Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra

 

La testimonianza di Gaetano Orlando in merito ai rapporti fra il M.A.R. e le strutture dello Stato

 

PARTE TERZA

Capitolo 24

(pag. 219 del fascicolo processuale)

 

 

Sulla base delle notizie fornite da Vincenzo Vinciguerra, veniva sentito, in un primo momento dal G.I. di Bologna e poi da questo Ufficio, Gaetano ORLANDO, esponente di maggior rilievo sul piano ideologico del gruppo M.A.R.

 

 

 

Orlando, condannato per i reati specifici commessi da tale organizzazione, era stato a lungo latitante in Spagna, a Madrid, (ove era stato sottoposto ad un sequestro e ad un interrogatorio da parte di Delle Chiaie e di Vinciguerra) e in seguito era fuggito in Venezuela e in Paraguay.

 

 

 

Estradato in Italia nel 1983, si trova attualmente in regime di liberazione condizionale. Egli ha accettato di ricostruire dinanzi all'Autorità Giudiziaria il suo percorso politico in ragione dell'ormai grande distanza di tempo dai fatti e una volta venuta meno la contrapposizione fra i blocchi Est ed Ovest che era stata all'origine della sua scelta politica anticomunista.

 

 

 

Egli ha dichiarato di avere personalmente disapprovato e di ritenere in un certo senso inspiegabile l'anomala alleanza voluta da Fumagalli sul piano operativo con Esposti ed altri elementi di Avanguardia Nazionale nell'ultima fase di vita del M.A.R. e sino ai fatti di Pian del Rascino.

 

 

 

Orlando, infatti, sicuramente attestato su una linea più "legalitaria", ha tenuto in linea generale a precisare di non essersi mai ritenuto un eversore, ma piuttosto un uomo dello Stato, collocato all'esterno ma a fianco di esso nel contesto di un progetto di mutamento istituzionale e costituzionale che doveva scattare non appena ne fossero mature le condizioni.

 

 

 

Orlando, uomo di notevole cultura ed intelligenza politica, in particolare ha riferito di tre riunioni che si erano svolte a Padova all'inizio del 1970 e una delle quali in una saletta riservata del Caffè Pedrocchi.

 

 

 

A queste riunioni erano presenti lo stesso Orlando, una volta Fumagalli ed altri esponenti del M.A.R., e soprattutto alti ufficiali dell'Esercito ed ufficiali della N.A.T.O.

 

 

 

Il fine di queste riunioni era discutere il comune piano operativo. Al termine di due di esse, il colonnello Dogliotti di Padova aveva anche fornito agli uomini del M.A.R. pistole e fucili.

 

 

 

Le testimonianze rese da Orlando a questo Ufficio meritano di essere riportate direttamente nella parte in cui riguardano la reale collocazione del M.A.R.

 

 

 

- In data 17.1.1992, Gaetano Orlando dinanzi a questo Ufficio ha dichiarato:

 

"Ho ritenuto giusto spiegare certi fatti e certi meccanismi in quanto, nonostante la pesante condanna che ho subìto, io non sono un volgare delinquente ma una persona che è stata coinvolta in certi progetti politici poichè credevo in certi mutamenti istituzionali di tipo presidenziale che ritenevo utili per il mio Paese. Prendo atto che il Moschetto Automatico Beretta rinvenuto con altre armi a Lovero nell'aprile del 1970 appartiene all'Esercito Italiano e prendo atto che il numero appuntato sulla mia agendina corrisponde ad una base americana di Vicenza.

Mi sembra che questo confermi quanto io ho detto e voglio ripetere che noi credevamo in quello che facevamo e il nostro gruppo aveva una collocazione ben chiara: eravamo tutti fermamente anticomunisti e comunque persone che si potrebbero definire dei galantuomini ed il nostro gruppo faceva parte di un quadro più ampio e pienamente sostenuto da Apparati Istituzionali e cioè esponenti dei Carabinieri e dell'Esercito ed aveva come fine di impedire che il comunismo andasse al potere in Italia e di fare in modo che si instaurasse nel nostro Paese una Repubblica Presidenziale e comunque un Esecutivo più forte e più stabile.

E' questo il senso delle tre riunioni di Padova di cui ho già accennato e che si svolsero a cavallo dell'inizio del 1969, direi la primavera, e l'inizio del 1970, poco prima del congresso costitutivo di ITALIA UNITA che avvenne a Milano nel marzo del 1970. 

Io partecipai a tutte e tre queste riunioni che si svolsero, una al noto bar Pedrocchi di Padova e due in due diverse case private di Padova che onestamente non saprei indicare. L'invito formale ci era giunto da Raffaello Bertoli della Versilia, ed infatti due volte raggiungemmo Padova appunto dalla Versilia, mentre una terza volta, l'unica cui fu presente Fumagalli ed anche altri due della Valtellina, partimmo direttamente dalla Valtellina.

Il senso delle riunioni era che i militari volevano una garanzia assoluta che in Valtellina, ma anche in altre Regioni come la Toscana, vi fosse una buona organizzazione di civili pronti a ricevere le armi dai Carabinieri e ad affiancarli quando fosse giunto il momento del mutamento istituzionale, sempre in un'ottica anticomunista quale era la nostra.

A queste riunioni erano presenti circa 20 persone e per i militari c'era il colonnello Dogliotti, due ufficiali americani che prendevano nota di tutto senza parlare, c'erano dei Carabinieri, ufficiali più o meno della stessa età di Dogliotti, e noi civili di varie Regioni. Dopo due di queste riunioni ci furono lasciate nel bagagliaio della macchina, direi da parte dei militari, una volta quattro o cinque pistole a tamburo ed una volta una pistola e un moschetto. In una di queste due occasioni si trattava proprio della mia vettura. Parte di queste armi confluirono in Valtellina.

Non conoscevamo tutti i presenti alle riunioni in quanto i civili provenivano da varie Regioni d'Italia e le presentazioni, ovviamente, erano frettolose. Posso indicare alcune persone presenti ciascuna ad almeno una riunione, cioè De Ranieri e Bertoli della Versilia, Amedeo Birindelli di Viareggio, Faccin di Treviso e, una volta, Massimiliano Fachini. Oltre a noi della Valtellina c'erano anche dei lombardi che preferisco non indicare in quanto sono persone che non sono mai state individuate e comunque non hanno mai fatto nulla di male.

Posso ancora aggiungere che al Pedrocchi l'incontro avvenne ovviamente in una saletta riservata e proprio in quella occasione uno della Versilia che aveva voluto tenere un'arma si fece scappare un colpo, cosa che per fortuna fu messa a tacere.

Nel marzo del 1970 vi fu poi il congresso costitutivo di ITALIA UNITA a Milano, in Corso di Porta Vittoria presso il Circolo Giuliano Dalmata. Per quanto ne so, l'Ufficio potrebbe acquisire facilmente l'elenco dei partecipanti in quanto al congresso era presente personale della Squadra Politica della Questura di Milano. Inoltre anche Panorama pubblicò l'elenco dei partecipanti. 

Ovviamente, dopo il congresso ci fu una riunione più ristretta da cui emerse che il M.A.R. poteva fungere da detonatore di una situazione che creasse tensione per ristabilire poi l'ordine in senso più forte. In quell'occasione, in sostanza, venne fuori la questione dei tralicci. Gli attentati ai tralicci erano anche una sorta di prova per verificare l'effettivo funzionamento della copertura nel senso che chi li effettuava non doveva essere nè scoperto nè arrestato.

Così avvenne, tanto è vero che l'autore materiale, che sul piano operativo fu uno solo, non fu mai scoperto nemmeno in seguito. Posso affermare che, per quanto mi consta, i Carabinieri della Valtellina sapevano benissimo chi fosse stato l'autore materiale di questi episodi.

A domanda dell'Ufficio, i contatti con i Carabinieri non erano ovviamente a livello della Valtellina, ma a Milano perchè la Valtellina prendeva logicamente ordini da Milano. Anch'io frequentavo ufficiali della Pastrengo, ma in questo momento non intendo fare nomi.

Posso aggiungere che a livello della nostra provincia eravamo bene organizzati nel senso che disponevamo di uomini sufficienti per numero e per capacità operative per bloccare la valle e mantenere l'ordine nella stessa, tenendo presente che all'epoca comunque le vie di comunicazione erano inferiori nel numero rispetto ad oggi.

Il giorno in cui io fui arrestato avrei dovuto accompagnare il giornalista Zicari ad assistere ad un addestramento di nostri civili in Valtellina. Nei primi mesi del 1970 sia a Livigno sia a Cancano vennero degli ufficiali americani per sincerarsi della nostra operatività. In sostanza erano venuti perchè non si fidavano completamente delle garanzie offerte a Padova.

Per quanto concerne l'incontro che doveva esserci con un veneto, di cui ho accennato al G.I. di Bologna, questo incontro era voluto da loro, cioè dai veneti, ed accadde così: Raffaello Bertoli venne sotto casa mia a Milano, in Via Inganni, e mi disse che era con dei veneti che volevano conoscermi. Io non volli assolutamente farli salire.

Ciò avvenne alla fine del 1969, ma comunque prima degli attentati di Milano, almeno così mi sembra di ricordare.

Una di queste persone che era venuta con Bertoli era Freda, anche se non ne sono sicuro in assoluto. Comunque io non gli volli parlare.

Voglio spiegare che in quel periodo io ero molto considerato e si rivolgevano a me più attenzioni che allo stesso Fumagalli, forse perchè ero più presente alle riunioni e perchè ispiravo più fiducia. Infatti, sia il numero del colonnello Dogliotti sia quello della base di Vicenza furono dati esclusivamente a me".

 

 

 

La presenza di ufficiali americani alle esercitazioni del M.A.R. in Valtellina può apparire eccessiva, ma non bisogna dimenticare che Carlo FUMAGALLI era già in contatto con i Servizi Segreti americani dell'O.S.S. (Office of Strategic Services) sin dalla seconda guerra mondiale, quando nella stessa zona egli comandava la Brigata autonoma partigiana denominata "I Gufi" e che, negli anni '60, egli si era già posto a disposizione della C.I.A. per un'operazione "coperta" nello Yemen del Sud.

 

 

 

In proposito, Edgardo BONAZZI ha ricordato (dep.4.2.1995, f.1):

 

"...... Carlo Fumagalli, a Nuoro nel 1979 o 1980, mi disse che intorno agli anni '60 aveva partecipato, organizzandola, ad un'operazione nello Stato dello Yemen nell'interesse della C.I.A. Il suo compito era quello di riportare al potere, in una zona di quello Stato ove si fronteggiavano filo-occidentali e filo-marxisti, un principe o uno sceicco legato agli occidentali. Mi ricordo che accennò al fatto che avevano circondato una città per reinsediare al potere questo principe. La storia poteva sembrare romanzesca, ma in realtà ben si collegava al ruolo e al personaggio di Fumagalli, che ci aveva sempre detto di essere sempre stato un difensore degli interessi occidentali in tutto il mondo e, in Italia, un fautore di una Repubblica Presidenziale di orientamento di centro-destra. "

 

 

 

In data 5.6.1992, anche dinanzi al G.I. di Brescia, dr. Giampaolo Zorzi, il testimone ha aggiunto:

 

"Per quanto concerne le consegne di armi di cui ho parlato in relazione alle riunioni di Padova, posso aggiungere che nelle medesime riunioni si presero gli accordi affinchè al momento buono avremmo potuto ritirare le armi che servivano in due caserme dei Carabinieri della Valtellina......Gli appoggi militari di cui disponevamo vertevano sopratutto su Padova e su Milano.

Intendo dire non solo Padova, ma in genere il Veneto. Confermo che c'erano contatti diretti, a Milano, con i massimi livelli della Divisione Pastrengo, cioè il Comando. I contatti li teneva Fumagalli e persone di alta levatura di Milano.

Fra gli ufficiali con cui c'erano contatti a Milano, nell'ambito di una promessa di copertura, c'era il maggiore Rossi di cui ho già parlato.

Posso anche dire quanto segue: A Milano, in più occasioni ed anche una volta con la mia presenza, furono acquistate armi al mercato nero. Si trattava prevalentemente di armi lunghe, anzi quasi esclusivamente.

In queste occasioni, sicuramente in quella in cui c'ero io, c'era la copertura dei Carabinieri di Milano nel senso che si poteva stare tranquilli in merito al viaggio di ritorno in Valtellina ed eravamo sicuri che nessuno ci avrebbe fermato......Avevamo la mia macchina e sapevamo che i Carabinieri avevano il nostro numero di targa.

Le garanzie ci erano state date da ufficiali con cui eravamo in contatto, con riferimento allo specifico giorno dell'acquisto e del trasporto. Questo episodio si data nelle ultime settimane del 1969, inizio del 1970; mi risulta che almeno tre di queste armi lunghe siano state poi sequestrate a Brescia. Confermo il tentativo di Freda di farmi visita, episodio che dovrebbe collocarsi nell'estate del 1969".

 

 

 

Ed ancora in data 19.10.1992, Orlando ha dichiarato:

 

"Prendo atto che Fumagalli, recentemente sentito dalla S.V., ha confermato parte di quanto da me dichiarato in merito alle riunioni di Padova. Prendo atto che egli ha affermato che solo io conosco il nome dell'autore materiale degli attentati ai tralicci.

Ciò in parte è vero in quanto nemmeno Carlo Fumagalli sa il nome di chi compì l'attentato contemporaneo agli altri, ma che fallì nel senso che il pilone non cadde. Questo pilone era vicino a Sondrio sulla montagna Fiorenza.

Ho detto che i Carabinieri sapevano tutto ed ora posso spiegare una circostanza abbastanza curiosa. Di questo attentato fallito non si era saputo nulla, ma l'attentatore si vantò ed i Carabinieri di Sondrio andarono sul posto, videro che il pilone era bruciacchiato e lo fecero cambiare. L'autore dell'attentato non fu incriminato. Era un giovane non conosciuto da Fumagalli, ma invece conosciuto da me".

 

 

 

Ed ancora, in data 28.10.1992:

 

"Poichè l'Ufficio mi domanda quali fossero gli ulteriori rapporti di Fumagalli oltre a quelli di cui ho già parlato, posso dire che io personalmente non ho mai conosciuto Amos Spiazzi, ma ho saputo da Fumagalli che egli lo conosceva e credo lo incontrasse nel 1973.

Ciò avveniva in un quadro complessivo di rapporti politici attinenti il nostro progetto. Poichè l'Ufficio mi chiede quali fossero altri contatti fra noi e Apparati istituzionali, posso confermare che vi erano rapporti con i Carabinieri della Divisione Pastrengo seppur non curati da me direttamente.

Anch'io una volta, però, conobbi ad una riunione all'inizio del 1970 il colonnello Santoro. Era una riunione di quindici o venti persone e non era un incontro pubblico. A domanda dell'Ufficio, per quanto concerne Massimiliano Fachini confermo che egli era presente ad una delle riunioni di Padova. Io, comunque, lo conoscevo già da prima avendolo incontrato ad alcune riunioni in Versilia intorno al 1968 nell'ambito di incontri fra gruppi di varie tendenze".

 

 

 

 

E infine, in data 15.6.1994, anche dinanzi al G.I. di Bologna, nell'ambito di un interrogatorio che è stato effettuato con il metodo della registrazione e della successiva trascrizione, Orlando ha aggiunto alcuni particolari importanti.

 

 

 

Ha infatti raccontato che al momento dell'allontanamento dall'Italia, egli si era recato in un primo momento in Svizzera ove era stato aiutato addirittura da un magistrato svizzero il cui nome egli non ha voluto indicare ed il quale lo aveva avviato verso il Belgio.

 

 

 

Dal Belgio Orlando aveva poi raggiunto la Spagna, ma durante la permanenza a Bruxelles aveva avuto addirittura accesso al palazzo della N.A.T.O., intrattenendosi a parlare con ufficiali americani in genere della "situazione politica italiana", stando almeno alla versione del testimone che sul punto appare piuttosto annacquata quanto al contenuto di un incontro del genere.

 

 

 

Sempre nell'ambito del medesimo interrogatorio, Orlando ha fatto cenno ad un delicato argomento concernente passaggi di esplosivi fra un uomo di fiducia del Gruppo Carabinieri di Brescia e la sua organizzazione.

 

 

 

Si tratta di un aspetto di prevalente interesse per la Procura di Brescia che sta conducendo un'ulteriore indagine sulla strage di Piazza della Loggia, indagine incentrata proprio su equivoci rapporti del tutto simili a quelli cui ha fatto cenno Orlando.

 

 

 

Non appare quindi necessario soffermarsi in questa sede sull'argomento, peraltro in sintonia con tutte le altre acquisizioni, e d'altronde copia dell'interrogatorio è già stata trasmessa all'A.G. di Brescia.

 

 

 

Anche le ultime dichiarazioni di Orlando confermano comunque le entrature di altissimo livello e i collegamenti di cui la sua organizzazione godeva.

 

 

 

Le dichiarazioni di Orlando, benchè non abbiano dato origine ad imputazioni (la detenzione delle armi era già compresa nelle imputazioni globalmente contestate a Brescia ed è comunque prescritta), sono di notevole spessore, sia per l'attendibilità e il disinteresse della fonte sia perchè tratteggiano il quadro di uno Stato parallelo in cui civili, Carabinieri e militari italiani e militari americani risultano comunemente impegnati nella prima metà degli anni '70 nel progetto di creazione di uno Stato "forte", deciso ad impedire in qualsiasi modo una possibile vittoria elettorale della sinistra.

 

 

 

Ne esce quindi il quadro del nostro Paese come uno Stato a sovranità limitata in cui le decisioni vengono concordate d'intesa con gli Alti Comandi di un altro Stato e anche la cessione di armi o la copertura all'acquisto di esse cessa di essere un reato se finalizzata ad un determinato progetto politico antidemocratico.

 

 

 

Inoltre, nelle testimonianze di Orlando ritornano molti dei personaggi presenti in altri verbali dell'istruttoria: FRANCO FREDA, di cui Orlando segnala la strana presenza a Milano nell'estate del 1969; MASSIMILIANO FACHINI, presente ad una delle riunioni con i militari a Padova; il colonnello ROSSI, e cioè uno degli ufficiali della Divisione Pastrengo che aveva invitato Giorgio Zicari a tacere dinanzi ai magistrati; il colonnello SANTORO, amico e protettore degli uomini del M.A.R. e sempre all'interno della Divisione Pastrengo allora comandata dal generale piduista Palumbo.

 

 

 

Addirittura nei ricordi di Orlando compare l'episodio quasi curioso del malriuscito attentato al traliccio in Valtellina, "coperto" dai Carabinieri, e i cui danni, non essendo il traliccio caduto, erano stati segretamente "riparati" dai Carabinieri stessi.

 

 

 

Carlo FUMAGALLI, sentito due volte da questo G.I. in data 5.4.1991 e 5.9.1992, benchè con comprensibili lacune e reticenze, ha confermato le linee essenziali del racconto del suo ex uomo di fiducia.

 

 

 

Infatti Fumagalli ha confermato il progetto di golpe dell'aprile 1973 che doveva essere attuato d'intesa con i Carabinieri e l'Esercito e di cui i suoi uomini dovevano costituire la "base" civile in Lombardia. Tale progetto non si era realizzato, ma il programma era proseguito per tutto il 1974 e in tale ultima fase Fumagalli aveva stretto la sua sciagurata alleanza con gli avanguardisti di Giancarlo Esposti, alleanza che aveva fatto allontanare dal suo movimento molti partigiani "bianchi" disgustati dall'ideologia degli avanguardisti.

 

 

 

Inoltre Fumagalli ha confermato che vi erano state alcune riunioni a Padova, una delle quali anche con la sua presenza. Ad esse era presente il colonnello Dogliotti e questi aveva fornito alcune armi ad Orlando al termine di uno degli incontri, armi che erano poi state convogliate in Valtellina.

 

 

 

Anche secondo Fumagalli i contatti con ufficiali dei Carabinieri in Lombardia erano strettissimi e uno dei referenti era il colonnello Santoro. D'altronde al momento di agire sarebbero stati proprio i Carabinieri a fornire le armi (cfr. deposiz. 5.9.1992).

 

 

 

In conclusione la storia del M.A.R., che è stato possibile focalizzare solo in questa istruttoria grazie alla disponibilità di Gaetano Orlando, è forse l'esempio più indicativo dell'organicità dei legami che negli anni '70 sono stati stretti fra organizzazioni eversive, alti esponenti dell'Esercito e dei Carabinieri e addirittura ufficiali della N.A.T.O., del loro ruolo di controllo della politica italiana e dello stretto mantenimento del nostro Paese nel campo Atlantico e anticomunista.