Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull'eversione dell'estrema destra

 

 

PARTE PRIMA

 

 

Le linee generali dell'istruttoria

 

 

Capitolo 1: PREMESSA

(pag. 26 del fascicolo processuale)

 

 

La presente istruttoria non avrebbe conseguito il risultato di far luce su molti aspetti della "strategia della tensione" e sulla realtà dello "Stato parallelo" senza il costante e intelligente impegno degli Ufficiali e del personale del Reparto Eversione del R.O.S. dei Carabinieri e dei funzionari e del personale delle D.I.G.O.S. di Milano, Venezia e Roma che hanno svolto per lungo tempo accertamenti difficili su fatti assai lontani negli anni e rintracciato molti possibili testimoni, attività svolta nella più completa riservatezza e nonostante che il particolare carattere dell'indagine non potesse promettere risultati nè certi nè immediati.

 

Prezioso è stato anche il contributo della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione che ha messo a disposizione il proprio vasto patrimonio informativo raccolto in molti anni di indagini sull'eversione.

 

Un particolare ringraziamento deve essere rivolto all'Assistente Giudiziaria Gaetana Izzo e al maresciallo ordinario della Guardia di Finanza, Antonio Russo addetti a questa XX Sezione dell'Ufficio Istruzione di Milano, che dal 1989 hanno partecipato al compimento di tutti gli atti istruttori, sovente assai impegnativi, e hanno svolto quotidianamente dall'Ufficio il lavoro di coordinamento di tutti gli accertamenti richiesti alle varie Autorità, consentendo con il loro impegno, anche nei momenti più difficili, di portare a termine l'istruttoria.

 

 

L'attività di indagine si è svolta anche grazie alla piena collaborazione con altri Colleghi titolari di indagini in tema di reati di strage e di eversione con i quali continuo è stato lo scambio di atti e informazioni e il compimento di atti congiunti anche al fine di costruire, pur nell'autonomia delle rispettive indagini, un quadro il più possibile completo del fenomeno dell'eversione di destra e delle sue collusioni con alcuni Apparati dello Stato.

 

 

In particolare strettissima e proficua è stata la collaborazione con il dr. Antonio Lombardi, titolare dell'istruttoria sulla strage alla Questura di Milano, con il dr. Giampaolo Zorzi, titolare dell'istruttoria sulla strage di Brescia, con il dr. Leonardo Grassi, titolare delle istruttorie bis sulla strage di Bologna e sulla strage del treno Italicus, nonchè con il Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma, dr. Giovanni Salvi, che ha in particolare messo a disposizione la banca dati sull'eversione costituita sin dai primi anni '80 presso il suo Ufficio.

 

 

Inoltre la collaborazione con il dr. Vincenzo Macrì, della Direzione Nazionale Antimafia ha consentito di approfondire importanti aspetti delle attività eversive svoltesi in Calabria negli anni '70 e i loro collegamenti con i fatti e le persone oggetto del presente procedimento. A tutti coloro che mi hanno aiutato in questa difficile indagine va il mio più profondo ringraziamento.

 

 

Capitolo 2: L'ORIGINE DEL PROCEDIMENTO

(pag. 28 del fascicolo processuale)

 

 

 

Il presente procedimento trae origine dalla nota in data 15.7.1988 con cui il Sostituto Procuratore della Repubblica, dr.ssa Maria Luisa Dameno, al momento del suo trasferimento ad altro Ufficio, disponeva la formalizzazione dell'istruttoria n.2643/84A R.G.P.M. che assumeva presso l'Ufficio Istruzione il n.721/88F R.G.G.I.-

 

 

Tale istruttoria, al momento della formalizzazione, risultava già costituita da più filoni tutti attinenti ad attività eversive di estrema destra e strettamente connessi sul piano soggettivo e probatorio.

 

 

In particolare: - Il primo filone era costituito dalla dichiarazione di incompetenza territoriale con cui il G.I. di Roma, dr. Roberto Napolitano, nel concludere l'istruttoria n.1364/81 relativa alle attività, a Roma e nel Lazio, di Ordine Nuovo e dei gruppi succeduti a tale organizzazione, disponeva in data 14.1.1984 la trasmissione all'A.G. di Milano degli atti relativi a DI LORENZO Cinzia e in genere relativi al gruppo "La Fenice" in quanto i reati di costituzione di banda armata e di associazione sovversiva, già contestati o prospettabili nei confronti di tale propaggine milanese di Ordine Nuovo, erano stati certamente commessi in Lombardia e dovevano quindi trovare la loro sede naturale di approfondimento.

 

 

Il procedimento istruito a Roma proseguiva successivamente il suo corso e si concludeva in data 12.10.1993 con sentenza definitiva della V Sezione della Corte di Cassazione e con il riconoscimento della struttura illegale e occulta di Ordine Nuovo quale banda armata e con la condanna dei suoi principali esponenti, quali SIGNORELLI, CALORE, CONCUTELLI, FACHINI e numerosi altri, per tale reato o per altri reati specifici, fra cui detenzione di esplosivi, numerosi attentati e rapine di autofinanziamento. –

 

 

Il secondo filone traeva origine dalle confessioni dei collaboratori di giustizia Sergio CALORE e Angelo IZZO i quali, nelle loro articolate dichiarazioni prima dinanzi all'A.G. di Firenze e poi dinanzi all'A.G. di Roma, avevano riferito in merito alla materiale cessione a Roma, nell'aprile/maggio 1973, da parte del prof. Paolo SIGNORELLI allo stesso Sergio Calore di 36 bombe a mano, modello SRCM, provenienti dal gruppo "La Fenice" di Milano e residuate dopo l'utilizzo di talune di esse nel corso della manifestazione del 12.4.1973 che si era conclusa con l'uccisione dell'Agente di Polizia Antonio Marino, colpito appunto da una bomba a mano SRCM.

 

 

Secondo Calore ed Izzo le bombe a mano residuate erano state prudenzialmente affidate al parallelo gruppo Drieu La Rochelle di Paolo Signorelli, in quanto il gruppo La Fenice era stato colpito da numerosi arresti e si trovava quindi in difficoltà nel custodire la propria dotazione.

 

 

Il terzo filone discendeva dal casuale rinvenimento, nel 1985 in un abbaino di Viale Bligny a Milano, nel corso delle indagini relative all'omicidio dello studente missino Sergio Ramelli, di una cospicua documentazione già appartenente alla disciolta Commissione di contro- informazione dell' organizzazione Avanguardia Operaia ed in particolare al rinvenimento, nella parte più antica di tale materiale, di un documento trasmesso da Renzo ROSSELLINI, allora residente a Roma, a tale Ettore Mazzotti, responsabile della Commissione milanese di contro- informazione di A.O., gruppo cui entrambi appartenevano.

 

 

Tale documento, composto da cinque pagine dattiloscritte oltre alla lettera di trasmissione, costituisce il resoconto di confidenze, attribuibili al militante de La Fenice, Nico AZZI, e rilasciate o trasmesse ad un ufficiale di p.g. rimasto ignoto, resoconto finito poi appunto nella disponibilità di Renzo Rossellini.

 

 

Nell'ambito di tale documento sono contenute notizie, che in gran parte non erano note agli inquirenti, circa l'attività del gruppo La Fenice e delineavano un quadro assai complesso e così sintetizzabile: Il gruppo La Fenice era in costante contatto con gli altri gruppi di Ordine Nuovo del Veneto; disponeva dei timers residuati dopo gli attentati del 12 dicembre 1969; l'attentato al treno Torino-Roma del 7.4.1973, materialmente commesso da Azzi, era stato ideato per creare un diversivo rispetto alla pista della destra veneta seguita per la strage di Piazza Fontana ed aveva goduto di coperture da parte del S.I.D.; inoltre il gruppo La Fenice godeva di cospicui finanziamenti, anche dall'estero, aveva compiuto numerosi altri attentati oltre a quello in danno del convoglio ferroviario ed era in stretto collegamento con ufficiali dell'Esercito, prevalentemente di stanza in Veneto, nel quadro della collaborazione fra militari e gruppi di civili per la effettuazione di un colpo di Stato.

 

 

Le notizie contenute nel c.d "documento AZZI", sottoposte ad un primo vaglio e ai primi accertamenti da parte della Procura di Milano, risultavano così in strettissimo collegamento con i fatti oggetto delle sentenza di incompetenza territoriale del G.I. di Roma in relazione all'attività dei militanti de La Fenice. –

 

 

Il quarto filone era costituito dall'imputazione di favoreggiamento, aggravato dalla finalità di terrorismo, mossa nei confronti di Ettore MALCANGI, militante della destra milanese, amico di Gilberto CAVALLINI e, all'epoca della formalizzazione del procedimento, ancora latitante a Santo Domingo al fine di sfuggire all'esecuzione dell'ordine di cattura emesso dalla Procura di Milano.

 

 

Ettore Malcangi, elemento di collegamento fra la vecchia destra di Ordine Nuovo e la "nuova destra" del gruppo N.A.R., era accusato di favoreggiamento per avere ospitato nella sua casa di Milano, in un primo periodo (fra il 1980 e il 1982), Cristiano Fioravanti, Pasquale Belsito e altri militanti dei N.A.R., e per avere ospitato in seguito (fra il 1982 e il 1985) in una villetta in provincia di Bergamo, procuratagli dalla sorella, Carlo DIGILIO, appartenente all'area di Ordine Nuovo di Venezia e latitante per un ordine di cattura emesso dall'A.G. di Venezia nell'ambito di un procedimento relativo alla ricostituzione di Ordine Nuovo.

 

 

Carlo DIGILIO, lasciando Venezia, era stato, inizialmente e per un breve periodo di tempo "affidato" dal dr. Carlo Maria MAGGI a Cinzia DI LORENZO che lo aveva ospitato in una sua casa in Val Brona e poi era stato "affidato" da Malcangi che lo aveva ospitato sino all'inizio del 1985, data della partenza di entrambi per Santo Domingo.

 

 

Pochi giorni dopo la formalizzazione di tale procedimento, in data 21.7.1988, Il Pubblico Ministero disponeva la formalizzazione anche di un altro procedimento sempre attinente all'attività eversiva di estrema destra e relativo all'attentato in danno del Municipio di Milano, Palazzo Marino, avvenuto a Milano nella notte fra il 29 e il 30 luglio 1980 con l'utilizzo di un'autobomba.

 

 

Per tale episodio, rivendicato con una falsa sigla di sinistra, risultava indiziato Gilberto CAVALLINI a seguito delle dichiarazioni rese al P.M. di Milano da Angelo Izzo e da alcuni accertamenti di p.g. che avevano evidenziato come il furto dell'autovettura usata per nascondere l'ordigno, furto avvenuto ad Anzio, e il modus operandi (esplosivo contenuto all'interno di tubi metallici) collegavano tale episodio al Cavallini e ai gruppi dell'estrema destra romana cui egli si era appoggiato nel periodo antecedente all'attentato.

 

 

Anche tale quinto filone entrava a far parte del procedimento 721/88F a seguito di un'ordinanza di riunione emessa da questo Ufficio.

 

 

L'istruttoria formale, concretamente iniziata nel 1989, abbracciava così un arco di fatti e di personaggi assai vasto che andava, temporalmente, dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 sino all'attentato a Palazzo Marino del 30 luglio 1980, attentato che aveva preceduto di appena due giorni la strage alla Stazione di Bologna e che non poteva non essere letto in collegamento con tale ultimo episodio.

 

 

Sul piano dei soggetti coinvolti le indagini riguardavano quindi uno spettro di soggetti che andava dai vecchi militanti di Ordine Nuovo, inseriti nelle strutture romane, venete e milanesi, fino ai giovani "rivoluzionari" dei N.A.R. di Gilberto Cavallini, tutti soggetti uniti, al di là delle apparenti diversità generazionali e ideologiche, da collegamenti personali e da iniziative comuni che non erano mai venute meno.

 

 

In relazione agli episodi oggetto dell'istruttoria così formalizzata, il Pubblico Ministero segnalava l'opportunità non solo di approfondire i contenuti del c.d. "documento AZZI" e quindi di verificare i collegamenti fra il gruppo La Fenice, gli Apparati dello Stato e i progetti golpisti verificatisi sino agli anni 1973/1973, ma anche di interrogare sui medesimi fatti Vincenzo VINCIGUERRA, già militante, prima, di Ordine Nuovo in Veneto e, poi, a partire dal 1975, di Avanguardia Nazionale e condannato all'ergastolo allorchè si era assunto la responsabilità per l'attentato di Peteano del 31.5.1972.

 

 

Vincenzo VINCIGUERRA infatti, fra il 1984 e il 1987, oltre ad assumersi la responsabilità di tale attentato aveva reso numerosi interrogatori a varie Autorità Giudiziarie impegnate sul tema del terrorismo di destra e nel corso di tali interrogatori, pur mantenendo la sua collocazione di "soldato politico" e di "nemico del Sistema", aveva ritenuto giusto ricostruire numerosi episodi denunziando in particolare le collusioni fra molti militanti di Ordine Nuovo e i Servizi Segreti italiani e ambienti militari.

 

 

 

Tali episodi, secondo Vinciguerra, dovevano essere denunziati, pur senza "collaborare" o "pentirsi", in quanto costituivano un profondo tradimento dell'ideale nazional/rivoluzionario che lo aveva spinto ad entrare, da giovanissimo, in Ordine Nuovo e a commettere l'attentato di Peteano proprio per combattere lo Stato e non per fiancheggiarlo.

 

 

Dell'esito degli interrogatori di Vincenzo Vinciguerra si dirà ampiamente nel corso di questa ordinanza.

 

 

 

Capitolo 3: L'ITER DELL'ISTRUTTORIA.

 

LE TESTIMONIANZE RACCOLTE, L'AMPLIAMENTO DEI FILONI DI INDAGINE E L'ACQUISIZIONE DI FASCICOLI PRESSO L'ARCHIVIO DEL S.I.S.M.I. DI FORTE BRASCHI

(pag.32 del fascicolo processuale)

 

 

Dopo la sottrazione, nel dicembre 1974, al G.I. dr. D'Ambrosio della prosecuzione dell'istruttoria concernente la strage di Piazza Fontana e le responsabilità del S.I.D., non sono più state condotte a Milano indagini significative sui gruppi della destra stragista e sui suoi rapporti con settori istituzionali deviati.

 

 

Questa lacuna in un settore così delicato, dovuta forse all'amarezza e alla delusione per l'improvvida decisione della Corte di Cassazione che ha divelto il processo dalla sua sede naturale, non può far dimenticare che a Milano si sono materialmente verificati o sono comunque maturati molti episodi importanti della strategia della tensione oltre alla strage del 12 dicembre 1969.

 

 

Infatti: - a Milano è stata attiva per anni una cellula di O.N. sotto la sigla "La Fenice", è stata decisa e pianificata la strage fallita del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma e, in collegamento con tale episodio, è stato organizzato il "giovedì nero" del 12 aprile 1973; - poche settimane dopo, il 17 maggio 1973, la bomba ananas lanciata da Gianfranco BERTOLI ha ucciso quattro persone e ferito molte altre dinanzi alla Questura di Milano, in Via Fatebenefratelli.

 

 

Alla luce delle recenti emergenze dell'istruttoria del G.I. dr. Lombardi può dirsi certo il collegamento fra l'autore materiale del fatto e i congiurati padovani della Rosa dei Venti e l'ambiente ordinovista veneto; - sempre nella nostra città, in Galleria Vittorio Emanuele nel giugno 1973, come già era emerso nell'istruttoria padovana del G.I. dr. Tamburino (istruttoria trasportata anch'essa a Roma perdendo di incisività), si era svolta una importante riunione operativa della Rosa dei Venti finalizzata a fare il punto della situazione dopo gli attentati appena citati e collegati alla strategia di tale gruppo.

 

 

Erano presenti il colonnello SPIAZZI, i finanziatori genovesi DE MARCHI e LERCARI, un capo di Ordine Nuovo rimasto sconosciuto e un ufficiale dei Carabinieri dal nome in codice "Palinuro" e quindi tutte le componenti politiche e militari della congiura; - agiva nel medesimo periodo in Valtellina, ma gravitava politicamente su Milano e a Milano aveva le sue basi logistiche, il M.A.R. di Carlo FUMAGALLI, organizzazione anch'essa inserita nel progetto di colpo di Stato e vicina ad ufficiali dell'Esercito e dei Carabinieri; - infine nella nostra città, a partire dal 1968 e sino al 1974, si sono verificati un gran numero di attentati contro sedi di partito e uffici pubblici nonchè movimenti di esplosivi, spesso preparatori e collegati agli episodi più gravi della "strategia della tensione".

 

 

Basti pensare ai numerosi ritrovamenti di esplosivi, detonatori e micce nella disponibilità del gruppo di Giancarlo Esposti, coordinatore del sempre sottovalutato gruppo milanese di Avanguardia Nazionale ed alleato sul piano logistico di Carlo Fumagalli.

 

 

Il fascicolo aperto presso la Procura della Repubblica di Milano nel 1984 dopo il ritrovamento del documento Azzi, benchè inizialmente molto esile, ha consentito, con il progressivo aggiungersi di nuovi filoni e l'allargarsi dell'orizzonte delle indagini, di colmare una lacuna di oltre dieci anni e di riaprire capitoli che sembravano chiusi per sempre o che al più erano stati toccati solo in istruttorie svolte in altre città .

 

 

Dopo l'approfondimento delle attività milanesi del gruppo di Giancarlo ROGNONI, la messa a fuoco dei contatti con il gruppo veneto ha permesso di raccogliere nuovi elementi sulla strage di Piazza Fontana e di fare emergere almeno le linee essenziali dell'operazione del 12 dicembre 1969 e l'esattezza della pista che era stata, ormai quasi venti anni prima, seguita dai Giudici D'Ambrosio e Alessandrini.

 

 

Oltre a tale risultato che rappresenta una sorta di risarcimento storico tributato alla verità, a partire da un certo momento, soprattutto dopo l'emergere del caso Gladio - organizzazione certo non coinvolta nelle stragi, ma comunque espressione di un'Italia a sovranità limitata - molti testimoni hanno cominciato a parlare.

 

 

Per spinte e motivazioni diverse hanno cominciato a far cadere almeno una parte del muro di silenzio e di omertà dietro il quale si erano attestati in passato. L'indagine si è così ampliata sino ad abbracciare un panorama assai poliedrico, ma al tempo stesso leggibile, di quanto è avvenuto fra il 1969 e il 1974 ad opera delle organizzazioni di estrema destra e di chi le proteggeva ed usava politicamente.

 

 

Questi i filoni principali che si sono aperti: - il caso del finto arsenale di sinistra di Camerino, a seguito delle dichiarazioni di Antonio LABRUNA e di Guelfo OSMANI; - il carattere del gruppo M.A.R. di Fumagalli quale gruppo organico a ufficiali dell'Esercito e dei Carabinieri nella prospettiva di un colpo di Stato. Sul ruolo del M.A.R. di struttura civile di appoggio ai militari ha parlato Gaetano ORLANDO; - l'eliminazione di numerose bobine sul golpe Borghese contenenti nomi troppo imbarazzanti, fra cui quello di Licio GELLI, dal materiale raccolto grazie ai colloqui intrattenuti dal capitano LABRUNA con alcuni dei congiurati.

 

 

E' stato lo stesso Labruna a consentire di far luce su questa attività di omissione e di depistaggio; - un altro filone ha consentito di far emergere l'esistenza fra il 1968 e il 1973 di una sorta di seconda Gladio denominata "Nuclei Difesa dello Stato" o "Legioni".

 

 

Di tale organizzazione, del tutto segreta sino ad oggi e dipendente dagli Stati Maggiori, hanno parlato il colonnello SPIAZZI e altri testimoni fra cui Enzo FERRO e Giampaolo STIMAMIGLIO; - grazie alle dichiarazioni di Carmine DOMINICI e Paolo PECORIELLO, sono state poi focalizzate le attività di provocazione e la costante detenzione di esplosivi da parte di Avanguardia Nazionale proprio negli anni immediatamente circostanti alla strage di Piazza Fontana e sopratutto è emerso il costante traffico di armi esplosivi e timers fra Reggio Calabria e Roma sotto la supervisione di Stefano DELLE CHIAIE; - il racconto di Vincenzo Vinciguerra ha permesso finalmente di far venire alla luce in modo netto una struttura di cui in passato molto si era parlato, pur senza raggiungere elementi decisivi di chiarezza.

 

 

Ci riferiamo alla centrale operativa di Guerin Serac, prima a Lisbona e poi a Madrid, ispiratrice di operazioni di destabilizzazione in Europa e in altre parti del Mondo dalla metà degli anni '60 in poi e probabile ispiratrice anche dell'"operazione" del 12 dicembre 1969; - infine sono state acquisite, sempre grazie a Vinciguerra e ad altri testimoni, molte notizie nuove sulla strage di Piazza Fontana e, nella fase finale dell'istruttoria, grazie alla pur parziale collaborazione di Carlo DIGILIO, uomo legato a Servizi Segreti stranieri, inserito nel gruppo veneto di Ordine Nuovo, si è appurata una verità certamente sconvolgente: entità straniere, almeno dal 1967, seguivano le attività del gruppo veneto di MAGGI e di FREDA grazie ad un uomo come Digilio inserito in tale area ed impiegato stabilmente per controllare e riferire.

 

 

Una sorta di "osservazione senza repressione" che testimonia l'interesse a non fermare certi fenomeni eversivi che contribuivano a mantenere il nostro Paese in un determinato status quo politico.

 

 

Questi sono in sintesi i filoni nell'ambito dei quali sono state raggruppate poi le varie imputazioni e che saranno esposti tentando impresa questa non facile vista la vastità della materia, di seguire un ordine il più possibile leggibile e razionale.

 

 

Come si è appena accennato, tali nuovi filoni non si sarebbero aperti senza la disponibilità di molte persone, appartenenti a varie organizzazioni di destra o, come il capitano Labruna, addirittura al S.I.D., a raccontare la loro esperienza politica e almeno una parte dei fatti illeciti di cui sono stati protagonisti.

 

 

Diverse sono state le spinte e le motivazioni che hanno portato testimoni o imputati ad accettare di riferire quanto a loro conoscenza o almeno parte della loro esperienza politica.

 

 

I principali soggetti che hanno dato i contributi più importanti possono essere divisi in tre gruppi.

 

 

In primo luogo talune persone che avevano già scelto in altri processi un atteggiamento di collaborazione hanno completato le loro dichiarazioni stimolati proprio dall'esistenza di questa istruttoria.

 

 

Ci riferiamo a SERGIO CALORE, ad ANGELO IZZO (che ha raccontato completamente la sua esperienza politica nella struttura definita "l'uovo del drago") e a GIANLUIGI RADICE (che sinora non aveva mai reso dichiarazioni concernenti direttamente la sua esperienza politica).

 

 

Un secondo gruppo di persone ha accettato di testimoniare ritenendo ciò anche uno strumento per spiegare correttamente e dare un senso alla propria passata esperienza che in parte era stata travisata o che era stata taciuta quando più forti erano le pressioni dell'ambiente di riferimento e minori erano le possibilità di "tradire" il proprio mondo ancora impegnato, secondo molti, nella lotta contro il comunismo.

 

 

Ci riferiamo a:

- VINCENZO VINCIGUERRA, il quale sino all'estate del 1993 ha continuato il dialogo con l'A.G. di Milano certo non per pentirsi o collaborare in senso proprio, ma per usare anche lo strumento processuale al fine di proseguire la propria opera di denunzia delle collusioni e delle strumentalizzazioni cui si erano prestate le organizzazioni di estrema destra e del conseguente tradimento degli ideali nazional-rivoluzionari.

 

 

- il capitano ANTONIO LABRUNA che ha inteso, con la sua testimonianza, riabilitare la propria figura facendo presente di avere operato agli ordini del generale Maletti non conoscendo pienamente gli intrighi di questo e, resosi nel tempo conto della costante illegalità in cui si muoveva il Servizio, ha in questi ultimi anni sentito la necessità di rivelare quanto a sua conoscenza. Per tale ragione egli ha prodotto copia delle bobine sul golpe Borghese, occultate dal generale MALETTI e dal tenente colonnello ROMAGNOLI, facendo più volte presente di avere all'epoca lavorato in modo utile riuscendo ad acquisire dai congiurati numerose informazioni e di non essere responsabile dell'utilizzo mancato o improprio da parte dei suoi superiori di ciò che era nato dalla sua attività informativa.

 

 

- il colonnello AMOS SPIAZZI, già imputato nel processo per la Rosa dei Venti, che ha voluto spiegare quale fosse effettivamente, a cavallo degli anni '70, il suo ruolo svelando di avere diretto la LEGIONE di Verona dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO, una sorta di seconda GLADIO che ha operato fra il 1968 e il 1973. Poichè tale struttura era coordinata dallo Stato Maggiore dell'Esercito e quindi era in qualche modo "ufficiale", Spiazzi ha voluto così rivendicare a sè il "merito" di avere guidato una struttura formalmente illegale ma, secondo la sua visione, sostanzialmente lecita intendendosi per legalità sostanziale il fine di difendere all'epoca il nostro Paese dal pericolo comunista.

 

 

- GAETANO ORLANDO, che si è reso disponibile a ricostruire la storia del M.A.R., sottolineando di non essersi mai sentito un eversore ma piuttosto, in tale contesto, un collaboratore esterno degli Apparati statali in quanto il M.A.R. aveva un rapporto organico con l'Esercito e i Carabinieri in funzione anticomunista. Anche per quanto concerne Orlando un ruolo non indifferente nella possibilità di raccontare la propria passata esperienza è stato giocato dalla fine della contrapposizione fra i blocchi e dalla caduta del Muro di Berlino.

 

 

 

Un terzo gruppo di persone che hanno fornito una testimonianza importante è costituito da ex militanti di estrema destra che in seguito sono stati coinvolti in reati di natura comune e si trovano ora detenuti per fatti diversi da quelli che avevano contrassegnato la loro militanza.

 

 

Si tratta in particolare di GUELFO OSMANI (più propriamente ex collaboratore del S.I.D. che militante di destra), EDGARDO BONAZZI, GRAZIANO GUBBINI, CARMINE DOMINICI e GIUSEPPE ALBANESE.

 

 

Tutti costoro hanno deciso di rivelare molto di quanto a loro conoscenza in merito alle passate attività eversive di destra. Si tratta di testimonianze attendibili per l'internità a tali ambienti di coloro che le hanno rese. Tali testimonianze hanno avuto certamente il fine, in alcuni casi, di alleggerire l'attuale posizione processuale ma nel contempo sono anche espressione di una forte volontà di chiudere col passato illecito, politico o comune che fosse.

 

 

Una figura del tutto particolare è infine quella di CARLO DIGILIO che ha reso certamente le dichiarazioni più gravi e inquietanti fra quelle che sono state raccolte nel corso dell'istruttoria.

 

 

Carlo Digilio, condannato a Venezia e a Milano ad una pena severa per la partecipazione al gruppo di Ordine Nuovo di Venezia e per la fornitura al gruppo di Gilberto Cavallini di molte armi tramite un armiere di Milano, è stato espulso da Santo Domingo, ove si era rifugiato e ricostruito una vita, nell'autunno del 1992.

 

 

Rientrato in Italia, egli ha deciso, pur dopo molte titubanze, di svelare che in realtà egli non era un vero militante di Ordine Nuovo ma uno stabile informatore di Servizi stranieri, per cui aveva lavorato per circa 12 anni, e che si era infiltrato nell'ambiente di O.N. di Venezia proprio al fine di riferire ad essi quali fossero le attività di tale area. In tale contesto egli aveva appreso e ora riferito, seppur forse parzialmente, importantissime notizie sugli attentati del 12 dicembre 1969.

 

 

Le dichiarazioni di Carlo Digilio sono davvero di importanza straordinaria perchè per la prima volta rendono possibile leggere dall'interno quale sia stata l'attività di controllo da parte degli americani sulle dinamiche eversive negli anni '60 nel nostro Paese e quanto profonda sia stata la commistione, sopratutto in Veneto, fra mondi come Ordine Nuovo, i Nuclei di difesa dello Stato (e cioè una struttura militare italiana), Servizi Segreti italiani e Servizi Segreti americani.

 

 

Sia la presente istruttoria sia quelle quasi parallele condotte dal G.I. di Milano, dr. Lombardi, sulla strage dinanzi alla Questura di Milano ed al G.I. di Bologna sulla strage del 2.8.1980 sono state caratterizzate, sopratutto dopo il caso Gladio, dalla possibilità di acquisire presso gli archivi del S.I.S.M.I. di Forte Braschi numerosi documenti sopratutto risalenti al periodo del vecchio S.I.D.

 

 

- In una prima fase i documenti sono stati acquisiti a seguito dell'accesso diretto con ordine di esibizione presso l'Archivio del SISMI.

 

 

- In un secondo momento, una volta verificata positivamente l'affidabilità e la correttezza dei funzionari addetti alla custodia dell'archivio, l'acquisizione è stata effettuata tramite ordini di esibizione notificati da personale del Reparto Eversione del R.O.S. Carabinieri di Roma.

 

 

 

 

E' doveroso dare atto che i Direttori del Servizio che si sono succeduti negli ultimi anni - l'Ammiraglio Fulvio Martini, il Generale Luigi Ramponi, il Generale Cesare Pucci e il Generale Sergio Siracusa - hanno sempre prestato la massima collaborazione.

 

 

I fascicoli e i documenti, pur richiesti in gran numero, sono stati messi a disposizione di questo Ufficio con la massima celerità e sono sempre state fornite le indicazioni utili per risalire da un singolo documento, tramite il richiamo di protocollo, al fascicolo originale che lo conteneva e che è stato subito offerto in visione. Alcune volte sono state poi suggerite a questo Ufficio utili indicazioni aggiuntive concernenti la presenza in fascicoli non ancora richiesti di notizie connesse a quelle che erano oggetto delle richieste iniziali.

 

 

Al Direttore del Servizio e al personale che ha materialmente prestato la sua opera nella ricerca dei fascicoli, deve quindi essere rivolto un formale ringraziamento.

 

 

Certamente nel corso delle precedenti gestioni del Servizio si sono verificate manomissioni di fascicoli (si veda in particolare la testimonianza del colonnello SANTONI inerente la vicenda del fascicolo di LICIO GELLI, scomparso e manomesso durante la gestione Maletti) e si sono verificati mancati inserimenti di documenti contenenti notizie importanti.

 

 

Giustamente il P.M. di Bologna, nella sua requisitoria relativa all'istruttoria bis sulla strage del 2.8.1980, ha sottolineato che i fascicoli relativi alla struttura Gladio sono stati manomessi e depauperati e tenuti volutamente presso l'archivio della VII Divisione in uno stato di disordine tale da consentire la distruzione o la non leggibilità di numerosi atti (vedi pagg. 161-169 della requisitoria).

 

 

Tuttavia tale comportamento non può essere imputato alla gestione dei Direttori del Servizio poc'anzi citati, bensì alle gestioni precedenti.

 

 

I documenti acquisiti in copia e talvolta in originale riguardano sia "soggetti" (cioè militanti di estrema destra) sia "fatti" (cioè singoli episodi criminosi).

 

 

Sovente tali fascicoli non contenevano nulla di significativo e cioè si limitavano a una raccolta di ritagli di giornale o di rapporti di p.g. già noti agli inquirenti, ma alcune volte sono stati rinvenuti in tali fascicoli punti di interesse, sopratutto foglietti manoscritti su carta intestata del Servizio contenenti singolari osservazioni del Capo del Reparto D, generale Maletti, o di altri ufficiali.

 

 

E' stato così possibile rinvenire, nel fascicolo relativo all'attentato alla Scuola Slovena di Trieste, un appunto del generale MALETTI relativo a un sinora sconosciuto tentativo di depistaggio. Infatti con tale appunto il generale Maletti dava precise disposizioni affinchè, tramite informazioni sicuramente false all'Autorità di p.g., l'attentato fosse attribuito a gruppi di estrema sinistra, mentre era inequivocabile la paternità neofascista dell'attentato come risulta anche dalle dichiarazioni rese da Vincenzo VINCIGUERRA a questo Ufficio (cfr. int. Vinciguerra, 13.1.1992).

 

 

Inoltre in numerosi fascicoli sono stati rinvenuti rapporti informativi elaborati da personale del Servizio (i cosiddetti manipolatori) grazie alle notizie fornite dalle fonti fiduciarie operanti negli anni '70 all'interno dell'estrema destra. Esistevano cioè stabili informatori del S.I.D. reclutati in gruppi come Ordine Nuovo e dotati di un nome in codice.

 

 

Sono stati allora messi a disposizione dell'Ufficio i fascicoli integrali relativi a tali informatori contenenti tutti i rapporti elaborati grazie ai contatti con loro ed è stato così possibile acquisire una mole notevole di notizie e anche quasi sempre, direttamente o indirettamente, individuare l'identità dell'informatore e il gruppo di estrema destra in cui militava.

 

 

Alcune volte l'ex informatore del Servizio, una volta identificato, è stato anche sentito come testimone.

 

 

Sono state così fissate in atti processualmente utilizzabili numerose circostanze di notevole interesse.

 

 

Ad esempio, sempre in relazione alle "fonti del Servizio":

 

 

- dal fascicolo relativo alla fonte METO (un esponente di estrema sinistra di un certo livello operante a Milano negli anni '60/'70) è stato possibile accertare che già negli anni 1966/1968 e cioè prima della strage di Piazza Fontana, Robert LEROY, braccio destro di GUERIN SERAC nell'Aginter press, si era infiltrato a Torino e dintorni in gruppi filocinesi facendo opera di provocazione e preparando il terreno per far ricadere su tali gruppi la responsabilità di attentati e di altre azioni violente. Un'azione "coperta", parallela quindi a quella svolta da VENTURA nei gruppi filocinesi di Padova e da MERLINO nell'ambiente anarchico di Roma, e certamente non scollegata alla specifica missione di tali ultimi soggetti e cioè far ricadere la responsabilità degli attentati che sarebbero avvenuti, e sopratutto di quelli del 12 dicembre 1969, sulla sinistra;

 

 

- dal fascicolo relativo alla fonte TRITONE (uno studente di Padova legato a Ordine Nuovo) è stato possibile accertare che subito dopo la strage di Brescia il dr. Carlo Maria MAGGI, reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto, aveva indetto riunioni a Brescia e a Venezia spiegando ai militanti che la strage di Piazza della Loggia doveva essere solo il momento iniziale di un'escalation che avrebbe visto di lì a poco nuovi e più gravi episodi.

 

 

 

L'intera vicenda è stata ampiamente trattata dal G.I., dr. Giampaolo Zorzi, nell'istruttoria bis relativa alla strage di Piazza della Loggia;

 

 

- è stato acquisito il fascicolo relativo alla fonte TURCO, identificata in Gianni CASALINI. E' stato così possibile accertare, grazie alla lettura dei rapporti informativi elaborati sulla base delle notizie da lui fornite, che Casalini era uno stabile informatore del S.I.D. di Padova negli anni '70.

 

 

Casalini faceva parte del gruppo di Franco FREDA e si è potuto così chiaramente comprendere perchè il generale MALETTI, nell'appunto manoscritto poi sequestrato nella sua abitazione, raccomandasse con urgenza che la fonte fosse "chiusa" e disattivata.

 

 

In caso contrario, infatti, Casalini avrebbe potuto fornire altre notizie sulla responsabilità del gruppo di Padova negli attentati e sulle coperture di cui godeva, notizie queste la cui acquisizione non poteva certo far piacere al generale Maletti che già si era adoperato per organizzare l'espatrio di Guido Giannettini e di Marco Pozzan.

 

 

Certamente, ed era del resto prevedibile, in nessun fascicolo acquisito presso il SISMI vi sono scritti a chiare lettere i nomi e le singole responsabilità di chi ha commesso le stragi che hanno insanguinato l'Italia dal 1969 al 1980.

 

 

Tuttavia, grazie all'acquisizione di tali fascicoli, sono state acquisite notizie che si saldano perfettamente con le dichiarazioni dei testimoni e degli imputati e che spiegano rapporti e collegamenti che in passato erano stati appena adombrati.

 

 

Al fine di rendere facilmente e visibilmente percepibile il contenuto di alcuni documenti acquisiti, è apparso utile allegare copia di alcuni di essi a questa ordinanza.

 

 

In particolare sono allegati in copia alcuni appunti manoscritti del generale Maletti e del colonnello Viezzer e il famoso appunto del S.I.D. stilato subito dopo gli attentati del 12 dicembre 1969 e concernente la responsabilità in tali fatti di Guerin Serac e Stefano Delle Chiaie.

 

 

E' stato anche allegato per chiarezza di lettura parte del memoriale "L'albero caduto", scritto da Vincenzo Vinciguerra e prodotto a questo Ufficio nel corso dell'interrogatorio in data 9.3.1992.

 

 

Vi è ancora da aggiungere che nel corso dei numerosissimi atti istruttori sono state acquisite dagli imputati o dai testimoni altre notizie sulle attività eversive di estrema destra che non si inseriscono in alcuno dei filoni ora citati e non hanno dato luogo a specifiche imputazioni.

 

 

Poichè tale patrimonio di notizie non merita di essere disperso o di rimanere celato nelle pieghe degli atti, esse saranno raccolte in un capitolo conclusivo che costituisce quasi una miscellanea di episodi e circostanze degli anni della strategia della tensione.

 

 

 

 

 

Capitolo 4: NOTE METODOLOGICHE.

 

IL RICHIAMO AI PRECEDENTI PROCESSI IN TEMA DI STRAGI E DI EVERSIONE DI DESTRA. CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE PROVE RACCOLTE NELLA PRESENTE ISTRUTTORIA

(pag. 42 del fascicolo processuale)

 

 

 

Nel corso dell'esposizione, stante l'ampiezza della materia trattata e il distacco temporale con cui, per ragioni oggettive, è nata la presente istruttoria, numerosi saranno i richiami agli argomenti trattati nei precedenti processi in tema di stragi e di eversione di destra, in particolare al procedimento contro ADDIS Mauro ed altri e cioè al procedimento svoltosi a Roma nei confronti di Ordine Nuovo, alle istruttorie e ai dibattimenti concernenti la strage di Piazza Fontana, alle diverse istruttorie concernenti l'attentato di Peteano e i relativi depistaggi, al procedimento condotto a Brescia nei confronti del M.A.R. di Carlo Fumagalli e così via.

 

 

Poichè tuttavia la motivazione di questa ordinanza non può essere una summa di tutte le motivazioni dei processi precedenti, nell'esporre quali nuove prove e quali elementi aggiuntivi siano emersi in relazione a episodi o persone già oggetto di tali processi appare opportuno fare riferimento solo agli elementi essenziali delle vecchie istruttorie e dei dibattimenti già celebrati evidenziando in sintesi gli elementi di collegamento e di sviluppo.

 

 

D'altronde numerose ordinanze o sentenze che saranno citate sono anche allegate in copia ai fascicoli di questa istruttoria (si veda ad esempio l'ordinanza nel processo a carico di Ordine Nuovo di Roma, le ordinanze e le sentenze nei processi sull'attentato di Peteano e sull'attività del gruppo ordinovista veneto), mentre altre importanti sentenze quali quelle relative alla strage di Piazza Fontana e alla strage di Bologna del 2.8.1980 sono state addirittura pubblicate in volumi e in collane specializzate e sono quindi da considerarsi note.

 

 

In relazione a queste sono stati quindi acquisiti i soli atti istruttori o gli accertamenti di p.g. che si collegano direttamente a nuove acquisizioni che sono via via emerse nel corso di questa istruttoria.

 

 

Sono stati anche acquisiti gli atti istruttori essenziali dell'indagine condotta dal G.I. di Padova, dr. Tamburino, tra il 1973 e il 1974 nei confronti del gruppo Rosa dei Venti in quanto sono emersi strettissimi collegamenti fra l'azione del gruppo La Fenice e i progetti golpisti di tale struttura civile e militare che aveva i suoi principali punti di forza a Padova e a Verona.

 

 

Come aveva intuito il giudice Tamburino, il progetto di mutamento istituzionale era sicuramente comune alla Rosa dei Venti, a La Fenice, al M.A.R. e ad altri gruppi e l'attentato al direttissimo Torino-Roma del 7.4.1973 doveva costituire uno dei "detonatori" alla messa in atto di tale piano.

 

 

Ugualmente finalizzato a tale progetto era stata la strage commessa da Gianfranco BERTOLI poche settimane dopo, il 17.5.1973, dinanzi alla Questura di Milano ed in relazione a tale episodio è in via di conclusione un'istruttoria parallela a questa, condotta dal G.I. di Milano, dr. Lombardi, istruttoria che ha consentito di individuare i probabili mandanti e coordinatori della strage nell'ambiente della Rosa dei Venti.

 

 

Anche gli atti istruttori essenziali relativi a tale episodio e trasmessi dal dr. Lombardi sono stati acquisiti alla presente istruttoria. Di conseguenza, e anche in ragione dell'ampio specchio temporale degli episodi contenuti in questo processo, saranno citati molti interrogatori - perlopiù istruttori e in minor misura dibattimentali - e molte circostanze provenienti dalle precedenti indagini.

 

 

In alcuni casi gli episodi criminosi oggetto dei precedenti processi hanno visto la condanna con sentenza definitiva degli imputati o di alcuni di essi e comunque l'attribuzione certa di un singolo episodio ad una organizzazione di estrema destra o a una Struttura di sicurezza "deviata".

 

 

E' questo il caso del processo per l'attentato al treno Torino-Roma del 7.4.1973 che ha visto la condanna dei componenti del gruppo "La Fenice", del processo per l'attentato di Peteano che ha visto la condanna quali autori materiali di VINCIGUERRA e CICUTTINI e di alti ufficiali dei Carabinieri quali autori dei depistaggi, del processo svoltosi a Brescia nei confronti del M.A.R. che si è concluso con la condanna di Carlo FUMAGALLI, Gaetano ORLANDO e di quasi tutti gli altri imputati per il reato associativo e per numerosi fatti specifici, del processo nei confronti della struttura di Ordine Nuovo di Roma che si è pure concluso con la condanna di SIGNORELLI, FACHINI, CALORE e molti altri imputati per un gran numero di reati.

 

 

Anche il processo per la strage di Piazza Fontana, nonostante l'assoluzione per insufficienza di prove dei componenti del gruppo veneto per i reati più gravi e la condanna di questi solo per il reato associativo e per quasi tutti gli attentati precedenti al 12.12.1969, ha comportato altresì la condanna definitiva del generale Gianadelio Maletti e del Capitano Antonio Labruna per il favoreggiamento e la procurata fuga di Pozzan e Giannettini.

 

 

In tutti questi casi non sorge evidentemente alcun problema dai collegamenti che saranno effettuati fra le precedenti acquisizioni e le nuove deposizioni di imputati e testimoni nel procedimento 721/88F in relazione a fatti nuovi ma connessi con quelli che hanno visto sentenze di condanna definitive.

 

 

Piuttosto, le recenti dichiarazioni di persone che, magari dopo avere negato in passato qualsiasi circostanza significativa, hanno deciso ora, in tutto o in parte e per motivazioni diverse, di rendere noto quanto a loro conoscenza sulla destra eversiva, acquistano una notevole valenza probatoria proprio in quanto sono la prosecuzione naturale e sono in rapporto di complementarità con quanto già in passato accertato da altri magistrati.

 

 

 

Si considerino tre esempi tra i tanti possibili:

 

 

- le dichiarazioni di Vincenzo VINCIGUERRA, rese in questo procedimento circa il gruppo "La Fenice", circa la responsabilità del gruppo di Ordine Nuovo ed anche di Avanguardia Nazionale per gli attentati della campagna del 1969, circa la struttura eversiva facente capo, a Madrid, a GUERIN SERAC e a DELLE CHIAIE, circa gli attentati ai convogli ferroviari diretti in Calabria il 22.10.1972 e commessi da A.N., hanno notevole attendibilità non solo per la statura del personaggio ma anche in quanto egli si è assunta, per sua libera scelta, la responsabilità per l'attentato di Peteano, è stato condannato insieme a Carlo CICUTTINI e sono stati condannati gli ufficiali dei Carabinieri e il perito dallo stesso Vinciguerra più volte denunziati come autori dei depistaggi volti a inventare piste diverse da quella reale che portava alla responsabilità del gruppo di Ordine Nuovo di Udine.

 

 

- il contenuto dell'appunto autografo del generale MALETTI circa le necessità di "chiudere" la fonte Gianni Casalini affinchè non parlasse della responsabilità del gruppo Freda e la distruzione della relazione comunque approntata da un sottufficiale dei Carabinieri nonchè le deposizioni del personale del Centro C.S. di Padova in ordine a tale vicenda e le parziali ammissioni dello stesso Gianni Casalini costituiscono un complesso di elementi notevolmente attendibili in merito alle manovre del generale Maletti. Ciò proprio in quanto egli, nel processo per la strage di Piazza Fontana, è stato condannato per il favoreggiamento di Pozzan e Giannettini, coinvolti negli stessi fatti di cui si voleva che Casalini non parlasse, favoreggiamento commesso nel medesimo periodo in cui Maletti aveva impedito l'acquisizione delle notizie che Casalini stava fornendo.

 

 

- le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra, Mirella ROBBIO, Gianluigi RADICE e molti altri testimoni che hanno descritto il gruppo "La Fenice" come una struttura armata che disponeva stabilmente di armi ed esplosivi nel quadro della "strategia della tensione" nei primi anni '70 si saldano con le condanne pronunziate dalla Corte d'Assise di Genova, con le ammissioni fatte da Mauro MARZORATI in quel processo in merito al fatto che l'attentato del 7.4.1993 non fosse un atto isolato, ma rientrasse in una campagna più ampia, e con le conclusioni della perizia disposta dai giudici di Genova sull'episodio. Tale perizia ha infatti concluso che l'eventuale scoppio dell'ordigno nella toilette del treno avrebbe provocato un gran numero di vittime fra i passeggeri e addirittura una strage di proporzioni catastrofiche se l'esplosione fosse avvenuta durante il passaggio del convoglio in una delle numerose gallerie che contraddistinguono il tratto ferroviario Genova-La Spezia. Anche in tal caso vecchi e nuovi elementi in ordine al ruolo del gruppo milanese nella strategia delle stragi combaciano perfettamente con un conseguente giudizio di attendibilità sui nuovi elementi raccolti. In altre situazioni, le nuove dichiarazioni si collegano a dichiarazioni accusatorie precedenti rese all'interno di procedimenti al termine dei quali gli imputati sono stati assolti - in relazione a quel determinato episodio - anche se normalmente solo per insufficienza di prove.

 

 

 

E' questo ovviamente il caso delle dichiarazioni rese in questo processo, su taluni aspetti della strage di Piazza Fontana e degli altri attentati del 12 dicembre 1969, da Vincenzo VINCIGUERRA, Carlo DIGILIO, Graziano GUBBINI, Edgardo BONAZZI ed altri testimoni.

 

 

Infatti gli aderenti ad Ordine Nuovo del Veneto, e cioè Freda, Ventura, Pozzan ed altri, sono stati assolti con sentenza definitiva per gli attentati del 12 dicembre 1969, anche se sono stati condannati per i reati di associazione sovversiva e per gli attentati ai treni e gli episodi che hanno preceduto quelli appunto del 12 dicembre.

 

 

Anche in tali ipotesi, tuttavia, le nuove dichiarazioni sono tutt'altro che prive di valore ed anzi, sotto un certo profilo, risultano ancora più importanti.

 

 

Infatti, le dichiarazioni rese nelle precedenti istruttorie, purchè, come normalmente è avvenuto, non ritrattate o sostanzialmente modificate nel corso delle varie fasi del procedimento, possono a buon diritto essere citate a riscontro delle nuove in quanto esse non sono certo qualificabili come false o inveritiere, ma semplicemente non sono state sufficienti in quel caso concreto, unite agli altri elementi di prova allora presenti, a far pervenire ad una sentenza di condanna.

 

 

Nuove e vecchie dichiarazioni quindi, lette ora nel loro complesso e nella loro complementarità, si illuminano e si valorizzano a vicenda. Non è azzardato affermare che se i nuovi elementi raccolti fossero già stati presenti nei procedimenti ormai conclusi probabilmente essi sarebbero giunti a conclusioni diverse: condanne e non assoluzioni.

 

 

Si ponga attenzione a questi tre esempi:

 

 

- nella seconda istruttoria relativa alla strage di Piazza Fontana, condotta dai giudici di Treviso (la c.d. pista nera, aperta nel 1971 e che seguì l'incriminazione a Roma di Pietro Valpreda), uno degli elementi di accusa era costituito dalle testimonianze di Franco COMACCHIO il quale, fra l'altro, aveva riferito che Angelo VENTURA, fratello di Giovanni, uno o due giorni prima della strage, durante un viaggio in macchina gli aveva confidato che ci sarebbero state di lì a poco "una marcia di fascisti a Roma e qualcosa di grosso nelle banche".

 

 

La veridicità di tali affermazioni è stata confermata in questa istruttoria da Vincenzo VINCIGUERRA (cfr. int. al G.I. in data 13.1.1992) ed egli ha anche dettagliatamente spiegato il senso della manifestazione fissata a Roma per il 14 dicembre 1969 e che doveva costituire, subito dopo gli attentati, il preordinato appuntamento per chiedere, mobilitando la piazza di destra, un governo forte contro la "sovversione".

 

 

- un altro testimone d'accusa, Guido LORENZON, sempre nell'ambito dell'istruttoria condotta dai giudici di Treviso, aveva dichiarato che il suo amico Giovanni VENTURA si era mostrato a perfetta conoscenza, disegnando anche uno schizzo, delle caratteristiche del passaggio sotterraneo che univa i due edifici della Banca Nazionale del Lavoro di Roma e a conoscenza anche del punto ove la borsa con l'ordigno poteva essere collocata opportunamente fuori dal campo visivo dei passanti.

 

 

Ed infatti in questa nuova istruttoria Carlo DIGILIO ha riferito che l'ordigno nel sottopassaggio della B.N.L. di Roma era stato collocato da un componente del gruppo grazie al rapporto operativo e di fiducia con Giovanni Ventura e che la perfetta conoscenza del sottopassaggio era stata possibile grazie alla complicità del figlio di un funzionario della stessa banca (cfr. int. al G.I. 16.4.1994).

 

 

- nel corso dell'istruttoria contro la struttura romana di Ordine Nuovo (proc. Addis Mauro ed altri) alcuni pentiti, fra cui Sergio CALORE, Paolo ALEANDRI e Gianluigi NAPOLI, avevano a più riprese dichiarato che l'esplosivo per i quattro grandi attentati della primavera del 1979 (in danno del Campidoglio, del carcere di Regina Coeli, e dei palazzi del C.S.M. e del Ministero degli Affari Esteri), commessi dall'area di Costruiamo l'Azione (erede di Ordine Nuovo), era stato fornito dai veneti ed in particolare da Massimiliano FACHINI e che tale esplosivo, forse usato anche per la strage di Bologna, aveva le seguenti caratteristiche: era esplosivo del tipo T4, proveniente da residuati bellici - sopratutto mine anticarro -, ripescato dai veneti in un laghetto tramite un loro subacqueo e che essendo "sordo", cioè difficile da innescarsi, poteva esplodere solo utilizzando un doppio detonatore.

 

 

Tali indicazioni, confermate per quanto era possibile anche dalle perizie, trovano ora pieno riscontro nelle dichiarazioni rese da Carlo DIGILIO in questa istruttoria a partire dall'ottobre 1993.

 

 

Infatti, Carlo Digilio ha raccontato con moltissimi dettagli che il dr. Carlo Maria MAGGI e gli altri militanti del gruppo veneto si rifornivano ripescando esplosivi dai laghetti di Mantova tramite un sub, disponevano di mine anticarro che lo stesso Digilio aveva avuto modo di vedere e da cui veniva estratto il T4, e discutevano della necessità di usare doppi detonatori realizzati anche utilizzando le spolette delle bombe a mano SRCM.

 

 

Per gli attentati di Roma, alcuni dei quali in sostanza stragi per poco mancate, e per la strage alla Stazione di Bologna sono stati condannati solo alcuni autori materiali (Marcello IANNILLI a Roma, Valerio FIORAVANTI e Francesca MAMBRO a Bologna), mentre sono stati assolti Fachini e gli altri veneti accusati di avere fornito l'esplosivo e di avere spiegato agli autori materiali come dovesse essere usato.

 

 

E' lecito presumere che se le nuove dichiarazioni fossero già state disponibili nell'ambito di tali procedimenti, l'esito dei dibattimenti sarebbe stato probabilmente diverso.

 

 

Deve comunque essere sottolineato che gli elementi di prova raccolti nel corso di quattro anni di istruttoria sono caratterizzati da un alto livello di credibilità e di stabilità. Raramente, infatti, una affermazione concernente una circostanza importante per il processo è rimasta isolata. Nella quasi totalità dei casi gli episodi o le circostanze che sono emerse sono sorrette dalle dichiarazioni di due o più imputati o testimoni, rese separatamente, oppure da una dichiarazione testimoniale corroborata da un obiettivo elemento di riscontro. Inoltre, gli imputati e i testimoni più significativi sono stati sentiti più volte e quindi le loro affermazioni sommano alla spontaneità e al disinteresse, che è proprio di coloro che hanno accettato di parlare "gratuitamente" del loro passato, anche il carattere della reiterazione.

 

 

In tema di concordanza e convergenza degli elementi di prova raccolti si ponga attenzione ai seguenti esempi:

 

 

- del traffico di bombe a mano fra il gruppo di ROGNONI e quello di SIGNORELLI hanno parlato sia CALORE sia IZZO e tale circostanza trova riscontro nel rinvenimento di numerose bombe a mano, dello stesso tipo di quelle usate a Milano, nella disponibilità di vari militanti vicini negli anni '70 al prof. Paolo Signorelli;

 

 

- l'approntamento da parte di ufficiali dei Carabinieri e del S.I.D. dell'arsenale di Camerino è indicato in uno dei documenti rinvenuti in Viale Bligny, a Milano, in cui si faceva il nome di Guelfo OSMANI come persona che aveva collaborato a tale operazione. Il capitano Antonio LABRUNA ha confermato l'esattezza di tale indicazione e infine Guelfo Osmani ha raccontato interamente la storia della provocazione di Camerino;

 

 

- il capitano Antonio LABRUNA ha raccontato che numerosi nastri contenenti le registrazioni dei suoi colloqui con Orlandini ed altri congiurati, sopratutto quelli contenenti i nomi di Licio GELLI e di alti ufficiali all'epoca in servizio, non erano stato volutamente trasmessi alla magistratura. Il racconto di Labruna è stato corroborato dalla materiale produzione da parte di questi di copie dei nastri al tempo occultati e dalla testimonianza del maresciallo ESPOSITO, già suo dipendente presso il Reparto D del S.I.D.;

 

 

- il rapporto organico fra gli uomini del M.A.R. e alti ufficiali dei Carabinieri e dell'Esercito è stato per la prima volta ampiamente chiarito da Gaetano ORLANDO e in seguito Carlo FUMAGALLI, responsabile dell'organizzazione, ha confermato buona parte delle circostanze rivelate dall'Orlando;

 

 

- Vincenzo VINCIGUERRA ha spiegato di avere partecipato con il gruppo di GUERIN SERAC all'organizzazione di una serie di attentati contro Ambasciate d'Algeria in varie capitali europee nell'estate del 1975. Vinciguerra aveva indicato nell'americano Jay Simon SALBY uno degli elementi operativi dell'organizzazione. Proprio le impronte digitali di Salby sono state trovate sulla borsa contenente l'ordigno inesploso deposto dinanzi all'Ambasciata d'Algeria a Roma;

 

 

- il manoscritto rinvenuto nell'abitazione del generale MALETTI subito dopo la sua fuga in Sud-Africa e intitolato "caso Padova" esplicita il progetto, effettivamente realizzatosi, di "chiudere la fonte Gianni CASALINI" affinchè non rivelasse particolari sulla responsabilità del gruppo FREDA negli attentati del 1969. La veridicità e l'effettivo concretizzarsi del piano di Maletti sono stati confermati dal personale del Centro C.S. di Padova e in parte dallo stesso Casalini. Inoltre è stato accertato che una relazione contenente notizie provenienti da Casalini è stata distrutta presso il Comando della Divisione Pastrengo dei Carabinieri di Milano;

 

 

- il ruolo del gruppo di Venezia come struttura operativa nella progettazione e nell'esecuzione dei più gravi attentati all'interno del gruppo ordinovista veneto è stato concordemente e con ricchezza di particolari descritto da due persone che erano ben inserite in tale ambiente, e cioè da Vincenzo VINCIGUERRA e Carlo DIGILIO i quali hanno indicato appunto nel gruppo di Venezia la struttura operativa e più coperta e protetta.

 

 

Si può quindi affermare che nessun grave elemento di accusa proviene da una voce generica o isolata, ma invece da una costellazione di dichiarazioni e di circostanze che fra loro si integrano come i tasselli di un puzzle.

 

 

 

 

Capitolo 5: I COLLOQUI INVESTIGATIVI

 

CONDOTTI DAL REPARTO EVERSIONE DEL R.O.S. DEI CARABINIERI DI ROMA

(pag. 50 del fascicolo processuale)

 

 

 

La materia che forma oggetto dell'istruttoria è di una estensione estremamente ampia: un'indagine completa sugli episodi indicati nel documento Azzi e in generale sui gruppi della destra eversiva responsabili dei vari episodi trattati, richiede infatti approfondimenti su numerose organizzazioni (da O.N. ad A.N. al M.A.R. di Fumagalli), sui Servizi Segreti, sugli interventi della massoneria, sui vari tentativi golpisti succedutisi nel tempo, sulle dottrine della guerra psicologica e della guerra non ortodossa.

 

 

E ciò con riferimento ad un arco di tempo molto lungo che parte quantomeno dalla metà degli anni '60 sino al momento degli ultimi depistaggi e cioè praticamente sino ad oggi. Inoltre, in un'istruttoria dai tempi così lunghi, occorre essere preparati a raccogliere i segnali di novità che provengono da tali ambienti in quanto con il trascorrere del tempo le posizioni di molti soggetti si modificano e si aprono o si chiudono le possibilità, anche in relazione all'evolversi del clima politico complessivo del Paese, di conseguire nuovi contributi di novità.

 

 

In questo senso è emblematica, ancora una volta, la figura di Vincenzo VINCIGUERRA il quale da anni sostiene che una delle ragioni per cui egli non ha inteso quasi mai parlare dei responsabili delle stragi in termini processualmente utili è perchè, a suo giudizio, non sarebbero mai ricorse "le condizioni politiche" per farlo.

 

 

Un'istruttoria come quella che qui si conclude richiede inoltre la conoscenza degli altri processi per strage e degli altri processi, anche già definiti, connessi o comunque pertinenti a detti ambienti. Una materia vastissima, dunque, tale da non poter essere agevolmente esplorata per intero da un'unica persona. E' certo che per lunghi periodi l'istruttoria, così come le altre parallele di Brescia e di Bologna, è rimasta affidata esclusivamente alla determinazione del giudice istruttore di mantenerla vitale e di persistere, nonostante le numerose difficoltà ed ostacoli, nel percorrere ogni possibile linea di indagine.

 

 

Inoltre, la Procura della Repubblica di Milano, dopo il trasferimento ad altra sede della dr.ssa Maria Luisa Dameno che aveva iniziato le indagini e che nel 1988 aveva formalizzato l'istruttoria, non ha brillato, spiace dirlo, per impegno nè nell'elaborazione di una strategia di indagine nè in termini di presenza di un Sostituto che insieme al g.i. conducesse gli atti istruttori o quantomeno presenziasse ai più importanti di essi.

 

 

Al momento dell'entrata in vigore, con l'art. 16 della Legge 7.8.1992 n.356, della norma che autorizzava i colloqui investigativi con i detenuti al fine di acquisire notizie utili per le indagini, anche se non direttamente utilizzabili sul piano processuale, è stata accolta immediatamente la disponibilità del R.O.S. Carabinieri di Roma ad avvalersi di tale strumento con riferimento agli episodi legati all'eversione di destra.

 

 

A partire dall'inizio del 1993, con l'autorizzazione del Ministero di Grazia e Giustizia, si è svolta quindi una lunga serie di colloqui investigativi, condotti da un Ufficiale del Reparto Eversione di Roma, sulla base di un programma e di un elenco di detenuti approntato da questo Ufficio e dal G.I. di Bologna che indagava sulle stragi del treno Italicus del 4.8.1974 e della Stazione di Bologna del 2.8.1980.

 

 

Lo strumento adottato si è rivelato estremamente interessante ed utile per sondare a largo raggio ogni possibilità investigativa ed è veramente amaro rilevare come, almeno in relazione ai processi di strage, l'introduzione di una norma così importante sia giunta molto tardi quando ormai numerosi processi si erano ormai conclusi e numerose indagini erano ormai definitivamente pregiudicate.

 

 

Oltre ai colloqui con i detenuti, il personale del R.O.S. ha esteso l'ambito dei colloqui investigativi anche a persone non detenute in quanto già scarcerate o mai inquisite o qualificabili come semplici testimoni, effettuando così un'autonoma attività di indagine di volta in volta rapportata alle diverse AA.GG. interessate fra cui anche quelle di Brescia e di Roma.

 

 

Sono state raccolte in questo modo un gran numero di notizie, indicazioni e valutazioni provenienti dall'interno di tale ambiente, molte volte utili per le istruttorie in corso, altre volte chiaramente inattendibili, ma comunque sempre importanti per comprendere l'approccio da parte di soggetti qualificati alla questione della strategia delle stragi e dell'eversione di destra.

 

 

Alcune delle persone contattate dai Carabinieri del R.O.S. con lo strumento del colloquio investigativo hanno subito accettato il dialogo, hanno fornito notizie importanti (anche sulla base di una riflessione critica sul loro passato e del venire meno, col tempo, dei vincoli di omertà) e si sono dichiarati disponibili, talvolta dopo qualche titubanza, alla verbalizzazione dinanzi ai giudici.

 

 

Nel corso delle formali testimonianze hanno quindi rivelato elementi inediti sia relativi a fatti specifici sia relativi alla ricostruzione del contesto in cui tali fatti sono maturati.

 

 

Sono state così acquisite all'istruttoria le deposizioni di testimoni importanti quali BONAZZI, GUBBINI, DOMINICI e il colonnello AMOS SPIAZZI ed altre testimonianze di minor peso, stante la solo parziale disponibilità dei soggetti, ma comunque utili come quelle di CONCUTELLI e FALICA.

 

 

In altri casi i soggetti interpellati hanno rifiutato sostanzialmente il colloquio (come ad esempio Fabrizio ZANI e Mario TUTI), hanno dichiarato di non essere disposti a verbalizzare alcunchè o hanno fornito solo notizie già note e in tal caso, ovviamente, i colloqui investigativi si sono presto interrotti.

 

 

Si è trattato comunque di un'esperienza altamente positiva, condotta con grande impegno e professionalità dal personale del Reparto Eversione di Roma e che ha consentito di tastare il polso dell'ambiente della destra eversiva e anche di altri ambienti (sono stati effettuati colloqui anche con alcuni ex ufficiali dei Servizi) e di acquisire all'istruttoria deposizioni nuove e utilissime.

 

 

Le relazioni stese di volta in volta dall'Ufficiale del R.O.S. in occasione di ogni colloquio e trasmesse alle varie AA.GG. (nonchè, con solo un sintetico riferimento all'esito del colloquio, anche all'Autorità che lo aveva autorizzato), dopo il loro utilizzo come guida per l'assunzione delle formali testimonianze, sono state stralciate trattandosi di materiale processualmente inutilizzabile sia in caso di colloquio positivo che negativo. Il fascicolo contenente tali relazioni è stato archiviato, come da richiesta del Pubblico Ministero, restando tuttavia disponibile per ulteriori possibili sviluppi investigativi.

 

 

 

 

Capitolo 6: I PROFILI RELATIVI

ALLA COMPETENZA - IL SIGNIFICATO DELLE DETERMINAZIONI CONCLUSIVE

(pag.53 del fascicolo processuale)

 

 

 

Appare necessaria una notazione di carattere strettamente giuridico processuale.

 

 

Nel corso dell'istruttoria sono via via emersi numerosi fatti-reato oltre a quelli già contestati dal P.M. o indicati nella nota di formalizzazione. In proposito sono state utilizzate le regole sulla competenza (art.45 e ss. c.p.p.) previste dal codice di rito del 1930 con il quale l'istruttoria è nata e, in regime di proroga, si è conclusa.

 

 

Tali regole, nel caso di connessione soggettiva, oggettiva o probatoria comportano, al fine di favorire l'unitarietà del giudizio, anche lo spostamento della competenza territoriale e quindi l'attrazione nel processo principale di fatti-reato avvenuti in circoscrizioni diverse da Tribunale di Milano.

 

 

Per questo motivo si è provveduto a contestare agli imputati o indiziati, con mandato di comparizione o informazione di garanzia, i reati che via via , attraverso gli interrogatori e le testimonianze, si delineavano a loro carico anche se commessi in tutto o in parte in altre città.

 

 

Molti di questi reati, seppur di grande valore indicativo al fine di chiarire la dinamica complessiva delle trame eversive e sopratutto le innumerevoli complicità godute, sono risultati ormai prescritti e in tal caso la dichiarazione di prescrizione può essere agevolmente adottata con il provvedimento terminativo di questa istruttoria. Anche in questo caso si è comunque provveduto, proprio al fine di offrire una panoramica chiara e completa, a dimostrare la fondatezza delle accuse ripercorrendo con un'ampia motivazione gli elementi a carico di ciascun imputato.

 

 

Può affermarsi con tutta tranquillità che le dichiarazioni di prescrizione contenute nel dispositivo corrispondono ad altrettante, seppur tardive, dichiarazioni di colpevolezza in quanto nei confronti di tutti gli imputati è stata di fatto raggiunta la piena prova dei reati commessi sulla base di dichiarazioni convergenti o dichiarazioni sostenute da prove documentali o altri riscontri obiettivi.

 

 

In alcuni casi, tuttavia, ci si è imbattuti in reati più gravi e non prescritti che, ai sensi degli artt. 47 e 48 c.p.p. 1930, non possono essere attratti dal procedimento principale e quindi non possono essere oggetto di un rinvio a giudizio da parte di questo Ufficio.

 

 

Ci riferiamo al reato di sottrazione di documenti relativi alla sicurezza dello Stato (art.255 c.p.) ascrivibile al generale MALETTI, già capo del Reparto D del S.I.D. e al suo collaboratore, tenente colonnello ROMAGNOLI, nonchè al reato di attentato alla libertà personale del Presidente della Repubblica (art.276 c.p.) ascrivibile a Licio GELLI.

 

 

Anche in tal caso i reati sono stati contestati agli indiziati e tutti gli elementi probatori sono stati approfonditi, ma si tratta di reati commessi prevalentemente a Roma e più gravi degli originali reati oggetto della presente istruttoria per cui, ai sensi dell'art.47 c.p.p. del 1930, non può essere disposto il rinvio a giudizio da parte di questo Ufficio e gli atti devono essere trasmessi alla Procura della Repubblica di Roma.

 

 

Si tratta peraltro di una soluzione in piena sintonia con il provvedimento del G.I. di Bologna adottato al termine dell'istruttoria relativa alla strage alla Stazione di Bologna del 2.8.1980 e alla strage sul treno Italicus dell'agosto 1974, istruttoria per molti aspetti parallela a quella milanese e che ha visto l'effettuazione di molti atti congiunti.

 

 

Infatti, al termine di tale indagine, su richiesta del P.M., il Giudice Istruttore ha disposto la trasmissione alla Procura della Repubblica di Roma degli atti relativi al generale Maletti, a numerosi alti ufficiali del S.I.D. e dell'Arma dei Carabinieri, a funzionari dell'ex Ufficio Affari Riservati nonchè a Licio Gelli in quanto prospettabili nei confronti di tutte queste persone i reati di cospirazione politica mediante associazione (art.305 c.p.) e attentato contro la Costituzione dello Stato (art.283 c.p.).

 

 

Gli elementi di prova e gli episodi sui quali l'A.G. di Bologna si è basata per disporre tale trasmissione sono in buona parte analoghi a quelli delineati dalla presente istruttoria, identico lo scenario e cioè la ripetuta commissione di attività di inquinamento e di depistaggio finalizzata a mutare l'assetto democratico dello Stato.

 

 

Sovente identiche sono le fonti che hanno consentito di raccogliere nuovi elementi su quanto avvenuto in Italia fra il 1969 e il 1982, quale ad esempio l'acquisizione di atti presso gli archivi del S.I.S.M.I. e le deposizioni del capitano Antonio Labruna che ha deciso di rivelare molti degli intrighi e degli atti illeciti che avevano come centro motore i suoi superiori e altre persone legate al S.I.D. quali il capo della P2, Licio Gelli, vero e proprio agente di fatto dei Servizi Segreti italiani.

 

 

Giustamente, del resto, il P.M. di Bologna ha osservato nella sua requisitoria in data 5.5.1994 (pag.199) che soggetti come il generale MALETTI, il generale PALUMBO, il colonnello MANNUCCI BENINCASA, il colonnello D'OVIDIO, il dr. Federico Umberto D'AMATO e Licio GELLI, i cui nomi compaiono sovente negli atti di questa istruttoria, hanno nei loro diversi ruoli organizzato, orientato, tollerato bande paramilitari neofasciste pur avendo l'obbligo giuridico di neutralizzarle.

 

 

Ed ancora ""hanno ispirato tentativi di golpe, attentati e stragi consumate o solo programmate ovvero non le hanno impedite, assicurando l'impunità agli autori di questi fatti, favorendone persino la fuga; hanno svolto attività di provocazione, di deviazione delle indagini, persino di calunnie, disinformazione e condizionamento politico attraverso detenzione illegale di armi e di esplosivi ed altri episodi criminosi da essi stessi stessi orchestrati per attribuirli alle sinistre; arruolamenti illegali e protezione di latitanti per fatti eversivi e per stragi"".

 

 

Il parallelismo degli atti trasmessi a questo Ufficio dall'A.G. di Bologna alla Procura di Roma rende pressochè certo che essi confluiranno in un unico procedimento ed è auspicabile che le numerose "notitie criminis" e i numerosi spunti contenuti in tali atti siano oggetto del massimo approfondimento.