Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra 

 

I riscontri sulle notizie

 

PARTE SECONDA

Capitolo 11 

 

I RISCONTRI SULLE NOTIZIE CONTENUTE NEL DOCUMENTO AZZI - IN PARTICOLARE LA DISPONIBILITA' DA PARTE DEL GRUPPO LA FENICE DEI TIMERS UTILIZZATI PER GLI ATTENTATI DEL 12 DICEMBRE 1969 E IL PROGETTO DI FARLI RITROVARE IN UNA VILLA DI GIANGIACOMO FELTRINELLI - LA CASSETTA CON ESPLOSIVO RINVENUTA SULL'APPENNINO LIGURE NELL'APRILE 1973

(pag. 90 del fascicolo processuale)

 

 

Nel corso dell'istruttoria sono stati effettuati, in una prima fase dal Pubblico Ministero e in seguito dal Giudice Istruttore, tutti i riscontri necessari e possibili, compatibilmente con il tempo trascorso, al fine di valutare l'attendibilità delle notizie contenute nel documento Azzi. In alcuni casi riscontri conclusivi non sono stati possibili per la scarsità dei dati di riferimento contenuti nel documento.

 

 

Ad esempio non è stato possibile, per mancanza di dati sufficienti, pervenire all'identificazione dei vari ufficiali dell'Esercito che nel documento sono indicati in contatto con il gruppo La Fenice e che erano disponibili a fornire armi ed esplosivi dalle caserme.

 

 

Nella prima parte del documento si accenna anche a due magistrati che sarebbero stati disponibili a fornire notizie al gruppo circa l'andamento delle indagini.

 

 

Anche in questo caso non è stato possibile, per le medesime ragioni, identificare tali soggetti, ma la notizia in sè non deve stupire posto che ad esempio, con riferimento al M.A.R., Gaetano ORLANDO ha parlato più volte dell'esistenza di "coperture giudiziarie" che fra l'altro avevano consentito il trasferimento del primo processo contro il gruppo a Lucca e favorito in qualche modo la conclusione dello stesso con assoluzioni o irrogazione, al più, di pene irrisorie.

 

 

Del resto, Gaetano ORLANDO ha parlato anche di un magistrato di Monza, da tempo deceduto, presente alle riunioni a Milano di ITALIA UNITA insieme allo stesso Orlando e a Fumagalli ed un magistrato del Canton Ticino (di cui non ha voluto indicare il nome) il quale si era adoperato per favorire la fuga dello stesso Orlando verso il Belgio, Paese da cui egli avrebbe poi raggiunto la Spagna.

 

 

Non è stato inoltre individuato l'attentato al tritolo alla sede del P.C.I. di Abbiategrasso (di cui si parla al paragrago G) del documento), ma è possibile che tale episodio nell'appunto sia stato scambiato con l'analogo attentato commesso in quel periodo in danno della Sezione "Campeggi" del P.C.I. di Vigevano, attentato probabilmente compiuto da Giancarlo ESPOSTI.

 

 

In altri casi nessun tipo di riscontro è stato reso possibile dall'enorme periodo di tempo trascorso. Ci riferiamo sopratutto alle notizie contenute nel documento circa i finanziamenti provenienti dall'estero al gruppo nonchè all'esistenza di un deposito di armi ed esplosivi in una agenzia di Abbiategrasso e alla provenienza di parte di tale materiale dall'Alto Adige.

 

 

Non è stato ovviamente neppure possibile verificare se partite di esplosivo viaggiassero occultate in camion di commercianti di frutta provenienti dal meridione, ma in relazione a tale circostanza vi è però da rilevare che una lettera anonima pervenuta all'A.G. di Milano durante l'istruttoria relativa all'uccisione dell'agente Antonio Marino indicava proprio in camion carichi di frutta provenienti dal Sud uno dei sistemi con cui gli estremisti di destra milanesi erano riforniti di esplosivo.

 

 

Comunque nella grande maggioranza dei casi le notizie contenute nell'appunto sono state positivamente confermate. In alcuni casi il riscontro è stato acquisito tramite accenni o frammenti di dichiarazioni, magari trascurate, già presenti in precedenti istruttorie o tramite rapporti di p.g. recuperati nelle varie Questure e contenenti talvolta notizie in sintonia con i fatti contenuti nel documento e che all'epoca non era stato nemmeno possibile collegare alle attività eversive dell'estrema destra.

 

 

In altri casi, anche con riferimento, a notizie di notevole importanza contenute nel documento, quali la vicenda dei timers, nuovi e decisivi riscontri sono stati acquisiti tramite le dichiarazioni di persone che sono state sentite per la prima volta o per la prima volta in questa istruttoria hanno deciso di collaborare.

 

 

E' giunto quindi il momento di esporre, nel modo più completo possibile gli elementi di riscontro che corroborano i singoli episodi e le singole circostanze, segnalando che per quanto concerne il traffico di bombe a mano SRCM dalle caserme di cui si parla al paragrafo F) del documento può comunque farsi anche riferimento al capitolo 16) della presente ordinanza, ove si tratta dello scambio di ordigni di tal genere fra i gruppi di Roma e di Milano.

 

 

E' importante sottolineare che alcune delle circostanze positivamente verificate consentono di penetrare più a fondo nel segreto della strage di Piazza Fontana e degli avvenimenti immediatamente successivi e ad essa collegati. Ci riferiamo alla disponibilità dei timers usati per la strage da parte del gruppo milanese dopo la strage stessa, timers che avrebbero dovuto essere usati per una operazione di depistaggio e di inquinamento in danno di Giangiacomo Feltrinelli.

 

 

Tale operazione avrebbe dovuto, nel 1973, mettere in difficoltà le indagini sulla pista nera iniziate dai giudici di Treviso e proseguite da quelli di Milano e riportare l'attenzione dell'opinione pubblica e dell'Autorità Giudiziaria su false piste "rosse" o "anarchiche".

 

 

Ecco quindi i riscontri raccolti sui singoli punti del documento Azzi:

 

 

 

SULL'ATTENTATO ALLA COOP ITALIA DI BOLLATE DEL 1.3.1973:

 

 

L'attentato in danno di una Cooperativa di cui si parla nel paragrafo A) del documento è sicuramente identificabile nell'episodio avvenuto all'alba del 1° marzo 1973 alla COOP ITALIA di via Silvio Pellico 60 a Bollate.

 

 

Ignoti avevano collocato sotto tre autocarri parcheggiati all'interno del cortile, altrettanti ordigni, costituiti complessivamente da 34 candelotti di esplosivo, collegati fra loro da una miccia con detonatore. Forse a causa dell'intervento di un dipendente della COOP che aveva notato uno degli attentatori o forse a causa di un errore tecnico, le tre cariche non erano state attivate ed il materiale esplosivo era stato sequestrato dai Carabinieri della Stazione di Bollate, subito intervenuti (vedi vol. 8, fasc. 1, ff. 318 e seguenti).

 

 

Alla COOP ITALIA erano all'epoca iscritti soprattutto lavoratori di orientamento socialista o comunista e quindi tale fallito attentato, che poteva avere conseguenze molto gravi, non costituiva un'azione mimetizzata o diversiva da attribuirsi ad avversari politici, ma un attacco diretto contro le forze di sinistra della zona. Nel documento si accenna ad un tentativo di coinvolgimento nell'attentato di Carlo FUMAGALLI, da parte del gruppo LA FENICE, tentativo che non sarebbe riuscito per il rifiuto di Fumagalli di partecipare all'attentato. Tale circostanza ha avuto piena conferma. Infatti Carlo Fumagalli, sentito in merito a tale episodio in data 5.4.1991, non ha avuto difficoltà a rievocare la vicenda:

 

 

"Per quanto concerne il fatto di cui si accenna nel documento ....ricordo effettivamente che ci fu una proposta di attentato in danno di una COOP, cioè una cooperativa rossa. Questo attentato mi fu proposto dal D'INTINO una volta quando venne nella mia carrozzeria di via Folli; mi chiese di partecipare con i miei uomini e di fornire anche l'esplosivo. L'obiettivo era nel milanese ma non mi ricordo dove. D'Intino, e forse Vivirito parlavano come proponenti di questo progetto di ROGNONI e del gruppo La Fenice. Io mi rifiutai di collaborare perchè un attentato del genere, per le ragioni che ho spiegato nella recente deposizione, non era assolutamente nella mia ottica e non faceva parte della mia visione della lotta politica. Questa proposta di D'Intino avvenne nel 1973, non ricordo esattamente il mese. In sostanza quanto accennato nel documento e cioè che io avrei tentato di bloccare l'episodio è esatto".

 

 

Quanto riferito da Nico AZZI al suo ignoto interlocutore sull'attentato alla Coop corrisponde quindi a verità. Si noti che nel documento si fa cenno a Mario DI GIOVANNI come una delle persone cui poteva essere affidata l'esecuzione dell'attentato prima che Carlo Fumagalli opponesse il suo rifiuto e che quindi Giancarlo Rognoni affidasse l'incarico ad Azzi e De Min.

 

 

All'epoca Mario Di Giovanni era un giovane militante di A.N., molto legato ad Alessandro D'Intino che a sua volta era in stretti rapporti con Carlo Fumagalli cui D'Intino aveva presentato la proposta di Giancarlo Rognoni. E' quindi del tutto logico che nel momento in cui ancora si confidava in un appoggio di Carlo Fumagalli per l'esecuzione dell'attentato, Mario Di Giovanni potesse essere individuato da Giancarlo Rognoni come una delle persone che sarebbero state incaricate dell'azione.

 

 

Venuto meno l'appoggio di Fumagalli e dei giovani di A.N. a lui vicini, solo a componenti de La Fenice quali De Min ed Azzi poteva ormai essere affidato, come si legge nel documento, un compito del genere. Giancarlo Rognoni, Nico Azzi e Francesco De Min, hanno negato di aver organizzato o partecipato materialmente al fallito attentato (cfr. rispettivamente int. in data 9.10.1991, 18.10.1991 e 11.11.1991).

 

 

Francesco DE MIN si è tuttavia lasciato sfuggire un'osservazione importante, affermando di aver sentito parlare in carcere di tale attentato (egli era stato effettivamente arrestato poco più di un mese dopo, per l'attentato al treno del 7.4.1973), e che in carcere i militanti di A.N. attribuivano tale episodio al gruppo di Rognoni e viceversa (11.11.1991 f.1).

 

 

Tale pur reticente accenno se da un lato colloca con certezzal'esecuzione dell'attentato nel ristretto ambiente delle persone gravitanti all'epoca intorno a Rognoni e Fumagalli (supporto logistico quest'ultimo, di A.N. a Milano) d'altro lato rispecchia fedelmente parte della "trattativa" che vi era stata prima dell'attentato stesso, proposto da Rognoni, tramite i giovani di A.N., a Carlo Fumagalli e poi, a causa del rifiuto di questi, eseguito dal gruppo La Fenice.

 

 

Quindi la fase preparatoria dell'attentato è stata rievocata, seppur in modo parzialmente distorto,proprio dall'imprudente accenno del De Min che ha riferito almeno una parte di verità, e cioè l'"accusa" da parte degli elementi di A.N. a quelli del gruppo La Fenice di aver voluto comunque compiere l'attentato il cui progetto non era stato accolto dagli avanguardisti.

 

 

Ovviamente De Min si è ben guardato dall'aggiungere che l'"accusa" degli avanguardisti era vera e che il tentativo da parte dei detenuti appartenenti a La Fenice, di ribaltarla era certamente solo un modo di creare un po di utile confusione sul travagliato episodio.

 

 

Del resto anche Mauro MARZORATI, che non sembra aver avuto parte nell'episodio di Bollate, ha accennato a qualcosa di analogo, affermando di aver sentito parlare di tale attentato, che ricordava essere fallito, in carcere nel contesto delle persone con cui era detenuto, pur non potendo o non volendo dire chi gliene avesse parlato (int. Marzorati 22.7.1991 f.4).

 

 

Anche tale pur timido accenno di Marzorati riporta evidentemente l'esecuzione dell'attentato di Bollate al ristretto ambiente di persone con cui nei mesi precedenti aveva condiviso la militanza ed in seguito condiviso la detenzione.

 

 

Ma un'altra circostanza ricollega l'attentato alla Coop di Bollate al gruppo La Fenice. In data 13.12.1973, personale della Questura di Milano rinveniva, all'interno di un'autovettura parcheggiata nel garage San Remo sito nel centro di Milano e di proprietà, così come l'autovettura, di Pio BATTISTON, un piccolo arsenale: 58 candelotti di esplosivo da mina, una saponetta di tritolo, altre quattro cilindretti di tritolo, tre pezzi di miccia una pistola ed alcune cartucce (vedi vol. 19., fasc. 6).

 

 

Pio Battiston è il padre di Pietro BATTISTON, componente del gruppo La Fenice, il quale all'epoca lavorava anch'egli nell'autorimessa. Nonostante tale grave ed evidente situazione probatoria nessuno veniva, alla conclusione della vicenda, ritenuto responsabile della detenzione dell'esplosivo.

 

 

Pio Battiston infatti, il quale aveva dichiarato al Pubblico Ministero in data 17.12.1973 che probabilmente l'esplosivo apparteneva al figlio ed ai suoi "amici" veniva prosciolto in istruttoria e Pietro Battiston, che subito dopo la perquisizione era riuscito a rendersi latitante (e non era più rientrato in Italia) nonostante la chiarezza degli elementi a suo carico veniva fortunosamente e singolarmente assolto in dibattimento per insufficenza di prove.

 

 

Si osservi, incidentalmente, che durante la perquisizione operata nell'appartamento di Pietro Battiston dopo che questi si era allontanato venivano rinvenute tre tessere di partito di un iscritto al P.C.I. di Siena probabilmente destinate ad essere fatte ritrovare in occasione di qualche attentato o altra situazione illecita "mimetizzata" e cioè da attribuirsi agli avversari politici come già era stata intenzione di Martino SICILIANO in relazione all'attentato all'Università cattolica (cfr. cap. 15).

 

 

In merito a tale "infortunio" del collegio giudicante, Biagio PITARRESI ha dichiarato che l'esplosivo effettivamente apparteneva a Pietro Battiston e al gruppo La Fenice, ma che Giancarlo Rognoni, prima del processo, gli aveva confidato che per il camerata "non ci sarebbero stati problemi", profezia che si è puntualmente avverata (cfr. dep. Pitarresi 10.11.1992 f. 2).

 

 

Significativamente Biagio Pitarresi ha aggiunto di aver avuto la netta sensazione in quegli anni che Giancarlo Rognoni avesse dei contatti più in alto che gli consentivano di "usare" dei giovani mantenendo comunque una copertura tale da muoversi con una certa sicurezza.

 

 

E' comunque pressochè certo che, a partire dalla primavera del 1973, Pietro Battiston (definito da Graziano Gubbini uno dei "bombardieri" del gruppo La Fenice dep. 24.1.1994 f. 2 - e probabilmente non estraneo all'attentato sul treno, del 7.4.1973), sia divenuto, dopo l'arresto di Azzi e la fuga all'estero di Rognoni, il custode ed il responsabile della dotazione logistica del gruppo.

 

 

L'esame del materiale sequestrato soprattutto rende evidente il collegamento del deposito rinvenuto nel garage di Battiston sia con l'attentato alla Coop di Bollate sia con l'attentato al treno Torino- Roma.

 

 

Infatti i candelotti di esplosivo rinvenuto a Bollate e quelli rinvenuti nel garage di Battiston sono assolutamente identici trattandosi in entrambi i casi di cilindretti di esplosivo da mina da 100 grammi ciascuno, marca S.I.P.E. NITREX cava extra. Parimente sono identiche le due saponette di tritolo da 500 grammi, provenienti da un deposito militare, una delle quali maneggiata da Nico Azzi nella toilette del treno Torino-Roma e l'altra sequestrata nel garage di Battiston.

 

 

Tali elementi inducono ad una amara riflessione sulla sottovalutazione anche sul piano giudiziario dell'attività all'epoca di personaggi come Rognoni, Azzi e Battiston (assolto quest'ultimo senza un minimo di approfondimento) nei cui confronti già dagli anni '70 dovevano essere elevate serie imputazioni associative ed ai quali doveva essere contestata la disponibilità della dotazione logistica del gruppo nella sua globalità .

 

 

La conferma conclusiva della riconducibilità dell'attentato alla COOP di Bollate al gruppo di Giancarlo Rognoni e Nico Azzi è giunta grazie alla testimonianza di Edgardo BONAZZI che in carcere aveva ricevuto numerose e precise confidenze dallo stesso Azzi (cfr. dep. 7.10.1994, f.3):

 

 

"......Sempre per quanto concerne il gruppo La Fenice, Azzi mi parlò di vari attentati che lui e gli altri avevano commesso. Mi è rimasto impresso nella memoria solo un episodio che doveva essere abbastanza grosso e che era stato in danno di una Cooperativa e c'erano di mezzo dei camion che erano stati minati tutti insieme tramite congegni collegati fra loro da miccia detonante. Azzi aggiunse che l'attentato era fallito perchè qualcosa non era andato bene, ma non saprei dire altro".

 

 

Gli elementi di riscontro ora esposti confermano comunque in modo definitivo la responsabilità degli indiziati per l'attentato di Bollate del 1° marzo 1973. Nonostante tale certezza si impone comunque nei confronti di Rognoni Azzi e De Min una dichiarazione di non doversi procedere in quanto i reati di cui al capo 4 connessi all'attentato di Bollate sono ormai estinti per prescrizione.

 

 

 

SULL'ATTENTATO ALLA SCUOLA SLOVENA DI TRIESTE, RIONE SAN GIOVANNI, DEL 27.4.1974 - LA SCOPERTA DEL TENTATIVO DI DEPISTAGGIO OPERATA DAL GENERALE MALETTI:

 

 

 

L'attentato alla Scuola Slava di cui si fa cenno al paragrafo A) del documento e che sarebbe stato organizzato da Giancarlo Rognoni essendo venuto a mancare Carlo Cicuttini, fuggito in Spagna, si identifica certamente nell'episodio avvenuto la sera del 27.4.1974 in danno della Scuola Slovena sita nel rione San Giovanni a Trieste.

 

 

Un ordigno costituito da almeno due chili di esplosivo posti all'interno di un contenitore di lamiera era stato collocato nei pressi dell'atrio e aveva provocato, anche nell'adiacente palestra, i gravi danni descritti nel rapporto della Questura di Trieste in data 26.5.1974 (cfr. vol.1, fasc.11, ff.144 e ss).

 

 

La responsabilità dei gruppi di estrema destra in relazione a tale episodio ben difficilmente poteva essere messa in discussione sin dalle prime indagini. Infatti lo stesso edificio era stato oggetto di un altro attentato nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1969 (anche se in tale occasione l'ordigno, che poteva cagionare gravissime conseguenze, non era esploso), attentato che era stato rivendicato con un volantino che conteneva slogans contro il Maresciallo Tito e inneggiava all'"Istria italiana" (cfr. vol.8, fasc.5).

 

 

Per l'episodio del 1969 erano stati indiziati Delfo ZORZI e Martino SICILIANO, indicati dall'ordinovista triestino Gabriele Forziati, che era rimasto disgustato dall'episodio, quali autori materiali dell'attentato (cfr.deposiz. Forziati 20.2.1973, vol.8, fasc.5, f.84).

 

 

I due militanti di Ordine Nuovo di Mestre e Venezia erano stati tuttavia prosciolti in quanto non era stato possibile acquisire ulteriori elementi di prova a loro carico.

 

 

Anche l'attentato dell'aprile 1974, che aveva suscitato in città notevoli proteste e preoccupazioni, poteva dirsi certamente "firmato" in quanto preceduto da manifestazioni anti-slave promosse dall'estrema destra ed in quanto proprio pochi giorni prima, il 18 aprile, l'onorevole Almirante aveva tenuto a Trieste un comizio caratterizzato da toni violenti contro la minoranza Slovena della zona.

 

 

Vincenzo VINCIGUERRA, sentito sul punto da questo Ufficio, ha confermato la matrice ordinovista dell'episodio, avvenuto quando peraltro anch'egli si trovava già in Spagna (cfr. int. 16.4.1991, f.3 e 13.1.1992, f.4).

 

 

Egli comunque, in sintonia con la linea di condotta da lui scelta in relazione a molte circostanze, non ha voluto indicare responsabilità individuali, limitandosi a precisare che l'affermazione della responsabilità di Ordine Nuovo si basava su notizie direttamente apprese nel suo ambiente in un contesto di piena affidabilità.

 

 

Anche il collegamento dell'attentato con la realtà milanese indicato nel documento ha trovato piena conferma. Infatti Luigi FALICA, ordinovista di Bologna inizialmente indiziato ingiustamente per l'attentato del 27 aprile 1974 in quanto in quel periodo si trovava a Trieste per altre ragioni, ha raccontato di avere saputo, in occasione di suoi successivi contatti con l'ambiente milanese, che autori dell'attentato alla Scuola Slovena erano stati D'INTINO e VIVIRITO e cioè due delle persone presenti il mese successivo al campo di Pian del Rascino ove era stato ucciso Giancarlo Esposti (deposiz. Falica 24.2.1994, f.3).

 

 

Pur non facendo parte del gruppo La Fenice, D'Intino e Vivirito erano all'epoca in contatto a Milano con Giancarlo Rognoni oltre che con Esposti e Fumagalli e quindi facevano parte del ristretto ambiente milanese che poteva essere utilizzato in un'altra sede per un attentato del genere. L'indicazione fornita da Falica appare pienamente attendibile in quanto la presenza di D'Intino e di Vivirito è stata segnalata a Trieste il 2.5.1974 e cioè pochissimi giorni dopo l'attentato alla Scuola Slovena (cfr. vol.19, fasc.16).

 

 

Risulta così pienamente confermato quanto accennato al paragrafo A) del documento Azzi e cioè che l'attentato di Trieste era stato quasi certamente ideato e deciso a Milano da Giancarlo Rognoni e che i militanti milanesi, con l'appoggio di elementi locali, avevano materialmente portato a termine l'azione.

 

 

Non a caso, del resto, nel paragrafo I) del documento, ove sono riportate le direttive scaturite dalla riunione di Treviso del 1971, presieduta dall'On. Pino RAUTI, si legge che, per ragioni di sicurezza, gli attentati in Lombardia dovevano essere commessi da militanti non lombardi, e in occasione di ogni attentato i militanti di Milano dovevano tutti procurarsi un alibi credibile.

 

 

E' quindi del tutto ragionevole che, in ossequio a tali direttive l'attentato di Trieste, sia stato commesso da milanesi, cosi' come reciprocamente l'attentato all'Università Cattolica a Milano, avvenuto un mese dopo la riunione di Treviso, sia stato commesso dal mestrino Martino SICILIANO, il quale, come i milanesi, aveva così operato in trasferta.

 

 

Non vi sarebbe altro da aggiungere se, in occasione dell'accesso del 16.2.1991 all'archivio del SISMI di Forte Braschi, quest'Ufficio non avesse chiesto in visione il fascicolo relativo all'attentato di Trieste del 27.4.1974.

 

 

Dall'esame di tale fascicolo, poi acquisito in copia (vedi Vol. A fasc. 1) è emerso un'altra sconcertante e quasi spudorato tentativo di depistaggio ideato dal Direttore del Reparto D Generale MALETTI.

 

 

Infatti in data 2.5.1974 il Centro C.S. di Trieste aveva inviato al Capo del Reparto D una nota informativa nell'ambito della quale si segnalava che le indagini degli inquirenti in relazione all'attentato alla Scuola Slovena erano prevalentemente orientate verso gli ambienti dei gruppi extraparlamentari di estrema destra anche tenendo presente che la stessa scuola era stata oggetto nell'ottobre del 1969 di un analogo attentato di chiara marca fascista.

 

 

Nella stessa nota informativa, tuttavia, pur ricordando che il comizio tenuto dall'On. Almirante a Trieste il 18 aprile, era stato comunemente interpretato come una minaccia nei confronti della minoranza slovena di quella città, si suggeriva, affermazione già questa assai grave, che forse le responsabilità potevano essere cercate anche altrove in quanto l'attentato praticamente "era servito solo ad alimentare la propaganda antifascista" (vedi vol. A fasc.1 f.41).

 

 

Graffato a tale nota era rimasto nel fascicolo un appunto manoscritto del Generale MALETTI, vergato su carta intestata del Reparto D, e indirizzato in data 5 maggio al colonnello GENOVESI, allora capo del Raggruppamento Centri C.S. di Roma.

 

 

Tale appunto (che è riprodotto quale allegato 1 alla presente ordinanza) rappresenta, come già si è accennato,un tentativo di depistaggio quasi spudorato che va ben oltre le affermazioni contenute nella nota del Centro C.S. di Trieste e che si collega all'avversione quasi maniacale che il generale MALETTI nutriva per le forze di sinistra.

 

 

Nell'appunto, infatti, il generale MALETTI scrive che, a parte le considerazioni del Centro C.S. di Trieste, anche una sua fonte personale ( quale ? ) afferma che la responsabilità dell'attentato è da cercare a sinistra trattandosi di un gesto provocatorio, cui altri forse avrebbero fatto seguito, per creare difficoltà al Governo e screditare la destra.

 

 

Il generale MALETTI aggiunge quindi di riferire in questo senso al Capo Servizio, parafrasando la nota di Trieste e suggerendo di stilare una comunicazione in tal senso per il Ministero degli Interni.

 

 

L'appunto del generale MALETTI non richiede quasi commento. Troppo nota, anche per i non esperti di cose politiche, era la campagna condotta nella zona di Trieste contro la minoranza slovena (punteggiata da atti di teppismo e di violenza) perchè chiunque potesse in buona fede attribuire un attentato così politicamente caratterizzato ai gruppi di sinistra e cercare di indirizzare in tal senso le indagini.

 

 

Lo stesso Vincenzo VINCIGUERRA, fonte certamente non interessata, nel confermare la matrice ordinovista dell'attentato, ha osservato che "L'attentato in danno della Scuola Slovena non poteva in alcun modo essere confuso in buona fede come un episodio attribuibile alla sinistra locale" (cfr. int. 13.1.1992 f. 4).

 

 

Ci si trova quindi dinanzi ad un piccolo ma significativo tentativo di depistaggio che dimostra come, ai livelli più alti dei Servizi di Sicurezza, il perseguimento di una certa linea politica mediante attività di inquinamento fosse attuato in modo organico ogni qualvolta se ne presentasse anche la più modesta occasione. Più che di "deviazione" del Servizio sembra meglio confacersi a tali comportamenti il termine di "attività organica" dello stesso, concertata ai più alti livelli.

 

 

 

 

SULLA PARTECIPAZIONE DI UFFICIALI DEL S.I.D. E DI MILITANTI ROMANI DI ORDINE NUOVO ALLA PREPARAZIONE DELL'ATTENTATO AL TRENO TORINO-ROMA:

 

 

 

E' importante ricordare subito che l'attentato del 7.4.1973 al treno Torino-Roma, qualificato come strage (art.285 c.p.) seppur mancata dalla Corte d'Assise di Genova, è un episodio non secondario della strategia della tensione benchè sia stato quasi dimenticato grazie al fatto che l'errore tecnico commesso da Nico Azzi ha impedito che l'elenco delle vittime delle stragi si allungasse ulteriormente.

 

 

Infatti, in un momento cruciale come la primavera del 1973 in cui i giudici milanesi stavano approfondendo le indagini sul gruppo di FREDA e VENTURA, la progettata rivendicazione di sinistra dell'attentato avrebbe dato un colpo di freno al lavoro svolto dal dr. ALESSANDRINI e dal dr. D'AMBROSIO mettendo in dubbio la credibilità della "pista nera" che essi stavano giustamente seguendo e riportando l'attenzione sulla "pista rossa", in particolare sui gruppi anarchici e sui gruppi, quale il "22 ottobre" di Genova, ispirati dalle tesi, pur deliranti, di Feltrinelli.

 

 

Esattamente il G.I. di Genova, dr. Giovanni Grillo, al termine di un'istruttoria che pur non era riuscita ad andare oltre l'individuazione dei tre autori materiali della strage e del suo organizzatore, Giancarlo Rognoni, pur con uno stile un po' aulico aveva scritto: "La prospettiva d'azione era quella di creare uno stato di tensione nel Paese: e a ciò sarebbe riuscita in maniera egregia l'eccidio ferroviario che, falsamente attribuito all'opposta fazione secondo una raffinata tecnica di lotta ormai collaudata dalla storia, avrebbe sconvolto l'opinione pubblica e cagionato universale esecrazione in una intensità proporzionale all'entità del delitto senza precedenti. Lo sconquasso per la compagine statuale sarebbe stato certamente enorme, se rapportato a quello ancora vigente a distanza di anni per il minore eccidio di Piazza Fontana a Milano; la pacifica convivenza del popolo e la stessa sovranità dello Stato......ne sarebbero uscite ben scosse e la sicurezza interna messa a dura prova dallo scatenarsi di rappresaglie e dall'apparizione dei salvatori di turno che minacciano o cercano di ricorrere alla maniera forte per fornire al cittadino la restaurazione dell'ordine sconvolto".

 

 

Il Giudice Istruttore si riferiva agli esiti della perizia che aveva evidenziato come dall'attentato sarebbe conseguita una catastrofe soprattutto se l'ordigno fosse esploso in una delle tante gallerie che costellano il tratto Genova - La Spezia e al fatto che, secondo le dichiarazioni degli imputati, l'attentato sarebbe stato rivendicato a nome del gruppo di ispirazione feltrinelliana "22 ottobre" di cui alcuni aderenti erano in quel momento sotto processo dinanzi alla Corte d'Assise di Genova.

 

 

Si ricordi, e la coincidenza non può essere casuale, che proprio poche settimane prima, il 17 marzo 1973, dinanzi ai due giudici milanesi era iniziata la lunga e pur ambigua semiconfessione di GIOVANNI VENTURA il quale aveva ammesso di avere partecipato con gli altri esponenti del gruppo Freda ad alcuni degli attentati precedenti a quelli del 12 dicembre 1969 e, pur sostenendo di essersi tenuto in seguito in disparte e di avere seguito lo sviluppo degli avvenimenti solo come osservatore per conto di un servizio segreto, aveva comunque fornito importanti spunti investigativi per risalire alla responsabilità della cellula di Padova anche per gli attentati più gravi.

 

 

Se Giovanni Ventura fosse definitivamente crollato sotto l'incalzare dell'attività investigativa degli inquirenti, come si temeva negli ambienti di Ordine Nuovo e del S.I.D. del generale Maletti (che avevano offerto a Ventura una facile evasione dal carcere di Monza da questi rifiutata), certamente l'intera operazione del 12 dicembre 1969 sarebbe venuta alla luce e l'intero castello sarebbe franato consentendo di risalire anche alle più alte responsabilità.

 

 

Per queste ragioni i retroscena dell'attentato del 7 aprile 1973 accennati nel documento Azzi sono di eccezionale rilievo poichè giustamente inquadrano l'attentato non come un'iniziativa di un manipolo di fanatici, ma come un vero e proprio piano articolato, collegato al depistamento delle indagini su Piazza Fontana e ordito anche da elementi del S.I.D. e da elementi romani della Direzione di Ordine Nuovo che avrebbero partecipato alle riunioni preparatorie tenutesi a Milano.

 

 

I riferimenti che i paragrafi C) ed E) del documento AZZI contengono in relazione alle fasi preparatorie dell'attentato del 7 aprile 1973 sono sostanzialmente tutti di grande importanza sotto il profilo della non occasionalità e della portata strategica dell'operazione.

 

 

Il primo riferimento riguarda due riunioni che si sarebbero tenute una a Lione e una a Parigi il 27 febbraio, poche settimane prima dell'attentato .

 

 

Nella riunione di Lione, che appare essere stata di carattere generale, sarebbero stati discussi i criteri con cui dovevano essere scelti i militanti incaricati di compiere gli attentati ( paragrafo E ) e sarebbero stati presenti, in qualità di istruttore ex elementi dell' O.A.S..

 

 

Alla riunione di Parigi del 27 febbraio (cui avrebbero partecipato ROGNONI AZZI e DE MIN), più prossima all'attentato e di carattere più specifico, sarebbe poi emersa la scelta di compiere attentati ai treni al fine di determinare una tensione interna con ripercussioni anche internazionali.

 

 

Dagli accertamenti esperiti tramite la Digos di Milano (cfr. vol. 8, fasc. 1, f. 132) è emerso che effettivamente fra l'1 e il 2 aprile 1972 si era tenuta a Lione una riunione organizzata dal NUOVO ORDINE EUROPEO, di cui era segretario lo svizzero Gaston AMAUDRUZ (il rappresentante per l'Italia era l'On. Pino RAUTI, nota cit. pag. 199) con la presenza di esponenti dei vari gruppi di Ordine Nuovo francesi, italiani, spagnoli, inglesi e tedeschi.

 

 

A tale riunione erano stati invitati anche i camerati del circolo DRIEU LA ROCHELLE di Tivoli animato dal prof. Paolo SIGNORELLI, i quali tuttavia non avevano potuto partecipare personalmente e si erano limitati ad inviare una comunicazione scritta (cfr. dep. Sergio CALORE al P.M. di Milano 3.2.1987 f.6 vol. 10, fasc.1).

 

 

Anche Giancarlo Rognoni era del resto in contatto con Gaston AMAUDRUZ. I due, infatti, si erano incontrati anche a Losanna quando Rognoni era ormai latitante dopo l'attentato al treno e prima che egli proseguisse la sua fuga in Spagna (cfr. dep. Pietro Benvenuto al G.I. di Bologna, 26.2.1986, vol. 10, fasc. 6, f. 82).

 

 

E' quindi assai probabile che Giancarlo Rognoni abbia partecipato personalmente al convegno di Lione o vi abbia mandato qualche suo inviato e che in tale sede il suo gruppo abbia partecipato alla discussione sulla strategia del programma terroristico che stava per iniziare.

 

 

Il carattere decisamente radicale del convegno (durante il quale era stato approvato un documento in cui si richiedeva la liberazione del gerarca nazista Rudolf Hess) fa ritenere del resto del tutto probabile che, a margine dello stesso, siano state discusse le modalità con cui compiere attentati ed i criteri di scelta delle persone cui dovevano essere affidati.

 

 

Della riunione di Parigi del 27 febbraio non vi è traccia ufficiale ma è probabile che, visto il taglio più specificamente operativo della riunione stessa in cui sarebbe stato deciso di compiere attentati ai treni, l'incontro abbia avuto carattere più ristretto e certo non pubblico. Del resto la presenza di Nico AZZI a Parigi, al fine di stringere una alleanza operativa con i camerati francesi è stata segnalata anche da Marco AFFATIGATO (cfr. dep. 29.4.1992 f. 2 - 3).

 

 

Il secondo riferimento alle fasi preparatorie dell'attentato al treno Torino - Roma probabilmente riguarda una riunione che sarebbe avvenuta a Milano dopo l'incontro di Parigi del 27 febbraio e quindi in un momento assai prossimo alla fase operativa. A tale riunione avrebbero partecipato Nico AZZI, Giancarlo ROGNONI, Cesare FERRI (protagonista in quei giorni dell'attentato alla sede del P.S.I. di Crescenzago avvenuto il 1° marzo 1973) e due persone che AZZI avrebbe definito al suo interlocutore "molto importanti" in quanto facenti parte del SID.

 

 

L'affermazione può apparire sin troppo inquietante, ma diventa subito più ragionevole se si pone l'attenzione alle complessive risultanze istruttorie e alle dichiarazioni di Vincenzo VINCIGUERRA, sia quelle iniziali sia quelle più recenti, che ha indicato Ordine Nuovo come una struttura completamente controllata negli anni '70 dai Servizi di Sicurezza sotto il profilo delle coperture, del "controllo senza repressione" e anche della collusione operativa.

 

 

Del resto lo scenario che emerge da questa e dalle precedenti istruttorie, è effettivamente quello di una organizzazione "sotto tutela" dai suoi più alti vertici sino ai semplici militanti delle varie cellule.

 

 

L'On. Pino RAUTI, dirigente ideologico di Ordine Nuovo, sin dagli anni '60, aveva importanti legami con ambienti militari (cfr. sul punto fra gli altri GUBBINI, dep. 24.1.1994 f.1.).

 

 

A Padova Giovanni VENTURA era, sin dagli anni precedenti la strage di Piazza FONTANA, in contatto con il S.I.D. e la fuga di POZZAN in Spagna, come quella di GIANNETTINI (elemento di collegamento fra la cellula di Padova e il S.I.D.) era stata direttamente portata a termine da uomini del Servizio accompagnandolo a Madrid con documenti falsi appositamente preparati.

 

 

A Venezia, Delfo ZORZI era certamente in contatto anche con il Ministero dell'Interno e con l'Ufficio Affari Riservati (cfr. int. Vinciguerra 3.3.1992, ff. 2 - 3) mentre Carlo DIGILIO, come ampiamente si vedrà, controllava addirittura i gruppi di Padova e di Venezia per conto di Servizi Segreti stranieri che, a quanto sembra, nulla hanno fatto per impedire le attività eversive in preparazione di cui pur erano stati debitamente messi al corrente dal loro informatore.

 

 

Sempre a Padova, il Centro C.S., nei primi anni '70, disponeva di un altro stabile informatore all'interno di Ordine Nuovo, e cioè Gianni CASALINI che aveva il nome in codice TURCO (fonte "opportunamente" chiusa dal generale MALETTI allorchè CASALINI rischiava di diventare un teste d'accusa contro il gruppo FREDA) e a Venezia, nella seconda metà degli anni '70, il Centro C.S. della città aveva anch'esso nel gruppo di O.N. uno stabile informatore, Giampietro MONTAVOCI dal nome in codice MAMBO (cfr. vol.30, fasc.9).

 

 

Dalle testimonianze del cap. LABRUNA è poi emerso che, mentre erano in corso nel 1973 le indagini dei giudici milanesi sul gruppo di FREDA e VENTURA, il generale Maletti, tramite lo stesso LABRUNA, era in contatto con Massimiliano FACHINI e cioè il "superstite" del gruppo FREDA (cfr. dep. LABRUNA ai G.I. di Milano e Bologna in data 9.10.1992).

 

 

Le collusioni e le sintonie fra le due strutture non si fermano a Padova e Venezia.

 

 

La fuga di Augusto CAUCHI, ordinovista toscano coinvolto in numerosi attentati e rimasto latitante in Spagna e Argentina sino al 1993, era stata possibile prima grazie all'aiuto di un maresciallo dei CC. di Arezzo e poi addirittura grazie al Capocentro del S.I.D. di Firenze, colonnello Federico MANNUCCI BENINCASA, il quale aveva omesso di avvertire la Polizia Giudiziaria del luogo ove CAUCHI poteva essere rintracciato a Milano prima che questi riparasse all'estero (cfr. requisitoria del P.M. di Bologna nell'istruttoria bis sulla strage dell'Italicus pagg. 12 e 61).

 

 

Del resto Vincenzo VINCIGUERRA ha raccontato episodi e progetti non meno inquietanti sul piano operativo quali la collocazione da parte di Cesare FERRI di esplosivo in una cabina elettrica insieme ad un Capitano dei carabinieri (vedi int. 16.4.1991 f.2; l'episodio è stato confermato nell'intervista rilasciata all'Espresso da Stefano DELLE CHIAIE in data 26.12.1982 vedi vol.11 fasc. 6 f. 29) e l'organizzazione di attacchi simulati da parte degli uomini del MAR alle caserme dei carabinieri in Valtellina.

 

 

In occasione di tali attacchi, i militari, pur reagendo al fuoco, avrebbero dovuto sparare senza colpire nessuno al fine di non smascherare i responsabili dell'azione e non far venir meno l'effetto destabilizzante e la risposta autoritaria cui era finalizzato tale progetto (cfr. int. Vinciguerra 6.6.1991 f. 1).

 

 

Il quadro del reciproco aiuto e delle sintonie operative negli anni '70 fra Ordine Nuovo e Apparati dello Stato (meglio dovrebbe dirsi degli Stati del Patto Atlantico vista l'infiltrazione e il controllo operato da Servizi stranieri su O.N. tramite Carlo DIGILIO), in nome dei comuni valori della difesa della civiltà occidentale dal comunismo, è quindi un quadro organico e dall'intera istruttoria emerge, come si vedrà, che anche il gruppo La Fenice non ne era certo escluso.

 

 

In merito ai rapporti fra il gruppo milanese e il S.I.D. è stata acquisita una specifica testimonianza che conferma la piena attendibilità di quanto accennato nel documento AZZI.

 

 

Infatti Graziano GUBBINI, molto legato in carcere al milanese Fabrizio ZANI, aveva appreso da questi alcune confidenze di Nico AZZI secondo cui il gruppo LA FENICE era legato al S.I.D. e ad alcuni degli attentati commessi da AZZI e dal suo gruppo era presente personalmente un ufficiale dei Carabinieri (cfr. dep. GUBBINI A.G. di Milano e Bologna 24.1.1994).

 

 

AZZI non aveva specificato a ZANI se ciò fosse accaduto anche in occasione dell'attentato al treno, ma ZANI aveva espresso comunque a GUBBINI il timore che AZZI se messo alle strette, si risolvesse a parlare rendendo così noti all'A.G. retroscena di enorme gravità che sinora nelle varie istruttorie non erano mai emerse.

 

 

Sia il quadro complessivo dell'istruttoria che ha focalizzato le complicità di cui godeva Ordine Nuovo sia tale specifica testimonianza rendono quindi del tutto attendibile l'intervento di soggetti legati al S.I.D. nelle fasi preparatorie dell'attentato del 7 aprile 1973.

 

 

Ovviamente non è possibile sapere se si trattasse di militari in servizio presso il S.I.D. o di collaboratori di tale struttura (quale era il giornalista Guido GIANNETTINI incaricato dal S.I.D. di mantenere i contatti con la cellula di Padova) ma è certo che la progettazione di un episodio come quello del 7 aprile 1973 non poteva non interessare i settori più inquinati del S.I.D. dell'epoca proprio per le finalità che tale attentato si prefiggeva e che sono state poc'anzi esposte.

 

 

Infatti, come ha ricordato anche Sergio CALORE (cfr. int. al P.M. di Milano in data 3.2.1987, vol. 10, fasc. 1, f. 4), l'attentato al treno Torino-Roma doveva depistare le indagini condatte dai giudici di Milano sulla strage di Piazza Fontana e metterli in difficoltà quanto meno dinanzi all'opinione pubblica, far tornare la pressione delle autorità di Polizia e dell'A.G. sui gruppi legati alle ideologie di Feltrinelli in quanto sicuri responsabili di una strage, venire concretamente in aiuto dei detenuti del gruppo FREDA ed impedire sopratutto un completo cedimento di Giovanni VENTURA.

 

 

Tutti questi obiettivi erano in perfetta sintonia con la linea del S.I.D. in quei mesi che aveva appena procurato l'espatrio di Marco POZZAN e Guido GIANNETTINI e stava preparando, proprio all'inizio del 1973, il progetto di evasione di Giovanni VENTURA, "favore" che peraltro questi avrebbe poi rifiutato forse nel timore di essere successivamente eliminato.

 

 

Sul piano politico generale i frutti della strage sul treno del 7 aprile 1973 sarebbero stati inoltre raccolti in occasione della grande manifestazione della Maggioranza Silenziosa a Milano già fissata per il 12.4.1973, quando, dopo la strage "rossa", la piazza di destra avrebbe chiesto con forza una risposta autoritaria e la proclamazione dello stato di emergenza contro la sovversione.

 

 

Tale programma era poi miseramente fallito grazie all'errore tecnico di Nico AZZI e al suo arresto in flagranza che non lasciava dubbi sulla paternità dell'attentato.

 

 

Il terzo riferimento relativo alla fase preparatoria dell'attentato riguarda le ore appena precedenti lo stesso e cioè la riunione svoltasi alla birreria tedesca Wienervald nei pressi della galleria Vittorio Emanuele la sera del 6.4.1973.

 

 

Secondo il paragrafo C) del documento, i timers (più esattamente i detonatori) da usarsi nell'attentato provenivano dalla caserma di Casale Monferrato ed i particolari dell'azione del 7 aprile erano stati discussi alla Birreria tedesca nei pressi della galleria Vittorio emanuele, presenti ROGNONI, AZZI, DE MIN, MARZORATI, la moglie di ROGNONI, una ragazza legata a Nico AZZI ed altre tre persone venute da Roma di cui l'interlocutore di AZZI non era riuscito a conoscere i nomi, e sperava di venirne a conoscenza nel corso di un secondo incontro con la fonte che però evidentemente non ha avuto luogo.

 

 

Infatti il redattore dell'appunto nel paragrafo C) ha posto fra parentesi, facendo capire così che si tratta di una sua nota, le seguenti parole: "non si è ancora arrivati a conoscerne i nomi ma si spera di conoscerli presto".

 

 

La riunione del 6 aprile 1973 e la sua connessione con la messa a punto degli ultimi dettagli del piano che sarebbe scattato la mattina dopo sono due circostanze storicamente certe. Alla luce degli atti dell'istruttoria di Genova, per ammissione di quasi tutti gli imputati e testimoni erano presenti quella sera i quattro esponenti de LA FENICE poi condannati (fra cui Mauro MARZORATI che si era recato all'incontro con la borsa già contenente l'esplosivo, cfr. int. A.G. di Milano 22.7.1992 f.3), Piero BATTISTON, Mauro MELI la moglie di ROGNONI Anna CAVAGNOLI, Cinzia DI LORENZO, forse qualche altra ragazza del gruppo e certamente qualche altra persona.

 

 

Durante la cena i milanesi che dovevano agire la mattina dopo si erano, almeno "ufficialmente" appartati (ma è possibile che si tratti di una versione edulcorata al fine di non aggravare la posizione degli altri presenti) per prendere gli ultimi accordi.

 

 

Alcuni imputati e testimoni (cfr. dep. Piero BATTISTON al G.I. di Genova 26.5.1973, vol.7, fasc.1, f.20; Francesco DE MIN al G.I. di Milano int. 11.11.1991, f.2) hanno infatti ammesso che erano presenti "altre persone", ma nessuno per evidenti ragioni di reticenza e di solidarietà ha voluto o potuto indicarne i nomi e la provenienza.

 

 

Dal tenore complessivo delle dichiarazioni, sembra però di comprendere che gli "altri presenti", oltre Mauro MELI, fossero effettivamente meno conosciuti almeno da alcuni dei milanesi e provenissero quindi da altre città .

 

 

E' del tutto verosimile, proprio in ragione di tali reticenze, che gli altri presenti fossero dirigenti romani di Ordine Nuovo venuti appositamente a Milano con un compito di supervisione dell'importante operazione che sarebbe scattata l'indomani.

 

 

Il pensiero corre immediatamente alle dichiarazioni di Sergio CALORE il quale ha affermato di aver saputo da AZZI che alla riunione in Birreria, fra i non milanesi, oltre a Mauro MELI era presente il prof. Paolo SIGNORELLI (cfr. int. Calore al P.M. di Milano 3.2.1987 f.5).

 

 

L'affermazione di Nico AZZI è in perfetta sintonia con la testimonianza di Giorgio MUGGIANI il quale ha dichiarato di aver ricevuto da Cristina MERICO la confidenza che "SIGNORELLI veniva a Milano prima di ogni attentato" (cfr. dep. MUGGIANI 23.4.1991 f.1).

 

 

Assai significativamente del resto il prof. SIGNORELLI era presente, anche per sua stessa ammissione (cfr. int. 13.10.1994, f.2) in qualità di relatore, al convegno del Centro Studi Europa tenutosi poche settimane prima a Genova e a margine del quale Azzi, Marzorati e De Min avevano acquistato presso un grande magazzino COIN del centro di Genova, la sveglia che sarebbe servita per attivare il congegno confezionato per l'attentato del 7.4.1973 (cfr. dep. Pietro BENVENUTO, ordinovista di Genova e aderente al C.S.E., al G.I. di Bologna, 26.2.1986, vol.10, fasc.6, f.79).

 

 

Sempre secondo la testimonianza di Piero BENVENUTO del resto al termine del convegno, SIGNORELLI, ROGNONI e gli altri milanesi si erano allontanati insieme per andare a cenare, circostanza questa che evidenzia la familiarità dei rapporti fra l'"ideologo" romano e i componenti il gruppo LA FENICE (cfr. dep. BENVENUTO sempre al G.I. di Bologna 17.3.1986 vol.10, fasc.6, f.16).

 

 

La presenza di uno o più "supervisori" appartenenti alla struttura centrale di Roma è del resto del tutto logica in una organizzazione strutturata in modo gerarchico come Ordine Nuovo ed è del tutto ragionevole che fra di essi vi fosse il prof. SIGNORELLI, il quale anche in ragione del suo riconosciuto carisma, era la persona più idonea a dare ai milanesi l'approvazione politica dell'attentato che essi si accingevano a compiere.

 

 

Infatti Vincenzo VINCIGUERRA, profondo conoscitore dei meccanismi interni a Ordine Nuovo, organizzazione in cui aveva militato sin da giovanissimo, in merito all'attentato al treno del 7.4.1973 ha sottolineato che "un episodio del genere si colloca in una strategia tesa a provocare la proclamazione dello stato di emergenza da parte di coloro che già detenevano il potere e che non potevano restare indifferenti dinanzi al clima di insicurezza e di paura che attentati come questi provocavano nella popolazione. E' questa la logica di tutte le stragi e del terrorismo in genere" e sopratutto ha aggiunto che "sulla base della mia esperienza, posso affermare che attentati di portata strategica, capaci di avere pesantissime ripercussioni sul piano politico e su quello dell'ordine pubblico non potevano essere decisi da un semplice capogruppo locale come all'epoca era ROGNONI “(cfr. int. VINCIGUERRA, 16.4.1991 f.3).

 

 

E' il superiore gerarchico di ROGNONI, capogruppo locale per Milano, era, per ammissione dello stesso ROGNONI (cfr. int. al G.I. di Bologna, 21.10.1985, vol.10, fasc.6, f.60) appunto il prof. Paolo SIGNORELLI.

 

 

Anche Marco AFFATIGATO, del resto, durante la comune latitanza a Londra con Clemente GRAZIANI (uno dei capi di Ordine Nuovo e quindi fonte estremamente attendibile), aveva appreso da questi che "l'attentato al treno vicino a Genova a seguito del quale era stato arrestato Azzi faceva parte della strategia di Signorelli in quanto quest’ultimo era un superiore gerachico di Giancarlo Rognoni“ (cfr. dep. Affatigato, 29.4.1992 f.3).

 

 

Secondo AFFATIGATO, Clemente GRAZIANI, il quale era stato uno dei pochi capi di Ordine Nuovo a dissociarsi decisamente dalla strategia delle stragi (di cui lo stesso Graziani individuava FREDA come iniziatore e SIGNORELLI come continuatore), si era espresso in tal senso sulla base di cognizioni concrete di cui disponeva che tuttavia non aveva voluto approfondire con il suo interlocutore.

 

 

Anche Edgardo BONAZZI ha riferito inoltre di aver appreso in carcere da Nico AZZI che SIGNORELLI (come elemento sovraordinato a Giancarlo ROGNONI e con il quale frequentemente egli si incontrava) era sicuramente informato del progetto dell'attentato al treno (cfr. dep. Bonazzi 15.3.1994 f.3).

 

 

Anche in relazione alla riunione tenuta la sera del 6.4.1973 alla Birreria Wienervald, le notizie contenute nel documento AZZI risultano quindi pienamente attendibili alla luce delle complessive risultanze istruttorie, risultanze che lambiscono o piuttosto toccano il prof. Paolo SIGNORELLI in merito ad una sua corresponsabilità nell'ideazione e nell'approvazione della mancata strage sul treno Torino - Roma.

 

 

 

SULLA CASSETTA CON ESPLOSIVO RINVENUTA SULL'APPENNINO LIGURE APRILE 1973, LA PROVOCAZIONE IN DANNO DI FELTRINELLI E I TIMERS DI PIAZZA FONTANA:

 

 

 

Nel paragrafo B) del documento Azzi, si legge che egli sarebbe stato invitato dal "Colonnello" (uno dei militari con cui il gruppo era in contatto) ad accettare un trasferimento a Casale Monferrato, (la caserma da cui provenivano anche i detonatori), al fine di entrare in contatto in quella zona con elementi proletari che potessero servire a conoscere esattamente certe "locazioni" vicine a Feltrinelli.

 

 

Nelle righe successive del paragrafo B) e al paragrafo C) si parla poi della "cassetta", indicata fra virgolette e sottolineata nel documento certamente per l'importanza dell'argomento.

 

 

Tale "cassetta" sarebbe stata preparata dal "Colonnello" a La Spezia con materiale da lui fornito e la decisione di farla ritrovare era stata comunicata ad Azzi da Giancarlo Rognoni il quale lo aveva poi inviato dal "Colonnello".

 

 

In un primo momento il gruppo pensava di far ritrovare, insieme alla famosa "cassetta", i tagliandi delle borse collegate alla strage di piazza Fontana, ma poi il progetto era stato accantonato poichè sarebbe stato esagerato.

 

 

I "tagliandi" sarebbero stati consegnati a Rognoni e sarebbero attualmente nelle mani di Ferri : così si legge nel paragrafo C) del documento.

 

 

Si tratta della cassetta trovata sull'appennino ligure subito dopo l'attentato fallito di Azzi (paragrafo B). Questi sono i dati riportati nel documento relativamente ai due episodi ed è opportuno subito segnalare che le due vicende - il progetto relativo ad una "locazione" di Feltrinelli e quello di far rinvenire i "tagliandi" insieme alla "cassetta" - sono di estrema importanza in quanto entrambe riguardano la disponibilità dei timers da parte del gruppo milanese in un momento successivo alla strage di piazza Fontana ed entrambe si ricollegano quindi a circostanze che erano già emerse nel corso dei dibattimenti a carico di FREDA, VENTURA, FACHINI e DELLE CHIAIE, ma che purtroppo erano state sottovalutate o non credute e che trovano invece in questo documento, risalente al 1974, e nei riscontri operati da quest'Ufficio, una sorprendente anche se forse tardiva conferma.

 

 

Con le vicende concernenti la progettata provocazione in danno di Feltrinelli e la disponibilità dei timers dopo la strage, da parte di uomini legati alla cellula veneta, si entra effettivamente nel cuore degli elementi decisivi che erano stati posti a carico del gruppo veneto e che purtroppo, per mancanza in passato di altri riscontri, non erano stati correttamente valorizzati.

 

 

Esaminiamo separatamente le due questioni che sono comunque collegate sul piano logico e temporale.

 

 

Sin dai primi interrogatori, resi dopo la loro scelta di collaborazione, IZZO e CALORE (vedi rispettivamente int. al PM di Firenze, 18.1.1984, vol. 10, fasc. 2, f. 21 e al PM di Milano, 3.2.1987, vol. 10. fasc. 1, f.4) avevano parlato del progetto del gruppo La Fenice, d'intesa con Massimiliano Fachini all'epoca ancora libero, di collocare parte dei timers usati il 12.12.1969 in una villa di proprietà di Giangiacomo Feltrinelli al fine di farli ritrovare dai Carabinieri e di riportare quindi le indagini e orientare nuovamente l'opinione pubblica sulla "pista rossa" per la strage di Piazza Fontana.

 

 

Sergio Calore aveva appreso di questo progetto - che era poi stato abbandonato per circostanze inprecisate - direttamente da Nico Azzi, mentre Angelo Izzo ne aveva avuto notizia, sempre in carcere, da Edgardo Bonazzi il quale lo aveva appreso anch'egli da Nico Azzi.

 

 

Tale episodio - confermato anche nel corso della presente istruttoria (cfr. int. Izzo, 22.1.1991, f.2 e Calore, int. 15.2.1991 f.2) - costituisce la prova decisiva del fatto che il gruppo veneto di O.N. disponesse dei timers ancora dopo gli attentati e costituisce quindi la prova della falsità della tesi difensiva di Franco Freda secondo cui egli li aveva sì acquistati prima della strage, ma solo per consegnarli ad un fantomatico cap. HAMID dei Servizi Segreti algerini.

 

 

Il pur sintetico accenno contenuto nel paragrafo B) del documento si riferisce certamente a tale progetto. Infatti con l'espressione "locazioni" (dovuta all'italiano piuttosto difficoltoso con cui si esprime il redattore del documento che aveva dovuto rapidamente appuntare quanto gli veniva confidato, senza essere prima bene a conoscenza di tali argomenti), ci si riferisce certamente ad una proprietà, un terreno o una villa di cui disponeva all'epoca la famiglia di Giangiacomo Feltrinelli a Casale Monferrato.

 

 

Con il trasferimento in tale località Nico Azzi avrebbe potuto, con una certa facilità, sfruttando rapporti amichevoli che egli poteva allacciare anche con ambienti di sinistra in una zona ove non era conosciuto, entrare in possesso di notizie che potevano rendere più agevole l'esecuzione del progetto.

 

 

L'indicazione Casale Monferrato contenuta nel documento è del tutto pertinente. Infatti, come risulta dal rapporto della DIGOS di Milano in data 25.7.1994 la famiglia di Giangiacomo Feltrinelli (morto nel marzo del 1972 a Segrate) era proprietaria all'epoca a Villadeati nel Monferrato, in provincia di Alessandria, di un castello con annessi vasti terreni e probabilmente disponeva di un'altra costruzione simile a Odalengo Grande, sempre nel Monferrato (vedi vol. 8, fasc. 1, f.360/2). Ma vi è di più.

 

 

Edgardo BONAZZI, iscritto al M.S.I. di Parma nonchè condannato per l'omicidio avvenuto nel 1972 del giovane di sinistra Mariano Lupo e a lungo detenuto con Nico Azzi e molti altri elementi di destra, aveva assunto, nel corso delle istruttorie precedenti, un atteggiamento di chiusura totale, rifiutandosi di confermare le numerose notizie di cui, secondo Calore ed Izzo, egli era in possesso.

 

 

Nel corso della presente istruttoria, egli si è infine risolto a rivelare molte delle circostanze che aveva appreso in carcere, essendosi reso conto delle strumentalizazzioni e degli inquinamenti cui gli esponenti di O.N. si erano prestati e del conseguente venir meno nei loro confronti, proprio per questa ragione,dei doveri di solidarietà militante ed ideologica.

 

 

In data 15.3.1992, Edgardo Bonazzi, dopo aver riferito di aver appreso da Nico Azzi che il gruppo La Fenice era in contatto con i Servizi, ha raccontato: "Nico AZZI mi disse anche che alla fase operativa dell'attentato al treno Torino-Roma era presente anche un altro militante che era riuscito a rimanere al di fuori dalle indagini. Certamente il significato dell'attentato era far ricadere la responsabilità dell'attentato sui gruppi di sinistra. Mi accennò ad una cassetta con esplosivo che doveva essere fatta ritrovare a tal fine, ma in merito non sono in grado di ricordare altro.

 

 

Ricordo invece con maggiore precisione il progetto di cui mi parlò AZZI di far mettere per poi far ritrovare in una villa di proprietà di Feltrinelli gli stessi timers che erano stato usati dal gruppo veneto di FREDA per gli attentati del 12.12.1969. Ovviamente anche questa era un'attività di provocazione nei confronti della sinistra perchè avrebbe creato una pista di sinistra nelle indagini per la strage di Piazza Fontana. Questo progetto, come mi disse AZZI, fallì all'ultimo momento a causa di una perquisizione o di un altro inconveniente che ne rese impossibile l'esecuzione. Questa confidenza di AZZI risale al 1974 o 1975 e cioè quando eravamo a Volterra o a Campobasso dove essendo isolati, parlavamo molto.

 

 

Ricordo che di questo progetto AZZI parlò anche con GIANNETTINI A Nuoro. Ricordo che in seguito, nel 1978, parlai di questa confidenza di AZZI ad Angelo IZZO che credo l'abbia riferita all'Autorità Giudiziaria. Sempre con riferimento ai timers, posso aggiungere che CONCUTELLI, con cui non subito ma a partire dalla fine del 1980 ho avuto un buon rapporto anche sul piano umano, mi disse che FREDA, in carcere a Trani alla fine del 1978, gli aveva proposto di farlo passare per il Capitano HAMID al fine di sgravarsi della responsabilità della detenzione dei timers.

 

 

CONCUTELLI aveva rifiutato tale proposta anche perchè avrebbe screditato la sua figura politica di combattente rivoluzionario a cui teneva molto. CONCUTELLI mi disse che proprio dinanzi a questa proposta si era convinto della colpevolezza del gruppo FREDA e aveva allentato i rapporti con FREDA stesso che inizialmente erano stati buoni".

 

 

Edgardo BONAZZI è stato anche in grado di spiegare in modo assai convincente la ragione delle confidenze che Azzi aveva fatto a lui e ad altri detenuti di destra nel corso delle comuni detenzioni a Volterra, Campobasso, all'Asinara e a Nuoro a partire dal 1976.

 

 

Infatti, secondo il testimone, "Azzi era abbastanza portato a confidarsi sopratutto perchè in questo modo voleva recuperare la sua immagine di militante determinato e con grossa esperienza, nonostante la chiamata in correità che aveva fatto a Rognoni dopo il fallito attentato sul treno. Giustificava questo suo ultimo comportamento con il fatto che comunque Rognoni aveva abbandonato al loro destino De Min e Marzorati lasciandoli arrestare." (cfr. dep. cit. f.2).

 

 

In sostanza Nico Azzi, che pur aveva chiamato in correità solo Rognoni non rivelando dopo l'arresto le altre responsabilità a livello più alto, proprio ricordando ai camerati le notevoli capacità operative e strategiche di cui aveva dato prova in passato egli stesso ed il suo gruppo, intendeva in tal modo essere nuovamente accettato senza diffidenze nell'ambiente dei detenuti della destra eversiva.

 

 

L'indicazione contenuta nel documento circa il progetto in danno di Giangiacomo Feltrinelli, espressa in tempi non sospetti e di molto precedenti la collaborazione di Calore ed Izzo, e la conferma acquisita tramite la testimonianza di Edgardo Bonazzi, sono quindi la prova conclusiva della verità di quanto avevano ribadito anche in aula i due pentiti e cioè il fatto che il gruppo veneto di O.N. disponesse, dei timers, dopo la strage, timers consegnati poi in parte ai milanesi per attuare il loro progetto a Casale Monferrato.

 

 

Tale prova, sul piano logico/indiziario sarebbe stata certamente idonea, se Izzo e Calore fossero stati giustamente valorizzati dalla Corte, a pervenire, unitamente agli altri elementi di accusa, all'affermazione della responsabilità del gruppo veneto e di A.N. per l'operazione del 12 dicembre 1969, quantomeno nell'ultimo dibattimento che vedeva quali imputati Fachini e Delle Chiaie ed aveva visto in aula le testimonianze di Izzo e Calore purtroppo ed inspiegabilmente non creduti.

 

 

Passiamo ad esaminare e ricostruire il secondo episodio, strettamente connesso al primo.

 

 

Il fallito tentativo in danno di Feltrinelli che doveva essere effettuato nel Monferrato è probabilmente collocabile dopo la morte dell'editore e quindi nella seconda metà del 1972, in quanto dopo la morte violenta di Feltrinelli sul traliccio di Segrate, il rinvenimento dei timers in una sua proprietà avrebbe avuto la massima risonanza e sarebbe stato più credibile.

 

 

Venuto meno questo progetto il gruppo milanese aveva ideato un secondo tentativo di depistaggio. Gli stessi timers sarebbero stati collocati insieme ad una cassetta contenente esplosivo in una località dell'Appennino Ligure e tale materiale sarebbe stato fatto ritrovare subito dopo l'attentato del 7.4.1973.

 

 

Poichè tale attentato, tramite le telefonate di rivendicazione, sarebbe stato attribuito ai gruppi più incontrollati dell'estrema sinistra (in particolare l'area vicina al gruppo XXII ottobre ed ai G.A.P. di Genova, già legati a Feltrinelli), tale rinvenimento avrebbe moltiplicato la sensazione di un piano terroristico globale dell'estrema sinistra ed avrebbe ottenuto proprio l'effetto voluto dai militanti de La Fenice.

 

 

Il progetto era stato poi abbandonato perchè ritenuto troppo rischioso (cfr. paragrafo C) del documento).

 

 

La "cassetta", pur senza i timers, era stata comunque ritrovata sull'Appennino Ligure (cfr. paragrafo B) del documento). Si osservi che nel paragrafo C) del documento, con un termine inpreciso,si parla dei "tagliandi" di Piazza Fontana. Si tratta appunto di una imprecisione poichè con il termine tagliandi o tagliandini che compare nella verbalizzazione anche di alcuni atti istruttori non recenti (cfr. int. Izzo al P.M. di Firenze, 6.1.1984, f.2, vol. 10, fasc. 2; int. Sergio Latini sempre al P.M. di Firenze, 3.1.1984, f.5, vol.8, fasc.1, f.117) si intende fare sicuramente riferimento al quadrante o mascherina segnatempo applicata sui timers utilizzati il 12.12.1969. Tale quadrante si era staccato dal timer che si trovava insieme all'esplosivo nella borsa che conteneva l'ordigno deposto alla BNL di Milano, ordigno che non era esploso. Rimasto sul fondo della borsa al momento del primo convulso intervento, il quadrante era così sfuggito all'improvvida distruzione di tutto l'ordigno che era stato fatto brillare dagli artificieri della Questura di Milano cancellando così una importante prova materiale. Grazie al quadrante era stato possibile tuttavia risalire alla ditta di Bologna che commercializzava tali timers muniti di quadrante e provare che l'acquisto era stato effettuato alcuni mesi prima da Franco Freda. Anche in relazione alla "cassetta" i riscontri effettuati sull'episodio riferito nel documento hanno avuto esito eccezionalmente positivo. Infatti Edgardo Bonazzi nella testimonianza che poc'anzi si è riportata (cfr. f. 3) ha confermato che Nico Azzi gli aveva accennato ad una "cassetta" con esplosivo che doveva essere fatta ritrovare dopo l'attentato al treno per contribuirne a far ricadere la responsabilità sui gruppi di estrema sinistra.

 

 

 

Ma non è stato solo acquisito un riscontro testimoniale. Infatti è stato possibile accertare che la famosa "cassetta" era stata effettivamente ed ugualmente ritrovata sull'Appennino Ligure nell'aprile del 1973 e nonostante fossero trascorsi pochi giorni dall'attentato di Nico Azzi, avvenuto in una zona non distante, la proprietà dell'esplosivo era stata attribuita dalla Polizia ai gruppi già vicini a Feltrinelli!

 

 

La "cassetta"era stata infatti rinvenuta in data 21 aprile 1973 in un casolare abbandonato in località Riolo di Mezzo, sull'Appenino Ligure nell'entroterra genovese (vedi nota DIGOS Milano in data 29.3.1991 ed allegati, vol. 8, fasc.1, ff. 2 e seguenti).

 

 

In realtà la cassetta ed il suo contenuto erano stati scoperti alcuni giorni prima.

 

 

Un giovane di Venezia, Roberto Vergombello si trovava nell'aprile del 1973 ospite per una breve vacanza di un amico di Genova, Ettore Tagliavini. Insieme a questi aveva fatto una gita in motocicletta visitando alcuni villaggi abbandonati dell'entroterra Ligure raggiungibili solo per strade sterrate. In un casolare abbandonato i due avevano notato la cassetta di legno contenente i candelotti di dinamite che il Vergombello aveva subito riconosciuto come tali e maneggiato con attenzione avendo da poco terminato il servizio militare presso il Battaglione "Lagunari" di Venezia.

 

 

Al momento tuttavia i due amici non avevano pensato di denunziare quanto scoperto alla polizia. Alcuni giorni dopo il rientro a Venezia, Vergombello aveva letto sui giornali dell'uccisione dell'Agente Marino a Milano ed aveva mentalmente associato i due fatti (raramente una intuizione si è dimostrata in seguito così pertinente) ed aveva deciso di informare la polizia di quanto scoperto recandosi presso la Questura di Venezia (cfr. verbale s.i.t. Vergombello, in questa istruttoria, 21.3.1994 vol. 8, fasc.1, f.85/7).

 

 

La Questura di Venezia, che all'epoca aveva raccolto la segnalazione di Vergombello pur senza redigere uno specifico verbale, aveva avvisato la Questura di Genova, e personale dell'Ufficio Politico di tale Questura aveva rinvenuto nel pomeriggio del 21 aprile, il materiale nel casolare.

 

 

Si noti che la data della scoperta della "cassetta" corrisponde esattamente ai giorni immediatamente successivi al 7 aprile 1973, giorno del fallito attentato di Nico Azzi avvenuto a non molti chilometri di distanza.

 

 

Infatti Vergombello ha ricordato che l'escursione sull'Appennino Ligure, era avvenuta pochi giorni prima del momento in cui era apparsa sul giornale la notizia dell'uccisione dell'Agente Marino a Milano durante gli scontri del 12 aprile 1973. Quindi, intorno al 7 aprile 1973 la cassetta era stata già depositata nel casolare . Come emerge dal verbale di sequestro, dai rilievi fotografici dell'epoca (vol. 8, fasc. 1, ff. 75 e seguenti) e dalla perizia disposta allora dal P.M. di Genova la cassetta di legno (che portava impresso il marchio di una fabbrica di esplosivi) conteneva 228 candelotti di dinamite e accanto ad essa vi erano ben 456 detonatori ed una notevole quantità di miccia a lenta combustione e di miccia detonante.

 

 

Ma, come già accennato, ciò che più interessa per la presente istruttoria, sono le valutazioni contenute nel rapporto in data 23.4.1973 della Questura di Genova.

 

 

Infatti in tale rapporto, immediatamente successivo al ritrovamento del materiale, si rileva, certamente in buona fede che la zona intorno a Riolo di Mezzo e cioè il tratto di Appennino fra Bargagli e Torriglia era sempre stato indicato come luogo di nascondiglio di materiale esplodente ed erano stati fatti numerosi sopralluoghi sopratutto durante le indagini, seguite alla morte di Feltrinelli, sui componenti della banda GAP di Genova già legata all'editore. (vedi nota DIGOS Milano 23.4.1991, vol.8 fasc.1 f.34).

 

 

Effettivamente la zona di Riolo di Mezzo era una fra quelle segnate con una crocetta nella cartina topografica rinvenuta nel furgone abbandonato nei pressi del traliccio di Segrate in occasione della morte di Giangiacomo Feltrinelli e tale zona era stata quindi oggetto delle attenzioni della Procura di Milano che aveva sollecitato perlustrazioni e controlli (cfr. nota citata, Digos Milano).

 

 

La Questura di Genova era quindi giunta alla conclusione che il materiale rinvenuto appartenesse a gruppi come i GAP o la banda XXII ottobre e cioè all'estrema sinistra.

 

 

Si noti che tale cartina rinvenuta a Segrate era stata ampiamente pubblicizzata sulla stampa e quindi non era stato difficile collocare la cassetta nel punto giusto.

 

 

La Procura di Milano, che stava indagando sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, aveva addirittura richiesto ai colleghi di Genova, copia degli atti e, pur non essendo poi emersa alcuna analogia fra l'esplosivo di Riolo di Mezzo e l'esplosivo rinvenuto nel corso delle indagini relative al gruppo Feltrinelli (vol. 8, fasc. 1, f. 69), non solo la Questura di Genova ma anche i giornali avevano collegato quanto rinvenuto nel casolare sull'Appennino alle attività dei gruppi dell'estrema sinistra.

 

 

In sostanza la provocazione ideata dal gruppo La Fenice in danno di Giangiacomo Feltrinelli e dei gruppi di estrema sinistra, rivelata dal documento Azzi e confermata dalle confidenze di Azzi a Bonazzi, per un evento casuale era autonomamente e parzialmente riuscita, anche se l'arresto in flagranza di Nico Azzi (che aveva reso impossibile il collegamento fra l'attentato al treno e la "cassetta") e gli esiti disastrosi e controproducenti per la destra della manifestazione di Milano del 12 aprile, ne avevano grandemente ridimensionata la potenzialità offensiva e non era stato possibile dare all'opinione pubblica l'immagine di un piano terroristico globale ordito dall'estrema sinistra.

 

 

Infine, non è stato possibile identificare, per la scarsità dei dati disponibili, il "Colonnello" di La Spezia che sarebbe stato in contatto con Giancarlo Rognoni ed avrebbe fornito il materiale esplosivo necessario per l'approntamento della "cassetta".

 

 

Tuttavia dagli atti istruttori del G.I. di Padova dr. Tamburino ed anche dalla testimonianza resa nel corso della presente istruttoria da Roberto CAVALLARO emerge che La Spezia era uno dei punti di forza della congiura della Rosa dei Venti in quanto molti militari di stanza in tale città avevano aderito al progetto di golpe e proprio per tale ragione l'avv. De Marchi, responsabile del gruppo genovese, sovente si recava a La Spezia per incontri con i militari relativi alla messa a punto del progetto (cfr. dep. Cavallaro, 30.10.1991, f.2).

 

 

E'quindi del tutto plausibile che l'esplosivo ed il restante materiale necessario per confezionare la "cassetta" siano stati forniti a Rognoni e ad Azzi da un Ufficiale aderente al progetto della Rosa dei Venti ed in servizio a La Spezia.

 

 

Si noti, tornando per un momento all'argomento dei timers, che le indicazioni, sempre convergenti, relative a tali congegni, percorrono tutte le fasi processuali di piazza Fontana, anche con riferimento ad avvenimenti successivi al 1973, quasi a dimostrare la loro centralità nella vicenda della strage e degli altri attentati contemporanei di cui costituiscono la prima e più importante prova materiale.

 

 

La disponibilità dei timers equivale infatti alla prova della responsabilità per i cinque attentati in cui sono stati usati o quantomeno alla prova della vicinanza a coloro che li avevano eseguiti.

 

 

Nel 1982 Salvatore FRANCIA, prima nell'ambito di un rapporto confidenziale con personale del SISDE e poi in una formale testimonianza resa in data 8.5.1982 al G.I. di Catanzaro (titolare dell'ultima istruttoria nei confronti di Delle Chiaie e Fachini), aveva fornito sulla questione dei timers alcuni particolari interessanti che si sarebbero poi collegati perfettamente alle dichiarazioni di Calore ed Izzo.

 

 

Egli aveva infatti appreso da Marco POZZAN, durante la comune detenzione nel 1977 nel carcere di Carabanchel, che questi, durante una visita a casa di Delle Chiaie a Madrid, aveva potuto esaminare di nascosto una lettera dall'Italia, inviata probabilmente da Cristiano De Eccher a Mario Ricci (allora latitante in Spagna ed uomo di fiducia di Delle Chiaie) ove si riferiva che Franco Freda era "sotto controllo" e Pozzan aveva compreso che tale controllo si realizzava tramite la disponibilità dei timers, occultati in un primo momento da De Eccher su richiesta di Freda e poi ceduti da De Eccher ad A.N.

 

 

Perfino un imputato certamente non pentito come Marco Pozzan, dinanzi alla testimonianza di Salvatore Francia, aveva dovuto ammettere che le circostanze riferite da quest'ultimo corrispondevano a verità e che effettivamente De Eccher aveva reso possibile in tal modo il controllo di Franco Freda, allora detenuto, da parte di Stefano Delle Chiaie (cfr. int. Pozzan al G.I. di Catanzaro, 13.5.1982, vol. 27, fasc. 2 e ordinanza di rinvio a giudizio dello stesso G.I. nei confronti di Delle Chiaie e Fachini, depositata in data 30.7.1986, ff. 205 - 208).

 

 

Salvatore Francia e Marco Pozzan hanno confermato tali deposizioni e ripercorso tale vicenda anche nel corso della presente istruttoria (cfr. rispettivamente dep. in data 26.11.1993 e 8.10.1992).

 

 

In sostanza la disponibilità dei timers da parte di Stefano Delle Chiaie, ottenuta grazie a De Eccher, timers che potevano ricomparire in circostanze tali da costituire la prova decisiva nei confronti di Freda durante il dibattimento facendo naufragare la favola del cap. Hamid, costituiva un efficace deterrente per i componenti del gruppo veneto detenuti.

 

 

Deterrente sopratutto dal rendere ai giudici, anche in caso di cedimento e di difficoltà, dichiarazioni pericolose per i complici e sopratutto per quelli di A.N. che erano stati compartecipi dell'operazione del 12 dicembre 1969.

 

 

Le testimonianze di Calore, Izzo, Francia, Pozzan e i nuovi elementi costituiti dal documento Azzi e dalla testimonianza di Edgardo Bonazzi si saldano quindi nella ricostruzione della detenzione e del percorso dei timers che potevano essere usati per una provocazione nei confronti dell'estrema sinistra ma che nello stesso tempo costituivano un'arma di pressione e di ricatto nei confronti di Freda da parte di chi di tali congegni avesse o potesse avere la disponibilità.

 

 

Concludendo, l'acquisto, l'utilizzo ed il percorso dei timers dimostrano ancora una volta di essere , anche alla luce dei nuovi sviluppi connessi al progetto di provocazione in danno di Feltrinelli ed alla questione della "cassetta", la chiave di volta della vicenda processuale di Piazza Fontana.

 

 

I nuovi elementi acquisiti consentono di ritenere ormai certe le seguenti circostanze:

 

 

- La detenzione dei timers, dopo la strage e quindi la falsità dell'"alibi" di Franco Freda costruito tramite la figura inventata del col. Hamid.

 

 

- L'internità del gruppo La Fenice, cui erano stati consegnati i timers o parte di essi, alla strategia stragista quantomeno in una fase successiva agli attentati del 12 dicembre .

 

 

- L'esistenza di più progetti di depistaggio volti a far ritornare l'attenzione, proprio tramite il ritrovamento dei timers in circostanze di luogo riconducibili all'estrema sinistra, su una falsa pista "rossa" o "anarchica" per la strage di piazza Fontana. Tali progetti di depistaggio sono collocabili fra la fine del 1972 e la primavera del 1973, e cioè nei mesi precedenti e poi in concomitanza con l'attentato al treno del 7 aprile 1973. Non si dimentichi che in quel momento la situazione processuale degli imputati della cellula veneta attraversava una fase cruciale perchè il parziale cedimento di Ventura e le sue semi-confessioni, iniziate proprio nel marzo 1973 (fra l'altro Guido Lorenzon e Tullio Fabris avevano già testimoniato di aver visto un timer nelle mani di Giovanni Ventura) rischiavano di provocare il tracollo dell'intera linea difensiva e di portare gli inquirenti, con un effetto a domino, sino al disvelamento delle più alte responsabilità e coperture.

 

 

 

Purtroppo una più conpleta ricostruzione della vicenda dei timers e la conferma della attendibilità delle iniziali dichiarazioni di Calore e Izzo, sono giunte solo ora e cioè troppo tardi, in relazione quantomeno alla posizione degli imputati della cellula veneta e di A.N. già assolti in via definitiva. Tuttavia tali squarci di verità storica non sono, su altri piani ed anche in relazione ad altri imputati, inutili ed è comunque significativo che abbiano trovato la loro sede naturale in atti istruttori e in carte processuali.

 

 

 

 

SUI CONTATTI CON EX ELEMENTI DELL'O.A.S. QUALI ISTRUTTORI NELL'USO DI ESPLOSIVI:

 

 

 

In merito al ruolo di istruttori svolto da ex elementi dell'O.A.S., precursori in Algeria delle tecniche della guerra non ortodossa ed esperti nell'uso degli esplosivi, sono stati raccolti una pluralità di riscontri.

 

 

VINCENZO VINCIGUERRA in uno dei suoi primi interrogatori dinanzi a questo Ufficio (int. 6.6.1991), ha spiegato che la presenza di elementi dell'O.A.S. in qualità di istruttori, sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista pratico, gli era ben nota e che ne avevano usufruito sia Ordine Nuovo sia Avanguardia Nazionale.

 

 

D'altronde la struttura di Ordine Nuovo aveva cercato, almeno tendenzialmente, di mutuare la struttura in cellule di cinque persone che era stata realizzata dall'O.A.S. durante la guerra d'Algeria (cfr. sul punto il capitolo 6).

 

 

Sempre in merito ai rapporti con elementi francesi, Vinciguerra ha anche ricordato che esisteva e probabilmente esiste ancora in Francia una struttura di destra, formata prevalentemente da ex elementi dell'O.A.S., denominata "LA CATENA".

 

 

Tale struttura si articola in una rete di appoggi logistici che interessa tutto il territorio francese e alla quale aderiscono albergatori, ristoratori, poliziotti e persone con ruoli sociali diversi in grado di ospitare e provvedere a tutti i bisogni di una persona che voglia attraversare il territorio francese senza lasciare alcuna traccia.

 

 

Uno dei responsabili di tale struttura, secondo Vinciguerra, è JEAN JACQUES SUSINI, ex dirigente dell'O.A.S.

 

 

A titolo di esempio, Vinciguerra ha ricordato che quando Sandro Saccucci era stato arrestato a Bajonne, in Francia, nell'estate del 1976 in quanto ricercato per i fatti di Sezze Romano e munito di un documento falso mal contraffatto, era stato rilasciato dalla Polizia francese a seguito dell'intervento, fra gli altri, di Jacques Susini senza che la notizia del suo arresto fosse nemmeno comunicata alla magistratura francese (cfr. int. citato, f.2).

 

 

MARCO AFFATIGATO ha poi specificamente parlato (deposiz. 29.4.1992, f.2) di contatti, riferitigli da Clemente Graziani, fra Nico Azzi ed elementi dell'O.A.S. con la finalità sia di costituire un possibile punto di appoggio in Francia per fuoriusciti italiani sia per disporre di un supporto tecnico per l'esecuzione di attentati in Italia in perfetta sintonia con quanto indicato al punto E) del documento.

 

 

L'apporto di elementi dell'O.A.S. in qualità di tecnici e di istruttori doveva effettivamente essere assai diffuso e di antica data in quanto, sul versante di Avanguardia Nazionale, PAOLO PECORIELLO ha parlato di un corso sull'uso degli esplosivi, e in particolare del plastico, tenutosi a Roma nel 1966 in una sede di A.N. in Via Michele Amari, corso tenuto da un certo JEAN, ex ufficiale dell'O.A.S., e a cui lo stesso Pecoriello aveva partecipato insieme ad altri militanti (cfr. deposiz. ai G.I. di Milano e Bologna, 17.12.1991, f.1 e al G.I. di Milano, 25.5.1992, f.2).

 

 

Anche ANGELO IZZO, risoltosi dopo la sua dissennata fuga dell'agosto 1993 a raccontare per intero la sua esperienza politico-eversiva precedente al suo arresto per i fatti del Circeo, ha parlato di un analogo corso tenutosi nell'autunno del 1973 in un appartamento di Roma sotto la supervisione di Enzo Maria Dantini (cfr. int. 31.1.1994, f.12).

 

 

Anche tale corso sull'uso degli esplosivi e sull'utilizzo delle sveglie RUHLA come timers era tenuto da un istruttore francese ed erano presenti, oltre a Izzo, numerosi elementi di Avanguardia Nazionale e di Lotta di Popolo, gruppo capeggiato dal Dantini.

 

 

E' molto probabile che tali istruttori francesi fossero inviati a Roma dalla struttura di GUERIN SERAC, nella quale fra i tecnici nell'uso degli esplosivi era presente ad esempio JEAN DENIS RAINGEARD de la BLETIERE, conosciuto come si vedrà anche da Vinciguerra a Madrid.

 

 

Infine, anche Carmine DOMINICI, elemento operativo di spicco di A.N. a Reggio Calabria, ha ricordato che un ex legionario francese di nome JEAN era presente nell'ambiente di A.N. nei primi anni '70 e teneva lezioni per militanti a Roma e a Reggio Calabria sull'uso degli esplosivi (cfr. dep. Dominici, 29.9.1994, ff.1-2, e 3.1.1995, f.2).

 

 

Tali circostanze non sono prive di importanza perchè i corsi di addestramento per i militanti di A.N. risultano essersi svolti anche negli anni precedenti agli attentati del 12 dicembre 1969 e con ogni probabilità l'agenzia di Guerin Serac, collegata in Italia a Stefano Delle Chiaie e a Ordine Nuovo, in tale operazione ha volto un ruolo ispiratore e di supervisione.

 

 

 

SUI CONTATTI CON I MILITARI PER LA FORNITURA DI ARMI, ESPLOSIVI E BOMBE A MANO:

 

 

 

 

In proposito può innanzitutto farsi integrale richiamo al capitolo 16, ove si parla della costante disponibilità e dello scambio fra i gruppi di Milano e di Roma di un notevole numero di bombe a mano SRCM procurate sopratutto nelle caserme di Livorno e di Pisa grazie alla complicità di ufficiali e sottufficiali dei paracadutisti che simpatizzavano per i gruppi eversivi di destra (cfr. sul punto, deposiz. Affatigato, 29.4.1992, f.2).

 

 

Il militante soprannominato LUPO ed impiegato alle Poste di cui si fa cenno al paragrafo F) del documento quale elemento di collegamento con le caserme dei paracadutisti in Toscana è identificabile in MAURO MANETTI, impiegato in un Ufficio Postale di Marina di Pisa e giudicato nel processo contro il gruppo toscano di O.N. per partecipazione a banda armata (cfr.vol.8, fasc.3).

 

 

Marco Affatigato (cfr. deposiz. citata, f.2) lo ha infatti indicato come il militante incaricato di procurare e custodire stabilmente le armi per il gruppo ed il processo a carico di Manetti si è concluso con una dichiarazione di non doversi procedere per prescrizione che, leggendo la motivazione, equivale ad una dichiarazione di colpevolezza.

 

 

Inoltre anche Paolo PECORIELLO ha parlato dell'impiegato alle poste Mauro Manetti come il custode della struttura logistica di O.N. in Toscana della quale facevano parte anche le bombe a mano SRCM provenienti dalla caserma dei Paracadutisti di Livorno (cfr. dep. Pecoriello 17.12.1991, f.3).

 

 

Si ricordi inoltre che le saponette di tritolo da 500 grammi ciascuna, una delle quali usata da Nico Azzi per l'attentato al treno e l'altra identica rinvenuta nel garage di Pietro Battiston alla fine del 1973, sono, secondo l'accertamento tecnico affidato al dr. Luciano Cavenago del Gabinetto di Polizia Scientifica di Roma (cfr. vol.8, fasc.1, ff.312 e ss.), cariche esplosive per forma e tipologia prive di usi civili e invece comunemente usate dall'artiglieria e dal Genio per l'impiego bellico e l'addestramento.

 

 

Anche tale circostanza conferma l'approvvigionamento di materiale esplosivo dalle caserme da parte del gruppo La Fenice e in generale da parte delle cellule di Ordine Nuovo.

 

 

Della specifica posizione del colonnello MICHELE SANTORO, indicato al paragrafo G) quale fornitore di tale esplosivo al gruppo, si parlerà diffusamente nel capitolo dedicato al ruolo da lui svolto in quegli anni.

 

 

 

- SUI FINANZIAMENTI AL GRUPPO:

 

 

 

In ragione del lungo tempo trascorso non è stato possibile acquisire riscontri documentali dei finanziamenti ricevuti dal gruppo La Fenice dall'estero e in particolare dalla Svizzera e dalla Germania.

 

 

Tuttavia si ricordi che, secondo quanto è emerso nell'istruttoria padovana sulla Rosa dei Venti, l'avv. GIANCARLO DE MARCHI, legato a Giancarlo Rognoni, aveva costituito a Losanna, insieme ad un altro genovese (l'industriale del caffè Giacomo Tubino) e ad un americano non identificato, una società finanziaria che doveva servire per il finanziamento della cospirazione e aveva sede in una villa ove si tenevano anche riunioni.

 

 

D'altronde, TORQUATO NICOLI (in un primo momento aderente alla congiura e poi, a seguito dell'intervento del capitano Labruna, informatore e collaboratore del S.I.D. e infine testimone dinanzi all'A.G.) ha ribadito che La Fenice, sul piano finanziario, era in effetti una creatura dell'ambiente genovese, definito nell'istruttoria "la Ditta genovese" (cfr. deposiz. 29.3.1991, f.2).

 

 

Per quanto concerne i finanziamenti locali, e cioè del mondo industriale sopratutto lombardo, di cui pure si parla nel documento, l'ex corridore ciclista FIORENZO MAGNI, indicato al paragrafo G) quale finanziatore dei gruppi neofascisti, ha riconosciuto, seppure nell'ambito di una testimonianza assai reticente, di avere fornito alcuni contributi al Movimento Sociale Italiano e di essere stato in rapporto con l'onorevole Servello, come ancora indicato appunto nel documento (cfr. deposiz. 4.11.1991).

 

 

FELICE FEDELI, all'epoca ragioniere presso la concessionaria Lancia di Monza di proprietà di Fiorenzo Magni (concessionaria oggetto anche di un attentato dinamitardo ad opera di estremisti di sinistra), ha aggiunto che il suo datore di lavoro era in rapporti amichevoli non solo con l'on. Servello, ma anche con l'onorevole Pisanò e cioè l'altro parlamentare missino nominato nel documento in relazione all'appoggio politico fornito da Fiorenzo Magni (cfr. deposiz. 25.10.1991).

 

 

Anche su tali aspetti, pur minori, il contenuto del documento Azzi è stato quindi confermato da significativi elementi di riscontro.

 

 

 

- SULLE POSSIBILITA' DI ESPATRIO IN GRECIA:

 

 

 

 

Non vi è dubbio, come indicato nel paragrafo H) del documento, che il gruppo La Fenice godesse di una linea preferenziale, certamente tramite l'appoggio di camerati del meridione, per la fuga in Grecia di militanti che si trovassero in difficoltà .

 

 

Infatti CESARE FERRI, come risulta dall'ordinanza del G.I. di Brescia nell'istruttoria bis sulla strage di Piazza della Loggia (cfr. vol. 12, fasc. 13), lasciando l'Italia nel 1974 si era rifugiato a lungo in Grecia (cfr. sul punto anche int. Vinciguerra al G.I. di Brescia, 6.5.1985 f.5). Così aveva fatto anche PIETRO BATTISTON, altro "bombardiere" del gruppo La Fenice, quando alla fine del 1973 una partita di esplosivo era stata rinvenuta dalla Polizia nel garage SANREMO di proprietà di suo padre (cfr. sul punto deposiz. in data 9.1.1993 di GIORGIO COZI, ordinovista di Roma, anch'egli rifugiato in Grecia insieme a Graziani e Massagrande).

 

 

Pietro Battiston è in seguito fuggito in Venezuela senza più far ritorno in Italia e in tale Paese, nella seconda metà degli anni '80, ha incontrato CARLO DIGILIO (cfr. deposiz. Maurizio Gavagnin in data 10.12.1993, e int. Digilio in data 29.1.1994, f.2) a riprova della stabilità e della circolarità dei rapporti che hanno sempre legato i pochi ma fidati militanti delle cellule di Ordine Nuovo.

 

 

 

- SULLA FUGA DI EDGARDO BONAZZI DOPO L'OMICIDIO DI MARIANO LUPO:

 

 

 

 

Edgardo Bonazzi, insieme ad altri tre militanti dell'ala dura del M.S.I. di Parma vicina ad Ordine Nuovo, si era reso responsabile, nell'agosto del 1972, dell'omicidio con una coltellata, durante uno scontro con elementi di sinistra, del giovane operaio aderente a Lotta Continua, Mariano Lupo.

 

 

Secondo il racconto di Bonazzi (cfr. deposiz. 15.3.1994, f.5) i quattro responsabili - oltre a Bonazzi, RINGOZZI, SAPORITO e FERRARI - fuggendo da Parma in quanto ormai individuati, dopo una breve tappa a Perugia avevano raggiunto Roma.

 

 

A Roma, Ferrari aveva preso contatto con Pino Rauti recandosi personalmente alla redazione de "Il Tempo" ove Rauti lavorava come caporedattore. L'aiuto richiesto non era stato però fornito nei termini in cui il gruppetto sperava.

 

 

Bonazzi, la cui posizione era più grave, si era costituito quindi a Roma, Ferrari era tornato a Parma venendo anch'egli poi arrestato, e solo Ringozzi e Saporito avevano proseguito per Torre Annunziata, vicinissimo a Napoli e luogo di origine di Saporito. A Torre Annunziata, però, i due erano stati arrestati in quanto erano stati "venduti" da camerati che avevano finto di ospitarli ed aiutarli.

 

 

Il racconto di Edgardo Bonazzi concorda nelle sue linee essenziali con quanto riportato al paragrafo H) del documento, ove si fa cenno al comportamento ambiguo di Pino Rauti nei confronti dei camerati in fuga e al tradimento da parte dei camerati della zona di Napoli, fra cui probabilmente il Ruggeri, che secondo il documento avevano ricevuto l'ordine "dall'alto" di abbandonare i fuggiaschi.

 

 

Tutti gli elementi di riscontro sembrano quindi inserirsi nei singoli punti del documento Azzi ed accostarsi fra loro come in un gioco ad incastro, rendendo man mano più leggibili i contorni del disegno eversivo.