SENTENZA DEL GIUDICE SALVINI SULLA STRATEGIA DELLA TENSIONE (FEBBRAIO 1988)

 

PARTE QUINTA - 53

 

La posizione di Giovanni Bandoli

 

 

Giovanni BANDOLI, ufficialmente solo impiegato presso la base americana SETAF, prima di Verona e poi di Vicenza, come istruttore di audiovisivi, italiano americanizzato tanto da farsi chiamare normalmente JOHN e da portare sovente la divisa americana, è stato raggiunto come Carlo DIGILIO e Sergio MINETTO dall’imputazione di spionaggio politico e militare (cfr. informazione di garanzia emessa in data 29.11.1995, vol.1, fasc.21, f.17).

 

 

Giovanni BANDOLI, con una reticenza non inferiore a quella di Sergio MINETTO, non solo ha dichiarato di non aver mai fatto parte di alcuna struttura informativa o di sicurezza, ma ha negato di aver mai conosciuto Carlo DIGILIO e ha ammesso solo di aver incontrato pochissime volte Sergio MINETTO, prevalentemente presso l’abitazione di Bruno SOFFIATI a Colognola (cfr. dichiarazioni a personale R.O.S. in data 25.5.1995, f.2).

 

 

Del resto era difficile attendersi un atteggiamento diverso da una persona come BANDOLI, ormai anziano e in pensione, ma che ha tenuto a sottolineare che "l’Alleanza (Atlantica) gli aveva dato da mangiare per tanti anni e quindi poteva esserle solo grato" (cfr. relazione in data 20.5.1995, vol.25, fasc.1, f.6).

 

 

Peraltro non sembra esservi dubbio che Giovanni BANDOLI (che non a caso Sergio MINETTO ha ammesso solo faticosamente di conoscere, dopo una iniziale negazione; dep. 17.5.1995, f.2, e 22.5.1995, f.4) abbia fatto parte della struttura descritta da Carlo DIGILIO ed anzi, come giustamente sottolineato nell’annotazione del R.O.S. in data 8.5.1996 relativa al coinvolgimento di strutture di intelligence nella "strategia della tensione", con Giovanni BANDOLI si tocca uno dei livelli importanti della rete operativa (parzialmente separata da quella informativa) di tale struttura (cfr. annotazione citata, f.92).

 

 

Tralasciando momentaneamente i documenti riferiti a Robert Edward JONES e John HALL rinvenuti in occasione della perquisizione operata nella casa di BANDOLI il 17.5.1995 e di cui si parlerà nel prossimo capitolo, Carlo DIGILIO ha riferito che egli era il referente di Marcello SOFFIATI, componente appunto della sezione operativa della struttura (int. 30.10.1993, f.2).

 

 

Carlo DIGILIO aveva avuto occasione di lavorare con Giovanni BANDOLI due volte.

 

 

Egli è stato infatti inviato in missione con BANDOLI al Poligono di Avesa, presso Verona, per seguire e verificare un’esercitazione di civili e militari della Legione veronese dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO, presente il suo responsabile, colonnello Amos SPIAZZI, il quale, nella deposizione resa al G.I. di Bologna e a questo Ufficio, ha fra l’altro confermato che tale esercitazione era avvenuta.

 

 

Conclusa positivamente la missione, Giovanni BANDOLI e Carlo DIGILIO avevano riferito separatamente ai loro superiori in merito al suo esito, circostanza questa che conferma l’esistenza di due reti distinte, anche se collegate, l’una operativa e l’altra informativa (int, DIGILIO, 6.4.1994, f.4).

 

 

Giovanni BANDOLI aveva inoltre partecipato, insieme al capitano Teddy RICHARDS, a Marcello SOFFIATI e ad altri dipendenti delle basi N.A.T.O. di Verona e di Vicenza, nell’estate del 1974 nei pressi di Riva del Garda, alla fase finale dell’operazione di recupero delle barre di uranio sottratte all’estero, probabilmente in Germania, da alcuni malviventi comuni, individuati e attirati in una trappola grazie all’attività informativa di Carlo DIGILIO con il conseguente recupero, appunto, del materiale nucleare (int. DIGILIO, 1°.7.1994, f.2, e 22.6.1996, f.2).

 

 

Giovanni BANDOLI aveva anche partecipato, con il capitano CARRET, Marcello SOFFIATI e Carlo DIGILIO, ad un’esercitazione nell’Alto Adriatico dell’operazione DELFINO ATTIVO o DELFINO SVEGLIO, finalizzata, con improvvisi allarmi simulati da piccole navi americane, a saggiare la capacità di reazione della nostra flotta militare in caso di attacchi effettivi da parte delle forze nemiche (int. DIGILIO, 5.1.1996, f.4).

 

 

Dario PERSIC ha inoltre riferito che Giovanni BANDOLI aveva condotto con sè Marcello SOFFIATI, per alcuni giorni, presso la base di Camp Darby, vicino Livorno (dep. 9.2.1995, f.2, e, sul punto, anche int. DIGILIO, 2.12.1996, f.3), era in contatto con il capitano David CARRET avendolo anche incontrato a casa sua per incontri amichevoli, presente lo stesso PERSIC, (dep. 8.2.1995, f.1) e aveva anche contatti con Alti Ufficiali americani fra cui un Comandante della base N.A.T.O. di Napoli (dep. 8.2.1995, f.2).

 

 

Giovanni BANDOLI si muoveva nella caserma EDERLE di Vicenza, sede del Comando SETAF, con la massima libertà, non certo da semplice impiegato, disponendo anche delle chiavi di parecchi uffici come lo stesso PERSIC aveva avuto modo di notare quando, insieme ai due SOFFIATI e ad Enzo VIGNOLA, era stato invitato nella caserma (dep. al G.I., 18.4.1997, f.5).

 

 

Benito ROSSI ha riferito di aver conosciuto Giovanni BANDOLI, amico di Sergio MINETTO, alla fine degli anni ‘60 presso il Piccolo Hotel di Verona, luogo dove i militari americani tenevano riunioni riservate, e lo ha collocato, all’interno della struttura americana, quale personaggio di notevole rilievo e superiore, per importanza, a Marcello SOFFIATI e allo stesso Sergio MINETTO (dep. ROSSI, 10.4.1997, f.3, e 21.5.1997, f.2).

 

 

In conclusione, se non vi è dubbio alcuno in merito all’internità di Giovanni BANDOLI alla struttura di intelligence avente la sua base a Verona e la sua articolazione certamente nelle caserme circostanti, vi è tuttavia da chiedersi se il ruolo da lui concretamente svolto, così come è stato delineato, sia rilevante sul piano penale per la legge italiana.

 

 

Non vi sono molti precedenti in merito, ma, sul piano logico e della ratio della norma, collocata nel suo contesto storico e politico/internazionale, deve necessariamente ritenersi che l’attività di spionaggio concretizzabile in acquisizione di notizie o nello svolgimento di azioni "coperte" debba, per ledere l’interesse protetto dalla norma, porre in pericolo e scontrarsi con l’interesse politico o interno dello Stato ospitante (anche se in ipotesi l’agente sia cittadino italiano dipendente da una struttura straniera) e non semplicemente riguardare attività o situazioni di interesse per il Paese alleato, ma neutre o non pericolose per il nostro Paese o addirittura in grado di collocarsi nella stessa linea di politica militare o di sicurezza sancita da accordi internazionali.

 

 

Nel caso in esame, gli episodi che risultano aver caratterizzato l’attività di Giovanni BANDOLI, o almeno quella parte di essa che è nota, e cioè il recupero di barre di uranio sul nostro territorio, sottratte ad una struttura probabilmente militare occidentale, e anche l’attività di controllo e di osservazione delle esercitazioni dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO, organizzazione parallela, ma pur sempre ufficiale o semi-ufficiale inserita in senso ampio nella politica difensiva dell’Alleanza Atlantica, non sembrano in alcun modo aver leso l’interesse politico o interno del nostro Paese che a quella stessa linea politica si ispirava.

 

 

Diverso sarebbe stato se Giovanni BANDOLI avesse partecipato a quelle attività di raccolta di notizie, elaborazione di strategie, ispirazione e consulenza "tecnica", proprie del ruolo svolto da MINETTO e DIGILIO (e indirettamente dai loro superiori), prodromiche all’esecuzione di attentati e stragi, attività avvenute senza informare le nostre Autorità (quando non in complicità con le stesse) e destinate a porre in grave pericolo i nostri cittadini e le istituzioni del nostro Paese.

 

 

Non risulta, però, che Giovanni BANDOLI abbia preso parte a tali attività (egli non è stato inviato in missione al casolare di Paese né ha avuto contatti diretti sul piano informativo e operativo con le attività del gruppo di VENTURA, MAGGI e ZORZI) e di conseguenza i comportamenti lui ascritti, pur discutibili su altri piani, non concretizzano il reato di spionaggio politico o militare.

 

 

Ferma restando, quindi, la prova del suo inserimento nella struttura descritta da Carlo DIGILIO, egli deve essere prosciolto con la formula "il fatto non costituisce reato".