Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra

 

L'attentato al deposito della Pirelli-Bicocca in data 7.1.1971

 

PARTE TERZA

Capitolo 25

(pag. 228 del fascicolo processuale)

 

 

Sia Gaetano Orlando sia Carlo Fumagalli hanno negato la responsabilità del loro gruppo in merito all'imbarazzante attentato al deposito della Pirelli-Bicocca del 7.1.1971, conclusosi con la morte di un operaio.

 

 

 

Le confidenze di Gaetano Orlando, riferite in sede di testimonianza da Vincenzo Vinciguerra, appaiono tuttavia attendibili per una molteplicità di ragioni ed è quindi estremamente probabile che l'azione sia opera di uomini del M.A.R. L'attentato del 7.1.1971 costituisce uno dei primi e più gravi episodi di terrorismo e di provocazione avvenuti a Milano e si colloca temporalmente quasi in concomitanza con i primi attentati delle Brigate Rosse.

 

 

 

L'incendio era stato appiccato la sera del 7 gennaio in deposito di copertoni di Viale Sarca e le modalità professionali con cui il sabotaggio era stato portato a termine avevano provocato un disastro di proporzioni notevoli tanto che le fiamme erano state spente solo dopo oltre dieci ore e il danno era stato quantificato in un miliardo dell'epoca.

 

 

 

Durante l'opera di spegnimento, uno degli operai impegnati nell'affrontare le fiamme, Gianfranco CARMINATI di 30 anni, era stato avvolto da una vampata ed era morto dopo due mesi di agonia. L'azione, benchè clamorosa, non era stata rivendicata sebbene la stampa dell'epoca avesse cercato di attribuirla alle Brigate Rosse. Peraltro tale organizzazione, non usa a nascondere la paternità delle proprie azioni, nel rivendicare circa un mese dopo un altro attentato aveva affermato nel comunicato n.6 distribuito in città che l'incendio alla Pirelli-Bicocca era stato opera delle forze padronali nel quadro di una provocazione contro i movimenti di fabbrica (vedi vol.8, fasc.4).

 

 

 

Al fine di accertare con certezza il mancato coinvolgimento delle Brigate Rosse in tale episodio, è stato sentito Alberto FRANCESCHINI, al tempo uno dei dirigenti dell'organizzazione a Milano e quindi perfettamente informato delle azioni compiute da tale gruppo. Alberto Franceschini, il quale da molto tempo si è coerentemente dissociato dal terrorismo e non ha alcuna ragione di deformare la verità storica essendosi anzi impegnato a ricostruire gli episodi più controversi di tale periodo, in data 23.7.1991 ha dichiarato a questo Ufficio:

 

 

 

"In merito faccio innanzitutto presente che all'epoca, e cioè nel 1970/1971, ero uno dei dirigenti delle Brigate Rosse da poco costituite e intervenivo proprio alla Pirelli come area di intervento politico.

All'epoca vivevo a Milano ed ero già ricercato, se non sbaglio per renitenza alla leva. Ricordo benissimo gli attentati che avvennero alla Pirelli all'inizio del 1971 e posso confermare che la nostra organizzazione era estranea al grosso incendio che fu appiccato ad un deposito di copertoni della Pirelli-Bicocca.

Ricordo che morì un operaio e che io stesso ebbi modo di vedere il capannone bruciato che dava su Viale Sarca. In qualche modo sulla stampa si prospettava una responsabilità della nostra area e noi intuimmo che doveva trattarsi di una sorta di provocazione, nel senso che la responsabilità fosse di forze contrapposte alle nostre.

In un comunicato dell'epoca, e precisamente il n.6 in data 5.2.1971 che l'Ufficio in questo momento mi mostra, dichiarammo apertamente che tale attentato era un'opera di provocazione e, come leggo, lo accomunammo ad un altro avvenuto a Settimo Torinese di cui però, al momento, non ricordo esattamente i contorni. Mi viene ora in mente che poco tempo dopo, direi nel marzo del 1971, vi fu un altro incendio alla fabbrica Necchi, non ricordo se di Pavia o di Novara, che fu rivendicato con dei volantini Brigate Rosse, rivendicazione che tuttavia smentimmo subito con un volantino che ricordo era firmato "Comando unificato Brigate Rosse" proprio per spiegare che l'organizzazione, ad ogni livello, smentiva tale episodio.

Direi che dopo quest'ultimo episodio non vi furono più azioni simili di provocazione nei nostri confronti. L'Incendio alla Bicocca ebbe comunque un risultato indiretto, nel senso che, avendo comunque deciso noi di intervenire con attentati alla Pirelli, ci trovammo in un certo senso costretti ad "alzare il tiro", nel senso di muoverci necessariamente con azioni di un certo livello operativo.

Effettuammo quindi il noto attentato ai camion della Pirelli di Lainate, proprio pochi giorni dopo quello della Bicocca, attentato che però in parte fallì poichè solo alcuni camion rimasero bruciati. All'epoca non avevamo notizie certe circa le azioni di Fumagalli, ma avevamo comunque capito che era un fenomeno che andava studiato come espressione di un'ideologia presidenzialista che allora chiamavamo "neo- gollista".

Ci interessava capire quale fosse questa strategia e, a titolo di curiosità, ricordo che un compagno si recò a fotografare una manifestazione pubblica in Valtellina per il 25 aprile 1971 o 1972 e dalle fotografie che ci portò comparivano sul palco, insieme, Carlo Fumagalli e Edgardo Sogno; se non sbaglio queste fotografie furono sequestrate nella base di Robbiano di Mediglia nel 1974 allorché fu ferito e catturato Ognibene".

 

 

 

 

La precisione e l'attendibilità del racconto di Franceschini costituisce una sicura conferma della veridicità del racconto di Vinciguerra e quindi della responsabilità del M.A.R. nell'episodio della Pirelli-Bicocca.

 

 

 

Del resto, proprio i militanti dell'area vicina alle Brigate Rosse, come risulta dalla testimonianza di Franceschini, in quel periodo stavano tenendo sotto controllo i movimenti del M.A.R. in Valtellina avendo presagito la possibilità di azioni di provocazione.

 

 

 

A ciò si aggiunga la deposizione di Giorgio ZICARI, il quale in quel periodo aveva registrato numerosi colloqui con Orlando e Fumagalli ed entrambi si erano mostrati assai loquaci pensando, forse, di parlare con un simpatizzante della loro area o sicuri che l'imminente colpo di Stato li avrebbe portati non sotto processo, bensì al Governo.

 

 

 

Le bobine contenenti la registrazione di tali colloqui non sono più state restituite al giornalista Zicari dal S.I.D. di Milano (struttura che, come risulta dal responsabile del Centro C.S. di Milano dell'epoca, colonnello Burlando, le aveva addirittura prudentemente smagnetizzate), ma Zicari ha potuto riferire sulla base dei suoi ricordi buona parte del contenuto di tali conversazioni. Giorgio Zicari ha quindi ricordato che Gaetano Orlando gli aveva raccontato che il suo gruppo si era reso responsabile di un attentato incendiario in uno stabilimento della Pirelli a Milano e che tale azione aveva avvalorato la capacità operativa del gruppo.

 

 

 

Il giornalista ha aggiunto che le notizie da lui fornite in merito alle azioni ed ai progetti del M.A.R.,non utilizzate ma anzi occultate dal S.I.D., erano di notevole importanza e che l'incapacità o la complicità di determinati Apparati dello Stato con i fenomeni eversivi, testimoniata con tale episodio, aveva permesso così a molti personaggi pericolosi di rimanere in attività .

 

 

 

Per di più nel fascicolo intestato a Gaetano ORLANDO, acquisito presso il S.I.S.M.I. ma proveniente dal vecchio S.I.D., questo Ufficio ha rinvenuto un appunto dattiloscritto che conferma la responsabilità del M.A.R. nell'episodio della Pirelli ed il fatto che i Servizi di Sicurezza fossero pienamente a conoscenza dei progetti di tale gruppo.

 

 

 

Infatti, in tale appunto non firmato il Centro C.S. di Milano segnalava alla direzione del S.I.D. che Gaetano Orlando era stato scarcerato per decorrenza termini nell'ambito della prima istruttoria condotta contro il M.A.R. e che egli ed altri uomini del movimento si stavano attivando per fare qualche azione dimostrativa alla Falck, all'Alfa Romeo e alla Pirelli.

 

 

 

Sempre dall'appunto risulta che il Gruppo Carabinieri di Milano era stato informato e conseguentemente sia i Servizi di Sicurezza sia la polizia giudiziaria erano pienamente al corrente dei propositi del M.A.R. la cui azione, tuttavia, sino al 1974 non è stata in alcun modo contrastata.

 

 

 

In conclusione, il grave attentato alla Pirelli del 7.1.1971 è quasi con certezza da attribuirsi al Movimento di Azione Rivoluzionaria e si inserisce perfettamente nel programma di tale gruppo così come era stato concepito in quegli anni, cioè attuare una serie di azioni di provocazione e di disturbo che dovessero essere attribuite al campo avverso, addirittura spingere i gruppi di estrema sinistra a compiere più gravi attentati quasi su un piano imitativo e in tal modo creare una spirale che legittimasse presso l'opinione pubblica l'instaurazione di un Governo forte e la proclamazione dello Stato di Emergenza.