Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra 

 

 

I collegamenti del gruppo La Fenice con gli Ordinovisti veneti processati per la strage di Piazza Fontana 

 

PARTE SECONDA

Capitolo 19

(pag. 181 del fascicolo processuale)

 

 

 

Prima di esaminare la posizione dei singoli imputati, appare ancora una volta fondamentale richiamare l'attenzione su un punto che non solo aiuta ulteriormente ad inquadrare i reati associativi di cui ai capi 1) e 2) di rubrica, ma è centrale per comprendere il più possibile la dinamica degli avvenimenti del 1969.

 

 

 

FRANCO FREDA e GIOVANNI VENTURA, componenti della cellula di Padova, sono stati condannati con sentenza definitiva per il reato di associazione sovversiva e per gli attentati della primavera del 1969 (fra cui gli attentati del 25 aprile alla Fiera Campionaria di Milano e all'Ufficio Cambi della stazione Centrale di Milano) e dell'agosto 1969 in danno di dieci convogli ferroviari.

 

 

 

Sono stati assolti per insufficienza di prove per i cinque attentati del 12 dicembre 1969. Nonostante tale assoluzione con formula dubitativa, gli elementi nuovi acquisiti in questi ultimi anni consentono di affermare, come si vedrà, che all'interno delle cellule di Ordine Nuovo del Veneto, e quindi non solo quella di Padova ma anche quella di Venezia e probabilmente quella di Trieste, è stata ideata la strage e degli altri quattro attentati contemporanei ad essa avvenuti a Milano e a Roma.

 

 

 

Si può legittimamente dire che manca solo una dichiarazione di colpevolezza formale, ma, dopo i nuovi elementi di prova, non la certezza della responsabilità "storica".

 

 

 

Accanto a ciò, secondo la notizia contenuta nel documento Azzi e confermata dalla testimonianza di Edgardo Bonazzi in data 15.3.1994 (testimonianza che sembra chiudere il cerchio dopo le identiche dichiarazioni sul punto di Calore e di Izzo), il gruppo La Fenice poteva disporre dei timers facenti parte del lotto di 50 in parte consumati per gli attentati del 12 dicembre 1969 in un momento successivo a quei fatti, ricevendoli probabilmente da CRISTANO DE ECCHER per effettuare la progettata attività di depistaggio delle indagini che aveva come obiettivo l'editore di estrema sinistra Giangiacomo FELTRINELLI.

 

 

 

Tale progetto e tale disponibilità dei timers pongono quantomeno GIANCARLO ROGNONI (Azzi, Marzorati e De Min nel 1969 erano molto giovani) nell'orbita dell'intera strategia stragista dal 1969 sino al 1974 ed è fondamentale dimostrare l'attendibilità delle circostanze acquisite in relazione alla vicenda dei timers.

 

 

 

Ciò è possibile in ragione dei costanti ed organici collegamenti che sono stati più volte evidenziati nel corso dell'esposizione e che vedono Giancarlo Rognoni vicinissimo sul piano politico e strategico, sin dai tempi più antichi, alle cellule del Triveneto.

 

 

 

L'importanza dell'argomento rende necessario che tali legami siano nuovamente focalizzati, riassumendo le dichiarazioni almeno di alcuni tra i moltissimi testimoni sia di area milanese sia di area veneta che ne hanno parlato nel corso dell'istruttoria.

 

 

 

In particolare:

 

 

- MIRELLA ROBBIO: deposiz.18.5.1991. Giancarlo Rognoni era legato a Franco Freda tramite Mauro Meli il quale si spostava continuamente ed era stato a lungo ospite, sin dalla fine degli anni '60, prima di Freda e poi di Rognoni.

 

- BIAGIO PITARRESI: deposiz. 10.11.1992. Martino Siciliano teneva i collegamenti fra i gruppi di Ordine Nuovo di Venezia e di Milano, Il gruppo di Milano aveva costanti contatti con il Veneto e lo stesso Pitarresi aveva avuto modo di vedere a Milano anche il dr. Carlo Maria Maggi. Erano stati probabilmente i veneti a suggerire ai milanesi di utilizzare il simbolo dell'uccello Fenice per il loro giornale.

 

- GIANLUIGI RADICE: int. 12.4.1991 e 9.5.1991. Martino Siciliano, il quale come il ferroviere Mauro Meli viaggiava moltissimo nella sua qualità di impiegato della SIP, era in contatto strettissimo con Rognoni e nello stesso tempo era in contatto con Freda.

 

- VINCENZO VINCIGUERRA: int. al G.I. di Brescia 6.5.1985, f.11. Pierluigi Pagliai, uomo di fiducia di Rognoni e in seguito, in Sud- America "segretario" di Stefano Delle Chiaie, conosceva Delfo Zorzi nella cui palestra di arti marziali a Mestre si recava per allenarsi.

 

- CARLO DIGILIO: int. 25.6.1993, f.5, e 9.10.1993, f.2. Il dr. Carlo Maria Maggi aveva presentato a Venezia Rognoni allo stesso Digilio intorno al 1970.

 

- GIANCARLO VIANELLO: deposiz. 12.11.1992. Egli si era recato a Milano nel 1969 con un camerata del gruppo di Ordine Nuovo di Venezia fra quelli che conosceva anche se non era in grado di ricordare quale fosse e in tale occasione il veneziano era andato a salutare Giancarlo Rognoni presso il negozio della moglie in Via Molino delle Armi.

 

- GABRIELE FORZIATI: deposiz. 25.2.1992. Forziati, militante nel gruppo triestino di O.N., aveva saputo da Francesco Neami, sempre di Trieste, che il gruppo Triestino era in contatto con Giancarlo Rognoni.

 

- EDGARDO BONAZZI: deposiz. 15.3.1994. Nico Azzi gli aveva confidato che il suo gruppo era in contatto con tutti gli altri gruppi veneti ed egli personalmente aveva girato per incontri politici diverse città fra cui Padova.

 

 

 

 

L'assiduità di tali contatti sull'asse Milano-Padova-Venezia-Trieste, fra ristretti nuclei di persone, gerarchicamente ordinate al loro interno e legate da vincoli di reciproca affidabilità (ciascuna cellula era formata da pochissimi elementi i cui nomi sempre ritornano nei verbali) legittima un sospetto che forse non è neanche un indizio ma una semplice deduzione logica e che comunque appare doveroso esporre.

 

 

 

Il gruppo milanese, che dopo la strage di Piazza Fontana era stato ritenuto così affidabile da poter ricevere oggetti tanto scottanti quali i timers per farne un uso così delicato e ben finalizzato sul piano politico/giudiziario (riportare le indagini sulla "pista rossa") probabilmente non si è limitato a questo intervento successivo ai fatti del 12 dicembre.

 

 

 

Spesso si dimentica infatti che i timers degli ordigni che sarebbero stati collocati a Milano alla Banca Nazionale dell'Agricoltura e alla Banca Commerciale avrebbero determinato l'esplosione entro un intervallo massimo di tempo di 60 minuti, periodo entro il quale gli ordigni dovevano essere attivati, chiusi a chiave nelle cassette metalliche, riposti nelle borse e poi collocati nelle due banche.

 

 

 

Le indagini, purtroppo, non hanno mai potuto approfondire questo aspetto, ma tali preparativi certamente comportavano l'esistenza di un appartamento o di un ufficio non lontano dai due obiettivi e in cui tali operazioni potessero essere effettuate in condizione di sicurezza.

 

 

 

E' infatti estremamente improbabile che la preparazione degli ordigni sia avvenuta in qualche luogo di fortuna quale un'autovettura o una toilette. Un locale assolutamente protetto era infatti la condizione essenziale per tenere l'operazione lontana da occhi indiscreti ed era altresì assolutamente necessario per rientrare in un rifugio in caso di eventuale contrordine o per altre operazioni di sicurezza quali il cambio d'abito delle staffette e dei corrieri, in tutto non meno di quattro o sei persone, che dovevano materialmente collocare le borse.

 

 

 

Ne consegue allora che certamente qualche esponente milanese, nei giorni precedenti la strage, ha fornito l'appoggio logistico a coloro che provenivano dal Veneto e dovevano operare materialmente, offrendo, anche se per breve tempo a Milano, la disponibilità di un appartamento sicuro e fiancheggiatori disposti a portare aiuto in caso di difficoltà impreviste.

 

 

 

E' questo solo uno spunto investigativo ed un profilo ancora tutto da approfondire su un aspetto della giornata del 12 dicembre 1969 che sinora è rimasto completamente segreto.

 

 

 

Ma è lecito sin d'ora ipotizzare, alla luce delle emergenze complessive, che a Milano solo ai militanti che gravitavano intorno a Giancarlo Rognoni potesse essere affidato un compito di tal genere.