancarlo SERVOLINI, attualmente in congedo e all'epoca comandante la compagnia Trionfale dei Carabinieri di Roma, da cui sarebbe partita il 7.10.1972 via fonogramma l'informazione confidenziale che avrebbe permesso ai Carabinieri del capitano D'OVIDIO di rinvenire l'arsenale depositato nel casolare.

 

 

 

 

La testimonianza del gen. Servolini si caratterizza per le contraddizioni e l'assoluta inattendibilità, del tutto conprensibili peraltro se si pone attenzione al fatto che il suo ruolo risulta essere stato quello di connivente, se non di concorrente, nell'operazione di Camerino.

 

 

 

 

Egli infatti, in data 7.6.1993, non ha fatto altro che ribadire l'inverosimile racconto offerto ai giudici nei precedenti processi e cioè che la notizia dell'esistenza nella zona di Camerino di un deposito di armi e di esplosivi sarebbe pervenuta al suo Comando grazie ad un confidente, tale "Peppiniello", e quindi subito girata ai Carabinieri competenti per territorio.

 

 

 

 

Tale versione, che evidentemente intende puntellare l'originaria versione del capitano D'Ovidio e cioè che non si sarebbe trattato altro che di una "brillante operazione" effettuata sfruttando al meglio una notizia confidenziale, è assolutamente inverosimile.

 

 

 

 

Infatti il gen. Servolini, che pur, a suo dire, conosceva di persona il fantomatico confidente Peppiniello, pur non essendosi avvalso (e non a caso) della facoltà di non rivelare l'identità del confidente, non ha saputo fornire di Peppiniello nè le generalità nè l'abitazione o comunque un recapito nè alcun altro dato utile ad identificarlo.

 

 

 

 

Ciò nonostante il fatto che "Peppiniello" fosse, secondo l'ufficiale, un confidente stabile dell'Arma nel campo dello spaccio delle sostanze stupefacienti e fosse stato retribuito anche in relazione al presunto contributo offerto all'Arma per l'operazione di Camerino.

 

 

 

 

Il gen. Servolini ha saputo solo dire che Peppiniello era originario di Santa Maria Capua Vetere ed era un rozzo pregiudicato con numerosi precedenti per reati comuni (cfr. dep. G.I. 7.6.1993 f. 1 ed anche al G.I. di Bologna 21.5.1993).

 

 

 

 

Il racconto del gen. Servolini, finalizzato a dimostrare la bontà e la casualità dell'operazione di Camerino, è assolutamente privo di logica.

 

 

 

 

Non si comprende infatti come e in base a quali contatti un pregiudicato di basso livello del casertano potesse fornire notizie così esatte in merito al luogo ove era occultato un arsenale terroristico con tanto di cifrario in codice che si riferiva a programmi insurrezionali.

 

 

 

 

Ciò soprattutto tenendo presente che la zona di Camerino è per di più assai distante da Roma ed il fantomatico "Peppiniello" non risulta in alcun modo in contatto con la tale zona così come nessuna delle persone inizialmente accusate di aver detenuto l'arsenale risulta avere avuto specifici contatti con Roma.

 

 

 

 

Il gen. Servolini (pur ammettendo di aver conosciuto il capitano D'Ovidio già in un momento precedente alla vicenda di Camerino) ha addirittura negato di aver mai conosciuto Guelfo OSMANI (dep. 7.6.1993, f. 2), nonostante che questi abbia indicato esattamente l'alloggio di servizio utilizzato all'epoca dall'ufficiale, sito al terzo piano della palazzina del Comando, sopra l'ufficio e dinanzi al parcheggio interno della caserma (cfr. dep. Osmani al G.I. di Bologna 25.5.1993, ff. 1 e 2).

 

 

 

 

Del resto Osmani ha raccontato, in testimonianze dense di particolari, di essere stato in varie occasioni ospite a cena del gen. Servolini e della moglie tanto da ricevere in omaggio dall'ufficiale un tesserino plastificato che consentiva l'accesso al parcheggio del Comando nonchè biglietti omaggio per sale cinematografiche della capitale.

 

 

 

 

Il gen. Servolini ha inoltre cercato di far credere di non essersi mai occupato in quegli anni di questioni inerenti ad attività politiche ma solo di indagini concernenti il traffico di sostanze stupefacienti.

 

 

 

 

Egli è stato però smentito in modo inequivocabile dal capitano LABRUNA, il quale ha ricordato che Giancarlo Servolini era stato per un certo periodo una fonte del S.I.D., con il nome di copertura GIAN, incaricato del compito non propriamente limpido, di informare il S.I.D. sull'andamento dell'istruttoria relativa al golpe Borghese (cfr. dep. Labruna 19.7.1993, f. 2).

 

 

 

 

A riscontro di tale affermazione il capitano Labruna ha prodotto all'Ufficio un fascicolo interno del reparto D del S.I.D., da lui conservato sin dallo smantellamento dell'archivio del N.O.D. (Nucleo Operativo Diretto), fascicolo relativo appunto alla fonte denominata nel carteggio talvolta GIAN talvolta ARMA e talvolta esplicitamente SERVOLINI ( vol. 14 fasc. 8).

 

 

 

 

Dalle relazioni di Servolini al reparto D si desume che questi, nel 1975, era effettivamente in contatto con alcuni avvocati difensori di persone imputate nell'istruttoria relativa al golpe Borghese ed era anche in contatto con alcuni ufficiali dei Carabinieri e del S.I.D. ostili al tipo di gestione del reparto D voluta dal gen. Maletti.

 

 

 

 

Ogni notizia raccolta da Servolini, nel corso di colloqui apparentemente amichevoli, veniva quindi riferita al gen. Maletti ed inserita nel fascicolo conservato da Labruna e acquisito agli atti. Ciò prova definitivamente la circolarità e la continuità dei rapporti fra gli ufficiali (Maletti-D'Ovidio-Servolini) coinvolti a vario titolo nella vicenda di Camerino e l'assoluta inattendibilità del tentativo di Servolini di puntellare la versione del rinvenimento casuale operato grazie al fantomatico Peppiniello.