SENTENZA DEL GIUDICE SALVINI SULLA STRATEGIA DELLA TENSIONE (FEBBRAIO 1988)

 

PARTE TERZA - 24

 

Altri episodi riferibili al Dr. Carlo Maria Maggi

 

 

L'AFFISSIONE A MESTRE DEI "MANIFESTI CINESI" PRELEVATI A PADOVA

 

Oltre ai fatti/reato ora esposti, nel corso dell'attività istruttoria sono emersi altri episodi dai quali, pur non derivando specifiche imputazioni, è possibile trovare conferme molto significative del ruolo determinante, sia sul piano decisionale sia sul piano operativo, ricoperto dal dr. MAGGI nelle attività illecite del gruppo mestrino/veneziano.

 

 

Ci riferiamo in primo luogo al prelievo a Padova da parte del gruppo di finti "manifesti cinesi" e alla loro successiva affissione a Mestre, episodio così rievocato da Martino SICILIANO:

 

 

"....Per quanto concerne l'affissione dei manifesti filocinesi.... la vicenda si sviluppò nei seguenti termini. Io, ZORZI e Paolo MOLIN, con la FIAT 1100 di MAGGI, partimmo da Venezia in direzione di Padova. Ci fermammo a Limena, uscendo proprio al casello dell'autostrada di tale cittadina.

A Limena Paolo MOLIN conosceva una persona del gruppo di Padova che doveva consegnare i manifesti cinesi. Io e ZORZI rimanemmo in macchina e solo MOLIN entrò nell'abitazione di questo militante tornando, poi, con i manifesti. Ricordo che il camerata di Padova abitava in un quartiere popolare, in un condominio.

Preciso che era Paolo MOLIN ad avere più stretti rapporti con quelli di Padova in quanto aveva studiato giurisprudenza a Padova con FREDA negli anni precedenti.

Ritornammo quindi a Venezia e MOLIN portò i manifesti a casa sua. Dei manifesti ricordo solo che c'erano vari riferimenti a Mao Tse Tung.

Un paio di giorni dopo ci ritrovammo tutti e tre, sempre con la macchina di MAGGI, e procedemmo all'affissione affiancandola, di nostra iniziativa, a scritte fatte con bombolette spray inneggianti Mao Tse Tung.

Facemmo queste scritte sulla macchine parcheggiate nella zona per infastidire i residenti e sviluppare al massimo questa iniziativa di provocazione.

Ricordo che era circa la metà del 1968 in concomitanza con le prime manifestazioni giovanili e con i primi moti studenteschi.

Prendo atto che a Limena abitava ed abita Marco POZZAN e in proposito posso dire che ne conosco il nome come componente del gruppo FREDA, ma non posso affermare se fosse lui la persona da cui si recò MOLIN.

Proprio perché si trattava di una questione riservata, MOLIN non ci disse, o quantomeno non disse a me, il nome del camerata da cui era andato...." (SICILIANO, 6.10.1995, f.3).

 

 

 

Si noti che ancora una volta emerge lo stabile utilizzo da parte del gruppo dell'autovettura del dr. MAGGI (la FIAT 1100 chiara che aveva sostituito la vecchia 500) e che l'affissione dei finti "manifesti cinesi" da parte dei giovani neonazisti di Mestre è ricordata anche da Giancarlo VIANELLO che pur non ha saputo indicare la provenienza degli stessi(interr. 19.11.1994, ff.10-11).

 

 

Tale azione, sul piano della ricostruzione complessiva, è tutt'altro che trascurabile in quanto si inquadra nella strategia coltivata a Padova nel 1967/1968, soprattutto da Giovanni VENTURA (e, parallelamente, a Roma dagli esponenti di Avanguardia Nazionale), di disinformazione, creazione di confusione e infiltrazione nel campo dell'avversario e altresì nella strategia della costruzione di una possibile linea difensiva anticipata ed estremamente duttile in relazione alle indagini che sarebbero state comunque svolte dopo l'inizio della campagna di attentati.

 

 

Giovanni VENTURA infatti, durante le indagini condotte sulla c.d. pista nera, si è presentato agli inquirenti come "uomo di sinistra", con simpatie filocinesi, che quindi non poteva avere condiviso o condiviso sino in fondo, dopo i primi attentati dimostrativi, una campagna terroristica che colpiva cittadini innocenti.

 

 

LA PRESENZA DEL DR. MAGGI ALLA RIUNIONE DI PADOVA OVE VENNE DELINEATA LA STRATEGIA DEGLI ATTENTATI

 

Martino SICILIANO, pur escluso dal nucleo operativo nella fase finale, ha avuto modo di partecipare, nella primavera del 1969, a Padova nella libreria Ezzelino di Franco FREDA, ad una riunione ristretta ove fu delineata senza troppe reticenze la strategia degli attentati:

 

 

"....posso dire che certamente quella riunione si svolse alla libreria Ezzelino, nella saletta posteriore che fungeva anche da ufficio.

Eravamo presenti FREDA, TRINCO, cioè quello che faceva da commesso, io, MAGGI, MOLIN e ZORZI, all'incirca quattro o cinque mesi prima, per quanto ora ricordo, degli attentati di Gorizia e di Trieste, direi quindi nel maggio o giugno del 1969, ricordo infatti che non faceva più freddo, ma non era ancora estate piena.

Esattamente si parlò non solo di attentati ai treni, ma anche in luoghi pubblici al fine di creare panico e insicurezza.

In quella riunione non si scese in particolari operativi, ma si parlò della strategia politica e parlò soprattutto FREDA.

Era quindi una riunione ristretta a livello di strategia...." (SICILIANO, 6.10.1995, ff.6-7).

 

 

 

Riprendendo il discorso a partire dai primi attentati dimostrativi, in particolare quelli dell'8/9 agosto 1969 sui convogli ferroviari, che egli sapeva essere stati commessi dal gruppo con ordigni contenuti in scatolette di legno molto simili a quelle che tempo prima Delfo ZORZI gli aveva consegnato con varie armi in una valigia, Martino SICILIANO ha precisato:

 

 

"....Noto del resto che si tratta di scatolette che possono alloggiare solo piccoli ordigni con poco esplosivo e ciò è del tutto in sintonia con i discorsi che erano stati fatti a Padova in occasione della riunione con MAGGI, ZORZI e MOLIN nel retro della libreria EZZELINO, di cui ho già parlato nell'interrogatorio in data 6.10.1995.

In tale riunione, infatti, qualcuno dei padovani, molto probabilmente FREDA, fece presente che una strategia utile sarebbe stata quella di compiere piccoli attentati dimostrativi finalizzati a fare pochi danni, ma nel contempo a far credere, in ragione del loro numero e della loro disseminazione in varie Regioni del Paese, che esistesse un'organizzazione presente dappertutto ed articolata, in grado potenzialmente di compiere dovunque attentati più gravi.

Ricordo che comunque FREDA disse che non bisognava farsi scrupoli se, nonostante si trattasse di attentati dimostrativi, qualche civile fosse rimasto ferito.

Infatti, sempre secondo FREDA, non si sarebbe fatto peggio degli Alleati che durante la II guerra mondiale avevano lanciato dagli aerei, sul territorio italiano, matite esplosive o comunque piccoli ordigni camuffati destinati a colpire la popolazione e a fare terrorismo psicologico...." (SICILIANO, 20.9.1996, f.4).

 

 

 

La presenza congiunta di FREDA e di MAGGI a tale riunione è la testimonianza diretta della sinergia operativa che si era creata fra le due cellule e che non era stato possibile mettere in luce se non in minima parte, soprattutto per la mancanza di collaboratori e testimoni, nel corso delle prime istruttorie.

 

 

IL PROGETTO DI EVASIONE DI GIOVANNI VENTURA

 

Infine, secondo il racconto di Carlo DIGILIO, fu personalmente il dr. MAGGI a mettere in contatto lo stesso DIGILIO e Delfo ZORZI per l'incontro del 1972, a Mestre, in cui quest'ultimo chiese a DIGILIO collaborazione per organizzare l'evasione di Giovanni VENTURA.

 

 

In tale occasione ZORZI mostrò a DIGILIO il calco in cera di una chiave,e cioè la chiave della cella di VENTURA, pronta per essere riprodotta, spiegandogli che era necessario aiutare VENTURA a sfuggire agli inquirenti anche se, con le sue imprudenze, fra cui le confidenze fatte ad un suo amico professore (riferimento, questo, certamente al prof. Guido LORENZON), egli aveva messo in pericolo tutta l'organizzazione (interr. DIGILIO 29.1.1994. f.3; 16.4.1994, f.4; 12.11.1994, f.8; 30.12.1996, f.3).

 

 

Giovanni VENTURA, che si teneva in contatto con gli altri elementi del gruppo tramite la sorella (interr. 30.12.1996 citato), non aveva in seguito accettato il progetto propostogli dai suoi camerati.

 

 

Il racconto di DIGILIO sul progetto di evasione di Giovanni VENTURA(che appare del tutto parallelo ad un altro progetto emerso nel corso della prima istruttoria e organizzato da Guido GIANNETTINI sempre attivando la sorella di VENTURA, Mariangela) trova una logica spiegazione nei timori da parte del gruppo che VENTURA, come sarebbe poi parzialmente avvenuto all'inizio del 1973 con la "semi-confessione" dell'imputato dinanzi ai giudici D'Ambrosio e Alessandrini, cedesse completamente dinanzi agli inquirenti rivelando la struttura e la strategia dell'intera organizzazione, con esiti catastrofici anche per coloro che non erano stati individuati.

 

 

Non a caso Delfo ZORZI aveva illustrato a Carlo DIGILIO, dimostrando di essere in grado di progettare sofisticate tecniche di inquinamento e disinformazione, la necessità di porre in essere "azioni diversive" in varie città d'Italia e cioè attentati che avrebbero sviato l'attenzione della magistratura verso altre piste, dando l'impressione che i responsabili degli attentati precedenti fossero ancora liberi (interr. DIGILIO 12.11.1994, f.9).

 

 

Nel corso della prima sentenza-ordinanza depositata da questo Ufficio in data 18.3.1995 si è ampiamente esposto, sulla base dei dati processuali raccolti, che il più importante di tali "attentati diversivi" era stato quello attuato nell'aprile del 1973 da ROGNONI, AZZI ed altri militanti de La Fenice sul convoglio Torino-Roma.

 

 

Per tale attentato era stato programmata una rivendicazione di sinistrache avrebbe spinto nuovamente gli inquirenti, impegnati in quel momento sulla pista nera, a dirigere la propria attenzione sui gruppi di estrema sinistra, in particolare quelli scaturiti dall'attività di Giangiacomo FELTRINELLI nella cui villa era stato progettato, fra l'altro, di depositare e far rinvenire alcuni dei timers utilizzati per gli attentati del 12.12.1969.

 

 

Tale disegno era stato reso impossibile dall'incidente occorso a Nico AZZI durante l'esecuzione dell'attentato, in quanto l'arresto in flagranza sul treno del militante de La Fenice aveva reso evidentemente inattuabile qualsiasi rivendicazione di segno opposto.