SENTENZA DEL GIUDICE SALVINI SULLA STRATEGIA DELLA TENSIONE (FEBBRAIO 1988)

 

PARTE QUINTA - 55

 

La direttiva Westmoreland, il campo di addestramento di Fort Foin e i rapporti con la struttura golpista

 

 

Prima di passare alle osservazioni conclusive sulla portata del coinvolgimento della struttura descritta da Carlo DIGILIO negli avvenimenti salienti della strategia della tensione e relative alla posizione processuale del capitano David CARRET, responsabile della struttura sino al 1974, sembrano utili ancora alcuni spunti di riflessione che scaturiscono dal racconto del collaboratore.

 

 

In relazione alle linee strategico-politiche e ai moduli operativi della struttura di sicurezza statunitense di cui era divenuto agente, Carlo DIGILIO ha fatto più volte riferimento alla c.d. Direttiva del generale WESTMORELAND del 18.3.1970 (int. 14.12.1996, f.3), tecnicamente il FIELD-MANUAL 30-31, documento riservato agli ufficiali dell’Esercito U.S.A. e dedicato, con progressivi aggiornamenti, alle linee di azione dei servizi segreti americani e all’esecuzione di "operazioni speciali".

 

 

In tale documento (una copia del quale fu rinvenuta e sequestrata nella valigia di Maria Grazia GELLI, figlia del creatore della Loggia P2, all’aereoporto di Fiumicino il 3.7.1981) è molto interessante la parte dedicata al caso di Governi Alleati che mostrino "passività" o indecisione di fronte alla sovversione comunista reagendo in modo inadeguato.

 

 

In tali casi, secondo il documento, i servizi segreti dell’Alleato nordamericano (fra cui, si sottolinea, le strutture interne ad una base come la FTASE di Verona e alle strutture militari circostanti) devono disporre di mezzi per lanciare operazioni speciali capaci di convincere il Governo e l’Opinione pubblica del Paese amico della realtà del pericolo e della necessità di portare a termine azioni di risposta.

 

 

In sostanza il documento, ricco di indicazioni operative per gli agenti operanti sul territorio e di grafici e tabelle, illustra come destabilizzare un Paese amico in cui sia temuta un’avanzata elettorale comunista o dei loro alleati.

 

 

Il pensiero va, ovviamente, anche alla situazione politica del nostro Paese tra la fine degli anni ‘60 e la fine degli anni ‘70 e il riferimento fatto da DIGILIO a tale documento (acquisito agli atti anche nella traduzione italiana e a cui si rimanda per un più approfondito esame; vol.23, fasc.4) appare quindi tutt’altro che azzardato tenendo presente che i suggerimenti operativi contenuti nella Direttiva risultano in perfetta sintonia con gli interventi della struttura americana da lui descritta nei gravi avvenimenti oggetto dell’istruttoria.

 

 

Al fine di comprendere più approfonditamente la struttura e i meccanismi di funzionamento della rete informativa descritta da Carlo DIGILIO, questo Ufficio aveva anche chiesto di essere autorizzato a visionare i fascicoli esistenti presso le basi N.A.T.O. del Veneto, e in particolare presso il Comando FTASE di Verona, quantomeno limitatamente a quelli intestati a cittadini italiani quali MINETTO e BANDOLI, i cui nomi attraversavano tutto il corso dell’istruttoria.

 

 

Una lettera in tal senso veniva inviata il 15.4.1996 al Presidente del Consiglio, on. Lamberto Dini, affinchè fossero investiti della richiesta, tramite i componenti italiani, gli organi collegiali della N.A.T.O. competenti ad autorizzare la visione dei fascicoli ed eventualmente a disporre la declassificazione dei documenti.

 

 

Tale iniziativa non aveva concretamente alcun esito in quanto, dopo una lettera della Segreteria della Presidenza del Consiglio con cui in data 20.4.1996 si assicurava l’impegno da parte italiana a sostenere tale richiesta, gli ulteriori sviluppi si limitavano ad una nota del Ministero della Difesa in data 8.7.1996 con la quale laconicamente si comunicava che presso le basi di Verona e di Vicenza nessun fascicolo era stato rinvenuto (cfr. vol.23, fasc.5).

 

 

Affermazione, questa, incontrollabile poiché non risultava chi e con quali modalità avesse effettuato la ricerca nè era stato in alcun modo reso possibile a questo Ufficio presenziare o comunque partecipare alla ricerca stessa.

 

 

Un profilo interessante è poi costituito dai rapporti fra la struttura informativa americana e le organizzazioni golpiste che si stavano preparando per il tentativo fallito del Comandante BORGHESE del 7/8 dicembre 1970.

 

 

Carlo DIGILIO aveva appreso, nel Comando della base FTASE di Verona presenti il capitano RICHARDS, SOFFIATI, MINETTO e BANDOLI, che a Fort Foin, nei pressi di Bardonecchia, nell’agosto del 1970 si era svolto un campo di addestramento con la presenza di 40 capigruppo che dovevano preparare i nuclei piemontesi destinati ad entrare in azione pochi mesi dopo, al momento del golpe.

 

 

Alcuni dei partecipanti provenivano dal gruppo SIGFRIED e dai NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO e per contribuire a tale esercitazione, molto importante per lo sviluppo del piano strategico, il prof. Lino FRANCO e SOFFIATI si erano preoccupati di inviare uno o due mitragliatori e relative munizioni provenienti dai depositi di Pian del Cansiglio (int. DIGILIO, 27.11.1994, f.2, e 26.6.1997, f.2).

 

 

Il capitano RICHARDS si era tuttavia lamentato del fatto che, anche in base alle informative del S.I.D., era risultato che gli organizzatori del campo avessero sostenuto che la disponibilità di uomini e mezzi era inferiore a quella effettiva (in realtà la struttura destinata ad operare in Piemonte disponeva complessivamente di oltre 500 uomini) e ciò al fine, come sovente accadeva, di ottenere un maggior aiuto da parte degli americani (int. 27.11.1994, f.2).

 

 

Gli atti reperiti e forniti dal S.I.S.Mi. hanno pienamente confermato, anche in questo caso, il racconto del collaboratore.

 

 

Infatti il campo, denominato SIGFRIDO, si era tenuto effettivamente a Fort Foin, per diversi giorni nell’estate del 1970, nei pressi di una ex-fortezza militare in alta montagna, con l’addestramento all’uso di armi individuali e di reparto e all’uso di trasmittenti e con una forte presenza numerica, anche di militanti di Ordine Nuovo, che era stata notata e che aveva destato allarme negli abitanti e nei turisti della zona, senza tuttavia, a quanto pare, che le forze dell’ordine effettuassero alcun serio intervento (cfr. nota del R.O.S. in data 4.6.1996 e allegati atti provenienti dal S.I.S.Mi., vol.20, fasc.6, ff.1 e ss., e nota del R.O.S. in data 2.6.1997 ed ulteriori atti provenienti dal S.I.S.Mi., vol.7, fasc.7, ff.11 e ss.).

 

 

E’ interessante notare che uno degli organizzatori del campo sarebbe stato Giuseppe DIONIGI, l’ordinovista torinese presso il quale si erano rifugiati, all’inizio degli anni ‘70, i triestini NEAMI, BRESSAN e FERRARO in quanto temevano di essere ricercati in relazione alla prima indagine che era stata aperta per l’attentato alla Scuola Slovena di Trieste.

 

 

Si può quindi trarre la conclusione, che emerge peraltro dall’insieme degli interrogatori di Carlo DIGILIO e di altri testimoni come Dario PERSIC, che la struttura americana non fosse affatto contraria al progetto di colpo di Stato ed anzi fosse pienamente orientata, almeno in una certa fase, a fornire il suo supporto, lamentando solo la scarsa sincerità degli esponenti golpisti disponibili a sottostimare le loro forze pur di ricevere ulteriori aiuti.