Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra 

 

L'attentato all'Università Cattolica di Milano del 15.10.1971 - la figura di Martino Siciliano

 

PARTE SECONDA

Capitolo 16

(pag. 149 del fascicolo processuale)

 

 

 

L'attentato commesso in data 15.10.1971 in danno dell'Università Cattolica di Milano, seppur non di primaria importanza nel panorama degli attentati dell'epoca, costituisce un elemento di riscontro importante del quadro complessivo formatosi nel corso dell'istruttoria in quanto, da un lato, conferma il legame strategico fra il gruppo milanese e gli ordinovisti veneti e, d'altro lato, rappresenta la prima prova certa mai acquisita in precedenza dell'operatività a Milano sul piano dell'uso degli esplosivi di un personaggio proveniente dai gruppi certamente responsabili degli attentati del 12 dicembre 1969.

 

 

 

Ci riferiamo a Martino SICILIANO, luogotenente, insieme a Delfo Zorzi, del dr. Carlo Maria Maggi della struttura di Ordine Nuovo di Venezia/Mestre e altresì legato strettamente a Giovanni VENTURA e quindi al gruppo padovano di Franco FREDA.

 

 

 

La presenza a Milano in quegli anni di Martino Siciliano, esperto nell'uso degli esplosivi e appartenente al gruppo di Venezia, gruppo certamente coinvolto nella strage di Piazza Fontana, è del resto elemento fortemente indicativo del probabile appoggio logistico fornito dai milanesi all'operazione del 12 dicembre 1969.

 

 

 

Le prime notizie in merito all'attentato all'Università Cattolica sono state fornite da Gianluigi RADICE, già giudicato in passato per tale episodio a seguito di alcune dichiarazioni di Angelo ANGELI il quale, nel confessare vari episodi da lui stesso commessi in quell'epoca, aveva indicato in Radice il suggeritore dell'obiettivo agli autori materiali che erano rimasti tuttavia ignoti.

 

 

 

Gianluigi Radice è stato, negli anni '70, un esponente di primissimo piano della destra milanese, protagonista di numerosi assalti a sedi di sinistra e di scontri di piazza e, pur avendo sempre militato nel Movimento Sociale Italiano, in contatto sul piano personale con Giancarlo Rognoni e il suo ambiente e parzialmente a conoscenza delle loro attività che egli pur non condivideva.

 

 

 

A metà degli anni '70, Gianluigi Radice, come molti altri ex militanti di destra, era passato ad attività di delinquenza comune rendendosi responsabile, sopratutto insieme a Biagio PITARRESI, di rapine e di alcuni sequestri di persona.

 

 

 

Nel corso degli anni '80, Radice ha scelto di collaborare lealmente con l'Autorità Giudiziaria in merito a tale attività legate alla delinquenza comune, consentendo di far luce sui numerosi episodi cui aveva partecipato e di pervenire alla condanna dei colpevoli.

 

 

 

Egli non era mai stato, tuttavia, interrogato in merito al bagaglio di conoscenze in suo possesso sulle attività dell'estrema destra a Milano negli anni '70 e tale argomento è stato affrontato con Radice per la prima volta nel corso di questa istruttoria. Appare quindi opportuno riportare direttamente le dichiarazioni rese da RADICE a questo Ufficio nel corso degli interrogatori resi ai sensi dell'art.348 bis c.p.p. nel 1991 nonchè al Giudice Istruttore di Brescia in data 25.10.1991.

 

 

 

Gianluigi RADICE, in data 12.4.1991, dopo avere fatto presente che egli negli anni 1972/1973 ricopriva l'incarico di Segretario provinciale del Fronte della Gioventù, ha riferito in primo luogo in merito alla radicalizzazione delle posizioni del gruppo La Fenice: "......io stesso, nella mia qualità di dirigente, lamentai con Almirante il pericolo che proveniva da certe posizioni. Almirante promise provvedimenti, ma nella stesso tempo mi fece presente e mi resi conto che il gruppo La Fenice godeva della protezione e della copertura, all'interno del Partito, di Pino Rauti. Ovviamente la situazione precipitò con gli avvenimenti dell'aprile 1973, l'arresto di Azzi, la fuga di Rognoni e così via. Tale gruppo, legato anche all'interno da forti rapporti amichevoli fra i componenti, era formato (oltre a Rognoni) da Azzi, Marzorati, Battiston, Diana Gobis, Cesare Ferri, Zaffoni, detto menta, e Di Giovanni......il gruppo di Giancarlo Esposti, invece, era vicino al gruppo La Fenice, ma non si identificava in esso. Con Esposti c'erano D'Intino, Vivirito e persone forse più vicine ad Avanguardia Nazionale".

 

 

 

Dell'attività del gruppo La Fenice non posso dire molto per scienza diretta poichè c'era una forte situazione di contrasto. Era tuttavia evidente che il gruppo, e in particolare Rognoni, aveva continui contatti con altre persone di gruppi analoghi in altre zone d'Italia.

 

 

C'erano contatti con un gruppetto di Brescia che faceva capo a Mainardi e De Benedetti. C'era Mauro Meli di Genova, che era in contatto con Rognoni, ed appariva un tipo assai determinato. C'erano poi contatti di Rognoni con esponenti di gruppi veneti di Mestre, come Martino Siciliano, e di Padova e cioè all'interno dell'ambiente ordinovista...... A sua volta, Martino SICILIANO veniva a Milano abbastanza spesso e del resto aveva sposato Ada Giannatiempo che era dell'ambiente di destra di Milano.

 

 

 

Siciliano viaggiava spessissimo anche perchè, credo in qualità di impiegato della S.I.P., aveva praticamente dei viaggi gratis sui treni o comunque aveva forti riduzioni.

 

 

 

Egli costituiva per il Veneto uno dei referenti diretti di Signorelli che conosceva bene. Ricordo che una volta io stesso andai a Venezia da lui e da altri amici e a Venezia partecipai ad una riunione di Ordine Nuovo in cui c'erano SICILIANO, ZORZI e SIGNORELLI, anche se mi trattenni appena perchè non ero personalmente interessato. Ciò avvenne tra il 1970 e il 1971 in un bar che aveva una grossa sala riunioni.

 

 

 

Tornando al gruppo La Fenice, ritengo che il loro referente per l'approvvigionamento di esplosivi fosse in via normale Giancarlo Esposti il quale praticamente viaggiava sempre con armi ed esplosivi......tuttavia è anche probabile che Martino Siciliano potesse rifornire il gruppo milanese poichè disse anche a me in varie occasioni che se c'era bisogno di esplosivo non c'era alcun problema...... Posso ribadire che Martino Siciliano parlava di come si confezionavano ordigni esplosivi con grande professionalità e competenza...... Vantava la sua amicizia con Franco Freda......".

 

 

 

Proprio in relazione alla professionalità di Martino SICILIANO nell'uso di esplosivi, Radice ha riferito l'indicativo episodio del 1971 (int. 12.4.1991).

 

"......mi riferisco all'attentato in danno della sede dell'Università Cattolica, che avvenne nell'autunno del 1971. Per quell'episodio io fui imputato, condannato in primo grado e in seguito assolto in appello. La condanna avvenne sulla base delle dichiarazioni di Angelo Angeli che tuttavia aveva percepito solo parte della vicenda. In realtà avvenne questo: SICILIANO venne in Federazione da me e mi parlò del fatto che a Milano non si faceva niente di operativo.

Mi chiese una sorta di autorizzazione a compiere un attentato in città che dovesse ricadere come responsabilità sull'estrema sinistra; discutemmo un po' e poi io accettai di indicargli un obiettivo possibile a tale fine che era la parte laterale dell'Università Cattolica; tale obiettivo era adatto ad un attentato dimostrativo perchè Via San Pio V, cioè il lato della Cattolica, è una via, di notte, assolutamente deserta e con scarso passaggio di autovetture; Siciliano aveva con sè evidentemente tutto perchè fece l'attentato quella notte stessa dopo che io lo accompagnai sul posto per mostrargli il punto adatto. Prima di allontanarci da Via Mancini, lasciò sulla mia scrivania un rotolino di miccia; io stesso avevo chiesto a Siciliano di usare assolutamente una miccia e non un congegno a tempo perchè ciò garantiva che nessuno avesse il tempo di avvicinarsi e di essere colpito casualmente......".

 

 

 

Secondo il racconto di Radice, Martino Siciliano era stato poi accompagnato sul posto, la sera dell'attentato, da Giambattista CANNATA con la sua Fiat 500 blu. Cannata, quella sera, si era trovato a cena a casa di Marco Foscari, persona che abitualmente ospitava Siciliano a Milano, insieme a Radice e allo stesso Siciliano e si era prestato a dare il suo appoggio a quest'ultimo per questo episodio.

 

 

 

Giambattista CANNATA, benchè molto amico di Giancarlo Rognoni, non era comunque un componente de La Fenice, bensì un militante missino "ortodosso" e aveva dato il suo aiuto in quella occasione senza poi lasciarsi coinvolgere in altri episodi (cfr. int. al G.I. di Brescia, 25.10.1991, f.3, e al G.I. di Milano, 25.11.1991).

 

 

 

Ha poi proseguito Radice (int.12.4.1991 e 9.5.1991):

 

 

"......l'attentato avvenne a tarda notte e Martino Siciliano si fece accompagnare in macchina per deporre l'ordigno. . . . egli mi disse che aveva con sè un tesserino universitario o comunque un documento di identità di uno studente conosciuto come persona di sinistra che era di Mestre o comunque del Veneto e che intendeva lasciare il documento vicino al luogo dell'attentato per far cadere la responsabilità del fatto sulla sinistra. Certamente Martino SICILIANO (nota Ufficio, quando si rivolse a Radice) aveva già con sè l'esplosivo in una borsa...... In seguito, verso il 1975/1976 Siciliano andò improvvisamente a vivere a Lione o da quelle parti e io lo incontrai una volta a Montecarlo e mi chiese aiuto apparendo in difficoltà......"

 

 

 

E ancora (int.25.11.1991): "......di Martino Siciliano posso ancora aggiungere che, negli anni in cui l'ho conosciuto, era una persona che appariva molto tormentata......".

 

 

Non è stato difficile rinvenire le tracce della presenza a Milano di Martino Siciliano. Giancarlo Rognoni e sua moglie, Anna Cavagnoli, sono stati infatti testimoni alle sue nozze con Ada Giannatiempo nel febbraio 1971 (vol.8, fasc.2) ed anche Nico Azzi, oltre ovviamente a Rognoni, ha ammesso di avere conosciuto il giovane a Milano e che egli frequentava stabilmente in gruppo (cfr. int. 18.10.1991).

 

 

 

L'attentato all'Università Cattolica, che ha causato danni alla recinzione esterna dell'edificio, risulta essere stato commesso mediante esplosivo contenuto all'interno di un involucro metallico per bomba di mortaio mod.81.

 

 

 

Si tratta di una tecnica molto simile a quella ricordata da Carlo Digilio, secondo il quale gli ordinovisti veneti disponevano ed erano soliti usare residuati bellici e parti di essi. Non è stato rinvenuto, dopo l'esplosione, il documento di identità che, secondo Radice, Martino Siciliano avrebbe dovuto lasciare sul posto per far ricadere la responsabilità del fatto sull'estrema sinistra, ma è pur vero che qualcosa non deve avere funzionato poichè lo stesso rapporto di p.g. in data 6.11.1971 segnala che secondo una fonte confidenziale l'intenzione fallita era proprio quella di far ricadere la colpa sugli studenti di sinistra dell'Università Cattolica e in una lettera, scritta da Angelo Angeli a Giancarlo Esposti, l'Angeli subito dopo il fatto lamenta che il tentativo di attribuire alle sinistre l'episodio era fallito poichè l'attentato era stato quasi concomitante con un altro avvenuto in città contro una sede del Partito Comunista e i due fatti nell'opinione pubblica erano stati sostanzialmente collegati (cfr. lettera sequestrata, vol.8, fasc.6).

 

 

 

Martino Siciliano, interrogato una prima volta in data 20.4.1993 dal Giudice Istruttore di Toulouse prima di allontanarsi prudenzialmente anche dalla Francia, aveva in tale sede negato la sua responsabilità per l'episodio pur ammettendo di avere fatto parte di Ordine Nuovo e di avere conosciuto sia Rognoni sia Cannata sia Radice.

 

 

 

Anche Giambattista CANNATA, come ampiamente prevedibile non essendovi alcuna ragione che induca ad ammettere la propria responsabilità per un reato comunque prescritto, ha negato gli addebiti. Tuttavia anch'egli non ha potuto far altro che confermare i punti di riferimento essenziali indicati da Radice e cioè i suoi stretti rapporti con Giancarlo Rognoni anche sul piano amichevole ed il fatto che all'epoca dell'episodio egli disponeva di una Fiat 500 di colore blu, auto indicata da Radice per l'accompagnamento sul posto dell'autore materiale (cfr. int. 26.3.1993).

 

 

 

Perdipiù anche Biagio PITARRESI è stato sentito in merito all'episodio in data 10.11.1992, episodio che ha ricordato pur non avendovi partecipato personalmente.

 

 

 

Pitarresi ha dichiarato che nei giorni successivi all'attentato egli era andato a presidiare con altri una piccola sede di destra in una palazzina sita proprio nella vietta ove l'attentato era avvenuto, e cioè Via San Pio V. Si temevano infatti rappresaglie perchè oltre all'attentato alla Cattolica vi erano stati in quei giorni vari episodi contro la sinistra.

 

 

 

In quel contesto (effettivamente in Via San Pio V si trova la sede del gruppo di destra, Alfa) erano presenti anche quelli del gruppo La Fenice e Biagio Pitarresi li aveva sentiti dire che l'attentato era opera loro.

 

 

"In quella occasione - ha precisato Pitarresi - c'erano fra gli altri AZZI, BATTISTON e Martino SICILIANO e, pur senza che mi indicassero compiti specifici, essi si attribuivano chiaramente quell'episodio".

 

 

 

Biagio Pitarresi è una fonte del tutto attendibile in quanto, pur non facendo parte del gruppo La Fenice, egli era sul piano personale in strettissimi rapporti con Rognoni e Siciliano e, come si vedrà allorchè si esporranno gli elementi emersi in merito agli attentati del 12.12.1969, egli aveva acquisito su Martino Siciliano un'informazione molto delicata.

 

 

 

L'esattezza degli elementi raccolti sull'attentato all'Università Cattolica è stata infine confermata dalle dichiarazioni di Martino SICILIANO nell'ambito delle ampie e spontanee dichiarazioni rese a questo Ufficio nell'autunno del 1994.

 

 

 

Egli ha infatti confessato di avere commesso materialmente l'attentato e ha indicato quale complice appunto Gianbattista CANNATA (cfr. int.18.10.1994, ff.8-9):

 

"......Proseguendo quindi il mio racconto, posso parlare di:

ATTENTATO ALL'UNIVERSITA' CATTOLICA DI MILANO

“L'episodio fu estemporaneo e nacque dopo una cena a Milano a casa di Marco Foscari in Via Piceno 19. Erano presenti Foscari e la moglie, Gianluigi Radice e la moglie, Giambattista Cannata, detto Tanino, e io. Io era arrivato in treno da Mestre e portavo con me una bomba da mortaio, senza spoletta, che mi aveva dato un amico di Mestre di cui in questo momento non riesco proprio a ricordare il nome, ma era sopranominato "il Corvo".

Costui in seguito, lo dico per inciso, mi aveva anche dato una pistola cal.6,35 che mi fu sequestrata a Mestre in Corso del Popolo dopo una specie di rissa in una pizzeria denominata Il Tronco. Tornando a questa bomba da mortaio, io l'avevo portata con me quella sera in una borsa.

Pensavo di metterla nella disponibilità dei milanesi. Quella stessa sera, però, dopo la cena venne fuori il discorso di fare un attentato da attribuire poi ai gruppi estremisti di sinistra. Qualcuno, non ricordo chi, aveva anche un detonatore. La preparazione dell'ordigno fu relativamente semplice in quanto riempii la cavità dove andava alloggiata la spoletta con della polvere da sparo ricavata da qualche cartuccia cal.22, all'epoca in libera vendita.

Completai l'ordigno inserendovi il detonatore ed una miccia, tutti oggetti reperiti quella sera nell'appartamento. Venne fuori dalla discussione la possibilità di colpire come obiettivo l'Università Cattolica anche perchè c'era la disponibilità di una tessera universitaria o un documento di uno studente di sinistra, proprio della Cattolica, che era stato pestato in precedenza e derubato dei documenti.

L'idea era di lasciare sul posto questo documento e far ricadere quindi la responsabilità sulla sinistra, ma la cosa non si realizzò perchè il documento fu dimenticato a casa o si dimenticò di lasciarlo sul luogo dell'attentato. L'ordigno venne deposto da me personalmente e Cannata mi accompagnò sul luogo con la sua Fiat 500.

Inizialmente si pensava di deporlo all'interno dell'Università superando la cancellata d'ingresso, ma poi, siccome era troppo alta, rinunciammo e lo deposi alla base della cancellata stessa. Avevamo lasciato la macchina poco distante e dopo avere acceso la miccia fuggimmo verso la vettura e partimmo.

Voglio precisare che l'intervento di Cannata fu del tutto estemporaneo, egli del resto era una persona estranea a episodi di questo tipo e anzi un tipo pauroso. Probabilmente fu a causa di ciò che dimenticò di portare o deporre il tesserino. Mi aveva accompagnato in quanto non sarei stato in grado di raggiungere da solo l'obiettivo. Radice e Foscari non potevano partecipare in quanto erano con le rispettive mogli. Preciso che il nome della compagna di Marco Foscari era Evi Tomassini e attualmente ha un negozio di antiquariato a Milano in Via Sciesa".

 

 

 

E' stata così risolta anche l'apparente discordanza concernente il mancato rinvenimento del documento di uno studente di sinistra sul luogo dell'attentato.

 

 

 

Martino Siciliano ha infatti spiegato che tale documento, consegnato a lui e a Cannata da Gianluigi Radice (cfr. int. Siciliano, 25.1.1995, f.6), non era stato lasciato sul luogo per dimenticanza.

 

 

 

Nel corso di una successiva deposizione, Gianluigi Radice, che non era al corrente di tale dimenticanza, oltre a confermare che la cena prima dell'attentato si era svolta a casa di Marco Foscari, ha ricordato di essere stato effettivamente lui a consegnare a Siciliano e a Cannata il documento di uno studente di sinistra, documento a sua volta cedutogli da Giovanni Ferorelli il quale se ne era impadronito nel corso di un'aggressione contro un avversario politico (cfr. dep. Radice, 23.10.1994, f.3).

 

 

 

Infine, proprio nell'ultima fase dell'istruttoria, Evi Tomassini, moglie di Marco Foscari e padrona dell'appartamento, pur non potendo dire nulla sulla preparazione dell'attentato, che evidentemente era avvenuta lontano dai suoi occhi, ha confermato gli stretti rapporti esistenti al tempo fra suo marito Marco Foscari, Martino Siciliano, Gianluigi Radice e Gianbattista Cannata, rapporti che si concretizzavano in incontri come quello descritto da Radice e Siciliano.

 

 

 

Ella ha precisato, del resto, di avere cercato di tenere sempre a distanza Martino Siciliano non gradendo che frequentasse troppo spesso la sua casa e suo marito proprio in ragione delle idee radicali e ordinoviste che Martino coltivava (cfr. dep. Tomassini, 7.3.1995, ff.2-3).

 

 

 

La storia dell'attentato all'Università Cattolica, ormai pienamente ricostruita, ha quindi consentito di focalizzare per la prima volta, nell'ambito dell'istruttoria milanese, gli ordinovisti di Mestre-Venezia la cui ombra, insieme a quella degli ordinovisti veneti, si allunga sulla strage del 12 dicembre 1969.