Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra 

 

I collegamenti fra il gruppo La Fenice e il progetto golpista della primavera del 1973 - La testimonianza di Enzo Ferro

 

 

PARTE SECONDA

Capitolo 18

(pag. 166 del fascicolo processuale)

 

 

 

 

Non è certo compito di alcun giudice scrivere opere di storiografia giudiziaria nè di rivisitare più o meno criticamente la storia dei processi politici degli ultimi vent'anni. Per questo motivo è apparso opportuno, nella stesura della presente ordinanza che pure abbraccia una grande quantità di vicende, limitarsi sostanzialmente ad una lunga esposizione di fatti, forse arida e noiosa ma certamente consona al significato di un provvedimento giudiziario.

 

 

 

Tuttavia appare doveroso, almeno con quanto esposto in questo capitolo, rendere una seppur tardiva giustizia all'intuizione che, esattamente vent'anni or sono, aveva portato il G.I. di Padova, dr. Giovanni TAMBURRINO, nell'istruttoria sulla Rosa dei Venti a inviare ai componenti del gruppo La Fenice, così come al veneziano Gianfranco Bertoli, una comunicazione giudiziaria per il reato di cui all'art.305 c.p. e cioè cospirazione politica mediante associazione.

 

 

 

L'ipotesi di reato prospettata dal G.I. di Padova era poi caduta dopo che l'inchiesta gli era stata sottratta peraltro senza che su tale ipotesi l'A.G. di Roma effettuasse alcun serio approfondimento.

 

 

 

I nuovi elementi raccolti, unitamente a quelli già presenti nella vecchia istruttoria, consentono ora di affermare che era esatta la tesi di fondo del collega padovano e cioè che tanto l'attentato al treno Torino-Roma quanto quello alla Questura di Milano non fossero gesti isolati commessi da un gruppetto di fanatici nazisti o da un sedicente anarchico individualista, ma l'espressione di un programma criminoso ben più vasto che prevedeva, dopo una serie di gravi attentati e il verificarsi di preordinati attacchi alle caserme dei Carabinieri della Valtellina (compito che era affidato, secondo i piani, a Carlo Fumagalli), la creazione di un clima di paura e di tensione e di conseguenza, nella primavera del 1973, l'intervento dei militari e la proclamazione quantomeno dello Stato di Emergenza interno.

 

 

 

Del resto, tanto gli uomini di Giancarlo Rognoni quanto Gianfranco Bertoli avevano solidi e antichi legami con gli ambienti della destra veneta ed in particolare con Padova, città che costituiva, grazie anche a cospicui appoggi militari, il punto di partenza della congiura.

 

 

 

Esporre gli elementi di collegamento fra il gruppo La Fenice e tale progetto golpista, peraltro, non solo costituisce un omaggio allo spunto investigativo di un collega, ma anche serve a illuminare sul piano ideologico, e cioè tecnicamente dell'elemento soggettivo, le imputazioni di cui agli artt.270 e 306 c.p. mosse a Giancarlo ROGNONI e agli altri.

 

 

 

Ancora una volta, esaminando tali collegamenti, elementi di prova vecchi e nuovi si saldano consentendo una visione unitaria di un fenomeno eversivo che, frammentato in tanti processi alcuni dei quali, sopratutto nella Capitale, poco e male istruiti, era risultato indecifrabile.

 

 

 

Il 17.10.1974, ROBERTO CAVALLARO, uomo di fiducia del colonnello Spiazzi, dopo essere stato scarcerato anche in ragione della sua collaborazione, aveva rilasciato un'intervista al giornalista Corrado Incerti dell'Europeo.

 

 

 

Cavallaro, nell'ambito del progetto Rosa dei Venti,era stato per anni impegnato in un'attività di raccordo fra civili e militari, attività che egli aveva svolto fingendosi un magistrato militare dopo essere stato istruito in uno stage organizzato dal S.I.D. in Francia.

 

 

 

Egli è stato forse il primo pentito nell'ambito dell'eversione di destra e in un passo di tale intervista egli aveva riassunto in modo preciso il senso dell'azione di quella che egli aveva sempre chiamato nei suoi verbali "organizzazione X" o "S.I.D. parallelo" che stava progettando un colpo di Stato per la fine di aprile del 1973 in concomitanza con un viaggio del Presidente del Consiglio, Andreotti, in Giappone.

 

 

 

Questo è il passo saliente dell'intervista a seguito di una domanda del giornalista in merito a chi realizzasse la strategia della tensione:

 

"......I "gruppi paralleli". Mi spiego meglio: L'"organizzazione"......ha una struttura legittima il cui scopo è di impedire turbative alle Istituzioni. Quando queste turbative si diffondono nel Paese (disordini, tensioni sindacali, violenze) l'"organizzazione" si mette in moto per creare la possibilità di ristabilire l'ordine. E' successo anche questo: Che se le turbative non si verificavano, esse venivano create ad arte dall'"organizzazione" attraverso i "gruppi paralleli" che sono tutti quegli organismi di estrema destra (ma guardi che ce ne sono anche di estrema sinistra) ora sotto processo......Rosa dei Venti, Ordine Nero, La Fenice, il M.A.R. di Fumagalli, i Giustizieri d'Italia e tanti altri". (cfr. vol. 17, fasc.8).

 

 

 

Il 31.5.1991, Roberto Cavallaro ha confermato che tale intervista riportava precisamente il senso dell'azione dell'"organizzazione" e che due dei gruppi che dovevano essere attivati per il golpe della primavera del 1973 erano La Fenice e il M.A.R.

 

 

 

Egli ha inoltre precisato (int. 28.6.1991) che l'organizzazione in cui era stato reclutato era certamente diversa da Gladio, ma era comunque legata ai Servizi di Sicurezza attraverso una gerarchia di Comando parallela ed era in grado, appunto, di condizionare e muovere più gruppi di civili.

 

 

 

Si ricordi che l'attendibilità di Roberto Cavallaro è senza dubbio molto elevata sia in ragione della sua notevole intelligenza politica (egli aveva avuto in particolare il compito di raccordare gli elementi di Padova con i finanziatori genovesi) sia in ragione della mole notevole e di elevata qualità delle notizie fornite all'A.G. di Padova, notizie talvolta confermate sostanzialmente dallo stesso Spiazzi e da altri imputati.

 

 

 

Con grande stupore dello stesso Cavallaro, egli era stato poi assolto nel processo celebrato dalla Corte d'Assise di Roma pur avendo, in centinaia di pagine di verbali, confessato di avere partecipato ad un progetto di colpo di Stato che era ormai in fase avanzata.

 

 

 

E' forse l'unico caso di un processo in cui, per annacquare la portata politica di un evento, sono stati assolti tutti compresi i rei confessi.

 

 

 

Dell'esistenza di un progetto di colpo di Stato da effettuarsi nella primavera del 1973 avevano già parlato, nell'istruttoria sulla Rosa dei Venti, TORQUATO NICOLI, uno dei congiurati passati a collaborare con il S.I.D. e poi con l'Autorità Giudiziaria grazie all'intervento del capitano Labruna, nonchè, ovviamente con toni più sfumati, lo stesso colonnello SPIAZZI.

 

 

 

Nel corso della presente istruttoria CARLO FUMAGALLI ha peraltro confermato (cfr. deposiz. in data 5.4.1991 e 5.9.1992) che i suoi uomini erano pronti a scendere in campo insieme all'Esercito e ai Carabinieri proprio nell'aprile del 1973 occupandosi del controllo militare della Valtellina.

 

 

 

Già nell'ambito dell'istruttoria sulla Rosa dei Venti era del resto disponibile il nastro e la trascrizione di un colloquio informativo svoltosi il 29.3.1974 fra Attilio Lercari di Genova e il capitano Labruna, il quale aveva svolto una efficace opera di penetrazione nell'ambiente golpista consentendo in pratica di mettere a disposizione del S.I.D. tutti i piani vecchi e nuovi dei congiurati.

 

 

 

Quale fosse poi stato l'utilizzo di tali notizie si vedrà nei capitoli relativi alle testimonianze rese dallo stesso capitano Labruna e ai nastri da questi consegnati.

 

 

 

Nel corso del colloquio del 29.3.1974, LERCARI (amministratore della società PIAGGIO) aveva rievocato, stimolato da Labruna, una riunione svoltasi nel giugno 1973 nella zona della Galleria Vittorio Emanuele a Milano, presenti anche l'altro finanziatore genovese, avvocato De Marchi, il colonnello Spiazzi, in rappresentanza dei militari veneti, un ufficiale dei Carabinieri con il nome in codice Palinuro e un capo di Ordine Nuovo rimasto sconosciuto.

 

 

 

Il carattere operativo della riunione è stato confermato da Roberto Cavallaro, che pur non aveva potuto essere presente, (cfr. deposiz. 29.10.1991) e anche il colonnello Amos Spiazzi non ha potuto negare di avervi partecipato pur cercando di sminuirne l'importanza (cfr. deposiz. ai G.I. di Brescia e di Milano 13.7.1991).

 

 

 

Lercari, durante la riunione finalizzata a fare il punto sul programma di golpe, aveva, si direbbe da buon genovese, lamentato che, nonostante i finanziamenti per diecine di milioni già erogati ai veneti, si era aspettata inutilmente l'azione in Valtellina, si era aspettato inutilmente l'attentato all'on. Rumor e così anche "i disordini di Milano non erano venuti fuori".

 

 

 

Sono riferimenti chiarissimi alle attività in corso in quel periodo da parte del gruppo di Fumagalli, da parte di Gianfranco Bertoli e del gruppo La Fenice, azioni che si erano concluse, almeno le ultime due, in modo del tutto fallimentare in quanto l'on. Rumor non era stato nemmeno ferito dal lancio della bomba ananas dinanzi alla Questura di Milano e i disordini di Milano, che dovevano seguire all'attentato al treno Torino- Roma, si erano rivelati un boomerang in quanto l'estrema destra si era macchiata della morte di un innocente poliziotto suscitando ovunque reazioni di sdegno.

 

 

 

Tale interpretazione delle lamentele di Lercari al maggiore Spiazzi durante la riunione del giugno 1973 non è certo una gratuita interpretazione dei giudici inquirenti. Infatti, nell'istruttoria sulla Rosa dei Venti si disponeva della trascrizione dell'incontro fra Lercari e Labruna del 29.3.1974, ma non di una trascrizione ad uso interno effettuata presso il S.I.D. e glossata con appunti manoscritti di commento dal tenente colonnello Sandro ROMAGNOLI il quale all'epoca, nel reparto D del S.I.D., era alle dirette dipendenze del generale Maletti.

 

 

 

La trascrizione glossata da Romagnoli è stata infatti prodotta a questo Ufficio dal capitano Labruna nel luglio 1992 in quanto egli evidentemente, al momento della rovina del reparto D del S.I.D. a seguito delle inchieste giudiziarie, aveva fotocopiato anche a scopo di autotutela quanti più documenti era possibile prima di abbandonare l'Ufficio. E in calce alla pagina 4 della trascrizione, con riferimento proprio alle recriminazioni di Lercari trascritte in tale pagina (vedi vol. 14, fasc. 6, f. 7) il colonnello Romagnoli, il quale nella deposizione in data 16.10.1991 ha riconosciuto la sua scrittura, aveva appuntato:

 

 

 

"E' probabile che il LERCARI si riferisca al fatto che la morte dell'agente Marino (aprile 1973) e l'attentato Bertoli (maggio 1973) non avevano conseguito gli obiettivi previsti cioè caos e intervento delle Forze Armate".

 

 

 

Il colonnello Romagnoli aveva quindi compreso perfettamente il senso degli avvenimenti che si erano snodati l'anno prima ed in merito non vi è veramente nessun dubbio. Nell'istruttoria sulla Rosa dei Venti, del resto, il dr. Tamburrino, prima che l'inchiesta gli venisse sottratta, aveva raccolto un'altra preziosa testimonianza in merito al collegamento fra l'attentato di NICO AZZI e gli uomini della Rosa dei Venti, testimonianza che aveva contribuito a configurare anche nei confronti degli ordinovisti milanesi l'ipotesi di reato di cospirazione politica mediante associazione.

 

 

 

Si tratta della testimonianza di AMEDEO ORLANDINI, ex paracadutista di Viareggio e titubante congiurato, il quale dopo avere partecipato nel 1973 ad alcune riunioni, spaventato dai programmi del gruppo si era tirato indietro e aveva raccontato quanto a sua conoscenza prima ai Carabinieri di Viareggio e poi al giudice istruttore.

 

 

 

L'episodio che più aveva suscitato la preoccupazione di Orlandini erano stati i discorsi sentiti nel corso di una visita presso lo studio dell'avv. De Marchi di Genova presso il quale era stato condotto, nell'estate del 1973, da Sandro Rampazzo, uomo della Rosa dei Venti di Padova.

 

 

 

In data 5.7.1991, Amedeo Orlandini ha ribadito con i ricordi ancora vividi quanto aveva già detto molti anni prima al G.I. di Padova e vale la pena di riportare i passi salienti della deposizione resa a questo Ufficio e strettamente connessa alla figura di Nico Azzi:

 

 

 

"L'episodio saliente fu la visita allo studio dell'avv. De Marchi a Recco presso cui io mi recai al seguito di RAMPAZZO e accompagnato dal mio amico Tenerelli. In quell'occasione Rampazzo sollecitò all'avv. De Marchi il finanziamento di parecchi milioni e De Marchi disse che al momento non poteva dare niente.

Confermo che durante la discussione tra De Marchi e Rampazzo, De Marchi disse a Rampazzo che non intendeva più finanziare persone come lui che erano circondate da persone incompetenti e incapaci come AZZI che si era fatto scoppiare l'ordigno fra le cosce. Ricordo queste parole esatte. Dal tenore del discorso si comprendeva che De Marchi si poneva come finanziatore e Rampazzo invece come un coordinatore e organizzatore dei vari gruppi...... Posso confermare le altre dichiarazioni ed in particolare che al largo di La Spezia ci doveva essere una nave di appoggio con una grossa trasmittente che doveva essere in collegamento con i vari gruppi e che c'era un progetto di intervento con l'aiuto di militari e con la data già fissata di lì a breve.

Confermo anche che De Marchi aveva una lista di avversai politici da eliminare e che sopratutto l'esponente che Rampazzo e De Marchi nominavano era l'onorevole MARIANO RUMOR. Confermo anche che Rampazzo mi disse che aveva collegamenti con la Valtellina".

 

 

 

L'incontro nello studio dell'avv. DE MARCHI ed il tenore della conversazione fra lo stesso e Rampazzo sono stati addirittura confermati da quest'ultimo, imputato certamente non pentito (vedi int. al G.I. dr. Tamburino, 15.1.1974, vol. 17, fasc. 5, f.105), anche se Rampazzo ha cercato di sostenere che le recriminazioni dell'avv. De Marchi non erano dirette contro di lui, all'oscuro della vicenda dei finanziamenti, bensì contro Eugenio Rizzato, l'elemento più anziano del gruppo della Rosa dei Venti di Padova, deceduto alcuni anni orsono.

 

 

 

Dalla coraggiosa testimonianza di Amedeo Orlandini si trae quindi conferma che gli uomini di Fumagalli erano uno dei perni del progetto e che l'esponente politico che il gruppo della Rosa dei Venti intendeva colpire per primo era l'on. Mariano Rumor "colpevole" di avere dato il primo impulso al decreto per lo scioglimento di Ordine Nuovo.

 

 

 

L'attentato a Rumor, in effetti, era stato tentato ma Gianfranco Bertoli, uomo certamente telecomandato dalla Rosa dei Venti, aveva fallito l'obiettivo uccidendo e ferendo molti cittadini presenti alla cerimonia.

 

 

 

Sopratutto dalla testimonianza di Orlandini si trae la conferma della dipendenza del gruppo di Rognoni dai golpisti genovesi sotto il profilo dei finanziamenti e dal gruppo veneto sotto il profilo del coordinamento e dell'organizzazione.

 

 

 

Del resto Torquato NICOLI, dinanzi a questo Ufficio in data 29.3.1991, ha affermato che il gruppo di Milano era in effetti una creatura sul piano finanziario dell'ambiente genovese e ha affermato di ritenere, pur non avendo elementi diretti, che l'attentato sul treno era stato commissionato o finanziato da quello stesso ambiente genovese.

 

 

 

Inoltre, durante la sua permanenza in Svizzera e quando già agiva per conto del S.I.D., Nicoli aveva notato che Giancarlo Rognoni, già latitante, era ospitato a Lugano da Domenico Meli, padre di Mauro e legato anch'egli all' avv. Giancarlo De Marchi e ad Attilio Lercari (cfr. Nicoli deposiz. citata ed anche, sul punto, rapporto della Questura di Milano in data 28.9.1976 vol. 8, fasc. 1, f. 309).

 

 

 

Ma l'elemento decisivo per affermare che l'attentato del 6.4.1973 era un tassello della strategia golpista del gruppo veneto e doveva essere seguito, a distanza di pochissime ore, da altri due attentati in danno di convogli ferroviari proprio nel Veneto che ne avrebbero moltiplicato l'effetto destabilizzante, è stato acquisito grazie alle testimonianze di ENZO FERRO, un giovane di Trento che nel 1970 aveva prestato servizio militare presso la caserma Duca Montorio di Verona quale sottoposto anche del colonnello AMOS SPIAZZI.

 

 

 

Enzo Ferro, benchè non impegnato e nemmeno schierato ideologicamente a destra, era stato "risucchiato" dall'ambiente di Amos Spiazzi e aveva partecipato ad alcune riunioni eversive, presenti civili e militari con tanto di nome in codice, sia in casa di Spiazzi sia in altre abitazioni private sia presso il circolo CARLO MAGNO di Verona, frequentato da ordinovisti. Aveva partecipato ad esercitazioni al tiro sulle colline intorno a Verona, non autorizzate e con la presenza di civili, e a riunioni del gruppo ove si insegnava l'uso degli esplosivi per atti di sabotaggio e per compiere attentati dimostrativi.

 

 

 

Inoltre era stato utilizzato per consegnare messaggi ad aderenti alla struttura in altre città d'Italia fra cui Milano.

 

 

 

Terminato il servizio militare ed in preda ad una forte crisi, Enzo Ferro aveva tentato di sganciarsi da tale ambiente, ma almeno sino al 1973 era stato continuamente avvicinato anche, a Trento, da elementi della cellula di tale città i quali avevano cercato di convincerlo a riprendere il suo posto, almeno come informatore, nell'organizzazione che a Trento era protetta stabilmente dai Carabinieri.

 

 

 

Nel caso avesse accettato gli era stata anche promessa una buona sistemazione.

 

 

 

Nel febbraio 1977, mentre era ancora in corso l'istruttoria per gli attentati avvenuti a Trento agli inizi degli anni '70, Enzo Ferro si era presentato al Giudice Istruttore e aveva reso una ricchissima e particolareggiata testimonianza indicando fra l'altro nella cellula trentina i responsabili di alcuni attentati fra cui quello al Palazzo di Giustizia e al Mausoleo di Cesare Battisti, ed indicando fra l'altro nel colonnello dei Carabinieri MICHELE SANTORO colui che, tramite i suoi subalterni, aveva fatto pervenire al gruppo eversivo della città del materiale esplosivo.

 

 

 

Rivelando quanto a sua conoscenza, Ferro confidava che grazie alle notizie da lui fornite le indagini avrebbero potuto penetrare a fondo nella struttura eversiva. Invece egli non era stato mai più risentito, la sua testimonianza era rimasta praticamente inutilizzata, l'ambiente locale si era chiuso a riccio e qualche tempo dopo egli era stato addirittura "paternamente" invitato da un sottufficiale dei Carabinieri di Trento a non insistere perchè nei guai sarebbe finito soltanto lui.

 

 

 

Enzo Ferro, convocato da questo Ufficio e sentito tre volte in qualità di testimone, pur con qualche timore e mostrando la sua amarezza per l'occasione mancata molti anni prima e per le continue pressioni che aveva ricevuto, non ha avuto difficoltà a confermare e precisare progressivamente il suo racconto anche alla luce dei dati che venivano man mano acquisiti, delineando un quadro veramente inquietante delle attività eversive a Verona e a Trento fra il 1970 e il 1973.

 

 

 

Enzo Ferro ha inoltre spiegato che l'organizzazione, diretta a livello veronese dal colonnello SPIAZZI (una sorta di seconda Gladio ancora più segreta della prima), si chiamava NUCLEI DIFESA DELLO STATO ed era divisa in LEGIONI presenti in tutta Italia e sopratutto nel Nord e dipendente dallo Stato Maggiore Esercito.

 

 

 

L'organizzazione doveva istruire civili e militari ad un "piano di sopravvivenza" dai contorni e dalle finalità assai equivoche vista anche la presenza di elementi ordinovisti. Le lunghe deposizioni di Enzo Ferro sono molto attendibili in quanto corroborate, nelle loro linee essenziali, prima dal veronese Roberto Cavallaro (che aveva fatto parte, pur con altri compiti della medesima organizzazione ed era stato il primo "pentito" della storia dell'eversione di destra) e poi, con qualche comprensibile reticenza, dall'ordinovista veronese Giampaolo Stimamiglio.

 

 

 

Infine, anche lo stesso colonnello AMOS SPIAZZI aveva confermato di essere stato a capo, a Verona, dei NUCLEI DIFESA DELLO STATO (cfr. deposiz. ai G.I. di Milano e Bologna in data 2.6.1994), decidendosi a spiegare quale era stato nei primi anni '70 il suo effettivo ruolo, e cioè responsabile di una struttura nel contempo "istituzionale" e illegale.

 

 

 

Soprattutto ai fini che specificamente interessano in questa sede, Ferro è stato in grado di collegare senza alcun dubbio l'attentato di Nico Azzi ad un programma criminoso più vasto che avrebbe comportato nel giro di poche ore altre due esplosioni su treni e quindi con ogni probabilità una risposta "istituzionale" di tipo autoritario.

 

 

 

Le testimonianze di Ferro, di cui ancora si parlerà più avanti nel capitolo dedicato al ruolo di Amos Spiazzi, meritano di essere riportate ampiamente al fine di comprendere la sintonia fra il gruppo in cui era stato quasi controvoglia inserito e i fatti dell'aprile 1973.

 

 

 

In data 6.9.1991, Enzo Ferro ha ripreso il discorso interrotto nel febbraio 1977:

 

 

"Prendo atto che l'Ufficio è interessato a valutare quanto contenuto nella mia testimonianza al G.I. di Trento in data 21.2.1977 nell'ambito del processo che allora era in corso per alcuni attentati avvenuti a Trento nel 1971...... In sostanza posso dire che quanto dichiarai al G.I. di Trento nel 1977 corrisponde a quanto avevo sentito e di cui ero stato messo al corrente durante il mio servizio militare presso la caserma "Duca di Montorio" dall'inizio del 1970 sino alla data del mio congedo, prima del Natale dello stesso anno, e nei giorni immediatamente successivi quando ancora ebbi occasione di parlare, a Trento, con Giulio VENEZIANI (un componente della cellula trentina, nota Ufficio) che era mio conoscente.

Quanto dissi allora fu quindi detto in piena coscienza, anche perchè ero estremamente preoccupato del significato delle cose che avevo sentito ed in quanto la mia origine politica e culturale è sempre stata ben diversa da ipotesi eversive essendo io vicino al cattolicesimo progressista.

Proprio per questa ragione fu in un certo senso strano che il maggiore SPIAZZI, il quale era entrato in confidenza con me nel senso che si comportava in modo corretto ed amichevole, mi abbia proposto di entrare a far parte di quel gruppo di civili e militari che costituivano la cellula veronese della "Rosa dei Venti".

Di quanto avvenne posso specificare che partecipai ad una sola riunione collegata ai discorsi che mi erano stati fatti. Si tratta della riunione di cui ho già parlato al G.I. di Trento, anche se in questo momento non ricordo se sia avvenuta in una casa privata o in un Circolo di Verona. Propenderei per la seconda ipotesi.

Erano presenti una trentina di persone e c'era una sorta di istruttore che dava l'impressione di essere un ufficiale dell'Esercito, comunque non di Verona. Parlava dei vari tipi di esplosivo e del modo di usarli. I discorsi politici erano del tenore che non si dovevano fare attentati con perdita di vite umane, ma che comunque una serie di episodi dimostrativi, che avrebbero dovuto essere attribuiti alle forze estremiste di sinistra, avrebbero facilitato, con l'intervento sopratutto dell'Esercito, un ristabilimento dell'ordine e ricostituito uno Stato forte.

A quella riunione, Amos SPIAZZI era presente e tutte le persone si chiamavano in codice. Fui presentato anch'io da SPIAZZI con un nome in codice che fu usato, comunque, solo quella volta. Tra i nomi in codice usati durante la riunione ricordo, DELTA e AQUILA. Non ricordo quello che mi era stato assegnato. Questa riunione avvenne nel settembre/ottobre 1970...... Dopo di ciò entrai in crisi ed ebbi un forte esaurimento nervoso anche perchè in quei mesi morì di malattia la mia fidanzata di allora che abitava in Trentino.

Quindi, quando nel dicembre 1970 ricevetti il foglio di congedo, mi trovavo già a casa mia a Trento in convalescenza. Di questi fatti ho avuto poi, come ho già detto, solo occasione di parlare a Trento con il Veneziani il quale mi disse che alcuni Carabinieri si muovevano in modo analogo al nucleo di Verona mentre a ciò erano completamente estranei la Questura e la Guardia di Finanza".

 

 

 

Enzo Ferro, resosi conto che questa volta l'Ufficio titolare dell'indagine era intenzionato ad approfondire le responsabilità, in data 1°.7.1992 ampliava e completava il suo racconto:

 

 

"Prendo atto che ROBERTO CAVALLARO ha confermato nella sostanza il mio racconto. Ne sono contento perchè quella che ho raccontato è seplicemente la verità e sono stato disturbato per anni, in seguito, dopo il mio congedo per non avere voluto, poi, agire concretamente in favore della cellula che mi aveva contattato a Verona.

Infatti sono stato disturbato continuamente perchè volevano tenermi agganciato anche dopo la fine del servizio militare. Tornando alla riunione, posso aggiungere che c'erano tre civili che si occupavano di trasmissioni, che era considerato un settore importante, e ci si lamentava della carenza di militari in quel settore.

Si diceva che bisognava guardarsi dalla Polizia, ma soprattutto dalla Guardia di Finanza perchè era fedele alle Istituzioni, mentre tutti i Carabinieri erano stati contattati in modo capillare. Questi discorsi venivano fatti mentre a noi presenti si spiegava anche se in modo teorico l'uso dei vari esplosivi.

Ricordo, ad esempio, che ci venne spiegato che il fulmicotone doveva stare sempre in soluzione per non esplodere. A questa riunione c'era anche BAIA Francesco, che aveva una villa fuori Verona; ricordo che una volta recuperò un M.A.B., penso un residuato di guerra, al quale mancava l'otturatore e glielo fece mettere dall'officina di SPIAZZI.

Giravano nel gruppo casse di cartucce non residuati di esercitazioni militari, ma proprio casse di cartucce calibro 9 parabellum nuove, di dotazione NATO. Venivano da Vicenza dove c'era la base dalla NATO. Posso meglio spiegare la mobilitazione che ci doveva essere quella notte di sabato, poche settimane prima del mio congedo, nel Natale del 1970. Il Maggiore ci disse di tenerci pronti in camerata, con gli abiti borghesi, e che poi avremmo dovuto essere portati nella zona di Porta Bra a Verona, nella sede dell'Associazione Mutilati e Invalidi di guerra, dove si stampava il giornaletto del MOVIMENTO DI OPINIONE PUBBLICA.

Io ero molto agitato e preoccupato; BAIA era con me ed era eccitato per quanto stava per acccadere. Ci fu detto chiaramente che dovevamo intervenire e che non potevamo tirarci indietro e che, giunti al punto di raccolta, saremmo stati armati e portati nella zona dove dovevamo operare come supporto al colpo di stato.

Tutte le cellule di civili e militari avrebbero dovuto intervenire. Tuttavia nella notte vi fu il contrordine, era verso l'una e trenta e ce lo comunicò direttamente il maggiore SPIAZZI, dicendoci che il contrordine veniva direttamente da Milano. Non ne ho mai saputo il motivo, anche se all'epoca, se glielo avessi chiesto, forse lo avrei saputo.

In caserma, come aderente a quel gruppo avevo tutte le facilitazioni, giravo in borghese, avevo il compito di portare documenti, ho accompagnato una volta il maggiore SPIAZZI a Trento in una caserma di artiglieria. Ho portato documenti sigillati, affidatimi da SPIAZZI, a Bergamo, a Verona, a Milano: A Milano l'incarico era in questi termini: dovevo scendere alla Stazione centrale, attendere che una persona mi dicesse una parola d'ordine, tipo AQUILA o simile, consegnare la busta e ripartire.

In sostanza facevo il postino e non andavo personalmente nei posti ove i documenti erano realmente diretti.

Non ho potuto spiegare bene cosa è avvenuto dopo il mio congedo. Io ero molto frastornato, volevo sganciarmi dall'ambiente anche perchè, paradossalmente, non ho mai avuto quelle idee ed ero stato proprio trascinato dentro durante il servizio militare. Il motivo per cui mi hanno coinvolto era perchè ero topografo e quindi, occupandomi di carte militari, il mio ruolo era utile.

In sostanza, a Trento c'era una cellula parallela a quella di Verona di civili e militari che preferisco non indicare e la cui attività è proseguita dopo il 1970.

Continuavano a cercare di coinvolgermi anche se io avevo già rifiutato la proposta di SPIAZZI di essere reclutato con una paga governativa di 300.000 al mese per continuare a far parte di una organizzazione che era un settore del S.I.D. che operava al di fuori delle regole.

Io avevo rifiutato, ma almeno fino alla fine del 1973 fu assai difficile sganciarmi del tutto e vivevo in una grande preoccupazione perchè in una città piccola come Trento si è sempre sotto controllo.

Io venivo contattato da persone che non intendo nominare, alcune delle quali, ma non tutte, sono quelle nominate nei vari processi svoltisi per le bombe di Trento. Però c'erano anche dei personaggi più grossi dei quali non mi è proprio possibile fare i nomi, comunque sempre personaggi di Trento".

 

 

 

E soprattutto, sull'attentato del 7 aprile 1973:

 

"Non era bene comprensibile dalle precedenti dichiarazioni il distacco di tempo fra la notte di mobilitazione di cui ho parlato e l'episodio del progetto di attentato su un treno.

Questo fatto era stato progettato per l'aprile del 1973 e mi si disse che quella era la data perchè "i tempi erano maturi" e "anche a Roma erano d'accordo". Il treno era il BRENNERO-ROMA che partiva da Monaco e l'ordigno doveva essere lasciato nella toilette a Verona ed esplodere qualche ora dopo, essendo il congegno ad orologeria, esattamente un timer.

Doveva esplodere all'altezza di Bologna e comunque essere dimostrativo e senza vittime. Questo episodio doveva essere contemporaneo all'altro sul treno TORINO-GENOVA-ROMA che fallì in quanto AZZI, di cui mi fu fatto il nome, si fece scoppiare il detonatore tra le gambe. Mi fu detto che con questi due episodi si doveva chiudere il triangolo e far scattare il piano della dichiarazione dello stato di emergenza, dopodichè tutto sarebbe stato più facile.

Il Gruppo che doveva operare a Verona era ovviamente diverso da quello di Milano e tutta la struttura era fatta di cellule in cui solo un componente conosceva il capo dalla cellula di altri posti. Mi fu detto che per l'episodio sul BRENNERO-ROMA il contrordine era venuto da Milano una volta appreso del fallimento dell'attentato sul treno TORINO-GENOVA- ROMA.

La responsanbilità dei due episodi doveva ricadere sulla sinistra e l'opinione pubblica avrebbe chiesto una reazione forte e decisa. Questi particolari sull'episodio non riuscito e sul collegamento con il primo episodio concomitante fatto dal gruppo milanese li appresi a Trento un paio di mesi dopo da una persona che addirittura non si preoccupò di parlarne per telefono e poi mi volle anche incontrare di persona. Mi disse che io dovevo sapere le linee generali della vicenda, anche se io non ne volevo sapere, perchè diceva che io ero dentro nel gruppo e non ptevo più uscirne.

Non era una persona di Trento, ma di fuori e io non lo avevo mai visto prima, si preserntò con il suo nome in codice. La mia impressione era che facesse parte del gruppo che avevo frequentato durante il servizio militare, ma non saprei dire altro. L'incontro dopo la telefonata avvene in Piazza Dante, davanti alla Stazione ferroviaria di Trento. Ricordo che la persona era accompagnata da altre due che rimasero a distanza e che la persona mi conosceva perchè mi battè con la mano su una spalla presentandosi.

Il senso del discorso era anche di lusinga perchè mi fu detto che se accettavo di impegnarmi avrei avuto anche una sistemazione in termini di impiego magari in un ente pubblico. Io dissi che veramente non ne volevo più sapere ed effettivamente dalla fine del 1973 cominciò ad allentarsi la pressione su di me".

 

Ed ancora, sulle coperture offerte dai Carabinieri di Trento così simili a quelle prestate a Milano in analoghe occasioni di trasporti di armi da parte del M.A.R. di cui ha parlato Gaetano ORLANDO (cfr. deposiz. in data 5.6.1992):

 

"Nel medesimo contesto a Trento, ma non in quell'incontro, venni a sapere che non c'era nessun problema per il trasporto di armi essendo sufficiente segnalare il tipo di macchina, ricordo che veniva usata una 127, e anche esponendo un fazzoletto bianco al di fuori; bisognava dare l'indicazione ai Carabinieri e soprattutto guardarsi dalle pattuglie della Guardia di Finanza.

In un'occasione avvenne, per quanto ne seppi, un disguido e tale BIONDARO fu fermato. Preciso che il ruolo che dovevo mantenere dopo la fine del servizio di leva non era un ruolo operativo, cioè trasporti di armi o simili, ma un ruolo informativo a cui ero più portato: quindi raccogliere informazioni e trasmettere documenti. Tutto ciò mi dava l'impressione di costanti contatti con i Servizi.

Faccio ancora presente che durante l'incontro in Piazza Dante, il mio interlocutore, nonostante il fallimento dei due episodi, mi disse che il progetto era ancora in piedi e che dopo la riuscita del colpo di stato, per noi tutto sarebbe stato più facile.

A domanda dell'Ufficio, ero genericamente al corrente che c'erano dei contatti con la Valtellina.

A domanda dell'Ufficio, non mi chieda di rispondere sul coinvolgimento dei Carabinieri di Trento e di aggiungere altro. Ne parlai il 21.2.1977 e quello è sufficiente.

Preciso che le informazioni che avrei dovuto dare al gruppo erano soprattutto sull'ambiente di sinistra di Trento che allora era abbastanza consistente. Faccio presente che circa due mesi fa vi è stata un'azione dimostrativa contro la mia vettura, che è stata distrutta.

Ho ricollegato l'episodio con la mia precedente deposizione dinanzi a Lei e sono molto preoccupato perchè il giro è sempre lo stesso e la matrice dell'episodio anche se camuffata è chiaramente di destra.

Sull'episodio del treno BRENNERO-ROMA non posso aggiungere altro; il gruppo che doveva agire era comunque quello di verona che era addestrato ad azioni simili".

 

 

 

Ed infine, nel corso dell'ultima testimonianza in data 28.4.1994:

 

 

"A domanda dell'Ufficio, per quanto riguarda l'incontro a Trento dinanzi alla Stazione, posso confermare che mi fu detto che l'attentato di AZZI doveva essere seguito nel giro di poche ore da altri due botti su treni e che tale piano avrebbe aiutato a cambiare il governo e al mutamento istituzionale.

La persona che mi disse ciò non l'avevo vista mai a Verona, ma due o tre volte a Trento allorchè continuamente mi lusingava con offerte anche di lavoro e di un compenso mensile, ad entrare nell'organizzazione con compiti informativi sul territorio. Infatti diceva che nonostante il fallimento dell'attentato di AZZI e del progetto conseguente, la macchina era ancora in moto.

Mi dava decisamente la sensazione, per come si presentava, di essere una persona legata ad apparati dello Stato ed infatti quando finì l'incontro davanti alla Stazione io, portandomi sul ponticello che si trova nei giardini vicini, notai che si allontanava con una macchina targata Roma e con il bollo argentato del "servizio di Stato" e che presso la macchina lo avevano atteso due persone".

 

 

 

L'esistenza di un progetto di altri due gravi attentati su treni quasi contemporanei a quello del 7 aprile 1973, bloccati all'ultimo momento dopo l'aresto di Nico Azzi, era aleggiata durante il processo, svoltosi nel 1974 dinanzi alla Corte d'Assise di Genova, seppure solo sulla base di brevi allusioni del giovanissimo MAURO MARZORATI e sulla base di anonime voci confidenziali che erano pervenute agli inquirenti.

 

 

 

Infatti nell'interrogatorio reso in data 18.1.1974 al G.I. di Genova, dr. Giovanni Grillo, Mauro Marzorati si era lasciato sfuggire, dopo aver affermato che l'ingresso de La Fenice nel M.S.I. era una copertura per le azioni che si dovevano compiere, che l'attentato cui aveva preso parte "era l'inizio o il prosieguo di un piano ben preciso e più vasto per creare disordini e tensioni" (vol. 7, fasc. 1, f. 118).

 

 

 

Inoltre, il 7 aprile 1973 era stato rinvenuto a Brescia un biglietto anonimo in cui si faceva chiaro riferimento a due bombe da collocare su due treni che partivano dal Brennero in direzione di Firenze e di Verona (cfr. vol. 7, fasc. 1, ff.52 e 60).

 

 

 

Si ricordi che proprio i convogli del BRENNERO EXPRESS sono stati indicati da Enzo Ferro come gli obiettivi degli altri due attentati che non avevano potuto avere luogo. Vi è da chiedersi cosa sarebbe avvenuto a Milano il 12 aprile 1973, in occasione della grande manifestazione della maggioranza silenziosa, se tale appuntamento avesse seguito di pochi giorni tre stragi su convogli ferroviari attribuibili all'estrema sinistra a seguito di rivendicazioni telefoniche e altri accorgimenti quali la preordinata esibizione di copie del quotidiano "Lotta Continua" da parte degli attentatori, così come aveva fatto Mauro Marzorati il 7 aprile sul treno Torino-Roma.

 

 

 

Comunque il sospetto è divenuto certezza: si è rivelata pienamente fondata l'ipotesi su cui il G.I. di Padova stava lavorando nel 1973, prima di essere spogliato dell'istruttoria, e cioè che l'attentato del 7 aprile 1973 e gli altri che dovevano seguire su altri convogli ferroviari non fossero altro che il detonatore che doveva far partire il piano del gruppo Rosa dei Venti e delle strutture militari parallele che lo muovevano e dirigevano.