SENTENZA DEL GIUDICE SALVINI SULLA STRATEGIA DELLA TENSIONE (FEBBRAIO 1988)

 

PARTE SECONDA - 7

 

Le dichiarazioni di Edgardo Bonazzi in merito al gruppo "La Fenice" e alla strage di Piazza Fontana

 

 

L’esposizione della vicenda connessa al deposito di esplosivi di Celle Ligure consente di introdurre il tema delle dichiarazioni rese da Edgardo BONAZZI non solo in merito a tale episodio e più in generale in merito alle attività del gruppo di ROGNONI, ma soprattutto su alcune circostanze, di grandissimo rilievo, legate agli attentati del 12.12.1969.

 

 

Tali dichiarazioni hanno infatti permesso di collegare in modo molto saldo l’attività di Giancarlo ROGNONI con quella del gruppo veneto e costituiscono uno dei più importanti pilastri di riscontro a quelle, più dirette e interne di Carlo DIGILIO e Martino SICILIANO.

 

 

Edgardo BONAZZI, infatti, non è un ordinovista e non è mai stato coinvolto personalmente negli episodi della c.d. strategia della tensione e nelle stragi.

 

 

Appartenente all’ala "dura" del M.S.I. di Parma, Edgardo BONAZZI si è reso responsabile, nel 1972, insieme ad altri camerati, dell’omicidio di un giovane aderente a Lotta Continua durante uno scontro fra elementi di opposte tendenze politiche.

 

 

Arrestato e condannato ad una lunga pena detentiva, egli, fino alla metà degli anni ‘80, ha condiviso la carcerazione con soggetti dello spessore di FREDA, CONCUTELLI, AZZI e GIANNETTINI in vari carceri speciali, apprendendo da essi, in quanto considerato un camerata affidabile, una notevole mole di notizie su tutti i fatti di strage e di eversione.

 

 

A partire dal 1994, Edgardo BONAZZI, prima con una serie di colloqui investigativi con personale del R.O.S. Carabinieri e poi, in sede di formale testimonianza dinanzi a questo Ufficio e ad altre Autorità Giudiziarie, ha deciso con sempre maggiore determinazione di rivelare quanto a sua conoscenza sulla base di una profonda revisione critica dell’esperienza politica del mondo dell’estrema destra.

 

 

Egli ha infatti più volte sottolineato che il vincolo della "fedeltà" fra camerati non può e non deve essere mantenuto ogniqualvolta le notizie apprese riguardino responsabilità personali o di gruppo su fatti di strage, episodi come tali estranei a qualsiasi forma di antagonismo politico anche deciso e caratterizzati, come lo stesso BONAZZI aveva avuto modo di rendersi conto in carcere, da complicità del mondo della destra con apparati istituzionali che erano in grado di manipolarne ed utilizzarne i militanti.

 

 

Fatta questa premessa in merito al senso della riflessione di Edgardo BONAZZI, la sua dissociazione si è concretizzata in una serie di deposizioni di cui devono essere riportati i punti salienti, alcuni dei quali già in parte accennati nella prima sentenza-ordinanza di questo Ufficio:

 

- aveva appreso da Nico AZZI che il gruppo La Fenice disponeva di un deposito di esplosivi e bombe a mano sotterrato in una località impervia della Liguria, deposito certamente da identificarsi in quello di Celle Ligure indicato da AZZI (cfr. dep. 7.10.1994, f.3; 4.2.1995, f.2).

 

- AZZI e il suo gruppo erano altresì responsabili di un attentato fallito in danno di una cooperativa in occasione del quale i camion della stessa erano stati "minati" tutti insieme tramite ordigni collegati da una miccia detonante (dep. 7.10.1994, f.3).

Il fallito attentato è certamente da identificarsi nell’episodio in danno della COOP di Bollate del marzo 1973, episodio già indicato nel c.d. documento AZZI e ampiamente trattato nella prima sentenza/ordinanza di questo Ufficio (capitolo 11);

 

- l’attentato in danno del treno Torino-Roma del 7.4.1973 non era l’unico progettato in quel periodo dal gruppo La Fenice.

Era stato infatti progettato un attentato all’Università Cattolica che certamente avrebbe avuto gravissime conseguenze e la cui responsabilità, come quella dell’attentato sul treno, avrebbe dovuto ricadere sui gruppi di estrema sinistra. Nico AZZI si era tuttavia opposto alla realizzazione di tale azione e il progetto era stato quindi abbandonato (dep.4.2.1995, f.2);

 

- sempre da Nico AZZI, Edgardo BONAZZI aveva appreso in carcere che Pino RAUTI, capo di Ordine Nuovo, era da molto tempo in contatto con i servizi di sicurezza e di conseguenza l’attività di Ordine Nuovo era in qualche modo eterodiretta (dep. 15.3.1994, f.2);

 

- corrispondeva a verità, secondo le confidenze di Nico AZZI e Guido GIANNETTINI, il progetto di far ritrovare i timers in una villa di proprietà di Giangiacomo FELTRINELLI.

Tale progetto, citato proprio nel famoso documento attribuito a Nico AZZI e anch’esso trattato ampiamente nella prima sentenza-ordinanza di questo Ufficio (capitolo 11), aveva la finalità di ricostituire, dopo l’arresto di FREDA e VENTURA, una pista di sinistra per gli attentati del 12.12.1969.

Edgardo BONAZZI ha anche aggiunto un particolare di grande interesse e cioè che tale provocazione era stata personalmente ispirata da Pino RAUTI, anch’egli coinvolto nelle prime indagini sviluppatesi a Treviso e a Milano sulla strage (dep.15.3.1994, f.3; 7.10.1994, f.2; 25.2.1995, f.3) e quindi obiettivamente interessato ad azioni diversive che creassero difficoltà all’istruttoria in corso;

 

- tale progetto in danno dell’editore FELTRINELLI non era stato, in quel periodo, l’unico.

Nico AZZI era stato infatti incaricato dai servizi di sicurezza di recarsi in Austria, ove l’editore disponeva di una villa, per eliminarlo a colpi di pistola.

Il tentativo era fallito in quanto la vittima non era stata intercettata (dep. 7.10.1994, f.2; 25.2.1995, f.3);

Tale tentativo, appreso direttamente da Nico AZZI, si colloca sull’identica linea d’onda del tentativo operato, sempre in Austria, dal veneziano Marco FOSCARI e da Martino SICILIANO e ampiamente descritto negli interrogatori di quest’ultimo (int. 19.10.1994, f.7; 20.10.1997, f.3);

 

- sempre con riferimento alla centrale questione dei timers usati per gli attentati del 12.12.1969, Edgardo BONAZZI aveva appreso da Pierluigi CONCUTELLI che Franco FREDA, nel carcere di Trani, nel 1978, gli aveva chiesto se fosse stato disponibile, nell’ambito del processo di Catanzaro, a farsi passare per il Capitano HAMID e cioè colui al quale FREDA. secondo l’originaria versione difensiva, avrebbe consegnato i 50 timers nel settembre 1969.

In tal modo, pur dovendo sostenere un non facile mutamento di versione, FREDA avrebbe comunque allontanato da sè la pericolosissima disponibilità fisica dei timers utilizzati nel dicembre 1969.

Pierluigi CONCUTELLI aveva però rifiutato la proposta, anche perché avrebbe screditato la sua figura di "combattente rivoluzionario" e non di "stragista" e da quel momento si era peraltro convinto della colpevolezza di FREDA allentando i rapporti con lui (dep. 15.3.1994, f.3);

 

- con riferimento all’esecuzione degli attentati del 12.12.1969,GIANNETTINI, nel carcere di Nuoro, aveva confidato a BONAZZI che gli attentati erano collegati ad un imminente progetto golpista, ma che gli esiti gravissimi della strage di Milano, non previsti da chi l’aveva organizzata, avevano di fatto penalizzato il progetto in quanto la risposta del Paese era stata troppo forte e di segno contrario rispetto a quello atteso (dep. 15.3.1994, f.4);

 

- sempre durante la comune detenzione e pur con grande cautela, limitandosi a cenni allusivi, in un primo momento nel 1975 FREDA e in seguito nel 1979/1980 AZZI e GIANNETTINI, avevano fatto capire a BONAZZI che il taxista ROLANDI era stato un testimone soggettivamente in buona fede, ma che la persona da lui vista sul taxi non era VALPREDA, bensì un militante di destra che gli assomigliava molto e che era stato utilizzato per tale specifico compito (dep. 15.3.1994, f.4; 7.10.1994, f.2).

Si trattava, secondo gli accenni di AZZI poi confermati più precisamente da CONCUTELLI nel 1981 nel carcere di Novara, di un ex-legionario di origine siciliana frequentatore dell’ambiente milanese del M.S.I. e noto, anche per la comune origine geografica, allo stesso CONCUTELLI (dep. 7.10.1994, f.2; 25.2.1995, ff.1-2);

 

- sempre da Nico AZZI, di cui BONAZZI ha più volte sottolineato la serietà e la credibilità come militante, , aveva appreso che l’appoggio logistico a Milano per coloro che erano giunti per eseguire gli attentati era stato fornito da Giancarlo ROGNONI.

Ciò era stato facilitato dal fatto che ROGNONI aveva lavorato nella filiale della Banca commerciale (ove era stata rinvenuta, in un sottopassaggio, la seconda bomba inesplosa) e quindi aveva potuto fornire a chi stava per entrare in azione la descrizione della struttura interna della filiale e le indicazioni utili a collocare l’ordigno nel punto più adatto (dep. 7.10.1994, f.3; 4.2.1995, f.3; 25.2.1995, f.3).

Giancarlo ROGNONI, che secondo AZZI, dopo gli attentati, aveva subito temuto di essere individuato e inquisito, ha effettivamente lavorato quale cassiere, per alcune settimane, presso la filiale di Piazza della Scala della Banca Commerciale e nel dicembre 1969 era ancora dipendente di un’altra filiale dello stesso istituto di credito (cfr. nota della Digos di Milano in data 31.10.1994, vol.8, fasc.12).

Poche settimane dopo gli attentati del 12.12.1969, Giancarlo ROGNONI, il 5.1.1970, senza specificarne le ragioni, si era improvvisamente dimesso dal suo impiego presso l’istituto;

 

 

- la rivelazione più importante e conclusiva contenuta nelle dichiarazioni di Edgardo BONAZZI è tuttavia giunta con la deposizione resa in data 22.2.1996 dinanzi a personale del R.O.S. Carabinieri, nell’ambito della quale il testimone ha fornito altri particolari a sua conoscenza in merito non solo agli attentati del 12.12.1969, ma anche alle stragi successive sino a quella alla Stazione di Bologna.

Dopo avere premesso che non gli era stato possibile dire in precedenza tutto quanto a sua conoscenza per le "naturali remore" esistenti nei confronti di persone con cui aveva condiviso difficili momenti di detenzione, remore che avevano comportato del tempo per far maturare una completa deposizione (dep. citata, f.1), Edgardo BONAZZI ha rivelato l’ultima e decisiva notizia appresa da Nico AZZI durante le discussioni avvenute sul tema delle stragi, discussioni facilitate dal carisma che lo stesso BONAZZI, nel corso degli anni, aveva acquisito all’interno dell’area dei detenuti di estrema destra.

Nico AZZI gli aveva esplicitamente detto che Delfo ZORZI era stato l’autore materiale della strage di Piazza Fontana, mentre gli attentati romani di quella stessa giornata erano stati "curati da uomini di Stefano DELLE CHIAIE ".

Quest’ultimo, tuttavia, aveva previsto solo attentati di valenza simbolicapoiché eventi più gravi e sanguinosi, come erano avvenuti per una variazione del programma operativo, avrebbero reso più difficile la partenza del progetto golpista che avrebbe dovuto scattare subito dopo gli attentati e che era stato in effetti abbandonato e ripreso solo l’anno successivo con il tentativo del Principe Junio Valerio BORGHESE (dep. citata, f.2).

 

 

 

Sempre secondo il racconto di AZZI, gli elementi veneti che avevano operato avevano usufruito di una base a Milano per l’ultimo innesco dei timers e tali notizie erano state confermate a BONAZZI anche da Guido GIANNETTINI, unitamente all’indicazione del ruolo di Pino RAUTI quale coordinatore sia del gruppo veneto sia del gruppo "La Fenice".

 

 

Inoltre BONAZZI aveva appreso, nel 1975 da Franco FREDA, che questi conosceva molto bene Delfo ZORZI e che era amareggiato poiché "riteneva l’allontanamento dall’Italia di ZORZI una defezione" (dep. citata, f.3).

 

 

In proposito si ricordi, del resto, che Guido GIANNETTINI, pur mantenendo un atteggiamento di sostanziale "chiusura" in relazione alle nuove emergenze processuali, ha raccontato di essersi incontrato con Franco FREDA a Roma, nel 1968 o 1969, per ragioni connesse all’infiltrazione del gruppo di FREDA all’interno dell’estrema sinistra e, in tale occasione, di averlo accompagnato in Via del Corso ove FREDA si era incontrato con un giovane camerata veneto presentato a GIANNETTINI con il nome di ZORZI (int. GIANNETTINI, 17.3.1995, f.2).

 

 

Franco FREDA, sentito da questo Ufficio in merito alle nuove emergenze processuali e ai reati prospettabili nei suoi confronti in relazione all’arsenale custodito nel casolare di Paese, ha cercato di spostare la data della sua conoscenza con Delfo ZORZI al 1970, e cioè ad un momento successivo agli attentati (int.14.10.1994, f.3), ma è stato ulteriormente smentito dall’esame di una delle sue agende sequestrate nel corso della prima istruttoria e ancora allegata agli atti del processo di Catanzaro.

 

 

Infatti in tale agenda è appuntato l’indirizzo di Delfo ZORZI a Napoli, corrispondente al luogo ove egli abitava nel 1968 appena giunto in tale città per seguire il corso di Lingue Orientali , e altresì il numero di telefono di casa e d’ufficio del padre di ZORZI, a Mestre, risalente ad un momento precedente il 1969, a conferma di quanto stretti e assidui fossero i rapporti fra i due negli anni decisivi per i fatti oggetto delle indagini in corso (cfr. vol.18, fasc.2, f.227).

 

 

Tornando alle dichiarazioni di Edgardo BONAZZI, successivamente alle deposizioni ora esposte nei loro contenuti salienti, che collegano fermamente ROGNONI a ZORZI e ZORZI a FREDA, il testimone, anche dinanzi alle altre Autorità Giudiziarie competenti, ha reso ulteriori dichiarazioni di grandissima portata per le indagini relative alla strage di Brescia e di notevole interesse per le indagini relative alla strage di Bologna.

 

 

Non è certo questa la sede per analizzare tali ultime dichiarazioni, mentre sembra opportuno spendere qualche parola sulla posizione assunta da Nico AZZI, fonte della parte più rilevante delle notizie riferite da Edgardo BONAZZI.

 

 

Nico AZZI, sentito alcune volte da questo Ufficio e più a lungo e più approfonditamente, anche in confronto con Edgardo BONAZZI, dalla Procura della Repubblica nell’ambito della nuova indagine sulla strage di Piazza Fontana, ha confermato solo in parte e non nei loro profili salienti, le dichiarazioni del suo ex-compagno di detenzione.

 

 

Tuttavia, per quanto è possibile esporre in sintesi in questa sede, egli non ha, in linea generale, smentito BONAZZI accusandolo di avere fatto dichiarazioni di fantasia o non corrispondenti al vero, ma ha sostanzialmente e più volte ribadito di non poter o voler offrire conferme in quanto ciò avrebbe comportato danneggiare la posizione di camerati e di rompere il vincolo ideologico e di amicizia che tuttora unisce AZZI all’ambiente dei camerati ex-ordinovisti, vincolo che non consente una formalizzazione processuale delle proprie conoscenze dinanzi a qualsivoglia Autorità Giudiziaria.

 

 

Certamente anche Nico AZZI è ben lontano dal condividere la scelta delle stragi e degli attentati sanguinosi come metodo di lotta politica ed ha anch’egli operato sulla storia dell’estrema destra personali riflessioni critiche, ma, almeno sino a questo momento, sembra ritenere che il dibattito e la critica in merito a tali avvenimenti debbano restare interni al mondo che, direttamente e indirettamente, ne è stato protagonista.

 

 

E’ comunque evidente che la sostanziale "non smentita" da parte di Nico AZZI, testimone di riferimento, delle affermazioni di Edgardo BONAZZI, rende queste ultime pienamente utilizzabili sul piano processuale e affidabili, soprattutto nel momento in cui , pur muovendosi da un diverso punto di vista e cioè quello delle dinamiche carcerarie all’interno del ristretto mondo dei detenuti di estrema destra, si integrano comunque perfettamente con la descrizione diretta degli avvenimenti offerta da Carlo DIGILIO, Martino SICILIANO e Tullio FABRIS.

 

 

Vi è solo da rammaricarsi che la decisione di Edgardo BONAZZI di "dissociarsi" non sia maturata prima e cioè quando erano ancora in corso i grandi processi relativi alle stragi e all’eversione di destra.

 

 

Infatti, sia nel corso delle istruttorie e dei dibattimenti riguardanti la strage di Piazza Fontana sia in altri procedimenti riguardanti altri gravi episodi di strage, alcuni collaboratori, sovente e forse con troppo scetticismo non creduti, e soprattutto Sergio CALORE e Angelo IZZO avevano indicato in Edgardo BONAZZI colui che avrebbe potuto confermare molte delle loro più importanti affermazioni, ma il silenzio e l’atteggiamento di negazione mantenuti all’epoca da BONAZZI non avevano consentito di acquisire conferme forse decisive all’interno delle dinamiche processuali.

 

 

Se la scelta di BONAZZI fosse intervenuta in tale fase, quando la partita processuale era ancora aperta, forse l’esito di alcuni dibattimenti sarebbe stato diverso.

 

 

(continua al capitolo 8 Parte Seconda)