SENTENZA DEL GIUDICE SALVINI SULLA STRATEGIA DELLA TENSIONE (FEBBRAIO 1988)

 

PARTE SETTIMA - 76

 

Le ultime acquisizioni processuali; l’annotazione del R.O.S. concernente Joseph Luongo e gli interrogatori resi da Martino Siciliano e Carlo Digilio nella fase finale dell’istruttoria

 

 

Nella fase finale dell’istruttoria, quando gli atti erano già stati trasmessi al Pubblico Ministero per le richieste finali o erano in fase di deposito in favore dei difensori, sono stati acquisiti alcuni elementi nuovi, di notevole interesse, che saranno specificamente esposti in questo capitolo conclusivo a completamento degli argomenti già trattati.

 

 

In data 24.11.1997, il R.O.S., sulla base di ulteriori atti forniti dal S.I.S.Mi. in merito a Joseph Peter LUONGO dispiegantisi fra il 1948 e il 1972, ha trasmesso una nuova, ricca e dettagliata annotazione concernente l’attività di Joseph Peter LUONGO, indicato da Carlo DIGILIO fra gli organizzatori iniziali della struttura informativa in Veneto (cfr. capitolo 51), e concernente altresì la ricostruzione delle varie strutture di intelligence militari statunitensi, molto meno note rispetto alla C.I.A., che hanno operato anche in Italia a partire dal periodo bellico e dall’immediato dopoguerra.

 

 

Dall’analisi di tali atti emerge la conferma che Joseph LUONGO è stato un elemento di altissimo livello all’interno delle strutture di sicurezza militari degli Stati Uniti, sempre attivo in Italia nei centri nevralgici e nei luoghi di maggiore tensione.

 

 

In particolare è confermato che LUONGO è stato, subito dopo la fine delle ostilità, capo del COUNTER INTELLIGENCE CORP di Bolzano, in seguito capo di una struttura dello stesso servizio con base a Linz (in Austria), nell’ambito della quale egli, fra l’altro, si occupava personalmente di approntare liste di comunisti alto-atesini giudicati pericolosi per gli interessi americani (cfr. annotazione citata, f.3).

 

 

Joseph LUONGO si era altresì preoccupato, nel 1949, di verificare che il Governo italiano fosse pronto ad avvalersi, in caso di "sollevazioni di sinistra", dell’opera dei F.A.R. (Fasci di Azione Rivoluzionaria), organizzazione per il cui potenziamento ed efficienza proprio gli americani avevano speso forti somme (cfr. appunto del Ministero della Difesa, Stato Maggiore Esercito, 22.2.1949, e annotazione del R.O.S. citata, f.3, vol.55, fasc.9).

 

 

Si tratta dell’organizzazione terroristica formatasi subito dopo la fine della guerra, ispirata da alcuni leaders, fra cui Pino RAUTI e Clemente GRAZIANI (che avrebbero in seguito formato ORDINE NUOVO) e che si era resa responsabile, soprattutto nel 1950, di numerosi attentati nella Capitale.

 

 

Il maggiore Karl HASS, reclutato proprio da Joseph LUONGO, ha del resto ricordato, nel suo interrogatorio in data 4.7.1996, che i F.A.R. erano una delle organizzazioni cui si doveva appoggiarsi in caso di vittoria elettorale delle sinistre (f.3) e che inoltre uno dei suoi specifici incarichi per conto di LUONGO era la raccolta di informazioni e la sorveglianza, nella Capitale, degli emissari comunisti tedeschi che giungevano in Italia per prendere contatti con esponenti del P.C.I..

 

 

Dai nuovi atti forniti dal S.I.S.Mi., i rapporti fra il maggiore LUONGO e il maggiore HASS emergono, del resto, come continuativi e strettissimi (cfr. annotazione del R.O.S. citata, ff.2-4) ed emerge anche che l’attività del maggiore LUONGO si estendeva non solo all’Alto Adige, ma anche al Veneto, all’Emilia Romagna e alla Lombardia (f.4), in coincidenza con quanto ricordato anche da Carlo DIGILIO in merito ad uno spostamento di LUONGO a Milano insieme a Sergio MINETTO (int.15.6.1996, f.2).

 

 

Negli anni ‘60, il maggiore LUONGO, elemento di collegamento stabile con i funzionari del Ministero dell’Interno italiano (ma invece sgradito, per ragioni non note, al Servizio militare italiano), aveva lasciato il nostro Paese rientrando negli Stati Uniti e assumendo altri incarichi (cfr. annotazione R.O.S., f.6), ma nel 1968 era stato probabilmente riaccreditato in Italia, anche al fine di portare a termine una specifica missione di penetrazione presso il Ministero della Difesa ungherese, e veniva richiesta la sua assegnazione alla Base "Camp Ederle" di Vicenza, la stessa ove operavano o avevano operato il capitano David CARRET, Giovanni BANDOLI e Robert Edward JONES e che era il punto di riferimento, fra l’altro, di Dario ZAGOLIN (cfr. annotazione R.O.S., ff.7-9).

 

 

Gli ulteriori atti presenti nel fascicolo fornito dal S.I.S.Mi. testimoniano l’attività di LUONGO in Italia, soprattutto a Bolzano, quantomeno sino al 1984, sempre all’interno di strutture di sicurezza dell’Esercito americano la cui evoluzione, col passare del tempo, a partire dal vecchio C.I.C. del periodo bellico e post-bellico sino all’attuale IN.S.COM. (INTELLIGENCE AND SECURITY COMMAND), è visivamente esposta negli schemi allegati all’annotazione del 24.11.1997 (ff.3 e 4 allegati).

 

 

Si può quindi concludere che gli elementi indicati da Carlo DIGILIO in merito al ruolo di Joseph LUONGO sono documentalmente provati e che effettivamente questi era stato uno dei primi artefici della struttura americana che, cooptando ex-ufficiali nazisti ed ex-repubblichini (e fra questi, probabilmente fra i primi, Sergio MINETTO), aveva impostato soprattutto nel Nord-Italia la politica di sicurezza e informativa anticomunista che si sarebbe sviluppata sino agli anni della strategia della tensione e anche sino ad anni più recenti.

 

 

Martino SICILIANO, rientrato temporaneamente in Italia nell’estate del 1997, ha reso ulteriori dichiarazioni e fornito precisazioni sia a questo Ufficio sia ad altre Autorità Giudiziarie, fra cui la Procura della Repubblica di Brescia e l’Ufficio Istruzione di Venezia.

 

 

In relazione ai temi di interesse per la presente istruttoria, merita di essere ricordato che Martino SICILIANO ha messo a fuoco i suoi ricordi in merito al campo di addestramento svoltosi nell’ottobre 1971 nei pressi di Barni (cui aveva già fatto cenno nei suoi primi interrogatori in data 18.10.1994 e 15.3.1995) ed ha riconosciuto alcune scene riferentisi a tali esercitazioni in un gruppo di fotografie che erano state nel frattempo recuperate da questo Ufficio.

 

 

Si tratta delle fotografie tratte dall’istruttoria sviluppatasi nel 1972 a carico di Giancarlo ESPOSTI, Angelo ANGELI, Francesco ZAFFONI ed altri in relazione ad alcuni attentati e ad alcuni episodi di detenzione di armi ed esplosivi, in occasione della quale, mostrando così, al tempo, un certo atteggiamento di collaborazione, Angelo ANGELI aveva consegnato ai Giudici inquirenti le fotografie scattate a Barni in cui comparivano lo stesso ANGELI e alcuni altri militanti impegnati nelle esercitazioni.

 

 

Ecco il racconto di Martino SICILIANO, di interesse in relazione alle complessive attività del gruppo La Fenice:

 

 

"....io rimasi solo un giorno presso il campo, che era costituito da tre o quattro tende, e posso confermare la presenza soprattutto dei milanesi e cioè ROGNONI, ESPOSTI, PAGLIAI, ZAFFONI, ANGELI e, mi sembra, anche AZZI, in pratica quasi tutti quelli dell'area de La Fenice o quantomeno gli elementi più attivi.

Come ho già detto io vidi solo alcune armi da fuoco, pistole Beretta cal.9 portate da ESPOSTI e ROGNONI.

La località era appunto Barni, sulle montagne sopra Lecco e prospicienti il lago.

Prendo visione di alcune fotografie allegate al fascicolo della Procura di Milano, in cui si vedono alcuni dei partecipanti al campo, e posso dire che in una fotografia si vedono molto bene Angelo ANGELI e Giancarlo ESPOSTI con i Ray-Ban, inginocchiati mentre maneggiano miccia e candelotti di esplosivo.

In un'altra fotografia si vedono, in marcia, a destra ANGELI e a sinistra, con la tuta maculata, ZAFFONI, i quali compaiono anche in una terza fotografia, insieme ad una persona che non riconosco, mentre puntano le pistole.

In un'ultima fotografia c'è Francesco ZAFFONI, steso a terra durante l'addestramento al cosiddetto "passo del leopardo".

(SICILIANO, int. 14.10.1997).

 

 

 

La descrizione fatta da Martino SICILIANO del campo di addestramento di Barni è stata confermata, nelle sue linee essenziali, da Francesco ZAFFONI, ben visibile nelle fotografie, il quale, nell’ambito della medesima testimonianza (resa in data 27.12.1997 nella fase conclusiva dell’istruttoria), ha avuto anche modo di riconoscere il palazzo di Venezia ove aveva sede il circolo "Il Quadrato" e dove era stato ospitato nel 1974 insieme a Piero BATTISTONprima di fuggire all’estero (cfr. capitolo 5 della presente ordinanza) e di confermare alcuni particolari relativi all’arrivo a Milano di Marzio DEDEMO, inviato dal dr. MAGGI, da Venezia, subito dopo la grave aggressione subita dalla moglie di Giancarlo ROGNONI (cfr. capitolo 9).

 

 

Martino SICILIANO, nel corso dei suoi ultimi interrogatori, ha rievocato un nuovo episodio e cioè il progetto di attentato contro l’Autogrill "Cantagallo" dopo che i suoi dipendenti, improvvisando una sorta di sciopero, si erano rifiutati di servire l’on. Giorgio ALMIRANTE che si era fermato presso l’Autogrill al ritorno da una manifestazione politica:

 

 

"....ricordo benissimo l'episodio dell'autogrill Cantagallo che risale all'inizio degli anni '70 e a seguito del quale i camerieri, riconosciuto Almirante proclamarono subito uno sciopero di protesta. Ricordo anche che Almirante si era fermato presso l'autogrill di ritorno da una manifestazione politica mi sembra in concomitanza con qualche manifestazione elettorale. Il nostro ambiente subì l'episodio come un affronto non solo per l'M.S.I. in quanto tale, ma anche per Ordine Nuovo che era rientrato nel M.S.I. e che vedeva inoltre nell'on. Almirante, benché non sulle nostre posizioni, un simbolo per tutta la destra.

Si discusse quindi, in Via Mestrina, sulla possibilità di dare una risposta forte a tale affronto e ZORZI, in particolare, progettò la collocazione da parte del nostro gruppo di un ordigno esplosivo all'esterno dell'autogrill, collocandolo in particolare in prossimità di tubi o bombole di gas al fine di aumentare la potenza dell'esplosione.

Il progetto si arrestò in quanto l'M.S.I. prese una propria autonoma iniziativa che si concretizzò in una spedizione punitiva all'Autogrill capeggiata da Pietro CERULLO, che all'epoca era uno dei responsabili giovanili del Partito a livello nazionale.

La spedizione punitiva ebbe notevole risalto in quanto sfociò nel danneggiamento dell'autogrill e in tafferugli con i camerieri che erano stati responsabili dell'episodio contro Almirante e di conseguenza un nostro ulteriore intervento, per di più di quella gravità, avrebbe finito col mettere in difficoltà il partito in cui eravamo ormai inseriti.

Quindi, dato il notevole risalto che ebbe l'iniziativa condotta dall'on. Cerullo, abbandonammo il nostro progetto".

(SICILIANO, 20.10.1997).

 

 

 

Lo "sciopero" di protesta dei dipendenti del "Cantagallo" al momento dell’arrivo dell’on. ALMIRANTE, episodio che all’epoca suscitò un certo clamore, e la successiva "spedizione punitiva" dei militanti missini contro l’Autogrill, sono effettivamente avvenuti nel giugno 1973.

 

 

Si aggiunga che Vincenzo VINCIGUERRA, in una recente deposizione resa a personale del R.O.S. su delega della Procura della Repubblica di Brescia nell’ambito delle indagini sulla strage di Piazza della Loggia, ha riferito l’episodio in termini sostanzialmente analoghi.

 

 

Ciò conferma quanto già rilevato nella parte introduttiva della sentenza-ordinanza di questo Ufficio del marzo 1995 e cioè che, nonostante il lungo tempo trascorso e l’intrinseca difficoltà che ha sempre caratterizzato le indagini sulle stragi e l’eversione di destra, quasi nessun episodio o circostanza importante toccata dall’istruttoria è sorretta, sul piano probatorio, da una sola testimonianza; al contrario, in quasi tutti i casi il racconto si basa su due o anche più testimoni, perdipiù (come DIGILIO, SICILIANO, VINCIGUERRA, BONAZZI, FABRIS e così via) del tutto indipendenti l’uno dall’altro, in quanto da moltissimi anni non più in contatto, mentre in altri e non pochi casi il riscontro è stato fornito da un dato documentale reperito, il più delle volte, grazie all’Archivio del S.I.S.Mi.

 

 

Anche Carlo DIGILIO, nello scorcio finale dell’istruttoria, ha reso alcuni interrogatori di notevole importanza, il cui contenuto non è necessario riportare interamente in questa sede trattandosi di circostanze di diretta rilevanza per le indagini collegate in corso presso la Procura della Repubblica di Milano.

 

 

Si può tuttavia ricordare che Carlo DIGILIO, parlando di Gastone NOVELLA (il croupier del Casinò del Lido di Venezia, simpatizzante di Ordine Nuovo), ha fornito ulteriori particolari sul concentramento, a Venezia, nella notte in cui doveva aver luogo il "golpe Borghese", riallacciandosi così al quadro già esposto nel capitolo 38 della sentenza-ordinanza del marzo 1995:

 

 

"Gastone NOVELLA era inoltre molto legato al Principe BORGHESE, anche per tradizione familiare, e insieme al padre era fiduciario, per Venezia, del Fronte Nazionale. Del resto Gastone NOVELLA era presente con me, Marino GIRACI con il padre e lo zio, e, fra gli altri, anche Giorgio BOFFELLI al concentramento dinanzi all'Arsenale nella notte fra il 7 e l'8 dicembre 1970. C'erano altri militanti nella vicina sede dell'Associazione Marinai ed attendemmo dalle ore 22 circa sino quasi a mezzanotte quando arrivò il contrordine. C'erano pronti anche alcuni motoscafi militari proprio lì davanti, sotto i capannoni della Marina.

Infatti, tramite contatti con ufficiali della Marina era assicurato anche il loro intervento nel momento in cui l'azione fosse scattata. Gastone NOVELLA ci aveva assicurato che le navi americane erano state allertate e che anche loro erano d'accordo ed effettivamente CARRET mi confermò che varie navi da guerra erano state, per precauzione, tenute fuori dal porto in quei giorni per evitare che fossero colpite dalle improvvise reazioni dei gruppi comunisti se fossero rimaste attraccate".

(DIGILIO, int. 19.12.1997).

 

 

 

Di interesse ancora maggiore è quanto riferito da Carlo DIGILIO, sempre con riferimento iniziale al "golpe Borghese", in merito alla figura di Dario ZAGOLIN, in precedenza oggetto solo di scarsissimi accenni:

 

 

"Premetto che intorno alla zona del Lido di Venezia, alla fine degli anni '60, si coagulava un gruppo facente riferimento sia al FRONTE NAZIONALE sia a ORDINE NUOVO e che era impegnato nella progettazione di quello che poi sarebbe stato il tentativo di golpe del Principe BORGHESE. Di questo gruppo facevano parte, come ordinovisti, Giangastone ROMANI, BARBARO (quello che faceva il grossista di bibite), un certo DE COL (che era un elemento esaltato) e alcuni componenti della squadra di pallavolo dell'associazione sportiva FIAMMA e cioè Erminio DORIA (in seguito affogato in Sardegna) e suo fratello Marco che sposò la sorella di Marino GIRACI (di nome Gabriella) e che aveva un negozio di specialità veneziane in Calle delle Rasse.

Sempre del medesimo gruppo, ma aderenti al Fronte Nazionale, c'erano Osvaldo GIRACI, suo figlio Marino e suo fratello Livio, poi Emilio NOVELLA e suo figlio Gastone, che faceva il croupier al Casino del Lido, e poi il capitano di Lungo Corso GODEAS, molto amico dell'armatore LIGABUE.

Ai margini di questo gruppo gravitava Roberto ROTELLI che metteva a disposizione il suo peschereccio per battute di pesca e anche per l'ispezione delle navi affondate al largo del Lido.

Faccio presente che fu proprio ROTELLI, insieme a DE COL, a deporre, nuotando sino ai giardini di Sant'Elena, l'ordigno che distrusse il Monumento alla Partigiana all'inizio degli anni '60.

Voglio ancora far presente che in questo contesto di persone una figura di notevole spicco era Emilio NOVELLA, il quale, durante la seconda guerra mondiale, aveva combattuto in Garfagnana, credo nella Divisione Monterosa, nell'ultima fase della lotta e della resistenza delle forze italo- tedesche.

Emilio NOVELLA parlava molto bene il francese anche perché proveniva da Montecarlo ed era un massone di "grado 33", appartenente ad una loggia credo proprio facente riferimento a Montecarlo.

Ricordo che suo figlio Gastone propose anche a me di aderire ad una loggia massonica esponendomene i vantaggi, ad esempio in relazione alla possibilità di trovare posti di lavoro e vincere concorsi pubblici.

Io tuttavia rifiutai perché non ho mai avuto simpatia per la massoneria.

Sempre di quest'area di persona faceva parte anche Giorgio BOFFELLI, pur non abitando vicino al Lido.

Nel periodo in cui si stava preparando il golpe BORGHESE e vi era la necessità di utilizzare ogni elemento utile e, in particolare, che avesse capacità operative, sentii parlare da Gastone NOVELLA, da BOFFELLI e da Marino GIRACI di due militanti di Padova, Dario ZAGOLIN e del suo luogotenente BEPI, che erano elementi molti fidati e che avrebbero costituito il retroterra operativo per gli elementi veneziani.

Di questo BEPI, certamente diminutivo del nome Giuseppe, non ricordo il cognome, ma ricordo tuttavia che aveva combattuto nella Legione Straniera francese, da cui era uscito con il grado di sergente e con una pensione, e quindi poteva svolgere il ruolo di istruttore.

Invece ZAGOLIN era più portato per compiti informativi e di raccordo.

Dopo il fallimento del tentativo del Principe BORGHESE, vi fu un notevole allarme perché vi era il timore che potessero essere aperte indagini e ZAGOLIN era fra quelli che sapevano tutto sulla cospirazione e disponevano del quadro completo degli affiliati.

Effettivamente una sera anch'io conobbi Dario e Bepi.

Era venuto da me Gastone NOVELLA e insieme ci recammo a Mestre in Corso del Popolo dove incontrammo Dario e Bepi che venivano da Padova su una vecchia CITROEN DS19 guidata dal Bepi.

Ci portammo in una zona isolata in quanto Gastone doveva parlare con i due dello sviluppo della situazione.

Erano trascorsi circa 6 mesi dal fallito golpe BORGHESE, infatti ricordo che era tarda primavera o inizio estate.

Ricordo anche, a titolo di curiosità, che mentre ci portavamo in questa località isolata, un'automobilista di passaggio con targa di Treviso non ci diede strada e Dario e Bepi, che erano molto robusti di corporatura e che quella sera erano molto nervosi, si fermarono con l'intenzione di pestarlo anche se poi lo scontro rientrò.

Ricordo che i discorsi tra Gastone e i due padovani riguardarono il rischio che la vicenda del golpe divenisse nota.

In seguito, nell'ambiente di cui ho parlato, la figura di ZAGOLIN cadde in disgrazia in quanto si diceva che egli aveva reso nota una serie di nomi ad una struttura informativa e in particolare a quella della Questura di Verona.

Ricordo che Gastone NOVELLA era arrabbiatissimo e diceva che ZAGOLIN doveva essere punito.

Quando si seppe che ZAGOLIN era fuggito in Grecia vi fu una fitta corrispondenza fra l'Italia e i fuoriusciti italiani in Grecia per rintracciarlo e sottoporlo ad una sorta di processo e quando Angelo ANGELI, molti anni dopo, mi disse che in Grecia era stato una sorta di custode o carceriere di ZAGOLIN e avrebbe potuto decidere della sua vita, tale racconto mi si ricollegò subito a quello che era avvenuto all'inizio degli anni '70.

Faccio presente che, all'epoca, in Grecia vi erano anche MASSAGRANDE e BESUTTI e credo siano stati anch'essi coinvolti nella vicenda ZAGOLIN".

(DIGILIO, int. 10.12.1997).

 

 

 

Dario ZAGOLIN e il suo luogotenente BEPI, da identificarsi certamente in Giuseppe MENOCCHIO (anch’egli inquisito nell’istruttoria sul "golpe Borghese" e la Rosa dei Venti condotta dal G.I. di Padova, dr. Giovanni Tamburrino), erano quindi in stretto contatto, in quegli anni, con l’area veneziana e soprattutto con il gruppo di Ordine Nuovo del Lido di Venezia, intorno a cui gravitava anche Roberto ROTELLI, il fornitore della gelignite a Delfo ZORZI (cfr. capitolo 34).

 

 

Tale inquadramento dei contatti di Dario ZAGOLIN è molto importante poiché la sua figura aveva cominciato a delinearsi già all’interno del primo troncone dell’istruttoria.

 

 

Dario ZAGOLIN, elemento importante del tentativo di golpe del Principe Borghese e dei progetti successivi, sfuggito alla cattura grazie alle coperture di cui godeva e rifugiatosi da quell’epoca in Francia, era infatti risultato (cfr. capitolo 61 della sentenza-ordinanza del marzo 1995) in contatto con servizi di sicurezza italiani e probabilmente anche americani, in contatto altresì con Licio GELLI agli inizi degli anni ‘70 e in seguito, a Parigi, ove si era rifugiato, con Stefano DELLE CHIAIE.

 

 

Tali circostanze sarebbero semplicemente "di contorno" se l’autovettura FIAT 1500 targata "Padova" di Dario ZAGOLIN, come già emerso nell’istruttoria condotta negli anni ‘80 dal G.I. di Catanzaro, dr. Emilio Le Donne, non fosse risultata parcheggiata, l’11.12.1969 e cioè il giorno precedente la strage di Milano, in Piazza Diaz a soli 400 metri da Piazza Fontana.

 

 

I collegamenti con il gruppo veneziano , svelati da Carlo DIGILIO nell’interrogatorio in data 10.12.1997, sono dunque di estrema importanza in quanto, anche in base ad altri elementi che in questa sede non è possibile riportare, Dario ZAGOLIN è divenuto l’ultimo soggetto, in ordine di tempo, indagato per il reato di concorso nella strage di Piazza Fontana nelle indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Milano.

 

 

Carlo DIGILIO, infine, nell’interrogatorio svoltosi in data 19.12.1997, si è risolto a precisare un particolare importante in merito al ruolo ricoperto da Giovanni VENTURA nella giornata del 12.12.1969:

 

 

"Intendo a questo punto fornire una ulteriore precisazione in merito ai fatti più gravi, che ritengo importante e che si spiega alla luce delle mie iniziali titubanze a riferire alcune circostanze che ricollegavano la mia presenza appunto agli attentati più gravi nella loro immediatezza. In uno dei miei primi interrogatori, che l'ufficio mi fa presente essere avvenuto in data 16.4.1994, io avevo riferito che Delfo ZORZI mi aveva parlato di VENTURA come "QUELLO DELLE BOMBE INESPLOSE" in occasione dell'incontro che avvenne al fine di organizzare l'evasione dello stesso VENTURA e quindi molto tempo dopo gli avvenimenti. In realtà, tale concetto mi fu esposto da ZORZI, e con rabbia, anche "a caldo" nell'incontro che avvenne nel gennaio/febbraio 1970, sempre a Mestre, e di cui ho parlato nell'interrogatorio in data 20.1.1996 a foglio 7. In tale occasione Delfo ZORZI parlò con estrema soddisfazione dell'azione cui aveva partecipato a Milano e dei risultati che poteva avere per la destra e però aggiunse che vi era stato un problema in quanto una delle due bombe di Milano non era esplosa, era stata ritrovata e gli elementi che le componevano avrebbero potuto consentire agli inquirenti di risalire agli autori degli attentati.

Secondo ZORZI, ciò era colpa di VENTURA, ritengo con riferimento alle operazioni di innesco dell'ordigno, e definì appunto in questa occasione VENTURA come "quello delle bombe inesplose". Ebbi la sensazione che con tale frase egli si riferisse al fatto che anche alcuni degli altri attentati preparatori, che avevano preceduto quelli del 12 dicembre 1969 e in cui aveva messo mano VENTURA, fossero falliti per colpa sua.

Del resto quando, dopo la preparazione delle scatolette di legno avvolte in carta da pacchi nel casolare di Paese, eravamo in procinto di lasciare il casolare, parte delle scatolette erano state prese da ZORZI e parte da VENTURA, che quindi si divisero la responsabilità delle ultime fasi esecutive.

Nel corso dell'incontro in cui si parlò del progetto di evasione, ZORZI mi ribadì che VENTURA era un imbecille perché, come era responsabile delle bombe inesplose dimostrandosi un incapace, così aveva fatto la leggerezza di confidarsi con il suo amico LORENZON, ma nonostante questa serie di comportamenti andava fatto evadere proprio parche vi era il rischio che, per tale suo carattere, cedesse e si mettesse a parlare con gli inquirenti.

Avevo inizialmente attribuito tale discorso di ZORZI solo all'incontro relativo al progetto di evasione di VENTURA in quanto, nella prima fase della mia collaborazione, avevo ancora delle titubanze discendenti dalla gravità di quanto ero in grado di dire e volevo tenermi un pò lontano dal riferire la mia presenza nelle situazioni più gravi e immediate rispetto ai fatti".

(DIGILIO, int. 19.12.1997, ff.3-4).

 

 

 

Giovanni VENTURA, quindi, era direttamente coinvolto e si era personalmente occupato del secondo attentato organizzato a Milano per la giornata del 12.12.1969, e cioè la collocazione dell’ordigno, rimasto inesploso, in un corridoio della filiale di Piazza della Scala della Banca Commerciale.

 

 

Carlo DIGILIO aveva appreso tale circostanza da Delfo ZORZI non, come inizialmente riferito, solo nel 1973, quando era in fase di organizzazione l’evasione di VENTURA, ma nell’immediatezza dei fatti, allorchè Delfo ZORZI gli aveva esposto il suo consuntivo della giornata del 12.12.1969.

 

 

Carlo DIGILIO si è risolto a riferire tale importante particolare solo in uno degli ultimi interrogatori secondo la sua tipica scelta di "progressione" delle dichiarazioni che, tuttavia, nulla toglie alla logica interna e alla credibilità complessiva e finale della sua collaborazione, tenendo anche presenti gli enormi ostacoli di ordine soggettivo ed oggettivo che tale collaborazione, soprattutto nella sua fase centrale, ha incontrato.